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dr.caligari

trame e esterofilia?

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(non ho messo la d eufonica nel titolo e è stato faticoso-si anche adesso lo è stato- basta la smetto  :trollface: )

 

 

ok veniamo alla questione. Perché molti scrittori italiani (non solo qui su wd ma ovunque) tendono a elaborare trame ambientate in paesi stranieri?

non parlo ovviamente della trama "il soldato statunitense durante la guerra del vietnam" in cui lo sfondo fa da parte integrante alla trama, ma 

"jane si innamora di edward a scuola in un paesino del ohio" 

insomma, perché jane non può essere gianna, edward edoardo ed il paesino in provincia di bari?

 

non voglio fare polemica, però vedo questa tendenza e non la comprendo molto. Forse sono limitato, ma credo che, se appunto la trama non lo necessiti, la cosa migliore sarebbe ambientare un romanzo in un posto che si conosce veramente bene, sotto tutti i punti di vista!

voi che ne pensate?  :OO:

 

 

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Ma qui la d eufonica ci voleva. Infatti si usa quando si incontrano due vocali uguali (due e, nel caso di ed, o due a nel caso di ad, e ci sarebbe pure od)

Quanto all'esterofilia, non è il mio caso quindi non so che risponderti.

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Come Nanni non faccio parte di quel filone, penso comunue che scrivere di posti lontani da quelli in cui viviamo non vuole necessariamente dire che sono posti non conosciuti o lontani dal cuore. Spesso fanno parte di un vissuto dell'autore.

Per citarne un paio : Alfredo Carlo Luvino, scrittore di romanzi ambientati in Egitto considera questo posto come la sua patria, è un  egittologo e i suoi viaggi nel posto narrato solo frequenti.

Marcello Nucciarelli ha ambientato il suo romanzo ad Amsterdam(@ dovrebbe andare la d)città con la quale, lui stesso fa presente,ha stabilito un "legame affettivo indissolubile.

Poi... ogni regola alle sue eccezioni, a me verrebbe invece da chiedere se ci sono autori stranieri che fanno il discorso inverso e come presentano la nostra bella Italia :zomg:

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Poi... ogni regola alle sue eccezioni, a me verrebbe invece da chiedere se ci sono autori stranieri che fanno il discorso inverso e come presentano la nostra bella Italia :zomg:

 

Dei contemporanei famosi, uno a caso Dan Brown, per non parlare di autori più seri del passato come Stendhal o E. M. Forster.

Però credo che (a parte l'uso scorretto della d eufonica nel titolo : D) Caligari si riferisse più a quei romanzi dove l'ambientazione esterofila non è legata a una così profonda conoscenza, cioé il contrario del caso dell'egittologo.

Personalmente, non ho mai amato i Jane e John in un romanzo italiano

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Il fatto d mettere nomi stranieri è un dato di fatto anche nella realtà quotidiana, conosco personalmente Eleonor Porcu, Elisabeth Spanu, Kevin Cau, Zendhel Murgia...(nessun tipo di rapporto con gli stati esteri), sembra solo che il nome straniero faccia : Cool : ! Per la cronaca anche io preferisco leggere nomi Italiani se ci si trova in Italia : book : ,anche perchè molte volte il nome risulta  difficile leggerlo con la pronuncia corretta .

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Io non sono esterofila, ma non sono nemmeno particolarmente legata all'idea di dover parlare per forza dell'Italia. Che poi alla fine le cose che scrivo si svolgono quasi tutte tra Italia (per il semplice motivo che ci vivo) e Austria (perché sono mezza austriaca, anche se ormai non ci passo più che qualche giorno ogni due o tre anni).

 

E i miei personaggi, come quelli di Sabry, sono anche rumeni, albanesi, africani e cinesi, per l'altrettanto semplice motivo che ci sono tante persone non italiane, in Italia, e che anche loro fanno parte del mondo che voglio narrare.

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Un testo che stiamo valutando al momento mi ha fatto riflettere proprio su questo tema, dato che l'autore (italianissimo) non solo ha scelto un'ambientazione genericamente americana, ma ha proprio abusato degli stereotipi sugli Stati Uniti! Diciamo che in questo caso dipende anche dal genere (un poliziesco d'azione), ma non è raro notare come le ambientazioni "esterofile" spesso sembrino una forzatura non necessaria.

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(lambiccarmi il cervello sulla D eufonia mi ucciderà, eppure al liceo mi avevano spiegato così bene ç_ç)

 

ovviamente non mi riferivo all'egittologo o a quello che ha vissuto dieci anni a londra...

 

Dan Brown ha ambientato le sue storie in italia o francia perché era necessario per la trama che così fosse (la gioconda si trova a parigi, a roma il vaticano), in ogni caso però i protagonisti erano americani. 

 

io parlo di storie generiche, che vengono ambientate in america o paese straniero X per un motivo che non capisco.

insomma jane che si innamora non ricambiata di edward e tutta la trafila per poi sposarsi, può essere ambientato a Milano come a Parigi come a Londra. Tra l'altro si corre il rischio di non conoscere bene le leggi/usanze di quel paese e cadere nell'errore.

 

quante volte leggendo libri o vedendo film stranieri in cui il protagonista va in italia abbiamo storto il naso perché pieni di inesattezze?

insomma se non è necessario ai fini della storia trovo sia pericoloso avventurarsi in una scelta del genere! (per quanto ci si possa documentare non si conoscerà mai l'atmosfera e il vero modo di vivere degli abitanti di un luogo lontano, ecco)

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Nei miei romanzi alla fine ci va sempre dentro gran parte della mia vita. Direi una bugia se scrivessi che essa si svolge a Los Angeles. :fuma:

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C'è una sola risposta: moda. E finché si continuerà a pensare che l'America è quella dei telefilm, le cose non cambieranno.

In fondo l'erba del vicino è sempre più verde. :)

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Io non sono esterofila, anzi. Tendo ad ambientare le mie storie in luoghi e ambienti che conosco bene e anche i salti temporali che precedono gli anni Ottanta mi mettono in difficoltà. Sicuramente sono poco sensibile a certe mode e non subisco granché il fascino della cultura statunitense che spinge molti ad ambientare le loro storie negli USA. Ma soprattutto voglio dedicarmi a cose che so "maneggiare" bene perché ben conscia dei miei limiti.

Come lettrice sono molto esigente e mi irrito quando mi rendo conto che sto leggendo qualcosa infarcito di luoghi comuni, stereotipi e pressapochismo. Se provo a pensare a scrittori italiani che hanno ambientato i loro romanzi all'estero in maniera credibile, così d'impatto mi viene in mente la Fallaci. Ma grazie tante, è stata corrispondente di guerra per molti anni, ha intervistato i più famosi capi di Stato del mondo, ha speso una vita a New York... diciamo che lei se lo poteva permettere. In generale invece la trovo una scelta rischiosa.

Per rispondere all'autore del topic, secondo me è moda. E anche un po' d'ingenuità nel pensare che così una storia possa diventare più interessante.

Invece sulla scelta di dare nomi stranieri a personaggi italiani sarei possibilista. Ad esempio, la Mazzucco il "Un giorno perfetto" chiama il bambino Kevin non per moda, ma secondo me per indicare un ambiente molto pop dove certe scelte di nomi sono molto frequenti. Se il bambino fosse appartenuto a un ambiente alto borghese, probabilmente sarebbe stato più consono un nome tipo Piersilvio  :asd:

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Scopro solo ora questa discussione e, dirò la mia, visto che sono stato chiamato direttamente in causa.

 

@ Dr. caligari  credo tu abbia ragione.  Infilare forzatamente nomi stranieri in un romanzo pensando di renderlo più attraente credo sia un errore.  Scrivere di quello che si conosce meglio ritengo sia una scelta vincente, quantomeno all'inizio, quando ancora si deve prendere dimestichezza con la "professione".  I John piazzati lì a caso lasciano davvero il tempo che trovano.  Al contrario, se si ha, o si ha avuto, un contatto diretto (che non siano beninteso i tre giorni di una visita turistica mordi e fuggi) con uno stato o una località estera, questo allora può rappresentare un attrazione in più per il nostro romanzo.  Il lettore spesso ama viaggiare e trovarsi proiettato in un luogo che magari avrebbe sempre desiderato visitare, o del quale ha nostaglia, può rappresentare uno stimolo in più all'acquisto del romanzo.   

Infatti, nei contatti che ho avuto con i vari editori mi sono spesso sentito dire: "L'Olanda: finalmente un'ambientazione diversa dal solito...".

 

@ sabry: esistono più autori stranieri che ambientano le loro trame in Italia.  Molto spesso si tratta di inglesi e americani, che hanno una venerazione per la Toscana e per l'Italia in genere.  I primi nomi che mi vengono in mente sono Magdalen Nabb, che scrive (anzi credo scriveva, perché mi pare sia morta da poco) polizieschi con protagonisa un maresciallo dei carabinieri.  Ha avuto poca fortuna con gli editori che l'hanno pubblicata in Italia (ricordo la vecchia Rusconi e Passigli), ma in patria era molto famosa. Poi Frances Mayes, americana, il cui Under the Tuscan sun (Sotto il sole della Toscana - Rizzoli) è stato un grande bestseller in America e in Inghilterra.  E Tim Parks, che vive a Verona e ha scritto anche un libro sulla tifoseria della squadra di calcio, anche questo un bestseller in Inghilterra.  E ancora parecchi racconti di David Leavitt sono ambientati in Toscana.  Ho lasciato per ultima la più famosa di tutte: Donna Leon, americana, che vive a Venezia e ambienta lì da sempre i suo gialli.  E' una vera macchina da soldi e i suoi romanzi sono tradotti in una ventina di lingue, ma non in italiano, per sua espresso desiderio.

Sono i nomi più famosi e i primi che mi vengono in mente, ma ce ne sono altri. 

Non solo: avendo lavorato per anni in librerie della riviera trattavo anche libri in lingua e mi sono imbattuto spesso in autori dal nome italiano, mai pubblicati in Italia, che ambientano storie nel nostro paese, quasi sempre in Toscana.  Credo si tratti (udite, udite) in realtà di stranieri che hanno scelto uno pseudonimo italiano, per avvalorare l'ambientazione dei propri romanzi.

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Credo sia più che per semplice moda.

E' proprio l'esotico che attira non solo il lettore, ma anche e soprattutto lo scrittore, vuoi perché poco conosciuto, quindi misterioso, vuoi perché altra realtà, diversa dalla propria, quindi spesso idealizzata.

 

Secondo me però è un canto di sirena. A meno che infatti non si abbia avuto un'esperienza diretta di quella realtà straniera di cui si vuol narrare, o a meno che non sia il soggetto stesso dell'opera a richiedere necessariamente tale ambientazione (e in tal caso dove non arriva l'esperienza arriva la documentazione), secondo me può venir fuori solo qualcosa di sciatto ed insipido.

 

Ma questo discorso penso valga anche per altre ambientazioni, a modo loro, esotiche: fantasy, fantascientifiche, storiche. Se non c'è una sufficiente preparazione e documentazione riguardo all'ambientazione, si rischia di fare la figura della rusticona di saffica memoria.

 

Riguardo alla moda esterofila per i nomi, è una cosa odiosissima.

Non ci si rende conto infatti della cacofonia che si genera dall'incontro di un nome straniero con un nome italianissimo? La gente ha proprio cattivo gusto...

 

PS: anche io sono una povera vittima di ciò... A me 'Emanuele' sarebbe andato benissimo come nome, ma no, mi hanno dovuto chiamare Manuel! Ma non mi posso lamentare, c'è di peggio in giro...

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Secondo me si tratta di pura emulazione nei confronti di autori che sono stati letti e apprezzati e magari sono stranieri, o pura ammirazione verso i luoghi.

 

In questo proposito mi è stato riferito da persone del settore della narrativa che attualmente c'è una controtendenza rispetto all'esterofilia di qualche anno fa. Anzi, mi è stato detto esplicitamente che loro ( editor di una nota casa editrice ) ormai partono prevenuti se l'opera non è ambientata in Italia perché previsioni alla mano porterebbe dati di vendita inferiori. 

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e dunque come sempre vale tutto e il contrario di tutto...

Ma alla fine, parlando di mondi reali e non fantastici, credo che alla fine quello che conta davvero sia la conoscenza diretta e una buona documentazione per ciò che non si riesce a verificare sul campo.

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PS: anche io sono una povera vittima di ciò... A me 'Emanuele' sarebbe andato benissimo come nome, ma no, mi hanno dovuto chiamare Manuel! Ma non mi posso lamentare, c'è di peggio in giro...

 

 

Manuel è bellissimo!  Ho avuto un caro amico d'infanzia che si chiamava così... con i nomi finisce che li colleghi sempre a qualcuno che hai conosciuto e ti diventano simpatici o antipatici a seconda della persona che ti richiamano alla mente...

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Io credo che, esterofilia o no, alla fine quello che conta è il messaggio che si vuole dare. Non mi sembra cosi vitale il saper descrivere con precisione un determinato ambiente, soprattutto se quel posto non è mai stato in grado di far nascere in noi le giuste suggestioni (per me è molto meglio ricreare atmosfere mescolando luoghi mai visti a pezzi di realta' conosciuta - la mia vita è troppo banale e ripetitiva per affascinarmi). Ovvio che, se l'obiettivo dello scrittore è quello di fotografare un mondo adottando il massimo della coerenza, allora è tutta un'altra questione, ma in ogni caso - a meno che non si tratti di un episodio puramente autobiografico - lo scrittore sara' sempre più costretto a servirsi di elementi attinti da un bacino esperienziale zeppo di ricordi quasi completamente strappati da libri o film stranieri.

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Il 6/10/2013 alle 03:00, dr.caligari ha detto:

insomma, perché jane non può essere gianna, edward edoardo ed il paesino in provincia di bari?

 

non voglio fare polemica, però vedo questa tendenza e non la comprendo molto.

 

Facevo lo stesso discorso in un altra discussione su WD. Anch'io non comprendo molto questa tendenza. I miei personaggi di chiamano Gina, Stefano, Adele, Caterina ecc... e posso assicurare che va benissimo: la mano non mi si è ancora seccata :asd:

Insomma, io quando esco di casa, incontro Giovanni, Matteo, e Francesco, per esempio, e non Al, John e Jack, come in un film di Aldo, Giovanni e Giacomo.

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Sono sincera, a meno che non si tratti di autori che vivono all'estero o vi hanno fatto esperienze significative, o hanno genitori stranieri e simili, detesto- perdonatemi- le opere prime di scrittori aspiranti o esordienti che creano i personaggi di John e Mary a Miami (tanto per dire) per descrivere una normalissima storia d'amore tra adolescenti o le vicende di due fratelli. 

In altre parole, deve esserci un motivo se l'autore italiano ambienta una storia in America e viceversa. Magari ho studiato a Londra e allora voglio descrivere quella realtà perché la conosco e mi ispira, anche senza note autobiografiche. Oppure può dipendere dal genere letterario, dal contesto che si sceglie di rappresentare, se decido che la mia storia deve avere come sfondo un evento o un periodo particolare, che diventino anche loro protagonisti e lì ci vuole molto studio e lavoro preliminare per documentarsi...altrimenti mi sembra un tentativo di scimmiottare successi stranieri che vanno particolarmente a genio all'autore. 

Poi ci saranno le eccezioni ma non le conosco, perché in libreria c'è tanta scelta e i succedanei nostrani di testi stranieri non mi attirano.

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Io credo che l'ambientazione di un romanzo vada fatta, in primis, su luoghi che si conoscono. E che, molto probabilmente, si amano.
Se qualcuno ha vissuto in Irlanda, Marocco, Australia, ecc... beh, non vedo problemi ad ambientare la storia là (a patto che si conosca perfettamente la realtà del luogo). Credo che non si tratti di una moda ma semplicemente di "voglia" di riportare e far conoscere un luogo che si ama.

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Nella maggior parte dei casi è così, infatti. E di solito, quando mi imbatto in storie ambientate all'estero ma scritte da italiani, viene quasi sempre fuori che gli autori sono per metà originari del tal posto, o vi hanno vissuto a lungo, ci hanno lavorato o semplicemente sono talmente appassionati di certe località da averle studiate bene. Nel mio piccolo, lo sto facendo anche io.

Però la storia che ho in mente, scritta da me, perderebbe senso se ambientata, che so, a Cuba o Tokyo, posti dove non sono mai stata e di cui so poco o niente. E quindi non amo da lettrice l'ambientazione artificiosa. A meno che non sia un novello Salgari ad averla realizzata.

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