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Alb†raum

[MI34] Noi non ci saremo

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Prompt di Mezzogiorno.

 

Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/18821-mi-34-nessuno-applaude/?p=328133

 

 

_________________________________________

 

 

Jipsy si svegliò con la luce dell'alba sul viso. Il Sole era appena sorto da dietro gli alti pilastri di specchi e cominciava a riscaldare la vallata grigia con i propri tiepidi raggi. Jipsy si strofinò gli occhi sbadigliando e stiracchiò le gambe intirizzite. La schiena le faceva dannatamente male. Si pentì di non aver trovato un giaciglio più morbido, ma dopo aver impiegato giorni per attraversare l'Alta Via anche quel frammento di terra dura in mezzo alla pietra e ai piloni le era sembrato incredibilmente confortevole. Sbadigliò ancora nel guardarsi attorno. Lo spiazzo di terreno era più grande di quello che aveva potuto intuire la notte prima, al buio. Era circondato da un recinto metallico e qua e là crescevano alcuni cespugli dalle foglie pallide. Vi erano anche alberi dal tronco contorto, piegati tutti da un lato come se una forte ventata li avesse deformati. Dai loro lunghi rami coperti di spine pendevano tondi frutti lattiginosi. Jipsy vide che qualcuno si stava arrampicando per raccoglierli, così attraversò una distesa di radi ciuffetti d'erba e gli si avvicinò.

 

«Ciao.»

 

L'altro si voltò verso il basso per guardarla. Era un ragazzo di non più di cinque anni. Indossava una giacca arancione dai bordi smangiati, pantaloncini blu scoloriti e stivali di plastica scuri. Aveva l'espressione scocciata di chi si è svegliato da poco. Fissò Jipsy per qualche istante come se volesse metterla a fuoco.

 

«Salve.»

 

Rispose con un grugnito, ricominciando ad arrampicarsi. Le sue dita si infilavano negli interstizi della corteccia con rapidità, trovando appiglio anche dove Jipsy non ne vedeva, e spingendosi coi piedi guadagnava rapidamente altezza. Era un piacere guardarlo e Jipsy rimase a fissarlo in silenzio.

 

«Ne vuoi uno?»

 

Domandò il ragazzo quando raggiunse uno dei rami carichi di frutti. Jipsy annuì. Lui ne prese due e se li mise nelle tasche dell'impermeabile tasca, poi ridiscese così come era salito.

 

«Tieni.»

 

Disse seccamente nel porgere il frutto a Jipsy. Lei ringraziò nel prenderlo. Era più grosso del suo palmo e molliccio. Un succo giallastro e appiccicoso colava dalla buccia. Jipsy diede un morso, ma si ritrovò tutta la faccia impiastricciata. In compenso il sapore era dolce e buono.

 

«Aspetta!»

 

Gridò quando vide che il ragazzo aveva finito di mangiare e se ne stava andando. Gli corse dietro e andò al suo fianco. Notò ora che era poco più alto di lei, con una zazzera sporca di polvere di peli biondi in testa. Si chiese se effettivamente lui fosse la compagnia che stava cercando. Aveva tutta l'aria di essere un teppista. “Un teppista gentile, però” si disse, ripensando al frutto.

 

«Sono nuova di qui. Sono appena arrivata dall'Alta Via e non so come orientarmi.»

 

Spiegò, pulendosi le mani sulla propria maglietta, già fin troppo sporca.

 

«Non potresti aiutarmi?»

 

Lui si voltò a guardarla per qualche istante, inespressivo. Jipsy sorrise tesa. Lui sospirò.

 

«Come ti chiami?»

 

Domandò, fermandosi. Jipsy esultò mentalmente.

 

«Jipsy Spite.»

 

«Io sono Hob. Hob Anta, ma nessuno mi chiama mai per cognome.»

 

Ricominciarono a camminare e uscirono dal recinto per ritornare sulle vie di pietra grigia. Qua e là fra i buchi del marciapiede crescevano alcuni ciuffi di erba o radicchio. Jipsy era contenta di vedere un po' di verde dopo aver percorso chilometri di roccia incolore.

 

«Sai il nome di questa città, vero?»

 

Domandò lui mentre superavano un pilone di vetro. Jipsy annuì.

 

«Nork.»

 

Pronunciò con un brivido di emozione.

 

«Ho sempre sognato di vivere a Nork. Sono sempre vissuta assieme alla mia famiglia in un paesino. Eravamo solo trenta fratelli e lavoravamo tutti in una fattoria. A me non piaceva quella vita. Fin da piccola volevo venire qui a fare l'attrice. Ho sentito dire che qui ci sono i più grandi teatri del mondo. E poi le fogne...»

 

Raccontò tutto d'un fiato. Hob la fissava annoiato, così lei chiuse il becco.

 

«Interessante, ma i teatri sono dall'altra parte della città, così come le fogne. Qui sono quasi tutte crollate.»

 

«Oh.»

 

«Qui ormai vengo solo io e i pochi sbadati che si perdono. È un bel posto. C'è silenzio. Sembra quasi che i grattacieli mi vogliano parlare.»

 

«Grattacieli?»

 

Hob le indicò i piloni di vetro.

 

«Ah quelli. Scusa, me ne avevano solo parlato prima d'ora.»

 

Il nonno le aveva raccontato spesso dei grandi piloni di vetro di Nork. “Altissimi e terribili, opera di qualche dio” gli piaceva vaneggiare succhiando la propria pipa di sughero. Jipsy non li trovava niente di che. Le piaceva di più guardare il cielo azzurro che il suo riflesso su quelle ingombranti colonne.

 

«Secondo te chi li ha costruiti?»

 

Chiese il ragazzo. Quella domanda prese di sprovvista Jipsy. Si passò una mano sul viso per pensare.

 

«Nessuno... credo. Sono come le montagne. O le fogne.»

 

Hob si voltò verso di lei con un sorriso cattivo.

 

«Certo, come le montagne...»

 

Ghignò. Jipsy lo guardò stranito, ma lui non le diede il tempo di rispondere e la prese per mano.

 

«Vieni. Ti voglio mostrare una cosa.»

 

Jipsy arrossì nel sentirsi toccare così bruscamente, ma non protestò. Si lasciò guidare attraverso le vie grigie di Nork dal ragazzo. Superarono i grattacieli e altri piloni più bassi che Hob chiamò “case”. Dopo una decina di minuti arrivarono a un altro spiazzo di terra come quello precedente, solo molto più grande. Lo spiazzo terminava nell'acqua. Jipsy e Hob raggiunsero la riva.

 

«La vedi quella punta verde che sporge dal mare?»

 

Jipsy dovette aguzzare la vista per notarla. Era molto lontana e piccola.

 

«Sì. Che cos'è?»

 

«Me lo ero chiesto anch'io. Così mi sono tuffato e sono nuotato fino là.»

 

Hob prese un sasso e lo lanciò. La pietra rimbalzò sull'acqua tre volte prima di affondare.

 

«Sono dovuto andare a fondo, molto a fondo per vedere bene. Ho sentito il fiato mancarmi, ma sono resistito. E alla fine sono riuscito a capire cos'è.»

 

«Allora?»

 

Il ragazzo le sorrise.

 

«Una creatura grande, gigantesca, con un braccio teso verso l'alto e l'altro che regge un libro. Sulla testa ha una corona. Ha il naso appiattito e due occhi piccolissimi completamente bianchi che mi hanno guardato gelidi. Sono fuggito spaventato, ma è la cosa più bella che abbia mai visto.»

 

Jipsy aggrottò la fronte. Stentava a credere a quelle parole.

 

«Ma... cos'era?»

 

Domandò, muovendo agitata la coda.

 

«Io credo che lei abbia costruito i grattacieli, le case e le fogne. Credo che lei abbia costruito questa città. E ora lei è morta.»

 

Jipsy guardò negli occhi di Hob. Li vide lucidi, impauriti. Lei gli sorrise e gli strinse forte la mano. Non le stava mentendo. Doveva, voleva fidarsi di quello che le era stato raccontato, ma non riusciva a spiegarselo.

 

«Anche noi moriremo? Anche noi spariremo come è sparita lei?»

 

Domandò lui, tremante. Jipsy strinse le labbra.

 

«Tutti noi moriamo, prima o poi. Tutti i topi muoiono.»

 

Strinse la coda assieme alla sua con tenerezza.

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Molto simpatica la tua storia. Fino all'ultimo ero convinto si trattasse di due ragazzini  in un mondo post atomico. Ha attirato la mia attenzione il fatto che Hob a cinque anni sia definito un ragazzo e indossi giacca, pantaloni e stivali, quindi alla fine, quando riveli che lui e Jpsy sono due topolini sono rimasto piacevolmente sorpreso.

Mi piace la descrizione della citta distrutta, New York chiaramente, dalle rovine della statua della Libertà che Hob andrà a esplorare in fondo all'acqua.

Rovine che sono buone descrizioni delle vestigia di un passato, anche quegli alberi piegati in un unica direzione, emblematici, come smossi da un vento atomico dopo un'esplosione.

Anche il carattere di Hob, molto maschile, da "teppista" sia pure piccolo è ben descritto, come quello di Jpsy, molto curiosa e attenta a quello che le accade intorno.

I più grandi teatri del mondo e poi le fogne, luoghi che interessano i due topolini, devono essere luoghi meravigliosi in una città abbandonata.

Penso che il linguaggio sgrammaticato di Hob sia dovuto al fatto che si tratta di un "bambino", ma allora Jpsy è più grande di lui perchè parla "giusto"?

La scrittura è molto pulita, non ho trovato refusi, la trama semplice, senza colpi di scena, ma piacevole. L'ho letto tutto d'un fiato senza interruzioni e senza mai dover ritornare indietro, molto scorrevole, chiaro.

Un bel racconto davvero.

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Anch'io ho trovato il tuo racconto decisamente piacevole. All'inzio effettivamente non si capisce che si sta parlando di topi, proprio per questo si rimane sorpresi dalla rivelazione. Descrivi con attenzione e maestria il paesaggio circostante, la città, i grattacieli che appaiono come montagne ai due topolini. Anche i caratteri dei protagonisti sono definiti con una scittura leggera e scorrevole. Che dire? Niente male davvero  :ohh:

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Vi ringrazio molto per i vostri commenti. Mi fanno capire di essere cresciuto almeno un po' come scrittore in questo anno (l'ultima volta metà dei commenti che ricevevo erano insulti velati, l'altra metà insulti e basta).

 

@Unius: mi ha fatto un sorridere "senza colpi di scena", ma credo tu intendessi dire che non ci sono svolte sensazionali nella trama, che effettivamente non ho concepito per essere complessa.

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Bravo Vincenzo. Scrivi in modo pulito e lineare, senza sbavature.  Immagino che questo sia il tuo stile, ricercato e utilizzato magistralmente, come ho potuto constatare anche nel brano del dentista. La trama di questo pezzo mi ha ricordato "Il pianeta delle scimmie", quando il protagonista trova la statua della Libertà semi affondata nella sabbia.

I tuoi topini fanno riflettere e accompagnano con garbo il lettore attraverso la storia. 

Bello il pezzo di lei che mangia il frutto maturo e si pulisce nella maglietta, un tocco realistico.           Sono contenta che tu sia tornato qui in WD. :)  A rileggerti.

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Vi ringrazio molto per i vostri commenti. Mi fanno capire di essere cresciuto almeno un po' come scrittore in questo anno (l'ultima volta metà dei commenti che ricevevo erano insulti velati, l'altra metà insulti e basta).

 

@Unius: mi ha fatto un sorridere "senza colpi di scena", ma credo tu intendessi dire che non ci sono svolte sensazionali nella trama, che effettivamente non ho concepito per essere complessa.

 

Si, nel senso che l'olocausto atomico è già avvenuto e tu procedi pacato sui paradigmi della fine del mondo.

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Ospite

Allora, sarà che sono un vero e proprio fanatico della sorpresa finale e del ribaltamento che ti costringe alla rilettura ma ti confesso che ho "sperato" molto presto che tu volessi proprio andare a parare da quelle parti.

Quindi l'idea mi è davvero piaciuta.

Non riuscivo a immaginare di quali esseri stessi parlando ma avevo la certezza che non si trattava di umani. Al limite avrei potuto pensare a dei mutanti, dal momento che fornisci al lettore dei riferimenti precisi.

Proprio su questo ti muoverei una piccola critica: la voce narrante definisce più volte Hob "ragazzo". Questo è un errore secondo me perché trai in inganno il lettore.

Il ribaltamento è corretto e scioccante quando, alla rilettura, il racconto mantiene una sua coerenza (e quanto più è forte la coerenza, tanto più il ribaltamento che dà senso al racconto si può dire riuscito).

Allora sostituirei tutti i "il ragazzo" con "il giovane", ad esempio.

Pazienza che siano vestiti: in uno scenario post-apocalittico i topi potrebbero essersi evoluti (ma non può essere passato molto tempo dalla fine della specie umana se i grattacieli sono ancora in piedi e i marciapiedi sono ancora distinguibili come tali). Potresti anche aver creato una contaminazione (abbastanza originale, lo riconosco) fra il fantascientifico e il favolistico che ti libererebbe da molti vincoli di coerenza.

Però mi permetto di dirti che io gestirei la cosa in modo diverso ed eviterei anche i riferimenti all'abbilgiamento.

Proprio perché il valore assoluto di questo tipo di ribaltamento finale sta nel fatto che alla prima lettura è inevitabile l'interpretazione "antropoformizzata" mentre alla rilettura, una volta svelato il punto di vista, la coerenza sia indiscutibile e l'autore, idealmente, possa dire al proprio lettore: «E cosa vuoi? Io non ho mai parlato di uomini, sei tu ad aver interpretato così!».

 

La boa dall'alba è perfettamente rispettata, il prompt pure: il mondo migliore lo hai correttamente immaginato (e non mi spingo a valutare se sia migliore semplicemente perché non ci siamo più noi umani che abbiamo osato spingerci fino all'apocalisse nucleare o se sia migliore solo rispetto al pdv dei tuoi protagonisti).

A mio parere anche per te, come per  Blame, si tratta senz'altro di un buon esordio in [MI]!

Modificato da Ospite

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 Bello il tuo racconto, una lettura scorrevole, lineare. Intrisa di tristezza e paesaggi che lasciano riflettere non poco il lettore. L'indizio sul genere che stava camminando in quel posto, nonostante tu abbia usato "vestiiti, e parole in genere usate dagli umani" è arrivato a me dritto come una pugnalata al cuore quando ho letto:

 

E poi le fogne...»

Ho una vera e propria fobia, leggevo con il cuore in gola, quasi senza respirare, sperando che non si trattasse proprio di loro: topi !

Nonostante tutto mi hanno conquistata, la descrizione dei caratteri e delle loro emozioni...la speranza nel futuro e la paura della morte, il rammarico e la tristezza per quella strana forma di vita che ha prima costruito e poi distrutto tutto. Molto triste per i miei gusti, e poca o addirittura nulla la possibilità di miglioramento per gli "umani" ... purtroppo, sicuramente un mondo migliore per i piccoli topolini. Il racconto di per sè mi è piaciuto

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Vedo che molti altri hanno già commentato per cui non ripeterò cose già dette.

Aggiungo che ho notato degli errori sull'uso degli ausiliari, meno che sia una scelte linguistica che caratterizza la lingua topesca, ma in questo caso dovresti aggiungere altre variazioni per caratterizzarla. Per esempio ( scusa se non mi riescono le citazioni ma ho solo l'iPad)

«Me lo ero chiesto anch'io. Così mi sono tuffato e sono nuotato fino là.»

Ho nuotato

sentito il fiato mancarmi, ma sono resistito. E alla fine sono riuscito a capire cos'è.

Ho resistito

Devo dirti che durante la lettura avevo intuito che i trattasse di uno scenario del genere e in un certo senso mi ero aspettata la spiegazione finale. Quello che mi è mancato, sono le spiegazioni, diciamo così, accessorie. Per esempio, cosa sono i frutti che il topino mangia all'inizio? e i teatri? Per due topini non credo si riferisca ai teatri umani, o almeno non ai teatri come li intendiamo noi, dato che in uno scenario del genere, le rappresentazioni non dovrebbero esistere più.

La mia osservazione è riferita al fatto che è sempre buona norma quando si cita qualcosa non lasciarla poi senza una spiegazione, perché il lettore rimane deluso.

Alla fine di un racconto, quando nel finale si spiega il fatto principale, poi tutto deve tornare, in un ingranaggio che si incastra alla perfezione.

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Ospite Gigio_02

E i topini manderanno avanti la baracca sicuramente meglio di noi umani.

Purtroppo mi sono rovinato la fine leggendo nei commenti la parola "topo", ma non ho fatto in tempo a scorrere su che avevo già capito  :li: . Accidenti a me.

Ho trovato qualche ripetizione e basta, lo stile è funzionale alla storia e i dialoghi sono coerenti e realistici.

Una cosa abbastanza irritante è stata lo spazio tra le righe a ogni dialogo! :asd:

Bravo.

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Arrivo un po' a ritardo a commentarti, ma vedo che altri come me non hanno fatto a tempo. 

Innanzitutto complimenti per l'esordio positivo e per la scrittura pulita e corretta.  E' un buon pezzo e ho apprezzato in particolare la descrizione della New York post atomica o post qualcosa che l'ha distrutta.  Lo scenario che dipingi, per quanto inquietante, è credibile e l'immagine che ne scaturisce fa presa sul lettore, perché ha il pregio di essere particolarmente "visiva", quasi una ripresa cinematografica.

Se il racconto, con questi pregi che ti riconosco, non è arrivato nella mia personale classifica a competere con i tre che ho votato, è perché vi ho riscontrato alcuni difetti che mi hanno fatto storcere un po' il naso e che adesso andrò a indicarti.

Il primo, il più lieve e che ovviamente non inficia il giudizio di merito sulla qualità del brano, è costituito dagli spazi vuoti lasciati nel discorso diretto.  Una scelta tipografica anomala che, a mio avviso, disturba molto la lettura.  Pochi giorni fa ho commentato il racconto di un nuovo utente (Kim, forse?  La memoria non è più quella di un tempo...), che, all'opposto, non va a capo alla fine del discorso diretto.  Mi sembrano delle curiose stranezze: non fossero già sufficienti i tanti simboli grafici del discorso diretto... 

Ma veniamo ai difetti veri. 

Trovo l'adesione alla traccia molto discutibile, se devo essere sincero.  Con l'eccezione di Sabry e pochi altri, quasi tutti avete dipinto un mondo che si fatica a definire "migliore".  Tu in particolare sembri aver portato l'esagerazione fin oltre il limite consentito.  Immagino il balzo dalla sedia che potrebbe fare un newyorkese, leggendo di una Statua della Libertà scambiata per un mostro marino.  Una metropoli distrutta da un'esplosione, o da una catastrofe naturale, in cui sembrano essere rimasti solo i topi mi sembra davvero una forzatura considerarlo "un mondo migliore".

Un altro particolare che non mi ha convinto sono gli errori nei verbi ausiliari che commette Hob.  Posso capire che la lingua dei topi sia meno perfetta di quella degli umani, ma non si capisce perché la topolina sia esente da quel tipo di errore e per quale motivo lo stesso Hob si esprima in maniera corretta, a esclusione di quell'unico costrutto verbale. 

Ma quello che ho fatto fatica di più a digerire, anzi che non ho digerito affatto, è l'inganno perpetrato nei confronti del lettore.  Esiste una sorta di "codice etico" che regola i rapporti fra chi scrive e chi legge: puoi trovare anche qui nel forum almeno una discussione che affronta il problema.  Io non lo condivido sempre, ma in questo caso lo difendo a spada tratta.  Tu inganni delibertamente e ripetutamente il lettore: abbigliamento a parte (che può ancora passare), designi Hob più volte come "ragazzo", racconti che ha una faccia e che il nonno fumava la pipa di schiuma.  Questo non lo accetto: mi fai arrivare alla fine del racconto con la domanda sulle labbra che riguarda l'identità dei protagonisti e poi mi riveli che sono topi.  Ma io lettore rimango sconcertato perché avevo escluso fin da principio l'eventualità per i motivi di cui sopra, nonostante l'accenno alle fogne.

Riprendo per concludere la considerazione iniziale: hai un bello stile, molto pulito e piacevole a leggersi, per cui tornerò presto e volentieri a commentarti.

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Ospite
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