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77balde

THE LAST ONE

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Questo è il mio primo racconto in assoluto! Spero sia di vostro gradimento!

 

Si svegliò di soprassalto, quasi fosse scappato dalle grinfie di un terribile incubo e scaraventato brutalmente nel mondo dei vivi. Loro, i vivi, coloro per i quali aveva lottato fino allo stremo, sacrificando tutto se stesso, coloro per i quali si era spinto fin negli angoli più remoti di quella maledetta isola. Coloro che, oramai, aveva smesso di cercare.

Cercò di tirarsi su, di mettersi sulle ginocchia. Si sentì terribilmente instabile, come se sotto i suoi piedi la terra avesse cominciato a tremare e dondolare vertiginosamente. Com’era possibile? Un lampo, un ricordo: si trovava su una zattera, in mezzo al nulla. L’aveva costruita lui stesso, la zattera: l’unica via di fuga da quell’inferno. La testa cominciò a pulsare terribilmente. Forse l’inconscio non voleva ricordare. Forse era meglio lasciarsi andare e dimenticare tutto, cullato da sogni tranquilli. Gli occhi cominciarono a prendere fuoco. Appoggiato su piccole zampette, all’estremità dell’imbarcazione, c’era un gabbiano. Canticchiava. Ecco che cosa l’aveva svegliato, pensò. Un altro lampo. Quasi un segnale d’allarme, un avvertimento. Si tirò indietro freneticamente, facendo dondolare nuovamente l’improvvisato mezzo di salvataggio. Il gabbiano rimase immobile, con quegli occhi tondi che fissavano il fondale, probabilmente alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.  Già, il cibo, la carne. Quell’insaziabile istinto primordiale che aveva spinto l’umanità ad una fine tanto brutale quanto veloce. La testa continuava a pulsare, proiettando immagini sfuocate. Fuoco, un incendio forse. Persone che urlano, spaventate. Che scappano. Da cosa scappano? Le immagini si facevano più nitide, la testa scoppiava. Figure umane, uomini e donne, che camminavano in mezzo alle fiamme. No, non erano umani. Ancora urla, imprecazioni, pianti. Cercò nuovamente di tirarsi su, si mise a gattoni. Piano piano, senza spaventare il povero uccello in cerca di cibo, si avvicino alla sponda opposta della zattera. Ancora urla, bestemmie, dolore. Infinito dolore. E quelle forme, più simili a mostri che a persone, che camminavano, e poi correvano. Perché correvano. Si sporse; il riflesso del suo viso occupò parte di quel meraviglioso e tranquillo manto d’acqua salata. Un ragazzo, sulla trentina. Gli occhi stanchi, depressi. Gli zigomi consumati. Una ferita, profonda ma rimarginata, non troppo remota. La testa non faceva più male. Un altro lampo, più forte dei precedenti. Ora sì, ricordava tutto. Quelle urla, eccome se le ricordava. Quegli esseri, quelle cose, al principio non più di una decina, col tempo moltiplicate, triplicate, centuplicate. Tanto da essere rimasto solo. L’unico superstite. Ed era fuggito. Ancora non realizzava come, ma era riuscito a scappare da quell’inferno. Il padre eterno lo aveva risparmiato. Ora era lucido. Si girò, lentamente. Il gabbiano era voltato verso di lui. Lo guardava. Entrambi erano immobili. Là, in mezzo al nulla. Era una questione di secondi, una questione d’istinto. Attenzione, però: gli occhi del gabbiano erano diversi, anzi non diversi, erano normali. Semplicemente diversi dagli ultimi duecento occhi che aveva incrociato. Non erano cattivi, questi. Non erano affamati, questi. Non era infetto, il gabbiano. Con un colpo d’ala, volò via.

Realizzò: ce l’aveva fatta. Era scappato davvero da quel brutto incubo. Si sdraiò. Si addormentò, di nuovo.

Un altro sobbalzo, forse un nuovo brutto sogno. No, questa volta no. Qualcosa aveva fermato la zattera. Si girò, cercò di alzarsi, a fatica. Quella che vedeva, era sabbia. L’oceano lo aveva condotto sulla terra ferma, finalmente. Scese dalla zattera. Provava ancora dolore alla gamba. Dovette sedersi, strisciare. Un fruscio. I soccorsi, finalmente. La vista lo stava abbandonando, di nuovo. Tutto tornava sfuocato. Un’ immagine. Una figura. Un uomo stava correndo verso di lui. Lo stava portando in salvo. Se lo meritava, dopotutto. Un’altra figura, e poi un’altra, e un’altra ancora. Dovevano aver saputo ciò che era successo al di là dell’oceano, senza alcun dubbio. Una ventina di persone stavano correndo freneticamente verso di lui. Tutti per soccorrere l’ultimo sopravvissuto. Per salvarlo da un destino brutale. Chiuse gli occhi. Si tranquillizzò. Sentì un dolore fortissimo allo stomaco, quasi come se glielo avessero strappato dal resto del corpo; poi alle spalle, alle braccia, alle gambe. Nonostante tutto era sereno: erano arrivati i soccorsi, lo avrebbero curato. Si addormentò, spinto da quella serena convinzione che il viaggio era terminato. Che ogni cosa era tornata al suo posto.

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Coloro che, oramai, aveva smesso di cercare. Cercò di tirarsi su, di mettersi sulle ginocchia

Provò va meglio che Cercò visto che la parola precedente era cercare.

Un lampo, un ricordo: si trovava su una zattera, in mezzo al nulla. L’aveva costruita lui stesso, la zattera:

La zattera e' una inutile ripetizione.

Ecco che cosa l’aveva svegliato, pensò.

Pensò lo trovo inutile

Il gabbiano rimase immobile, con quegli occhi tondi che fissavano il fondale, probabilmente alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti

Mettere sotto i denti è poco immaginabile. Il gabbiano non ha denti.

La testa continuava a pulsare, proiettando immagini sfuocate. Fuoco., un incendio forse.

Fuoco e sfocate sono ripetizioni anche se in contesti diversi.

Si sporse; il riflesso del suo viso occupò parte di quel meraviglioso e tranquillo manto d’acqua salata.

Salata è superfluo perché stai descrivendo un' immagine visiva.

Un ragazzo, sulla trentina.

Chi è questo ragazzo? Da dove sbuca, non si capisce che descrivi il riflesso perché incominci un nuovo periodo.

L’unico superstite. Ed era fuggito.

Ed è superfluo.

Attenzione, però: gli occhi del gabbiano erano diversi, anzi non diversi, erano normali.

Attenzione, però rompe la fluidità del testo,

diversi anzi non diversi è una forma parlata non adatta ad un testo scritto.

Non erano cattivi, questi. Non erano affamati, questi.

Il gabbiano è un predatore, ha di solito uno sguardo simile a quello dell'aquila e del falco: non è molto tenero.

Non era infetto, il gabbiano.

Perché, chi era infetto?

 

 

Ci sono molti periodi brevissimi che si susseguono caoticamente dando l'idea di brevi fotogrammi. Non si riesce a capire cosa sia veramente successo neanche alla fine del racconto.

 

Ci sono alcune ripetizioni tipiche del linguaggio parlato.

 

A rileggerti presto, ciao.

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Commento velocissimo, poi passerò a farne uno più approfondito: non vai mai a capo, si crea un "wall of text" che scoraggia molto  a leggere il tuo testo, facendolo sembrare molto più pesante di quello che sia. Prova ad andare a capo più spesso.

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Immagino si tratti di una storia di zombie, anche se non lo dici esplicitamente. Il protagonista è sfuggito loro una prima volta, su di una zattera (anche se, in certi momenti, la descrvi più come una barca che come una zattera).

Poi il mare lo riporta sulla terra ferma da cui proveniva e i mostri finiscono per divorarlo. Essenziale e abbastanza coinvolgente.

La scrittura ha una certa forza, ma ci sono molti errori, soprattutto incongruenze. Provo a segnalarti quelle che ho trovato.

 

quasi fosse scappato dalle grinfie di un terribile incubo e scaraventato brutalmente nel mondo dei vivi

Non sono un fanatico della caccia agli avverbi in "mente", quando però sono superflui e decisamente meglio farne a meno. In questo caso "scaraventato" suggerisce già da solo una certa brutalità. Quindi toglierei brutalmente.

 

Loro, i vivi, coloro per i quali aveva lottato fino allo stremo, sacrificando tutto se stesso, coloro per i quali si era spinto fin negli angoli più remoti di quella maledetta isola. Coloro che, oramai, aveva smesso di cercare

Capisco il tentativo di dare forza ritmica al testo mediante la ripetizione, però secondo me qui non ci sei riuscito. Probabilmente perché "coloro" non ha un gran bel suono. Lo toglierei, con una piccola inversione tra due subordinate: "Loro, i vivi per i quali si era spinto fin negli angoli più remoti di quella maledetta isola, aveva lottato fino allo stremo, sacrificando tutto se stesso, e che oramai aveva smesso di cercare

 

la terra avesse cominciato a tremare e dondolare vertiginosamente

Altro avverbio in ‘ente da togliere perché, almeno secondo il mio orecchio, superfluo.

 

La testa cominciò a pulsare terribilmente

Va bene che non si parla di altre teste, però sarebbe meglio se tu scrivessi "la sua testa".

 

Forse l’inconscio non voleva ricordare

Ricordare non è una prerogativa dell’inconscio, solo l’io cosciente ricorda. O meglio: l’inconscio ricorda tutto senza eccezione alcuna. Il che è lo stesso che non ricordare niente. Potresti metterci qualcosa come " Forse l’inconscio non voleva che lui ricordasse". O qualcosa del genere.

 

c’era un gabbiano. Canticchiava

Dico, ma hai mai sentito il verso di un gabbiano? Puoi definirlo in qualsiasi modo, ma non con canticchiare.

 

aveva spinto l’umanità ad una fine tanto brutale

D eufonica. Anche se c’è chi sostiene che prima di "un" ci vada. Io te la segnalo.

 

La testa continuava a pulsare

Finora hai usato il passato, qui usi l’imperfetto. Non c’è ragione di farlo e va considerato un errore. Meglio che decidi prima di cominciare quali tempi verbali userai.

 

si mise a gattoni

Si mise gattoni.

 

Si addormentò, spinto da quella serena convinzione che il viaggio era terminato

Il termine "addormento" depotenzia il finale, che dev’essere il più duro possibile. Visto che lo stanno mangiando vivo. Se vuoi mantenere l’ambiguità scrivi qualcosa come "abbandonò la coscienza", o qualche espressione simile.

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Concordo con il commento di Ada, come pure con il fatto che mancano gli “ a capo”.

Il testo è, a mio parere, eccessivamente paratattico (conosco questo aggettivo dal giorno in cui fui costretto a cercarne il significato sul dizionario, avendolo trovato nel commento di una casa editrice che avrebbe dovuto pubblicare un mio romanzo. Dico avrebbe perché alla fine scoprii che si trattava di una EAP.)

Una certa stoffa nel narrare io l'ho intravista e mi permetto di incoraggiarti a continuare.

Il racconto mi è piaciuto e lo vedrei inserito in una storia di più ampio respiro. Uno di quei romanzi tra l'horror e il fantascientifico che, a parte Asimov, io non conosco per niente, e me ne scuso.

A rileggerti.

 

Segnalo in aggiunta a quanto già rilevato:

 

Ecco che cosa l’aveva svegliato, pensò.

 

Ecco cosa l’aveva svegliato.

 

Che ogni cosa era tornata al suo posto.

Secondo me si dovrebbe dire: Che ogni cosa fosse tornata al suo posto.

 

 

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