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CharlieC

Le parolacce

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Forse in un altro post sono stato frainteso e la cosa è passata come una mia presa di posizione contro qualcuno.

A scanso di equivoci ripropongo il problema in maniera asettica.

Dunque, secondo voi in che misura occorre fare uso delle parolacce in un testo? Tengo a precisare che le considero essenziali in tantissime occasioni ma penso anche sia difficile trovare il giusto equilibrio tra quando la parolaccia 'deve' esserci e quando ce ne sono troppe (e ovviamente chi scrive non se ne accorge).

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Ospite

Dipende in gran parte dal testo.

Per esempio, nel narratore esterno o comunque onniscente non le metterei MAI

Secondo me servono essenzialmente nei dialoghi o nella narrazione del PDV di un personaggio che le usa, e servono per inquadrarlo, per caratterizzarlo. Ovviamente il tipo e la frequenza di parolacce dipende anche dal ruolo del personaggio stesso.

In linea di massima un eccesso di parolacce mi infastidisce, in qualunque testo...

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Concordo assolutamente con Jack!

C'è poco da fare comunque, ormai è impensabile scrivere un romanzo senza alcuna parolaccia se si desidera ambientarlo ai giorni nostri: personalmente credo che perderebbe enormemente di credibilità; certo, a meno che non si svolga tutto in Università e i protagonisti siano professoroni d'altri tempi! :lol:

Per citare un caso, un esempio, ti dico che sul vecchio forum di WD avevo pubblicato un racconto con un discreta concentrazione di parolacce: nulla di eccessivo, certo, però è stato un elemento che mi è stato criticato da alcuni perchè li infastidiva.

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Ospite queenseptienna

Concordo assolutamente con Jack!

Nei dialoghi è ok, tenendo conto dei personaggi che si vanno ad interpretare, ma nella narrazione è meglio ridurre al minimo. fvwc1t.jpg

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Concordo anche io, dipende tutto dal tipo di testo. In linea di massima narrando in terza persona è difficile ci sia bisogno di esprimersi con le parolacce perché ci si limita ad esporre fatti in maniera asettica, mentre in prima persona o durante i dialoghi il discorso cambia, più che altro per un discorso di credibilità.

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Ospite e-allora-avanti
In linea di massima narrando in terza persona è difficile ci sia bisogno di esprimersi con le parolacce perché ci si limita ad esporre fatti in maniera asettica, mentre in prima persona o durante i dialoghi il discorso cambia, più che altro per un discorso di credibilità.

Quoto tutto. E dirò di più: se un personaggio è il tipo che bestemmia, ci vanno le bestemmie. Bestemmiare è brutto, io non sono usa a tirar giù i santi dal paradiso se mi pestano i calli, ma alcuni miei personaggi bestemmiano, perchè sono il tipo d'uomo che se ne esce con certe amenità di tanto in tanto.

La credibilità è fatta anche di queste cose qui, c'è poco da fare.

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Ospite

Parliamo di bestemmie

Io nell'editare un romanzo nel quale il protagonista bestemmiava a profusione, mi sono trovato in grossa difficoltà, perché alla bestemmia palese preferisco la censura, del tipo Dio P.... oppure Porco D..

Onestamente non mi faceva impazzire come correzione, ma lo preferivo alla bestemmia palese scritta per esteso. Opinioni?

(preciso che sono ateo, quindi dal punto di vista morale la faccenda non mi tange. Le mie remore riguardano il dubbio se una bestemmia scritta per esteso possa costituire discriminante fra una pubblicazione e una non-pubblicazione)

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Bestemmie e parolacce sono due cose ben diverse.

Che si sia atei o no, le bestemmie sono qualcosa di veramente grave agli occhi di chi crede: è una grande mancanza di rispetto.

Io, ve lo dico subito, sono credente. E quello che mi tocca, più che la bestemmia in sè, è che la si ritiene utilizzabile verso la fede cattolica, mentre scuote molto più gli animi dei non credenti verso altre fedi. Qalcuno metterebbe una bestemmia contro Allah? Difficilmente, e non solo perché non rientra nel nostro gergo quotidiano; ci preoccuperemmo molto di quello che potrebbero pensare gli altri, sia in termini di possibile offesa, sia per la possibile distribuzione del testo.

In conclusione, il mio personalissimo parere pensando alla diffusione di un libro e non tanto alla questione morale, è che la bestemmia, se deve essere usata in un romanzo, deve proprio avere un senso ed essere proprio necessaria. Credo che una volta in 200 pagine sia più che sufficiente, proprio se il romanzo è lungo si può mettere due volte, ma è tanto. Un personaggio che bestemmia una pagina sì e una no perché vuole riprendere lo slang bergamasco, per fare un esempio, per me è assurdo. E' vero che ci vuole cedibilità e contatto con la realtà; ma nella realtà quasi tutti sbagliano i congiuntivi, nei libri solo quei personaggi per i quali diventa caratteristica personale.

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Ospite Saranghae

Io amo talvolta inserire delle espressioni colorite. Di solito, le parolacce le uso nei dialoghi e nelle riflessioni, ma le ho sfruttate, più raramente, anche nella narrazione in terza persona. Per esempio, invece, di scrivere "un calcio nel sedere", ho scritto "un calcio in c..." perché a mio avviso il termine volgare dava più forza al concetto che volevo esprimere. Non amo infarcire troppo i racconti di parolacce, ma le uso con parsimonia e quando ritengo che in quel particolare punto o in quel particolare dialogo possano far virare la situazione verso il comico e far sorridere il lettore. Onestamente, alcune espressioni colorite suscitano la mia ilarità e mi fanno venir voglia di sghignazzare mentre leggo. Certo, il turpiloquio è un'altra cosa. Ci deve sempre essere la giusta misura, la giusta dose.

Anche io sono fermamente contraria alle bestiemme, nonostante non sia una credente praticante e la Chiesa la veda con il lanternino. Mi urta parecchio leggere delle bestemmie mentre leggo. E non m'interessa se il personaggio in questione sia un miscredente o uno zoticone, il linguaggio può essere sempre piegato al nostro volere e ai nostri scopi, quindi, sceglierei altre espressioni. Le parole possono essere plasmate, pensate... si deve sentire il lavoro di quei quattro neuroni ancora funzionanti, dietro ogni frase.

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Bestemmie e parolacce sono due cose ben diverse.

Che si sia atei o no, le bestemmie sono qualcosa di veramente grave agli occhi di chi crede: è una grande mancanza di rispetto.

Sono credente anch'io e sulle bestemmie la pensiamo allo stesso modo, vedo.

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Ospite e-allora-avanti

Se è per questo sono credente anche io. Ma non confondo quello in cui credo con quello che scrivo, nè penso che gli ideali o la fede dell'autore vadano confusi con i valori e la mancanza di fede e/o rispetto religioso dei personaggi nella storia, nè penso che una storia fantasy (scrivo genere fantasy) abbia scopi morali o educativi. Se uno dei miei personaggi in un momento di foga dice "perd.." (che è l'unica bestemmia che può dire perchè nel contesto della storia un porcod.... o un diob... o un dioca.... non ci starebbe) lo dice e punto. Non posso farcire il parlato dei soliti triti stantii e irreali al 1000% "maledetto" "bastardo" o "maledetto bastardo" che mi fanno grattare preda dell'orticaria. Vi prego, no.

Riguardo a libri strapieni di bestemmie di tutti i tipi, faccio notare che è come riempire di "casino" "tipo" "mmmmmm" e "cioè" i dialoghi. Ha senso? No. Ma qui si parla di credibilità non di pessima scrittura farcita di pessimi dialoghi.

Il politically correct non è un caposaldo della letteratura, teniamolo a mente.

Se un personaggio è uno stronzo di quelli d.o.c. e discrimina gli omosessuali, noi nei suoi dialoghi dobbiamo scrivere gay o omosessuali invece che froci perchè qualche lettore si potrebbe offendere? E siccome esistono i vegan nessuno mangia più carne nei nostri racconti? E siccome la pedofilia è un reato nessun personaggio deve mai venire molestato prima dei 18 anni? E siccome l'omicidio è un peccato mortale e un reato grave non scriviamo più gialli? E potrei continuare un bel pezzo eh. Sono storie, è narrativa. Se volete scrivere un saggio morale è un discorso, ma le storie ci chiedono di uscire da noi stessi e creare qualcosa che abbia il sapore della verosimiglianza, fosse pure un romanzo pieno di draghi o magia. Quindi, pur non avendo mai bestemmiato in vita mia al mio cattivissimo alchimista due bestemmie in 12 capitoli le ho messe in bocca. E una anche a uno dei "buoni", e di lì non le tolgo. Non leggetemi, che vi devo dire. Siete in numerosissima compagnia.

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Ospite

@Sybilvane

@Saranghae

@Emma

OK, abbiamo capito che non siete d'accordo... ma il quesito rimane in piedi.

Nel romanzo in questione le bestemmie non erano messe lì per caratterizzare il personaggio, ma erano funzionali alla trama e facenti parte di un preciso profilo (quindi patologia) psicologico. Il romanzo stesso era scritto da uno psicologo.

Quindi, dato per assodato che ci dovevano stare per forza, e ce ne stavano tante (non in tutto il libro, ma in una scena in particolare...) come gestirle? Come scriverle? Come semmai mascherarle?

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Ospite e-allora-avanti

Nel romanzo in questione le bestemmie non erano messe lì per caratterizzare il personaggio, ma erano funzionali alla trama e facenti parte di un preciso profilo (quindi patologia) psicologico. Il romanzo stesso era scritto da uno psicologo.

Quindi, dato per assodato che ci dovevano stare per forza, e ce ne stavano tante (non in tutto il libro, ma in una scena in particolare...) come gestirle? Come scriverle? Come semmai mascherarle?

Beh, bastava raccontare invece che mostrare, molto semplice. Se scrivi "tizio continuò a bestemmiare per quindici minuti senza quasi riprendere fiato" sei a posto e non urti nessuno (me compresa, dieci pagine di bestemmie non le posso reggere).

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due bestemmie in 12 capitoli le ho messe in bocca. E una anche a uno dei "buoni", e di lì non le tolgo. Non leggetemi, che vi devo dire. Siete in numerosissima compagnia

Ma io ti leggo anche, era un parere. Magari dove le hai messe tu non stonano. Dico che già due in 12 capitoli a me sembrano tante... ma se proprio son funzionali, son funzionali.

L'esempio con 'frocio' rimanda ad altro: parolaccia, non bestemmia, sono due cose diverse. Comunque, se serve a far capire il personaggio metto frocio, una volta, così inquadro chi parla. Ma poi non lo ripeto sempre. Si è capito e cerco altro.

Nel romanzo in questione le bestemmie non erano messe lì per caratterizzare il personaggio, ma erano funzionali alla trama e facenti parte di un preciso profilo (quindi patologia) psicologico. Il romanzo stesso era scritto da uno psicologo.

Concordo con panbox quando dice di raccontare. Se invece lo psicologo vuol fare capire la trasformazione di un uomo tramite le bestemmie (cosa che può capitare) ci devono essere. Ma se la questione è 'tecnica' e non stilistica (penso a un saggio), va benissmo, come dicevi tu prima, mettere Dio P... si capisce lo stesso e si legge con meno fatica (io 8 bestemmie in due pagine le leggerei a fatica).

Poi dipende dal contesto, come sempre. Ci potrà anche essere un contesto in cui più bestemmie per esteso siano giustificate da trama, stile e personaggio.

Se invece è per essere attaccati alla realtà ed evitare 'saggi morali', per come la vedo io, se ne può benissimo fare a meno senza che il libro perda nulla. Ma questo, ovvio, è la mia opinione.

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Ospite Mrs C

Per i primi anni di scrittura non usavo mai parolacce (non ne dico nel mio linguaggio e avevo deciso di non scriverne: stupida concezione di una ragazzina -.-), le trovavo superflue. Crescendo e rileggendo ciò che scrivevo mi rendevo conto che, in effetti, in qualche dialogo o comunque in una certa situazione ci stavano bene.

Voglio dire, se sei in mezzo ad una lite e ti puntano una pistola addosso ci sta meglio "cappero" oppure "merda" (scusate la parola xD)?

Tutto dipende dal contesto in cui si svolge l'azione, secondo me. Ovviamente, se descrivi una scena in cui devi leggere qualcosa davanti a tutti (tutti ti guardano) e inciampi cadendo in avanti non è che ti metti ad urlare imprecazioni a tutto spiano ma cercherai di trattenerti.

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Non leggetemi, che vi devo dire.

Ma ti leggo comunque! La mia opinione era più che altro rivolta a me, nel senso: io non le uso. So che la mia fede non deve essere confusa con i miei personaggi, ma non mi riesce. :roll:

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Dipende. Di norma non disdegno né parolacce né bestemmie. In primis perché tendo a descrivere situazioni abbastanza disagiate, diciamo, e credo che la narrazione debba adeguarsi al contesto. In secondo luogo, perché penso così, e dopo tante pagine scritte in perfetta lingua aulica, ormai sono tornato alla spontaneità del pensiero.

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Bè, come dice anche Stephen King, è possibile che la vecchia zia di Monteverde se ne esca con un "Acciderbola!" se si pesta un dito mentre pianta un chiodo, ma un camionista si esprimerà in modo diverso (probabilmente in rumeno, essendo la maggior parte dei camionisti rumena, ma vabbè)

(ah, e la zia Vale se si pesta un dito dice "Cazzo!" senza problemi) :mrgreen:

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Ospite Lem Mac Lem

Le parolacce sono come tutte le altre parole. Se metti in bocca a Tizio un "firulì firulà firullallà" fuori contesto è come se usassi una parolaccia fuori luogo. Uguale, identico. Se vanno usate, adoperare perifrasi rende falsa la storia, se non vanno usate e si usano a forza per essere trasgressivi, la rendono brutta.

A parte questo, ci sono circostanze in cui la parolaccia scappa anche a Gandhi, dai! Per capirci, una volta mi sono chiusa l'unghia nella portiera, e ok, io non sono proprio un'educanda quanto a linguaggio, ma con me c'erano i miei bambini (5 e 2 anni). Cuore di mamma, dovevo trattenermi, e inorridivo a sentire il profluvio di turpiloquio che mi usciva di bocca - sarò andata avanti per due minuti buoni, coi babmini che mi guardavano così :shock:

E io sapevo di dovermi fermare, che non dovevo usare quel linguaggio davanti a loro, ma proprio non ce la facevo, o imprecavo o imprecavo, un male porco, avrei sofferto di meno ad amputarmi il braccio.

Ovviamente, per tutto il tragitto, è stato un continuo "poccatoia!" "poccaaaaaana!" "affaffuio!" "mammatuamamma quella ioccoia!" e via dicendo :?

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Ovviamente, per tutto il tragitto, è stato un continuo "poccatoia!" "poccaaaaaana!" "affaffuio!" "mammatuamamma quella ioccoia!" e via dicendo :?

*muore*

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Ospite Lem Mac Lem

Prova tu a chiuderti la radice dell'unghia nella portiera che sbatti con tutti i sentimenti :cry:

Oh, per la cronaca, andate in una sala parto qualsiasi, e poi ditemi se è verosimile descrivere certe scene senza infilarci dentro tremila smadonnamenti ;)

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Prova tu a chiuderti la radice dell'unghia nella portiera che sbatti con tutti i sentimenti :cry:

Oh, per la cronaca, andate in una sala parto qualsiasi, e poi ditemi se è verosimile descrivere certe scene senza infilarci dentro tremila smadonnamenti ;)

Vero, non mi permetterei mai di ridere... ma la scena è talmente comica, specialmente immaginare i bimbi con tanto d'occhi...

E non dimenticherò mai quello che mi ha detto mia sorella dopo il primo parto: "A valenti', a un certo punto me volevo butta' dalla finestra..."

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Ospite
Prova tu a chiuderti la radice dell'unghia nella portiera che sbatti con tutti i sentimenti :cry:

Oh, per la cronaca, andate in una sala parto qualsiasi, e poi ditemi se è verosimile descrivere certe scene senza infilarci dentro tremila smadonnamenti ;)

Cosa avrei dato per poter assistere a una scena del genere :mrgreen:

Per la sala parto, confermo :roll:

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Io ho partorito due volte, senza parolacce (credo... stasera chiedo conferma a mio marito).

Però più di una volta ho urlato "Adesso basta! Io voglio tornare a casa mia, e da sola!". Niente parolacce ma poca razionalità :roll:

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Ospite
Le parolacce sono come tutte le altre parole. Se metti in bocca a Tizio un "firulì firulà firullallà" fuori contesto è come se usassi una parolaccia fuori luogo. Uguale, identico. Se vanno usate, adoperare perifrasi rende falsa la storia, se non vanno usate e si usano a forza per essere trasgressivi, la rendono brutta.

Quoto bovinamente, nulla di peggio di un dialogo irreale.

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Mi è capitato personalmente di scrivere un romanzo breve con un forte uso del turpiloquio, per "realismo".

Correggendo e rivedendolo mi sono reso conto di come era brutto e pesante tutto quel cumulo di parolacce. E ne ho tolto una buona parte.

Siamo sinceri, i dialoghi realistici non esistono. Quello che le persone pronunciano veramente è pieno di frasi spezzate a metà, riferimenti tra chi parla e chi ascolta che capiscono solo loro e non capirebbe il lettore, gesti che sostituiscono o specificano il significato delle parole. I dialoghi in un libro danno "l'impressione" del realismo molto più di quanto siano "veri" (per quanto indubbiamente possono anche essere veri, in parte o a tratti).

Perciò le parolacce sono un sistema per dare questa impressione di verità, e se uno o più personaggi infarcirebbero di male parole il loro linguaggio, chi scrive non ha bisogno di "timbrare il cartellino" e mettercene tante quante ne potrebbe sentire in un dialogo tra un camionista e un minatore (senza offesa per le categorie: in verità ho l'impressione che il linguaggio dei colletti bianchi sia anche più volgare).

Essendo le bestemmie (che a me sono molto care) parole particolarmente offensive, suggerisco di riferirsi ad esse nel discorso indiretto senza farle comparire espressamente.

Così:

Giancarlo bestemmiò pesantemente

- Che succede? - domandai, alzando gli occhi dal giornale.

- Mi hanno messo ancora nel turno di notte!

E' molto meglio di:

- Merda! Vaffanculo! Porcoxxxx! - esclamò esasperato Giancarlo.

- Che cazzo succede? - domandai, alzando gli occhi dal giornale.

- Mi hanno messo ancora nel turno di notte, 'sti stronzi!

;)

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