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CharlieC

Le parolacce

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2 minuti fa, AdStr ha detto:

L'importante è non utilizzarle a cazzo senza una motivazione che ne giustifichi la presenza.

 

La mia regola sul turpiloquio è uguale a quella sul sesso. Vanno usate insieme all'ironia, alla perifrasi e alla metonimia. Meno spesso con gli altri tropi. 

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2 ore fa, Fraudolente ha detto:

Come lettore, e ci tengo precisare che non sono bigotto, alla prima bestemmia sempre, o alla prima parolaccia gratuita, chiuderei il libro e ciao!

D'accordo con te. Pienamente. 

Aggiungo solo che mi fa un certo effetto sentire un druido bifolco e guerriero parlare forbito come Cicerone. Oltre il realismo magico la creatività e la fantasia c'è un registro linguistico spesso molto più espressivo rispetto alle molte edulcorazioni  del nostro pensiero (auto)censurato. Poi è chiaro che volendo la narrativa può fregarsene altamente della donna e dell'uomo per quello che sono: ne auspicano di nuovi. Per fortuna.    

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Mah. Tanto per dire la mia.

Turpiloquio e bestemmie mi danno fastidio quando vogliono fare un effetto o suscitare qualcosa che non si sa fare con le immagini.

Sono fini a sé stesse, intendo.

Se no no.

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Sono state scritte  grandi opere nel passato, nella maggior parte è stata rappresentata tutta la grandezza e tutta l'abiezione a cui può giungere l'umanità e non hanno usato il turpiloquio e tantomeno  le bestemmie.

Segno che è possibile esprimere qualunque pensiero senza dire sconcezze e senza bestemmiare.

 

Il fatto che oggi il turpiloquio sia stato sdoganato, come pure le bestemmie, anzi, si ride di chi se ne allontana infastidito, non mi convince che si debbano usare, nemmeno per esprimere concetti "forti". 

Per il "forte" si può sempre rimediare bevendo vino, ma siccome anche il vino, al pari delle anticaglie, è considerato da buzzurri,  consiglio la tequila. Fa snob.

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Le parolacce ci sono nel parlato, quindi se lo scritto si vuole avvicinare alla vita reale deve usarle. Chiaramente in bocca al personaggio giusto e al momento giusto, non a sproposito. Non vedo perché porsi la domanda se usarle o no, perché è una domanda che presume una forma di censura tra la realtà e la narrativa e credo che la censura crei solo distanza tra chi legge e il libro.

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52 minuti fa, mercy ha detto:

Su una cosa concordo con @Unius

 

L'abiezione non ha bisogno di parolacce. 

Quando avevo nove o dieci anni, la maestra di italiano (che chiamavamo la maestra "a righe" per distinguerla da quella "a quadretti") fece a tutta la classe una lunga reprimenda sul turpiloquio: aveva fatto un viaggio in corriera con degli adolescenti che dicevano "cazzo" ogni tre parole e ci teneva a spiegarci che non dovevamo diventare come loro. Ragazzi cattivi, disse. Io annuivo insieme ai miei compagni, ma già il discorso non mi tornava.

 

Le parolacce non hanno nulla a che fare con la cattiveria: hanno a che fare con l'ignoranza e la maleducazione. Hanno spesso a che fare con l'incapacità di esprimersi, perché "cazzo" significa alternativamente "sono stupito", "sono arrabbiato", "sono esasperato", "qui ci andrebbe un punto esclamativo", eccetera  - lo pensavo da bambina e lo penso anche adesso.

Ma

Ci sono persone che davvero dicono "cazzo" ogni tre parole.

Sono persone buone, persone cattive, persone un-po'-buone-e-un-po'-no come siamo quasi tutti.

Se scrivo di queste persone come le faccio parlare? Devo decidere a priori di non occuparmene?

 

Io tendo a non dire parolacce, insomma, ma non mi scandalizzano. Appartengono a un registro espressivo che non mi appartiene e neanche mi piace troppo, ma ci sono e vengono usate. Se ho la pretesa di scrivere in modo realistico, a volte devo usarle.

 

Le bestemmie sono un discorso a parte - quelle mi danno proprio fastidio. Un libro con una bestemmia lo chiuderei subito anche io.

 

 

Ma se dico "sono arrabbiato" è tell e spiegone. Se invece usi un bel "e che cazzo!" hai una figura retorica e lo traformi in show. 

 

Poi se cazzo è troppo forte lo puoi sostituire con cavolo. Ma l'imprecazione mantiene il suo significato. 

 

E la differenza è abissale. 

 

Altro esempio: donna che si lamenta del ritardo di un uomo, ma questa volta dalla volgarità con perifrasi è ironia si passa a un linguaggio normale. 

 

Invece di dire " sei in ritardo, hai perso tempo a segarti?" Lo trasformi in "te la sei presa comoda! La prossima volta se ti serve un aiutino ti concedo di pensare a me"

 

Quindi il problema non è cazzo si o cazzo no, ma l'uso che facciamo della lingua. 

 

Innuendo permettendo. 

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@Kuno eliminare 'la sporcizia' dal dialogo va bene, ma la parolaccia non è sporcizia. Se sei incazzato dici cazzo, non cavolo, c'è poco da fare. È la tua lingua. Il resto secondo me è perbenismo. O convinzione che la letteratura deva essere qualcosa di 'più alto', una visione che non mi sento di condividere, ma forse è il mio gusto personale... ho sempre adorato l'incipit di porci con le ali e non mollerei mai un libro solo perché contiene parolacce, non stimo chi lo fa.

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Mah... 

Diciamo che è una questione di gusti allora, mettiamola così.  Io sono cresciuto quasi come tutti gli altri, sentendo qua e là parolacce e purtroppo anche bestemmie. Ma non ho mai sentito il bisogno di interloquire con un "cazzo!" per aumentare l'effetto di quello che stavo dicendo, anche perché cazzo vuol dire cazzo e nel discorso salta fuori l'emblema... il simbolo  materiale del cazzo... insomma.... Non mi ha mai fatto sentire potente usarlo per impressionare chi non lo usava.

Non parlo poi delle bestemmie. Un tempo mi pare fosse pure considerato reato bestemmiare in luoghi pubblici e ancora agli inizi degli anni Ottanta nell'Esercito se un soldato di leva bestemmiava veniva duramente ripreso dai superiori... chiaramente retrogradi per l'intellighenzja...  in quanto con questo comportamento repressivo impedivano il formarsi dell'attuale  fogna... società...

Magari avessero sdoganato solo le parolacce. Oggi hanno sdoganato ben altro, mi pare.

Poi, certo, nella vita reale quando uno è incazzato dice cazzo. Che ha risolto? Tutti i ragazzini e le ragazzine lo dicono, e tutti i ragazzini e le ragazzine fumano per strada, di nascosto dei genitori. Lo fanno solo loro, di massima.  Dobbiamo  adeguarci? Io non mi adeguo, ognuno è libero di fare come vuole finché paga le tasse, non ruba e non stupra. Con i dovuti distinguo della cronaca, ma tiremm innanz...

E poi, ribadisco. Non voglio fare un elenco di romanzi, ma  sono state scritte moltitudini di opere in tutte le epoche, ambientate nei più sordidi bassifondi e non mi pare di ricordare parolacce. Forse parole e atteggiamenti volgari, ma è un'altra cosa.

 

E poi condivido quello che dice  @Kuno Un conto è il linguaggio reale, un conto è il linguaggio scritto, che non può essere come il reale, proprio a livello di scrittura.

Il linguaggio reale è pieno di sospiri, interruzioni, ripetizioni, gente che ansima, balbetta, sbaglia, sbadiglia, rutta, scorreggia...  dice parolacce e bestemmia... ci mettiamo tutto tutto? Chi leggerebbe questa schifezza? OH! Non dubito che in certi ambienti sarebbe un successo.  Ma fino a quando? Non si è mai fatto, ci si può provare. Anche i poveracci senza cultura e gli snob acculturati che fanno finta di essere del popolo che lavora e che è disoccupato si annoierebbero, come ci si annoia a leggere libri di calciatori, chef e barzellettieri tuttologi...

 

Io se vedo che un libro, scritto da un autore di grido comincia con un: "Cazzo! anche oggi una giornata di merda! E quella puttana che non viene...  dove cazzo è andata?Io, scusate, il libro lo butto, non mi ispira leggerlo.  Non ci sto. Cosa mi può dire? Che è vita reale? Ma che vadano a... fare altro in quel paese.

Fermo restando che tutto l'universo mondo  globale può  liberamente bearsi di queste perle e credersi altamente civilizzato. Ma non può  pretendere che tutti tutti si adeguino. Si adeguino loro e vivano loro in questo bel mondo che evidentemente è fatto a loro immagine e somiglianza. C...o!  (e qui mi autocensuro) Chi mi conosce sa che non ho mai usato tante volgarità in quasi dieci anni di WD. Oggi indignarsi non è più di moda, forse troppo retrò, quindi reazionario, quindi... eccetera eccetera. 

Non me ne frega niente.

 

 

 

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Questione di misura e di sensibilità. Se in un romanzo abbiamo una gentile signora sempre gentile e pacata, beneducata, potremmo ritrovarla -- giusto per fare un esempio -- in una scena dove perde la bambola [la pazienza] sul serio, ed ecco che di bocca gli esce un porca di quella troia. In questo caso, il turpiloquio acquista un senso e diventa potente. Ovvio che se un autore, invece, spara parolacce una dietro l'altra, senza gusto, senza né arte né parte, a caso, e così facendo ritiene di dare identità a un personaggio, potrebbe pure essere fuori strada. Ma, molto dipende dal contesto e dalla bravura dell'autore: i dialoghi in Pulp Fiction grandinano oscenità, eppure, sono scritti divinamente. Lì le parolacce -- per il mio gusto personale -- hanno senso, eccome, danno colore, ricchezza, profondità. Bisogna saperle maneggiare e, per quanto mi riguarda, se -- e ripeto se -- ha un senso, mi sta bene pure il bestemmione. Ma comprendo che la cosa possa dare fastidio a qualcuno, ed è un punto di vista che rispetto. Ricordo bestemmie nelle poesie di Pasolini, nei Casi Clinici di Freud, in -- se ricordo bene -- Tropico del cancro di Miller, mi pare fosse quello ma potrei pure sbagliare, nell'Ulysse di Joyce, nelle 120 giornate di Sodoma, Bukowski, Tondelli. Perfino la Maraini non disdegna di tuonare qualche sacramento ben condito, Pontiggia e chissà quanti altri ce ne sono che hanno bestemmiato nei loro scritti. Aspetta, mi pare di ricordare che pure Eco abbia bestemmiato in un suo libro, ma non ricordo quale, e pure Baricco [perdonate l'infelice accoppiata], ma non ho notizie di bestemmie alla Holden. :asd: Molti di questi autori non hanno bisogno di presentazioni e certo non meritano di vedersi chiudere il libro solo perché contiene una bestemmia.

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59 minuti fa, Unius ha detto:

 

Io se vedo che un libro, scritto da un autore di grido comincia con un: "Cazzo! anche oggi una giornata di merda! E quella puttana che non viene...  dove cazzo è andata?Io, scusate, il libro lo butto, non mi ispira leggerlo.  Non ci sto. Cosa mi può dire? Che è vita reale? Ma che vadano a... fare altro in quel paese.

 

Per me è relativamente semplice: utilizzo il turpiloquio, solo se indispensabile, nei dialoghi e per caratterizzare. Se posso evito.

Come evito sempre la bestemmia, perché la ritengo offensiva, per il lettore e per me!

Detesto l'abuso di parolacce e simili al solo scopo di stupire. I ragazzini bestemmiano, per scimmiottare gli adulti e per "bulleggiare", come, in modo analogo, gli aspiranti scrittori utilizzano bestemmie e parolacce per attirare l'attenzione e fingersi "artisti" (maledetti...).

Ma è solo la mia opinione.

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1 ora fa, Kuno ha detto:

La lingua scritta è sempre stata diversa da quella parlata, ma non è questione di perbenismo: semplicemente sono due lingue che hanno limiti, esigenze, caratteristiche differenti.

Ecco, una chat su whatsapp può avere qualche caratteristica in più in comune con il parlato. Infatti io non scriverei mai un libro nella stessa lingua che uso per comunicare via messaggio con i miei amici, una lingua che ad esempio non fa molta fatica a dimenticarsi dell'esistenza del congiuntivo o del corretto uso della punteggiatura.

 

In linea generale è vero, ma come sempre è questione di gradazioni. Quanto si discosta la lingua scritta da quella parlata? Dipende dal genere di quello che si scrive e dagli scopi che ci si prefigge. Più un racconto o romanzo è realistico, più deve riprodurre con fedeltà il linguaggio parlato, più non lo è (fantascienza, fantasy, etc.) più può discostarsene.

Per rimanere nell'esempio "chat su whatsapp", se scrivi un racconto su un gruppo di ragazzi che comunicano su whatsapp devi riprodurre il loro modo di parlare, se no che lo scrivi a fare? 

Anche i confronti col passato valgono fino a un certo punto; in un romanzo ottocentesco non ci sono parolacce, ma di norma non c'è neanche sesso esplicito, per non parlare di omosessualità e altri temi tabù.

La letteratura contemporanea ha superato quei tabù; forse in qualche caso esagera, ma nel complesso è meno ipocrita e più fedele alla realtà dei fatti. Se poi quella realtà non ci piace,  non siamo obbligati a leggere la letteratura verista/realista, per fortuna ne esiste una montagna di fantastica, in tutti i sensi. 

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19 ore fa, JPK Dike ha detto:

Vanno usate insieme all'ironia, alla perifrasi e alla metonimia. Meno spesso con gli altri tropi. 

Poffarbacco, @JPK Dike, questo è un recidivo esempio di impenitente turpiloquio! Per dirindindina!

Ma i "tropi" saranno forse gli abitanti di Tropea? :umh:

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2 ore fa, Fraudolente ha detto:

Poffarbacco, @JPK Dike, questo è un recidivo esempio di impenitente turpiloquio! Per dirindindina!

Ma i "tropi" saranno forse gli abitanti di Tropea? :umh:

 

Ho detto qualcosa di sbagliato, o è spregio graruito? 

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2 ore fa, JPK Dike ha detto:

Ho detto qualcosa di sbagliato, o è spregio graruito? 

 

No, tutt'altro, mi congratulo per la loquela dotta, insueta e forbita.

Era una celia, solo per corbellare amichevolmente.

E spero tu ben sappia ch'io non ti spregio affatto...

Questo "turpiloquio" mi si addice!

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Il 8/1/2019 alle 22:34, Fraudolente ha detto:
Il 8/1/2019 alle 21:17, Unius ha detto:

 

Io se vedo che un libro, scritto da un autore di grido comincia con un: "Cazzo! anche oggi una giornata di merda! E quella puttana che non viene...  dove cazzo è andata?Io, scusate, il libro lo butto, non mi ispira leggerlo.  Non ci sto. Cosa mi può dire? Che è vita reale? Ma che vadano a... fare altro in quel paese.

 

Per me è relativamente semplice: utilizzo il turpiloquio, solo se indispensabile, nei dialoghi e per caratterizzare. Se posso evito.

Come evito sempre la bestemmia, perché la ritengo offensiva, per il lettore e per me!

 

Ecco, ci sono appena arrivato e così ho "aggirato" le mie inibizioni:

Il presbitero, in piedi davanti al camino, srotolò la pergamena e prese a leggere con voce solenne: dopo i soliti salamelecchi preliminari, i ringraziamenti e le promesse di rinnovare l’antica alleanza, finalmente giunse al sodo. E Gaboardo sbottò: «Tutto qui? Solo cinquanta lire di dote? Che si crede, Johannes, che io sposi mio figlio per così poco? E tu, prete della malora, hai accettato questa miseria? Io ci rimetto, perdio, se ci rimetto! E, per di più,  hai pattuito un solo matrimonio!» Non pago, proseguì con una lunga sequela di bestemmie, senza trascurare la Madonna e i santi.

 

Non so se funzioni, ma più di così proprio non riesco...

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Nella mia scrittura uso le parolacce quando fanno parte del carattere del personaggio. Mi torna in mente la scrittura di Irvine Welsh. Non riuscire a pensare ai suoi personaggi che dicono "pofferbacco". Scherzi a parte, concordo sul fatto che non dovrebbero essere usate solamente per riempire spazi vuoti. Però in alcuni casi sono indispensabili. 

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Non sono per mia natura portata né a dire le parolacce né a scriverle. Ho faticato un po’ a usarle nella scrittura, ma alla fine mi sono convinta che, a volte, siano indispensabili a trasmettere un messaggio in maniera realistica o a caratterizzare meglio un personaggio. Naturalmente vanno usate in maniera equilibrata e mirata. A volte mi capita d’imbattermi in pagine intere di parolacce disseminate a tappeto in maniera gratuita, solo per stupire, che invece trovo di cattivo gusto e mi disturbano.

D’altronde anche la grande letteratura di ogni tempo c’insegna l’uso della parolaccia. Basti pensare a Dante nella Divina Commedia, che non disdegnava di chiamare le cose con il loro nome, se necessario. A tal proposito vorrei condividere un link con voi: https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/24/quando-parolaccia-basta-esser-volgari/172788/.

Io condivido il parere di Carlo Porta. Non so voi.

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Anch'io penso che non vadano mai usate parolacce nella narrazione. Per il resto, dipende dal tipo di personaggio. In bocca a un poliziotto, nel corso di un indagine, ci può stare (es. di fronte a una scoperta inaspettata su un criminale).

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Ricordo di aver preso un giorno in biblioteca un romanzo fantasy, di ambientazione medievale, in cui in ogni riga (giuro!) c'era una parolaccia. L'ho posato dopo due pagine, peccato perchè la trama era interessante, ma così era veramente troppo pesante.

Mi dispiace non ricordare il titolo.

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Penso dipenda da cosa si scrive.

La parolacce, se non abusata, ci sta, secondo me, dipende da dove è inserita.

Per esempio se un uomo precipita con un aereo, non c'è lo vedo dire " Ho perdindirindina, sto per morire, rivolgerò i miei ultimi soavi pensieri, in un caro ultimo pensiero di chi lascio in vita", no, decisamente ci vedo più un " Ca**o, no, CENSURA non voglio morire", lo trovo più realistico.

 

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Quando sento parlare di parolacce in letteratura, mi viene in mente questo brano del film "Mery per sempre" del 1989 :asd:
 

 

Provate a scrivere la stessa scena senza usare parolacce e poi fatemi sapere :)

 

In un punto c'è:

Prof: Minchia, minchia, ma tu solo minchia sai dire?

Natale: Sì, solo minchia so dire, minchia!

 

Paradiso!

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La faccio un po' lunga, scusate :P 

 

Le parolacce sono, come tutto il resto, parole. Le parole si usano in scrittura a seconda di ciò che si vuole comunicare — contenuto, tono, ritmo, intensità — all'interno di una costruzione semantica: una frase, un paragrafo, una scena e così via.

 

La connotazione culturale è strettamente legata ad ogni singola parola e al modo in cui la si usa; le parolacce non fanno eccezione. È pacifico che nella maggior parte delle culture le parolacce abbiano una connotazione molto forte. Non tocchiamo nemmeno l'argomento "bestemmia".

 

In un testo narrativo, la cosa più importante nel nucleo "frase" è la varietà strutturale. Frasi corte. Frasi anche un po' più lunghe. Frasi che a volte si dilungano talmente tanto che non sai più se è una frase o un paragrafo e ti chiedi se non sarebbe meglio spezzarla o metterci un punto lì da qualche parte, ma alla fine non importa più di tanto perché la tua frase così lunga sta in mezzo ad altre frasi brevi o molto brevi. E poi daccapo.

 

Se scrivessimo tutto allo stesso modo. Usando frasi sempre della stessa lunghezza. Senza mai variare un po' il ritmo. Quello che comunichiamo risulterebbe annacquato.

 

Capito?

Nota personale: io le parolacce le uso. Una ogni tanto, quando voglio dare estrema incisività ad un passaggio, imbruttire un momento o tratteggiare un personaggio in un certo modo più marcato. Se le usassi di fila non avrebbero alcun effetto, cazzo.

Modificato da Ton

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Sono d’accordo con chi afferma che è importante il contesto in cui la parolaccia è inserita,

e ci sono anche le parole volgari che potrebbero disturbare alcuni,

 per esempio questa frase di Dario Levantino (Di niente e di nessuno): A Brancaccio la strada più bella si chiama viale dei Picciotti. C’è un marciapiede tutto cacato, sette platani mezzi secchi, i negozi con l’insegna fulminata. E poi continua con la descrizione, se non ci fosse la parola “cacato” avrebbe la stessa forza evocativa?

Le parole come Cacato, merda, stronzo, faccia di culo, e simili se ben inserite possono fare la differenza.

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9 ore fa, Neglia Luigi ha scritto:

Sono d’accordo con chi afferma che è importante il contesto in cui la parolaccia è inserita,

 

Sono anch'io d'accordo.

 

Nell'esempio che ho fatto prima, tratto dal film "Mery per sempre" (1989), girato in parte in un carcere minorile di Palermo, c'è un tratto che fa così:

Prof: Minchia, minchia… ma tu solo minchia sai dire?

Natale: Sì, solo minchia so dire, minchia!

 

Le parolacce si adattano al contesto e dunque non mi disturbano.

 

D'altronde lo stesso dialogo senza parolacce diventerebbe così:

Prof: Organo genitale maschile, organo genitale maschile… ma tu solo organo genitale maschile sai dire?

Natale: Sì, solo organo genitale maschile so dire, organo genitale maschile che non sei altro!

 

Non rende proprio, anzi è addirittura comico e dunque produce un effetto diverso da quello che vorrebbe produrre: da ROTFL (Rolling On The Floor Laughing). Certo, è pulito ma… :rotol::rotol:

 

 

9 ore fa, Neglia Luigi ha scritto:

A Brancaccio la strada più bella si chiama viale dei Picciotti. C’è un marciapiede tutto cacato

 

Conosco l'articolo :)

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11 ore fa, Neglia Luigi ha scritto:

C’è un marciapiede tutto cacato, sette platani mezzi secchi, i negozi con l’insegna fulminata.

Quel cacato non è una parolaccia, e neppure gratuita.

Supponiamo che il nostro personaggio passeggi sul viale dei Picciotti e che sguilli (il passeggiatore è foresto, romagnolo: che scivoli, tradotto per voi barbari... e per la gioia di @Marcello) sul cacato: con quali parole imprecherà? Dipende dalla qualità del personaggio. La suora se ne uscirà con un per dirindindina, ma anche questo dipende dal tipo di religiosa. E se la facessimo bestemmiare? Effetto dirompente per caratterizzare la benedetta donna! Questo solo per dire che, al momento opportuno, ma solo in quello, tutto ci potrebbe stare. 

Il mio problema è che la bestemmia mi disturba sempre, sia come lettore che come scribacchino.

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38 minuti fa, Fraudolente ha scritto:

Il mio problema è che la bestemmia mi disturba sempre, sia come lettore che come scribacchino.

 

Anche me disturbano sempre. Bestemmie e parolacce andrebbero distinte perché non hanno un destino comune da noi. Io non bestemmio mai, anche se a volte alcuni politici in TV hanno il potere di spingermi a bestemmiare attribuire qualità suine a qualche divinità ;)

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Anche a me la bestemmia disturba,

però ammetto che nella vita reale mi capita spesso di usarla. Lavoro in un ambiente, ad altissimo tasso di stress, la cucina di un ristoro, dove tutto dev’essere sincronizzato e perfetto, in una ordinazione di quattro persone per esempio ci possono essere decine di componenti che hanno tempi di cottura diversi, che si devono amalgamare solo ad un determinato stadio della loro preparazione, alcuni proseguiranno il percorso in un forno altri in una friggitrice altri ancora sulla fiamma. Poi magicamente devono uscire tutti insieme ognuno con la giusta temperatura, chi caldo, chi tiepido, chi freddo, il sapore dev’essere perfetto, l’aspetto appetibile, l’impiattamento impeccabile, i tempi di preparazione da record,

ora moltiplica questo per decine di ordini che devono uscire insieme. E prova a non arrabbiarti se qualcuno per negligenza (ma spesso per sfinimento) non ti manda tutto a puttane per un errore.

“verba volant, scripta manent”,  e vero, quindi diciamo che nella vita reale può essere tollerato, come valvola di sfogo,  quando lo scrivi ti devi esporre al giudizio degli altri, magari per secoli se sei bravo a scrivere.

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Personalmente tendo a evitare ogni genere di parolaccia nel narrato, mentre ne lascio alcune nei dialoghi, quelle più comuni negli intercalari quotidiani. Senza abusarne. Bestemmie: no way. Non se ne parla. Al di là di quello che possa pensare io, so che possono risultare fastidiose. 

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Il 6/8/2020 alle 11:58, mutantboy ha scritto:

Personalmente tendo a evitare ogni genere di parolaccia nel narrato, mentre ne lascio alcune nei dialoghi, quelle più comuni negli intercalari quotidiani. Senza abusarne. Bestemmie: no way. Non se ne parla. Al di là di quello che possa pensare io, so che possono risultare fastidiose. 

Idem. Nel narrato mai usate e non ho intenzione di farlo mentre nei dialoghi spesso non posso farne a meno, altrimenti la frase non avrebbe lo stesso effetto e potrebbe risultare poco credibile. 

Le bestemmie non penso le userò mai, posso esprimere lo stesso concetto con altre parole, stesso discorso per alcune parole che possono dare fastidio perché mancano di rispetto. 

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Insomma, mi pare di capire che siamo tutti più o meno d'accordo. Non è tanto l'uso quanto l'abuso.

 

Da ragazzina avevo letto "Jack Frusciante è uscito dal gruppo": ricordo che l'avevo amato, non tanto per la storia, che all'epoca considerai banalotta, ma per il linguaggio utilizzato, e per l'uso smodato delle parolacce. Anni dopo, quando il mio periodo di ribellione ormonale era passato, lo ripresi in mano e mi sembravano davvero troppe, da indigestione. Forse mi ero imbigottita, forse è vero che si nasce incendiari e si muore pompieri, o forse per me la volgarità - in quella fase della vita - aveva un significato diverso. Però ricordo anche che, sempre da ragazzina, avevo cominciato a scrivere, e ricordo che il mio romanzo lo avevo infarcito di parolacce, ricordo il senso di liberazione quando digitavo cazzo e porcaputtana sulla tasiera del computer. Anche quel romanzo lo ripresi in mano anni dopo e, come per quello di Brizzi, provai un senso di indigestione. Diciamo che c'è un tempo per tutto. E che, senza tradire se stessi, è sempre meglio rivedere (non censurare) ciò che si è scritto da ubriachi con la mente più sobria.

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