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Renato

Il contratto col lettore

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Evidentemente sulla questione dell’incipit e del contratto c’è stato un equivoco del quale ho certamente la responsabilità.

Che l’incipit sia un contratto con il lettore non è cosa che mi sono inventato in questa occasione. Se ne parla da tempo ed è nozione abbastanza conosciuta da chi si occupa di narrativa, di qui il mio errore di pensare che bastasse un accenno per richiamare alla mente l’intera questione.

Per questa ragione scriverò qui qualche osservazione in più.

Il patto che viene stretto con il lettore (implicito), o la promessa (anch’essa implicita), non riguarda l’intreccio della storia e neppure la sua fabula, riguarda invece altre cose.

Con il suo incipit lo scrittore promette che:

racconterà una storia, non scriverà una pubblicità, una poesia o un saggio;

racconterà una storia che ritiene interessante:

cercherà di non annoiare il lettore;

farà ogni sforzo per farsi capire;

non sarà banale e non ripeterà cose già raccontate da altri.

Accanto a queste, che sono promesse generiche, ce ne sono di più specifiche che riguardano il genere di storia e lo stile con cui sarà trattata.

Se inizio con

“Mi gettai di lato giusto in tempo perché la pallottola mi fischiasse sopra l’orecchio destro invece di farmi esplodere la testa come un cocomero”, il lettore si aspetta un thriller o una spy story o anche un racconto drammatico condotto con una scrittura agile, si aspetta di trovare azione e colpi di scena. Certamente non sto precludendomi la strada per sorprenderlo. O meglio, le sorprese ci devono essere, ma devono restare all’interno della cornice delineata. Non va bene se nello sviluppo successivo la storia prosegue con ampie descrizioni di luoghi ed elaborate introspezioni di sentimenti.

Oppure, altro incipit:

“Quando Adriana La Cicciona presentò la domanda per un posto di ballerina al Teatro Nazionale, l’impiegato riuscì a balbettare soltanto: - Signorina, è certa di trovarsi nel posto giusto?

Adriana rise facendo ballare i suoi ottanta chili di tette.

- Certamente, sono brava sa? Me lo dicono tutti che danzo come una libellula. Vuol vedere?”

Ecco, un incipit del genere non può svilupparsi in un drammone strappalacrime da fotoromanzo e neppure in un impegnato romanzo di fantascienza sociale. Il lettore si aspetta un racconto leggero, da commedia, viene indotto a pensare che potrà divertirsi con un racconto pieno di situazioni paradossali, di battute fulminanti, ecc., questa è la promessa dell’incipit.

Ho cominciato a leggere un racconto di G. R. R.Martin. Esso comincia così:

“Da Gray Alis potete comprare tutto quello che desiderate.

Ma è meglio non farlo.”

Che cosa mi promette questo avvio? Mistero, situazioni intriganti, una prosa snella e veloce (vedi la brevità di queste frasi), una narrazione colloquiale (la prima frase è diretta dal narratore al lettore, riducendo così le distanze tra i due soggetti).

Ora veniamo al tuo incipit. Certo che stai promettendo qualcosa, che tu lo voglia o meno. Tu avvii il racconto con un’esecuzione capitale, non credi che il lettore da questo si aspetterà che lo sviluppo prosegua con emozioni forti e uno stile di scrittura drammatico? Se dopo l’incipit deviassi verso il racconto umoristico verresti meno alle promesse (o se non ti piace il termine, alle premesse).

Il problema consiste nel fatto che la tinta emotiva di un’esecuzione capitale sbiadisce nel momento in cui la storia si centra su un problema di attori, drammatica e originale, ma pur sempre una finzione.

Scarpette o no, non si può negare che il tuo avvio contiene una forte dose di ambiguità (è un’esecuzione o una recita?), ma se l’incipit è una promessa, non devi mettere lì l’ambiguità.

Mi spiego meglio: può essere che all’inizio siano presentati elementi che poi nel prosieguo mostrino aspetti del tutto differenti, ma il punto è che gli elementi devono funzionare senza ambiguità già nel primo contesto.

L’introduzione dell’abbigliamento nel bel mezzo dell’esecuzione non funziona, non importa il lettore “attento” in seguito ne scopre la motivazione. Nel momento della prima lettura l’impressione non è quella di un segnale, ma di una caduta narrativa.

Poiché provengo dall’editoria e uno dei miei compiti era proprio quello di valutare se i romanzi e i racconti presentati alla casa editrice fossero meritevoli di pubblicazione, ti assicuro per esperienza che l’incipit è davvero importante, soprattutto perché quando lo scritto diventa libro, esso mira a un target di lettori abbastanza determinato. Non va bene il ragionamento “se ai lettori piace bene, altrimenti sono fatti loro”, oppure “se capiscono Roma per toma non è colpa mia”; nessuna casa editrice investe soldi su queste premesse.

Ora, può essere che a te di pubblicare i tuoi lavori non interessi per niente e in tal caso ti do ragione su tutto. E’ giusto che tu scriva come ti pare. Considera le mie note prodotte da una deformazione professionale, per cui ti prego di non tenerne conto.

Ovviamente questo è soltanto il mio parere. Renato

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Non posso essere d'accordo. Capita relativamente spesso che gli srittori sviino deliberatamente i lettori fornendo delle premesse (o delle promesse) faalse. Un esempio eclatante è quello di Borges, che attribuisce alcuni dei suoi testi a questo o a quell'altro scrittore, possibilmente inesistente. Oppure intitola "Enciclopedia universale dell'infamia" un libretto che contiene cinque o sei racconti.
Ma, mi si dirà, Borges è Borges, da lui questo ce lo si deve aspettare. Ce lo si aspetta perché lo si conosce, altrimenti si resterebbe interdetti. E, prima di diventare Borges, Borges già si dedicava a queste pratiche. Finché tutti o quasi hanno imparato a conoscerlo.
Va da se che io non sono Borges, però non mi spingo nemmeno così lontano come fa lui. Per esempio, segnali che l'icipit di questo racconto non è quello che sembra non sono solo le scarpette, ma anche la musica.

La musica salì di tono. Il compositore era stato molto abile nel costruire, sulla semplice ritmica del rullo di un tamburo, un brano che alludeva al sublime. Quando l’orchestra raggiunse il massimo il boia abbassò il pugno

Secondo me un lettore attento dovrebbe capire che un'intero brano per orchestra di solito non viene composto e suonato per una singola esecuzione capitale

Si tratta insomma di una specie di gioco. Ad alcuni questo genere di cose piacciono, ad altri evidentemente no. Una cosa che mi è capitato di ripetere diverse volte, anche in questo forum, è che un mio singolo racconto è facile lasci perplesso e che, secondo me, vanno letti diversi racconti uno dopo l'altro (sono in genere molto brevi). Non in un ordine prestabilito, semplicemente uno dopo l'altro. In questo modo si capisce - o si dovrebbe capire - il meccanismo che li genera.

Tu mi dici che avrò serie difficoltà a farmi pubblicare e, anche se in realtà ho già pubblicato, non snobbo questa tua previsione. Però sono troppo vecchio per cambiare stile, suppongo quindi che possa aspirare al massimo e se sono fortunato, al ruolo di scrittore di nicchia. So che ci sono persone a cui la mia scrittura piace, e continuerò a scrivere per loro (non per me).

In ogni caso ti ringrazio ancora perché questa discussione è molto interessante. Tra l'altro almeno su di un punto ho cambiato idea e ho finito per accettare la tua critica.

A un certo punto scrivi: “Cercate di capire…” A chi si riferisce quel “voi” sottinteso? Ai lettori? Ma un rapporto diretto tra voce narrante e lettore non può cadere così all’improvviso nel mezzo del racconto

Hai ragione, una volta sola un intervento del genere è troppo poco, devo introdurne altri.

Non nell'incipit, ovviamente.

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Vedo che sei molto fermo nelle tue opinioni. Va benissimo cosí. Non si deve cambiare parere solo perché arriva uno che esprime ragioni contrarie. I pareri, se devono mutare, mutano con il tempo, però la dialettica accorcia i tempi, per questo non mi dispiace il contraddittorio.

Io ho scritto la mia e tu hai replicato con la tua. Può essere che io giunga a cambiare la mia idea, oppure tu la tua, questo non è dato sapere in anticipo, ma sicuramente ciò costituisce il bello dei contrasti d'opinione.

L'importante è mantenere il rispetto.

Una piccolissima nota. Non ho scritto che tu avrai difficoltà a farti pubblicare, non lo penso affatto. Ciò che sostengo è semplicemente che certi parametri di giudizio sono propri dell'editoria e non appartengono ai forum. Scrivendo questo intendevo ribadire la mia difficoltà a entrare nella logica dei forum. Non mi sarei mai permesso di decretare un tuo futuro editoriale, che ti auguro felice.

A risentirci con altri lavori, Renato.

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So di essere un po' fuori tema (lo dico per Renato che è da poco nel forum ma anche per giustificarmi con gli altri: secondo regolamento a seguito di un racconto si commenta il racconto e non un commento) ma qui si è partiti da un particolare per generalizzare, l'interesse si è potenzialmente molto esteso la questione secondo me merita di non essere lasciata cadere.

 

Innanzi tutto grazie a entrambi per questo interessantissimo confronto.

 

Pongo a Renato solo due domande (senza intento polemico, sia ben chiaro):

  • Non pensi che il vero contratto con il lettore sia proprio un'imposizione dele case editrici e si ralizzi non attraverso l'incipit, bensì i risvolti di copertina, la bandella editoriale nonché il nome (a propria volta imposto) dell'autore?
  • Non pensi che un modo di favorire la pubblicazione che dà così importanza a certi "canoni" rischi solo di livellare la produzione letteraria? (So benissimo che se di autori che fanno vera letteratura oggi ce ne sono pochi - e certo nessuno è fra noi -, sono anche pochine le case editrici che lavorano per la pura qualità letteraria dei propri prodotti mentre sono tutte obbligate a cercare invece il bestseller, o almeno il "notbadseller"). E non voglio dire che questo livellamento tarpi le ali a tutti i novelli Proust bensì, e più semplicemente, che se smettiamo tutti di scrivere mettendoci un po' di coraggio e di originalità - che non è improvvisazione, come puoi vedere dalla risposta di Nanni, ma è costruzione meditata (magari grezza, ma pur sempre ragionata) - non esisterà mai più, nemmeno "per sbaglio", un solo autore originale!

Risponderai che non importa cosa pensi tu e che riportavi soltanto quello che, per tua esperienza, è il modus operandi (forse dovrei dire modus eligendi) odierno delle case editrici. Grazie di questa esperienza che condividi nel forum. Ma le mie domande non cambiano.

Scusate l'O.T.

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Scusate i ritardi delle mie risposte, ma, come ho spiegato a qfwfq, ho gravi problemi di collegamento e devo scrivere con un dito solo.

Riprenderò volentieri il discorso, che qui non posso continuare.

Vorrei solo informare che io non difendo affatto le case editrici dalle quali mi sono allontanato più di dieci anni fa proprio quando il mio nome cominciava a essere conosciuto.

Stiamo attenti, però. Non è che le case editrici sono vincolate al guadagno e i forum sono liberi.

I forum presentano un vincolo diverso (aggiungo subito, mi è parso qui meno di altrove), un vincolo che deriva dal crearsi un ambito di discorso in cui ciò che esce da tale ambito diventa una minaccia.

Ed ecco che le critiche devono avere solo una certa fisionomia, si vanno a vedere solo alcune cose e non altre, si creano le regole di ciò che va giudicato bello e che cosa no. Insomma, come capita in tutte le comunità, si creano regole non scritte e implicite nelle comunicazioni, che spesso non sono colte da chi le ha ormai assimilate e fatte sue. Questo è il limite forte che ho trovato nei forum, ed è un limite pericoloso perché tende a sfuggire alla consapevolezza.

Potrei riportare molti esempi concreti, purtroppo qui il discorso si fa lungo e non mi è possibile sostenerlo. Vogliate scusarmi. Ci saranno altre occasioni per approfondire anche questo tema importante.

Un saluto di cuore, Renato

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Credo che se vogliano continuare con la discussione possiamo chiedere allo staff di crearne un'altra spostandovi gli ultimi messaggi. Una cosa che è stata fatta abbastanza spesso.

Detto questo non ho molti problemi nel darti ragione. Innanzi tutto qui siamo in un forum dedicato (alla scrittura e alla letteratura) e non in uno generalista. È un'ovvietà ma già questo ha il suo peso. È anche un forum con una linea editoriale ben definita e, oserei dire, una linea politica, anche se questa non è immediatamente evidente.

Ma c'è di più. Un punto su cui si discute spesso - proprio due o tre giorni fa un utente se ne lamentava - è la natura dei commenti che vengono fatti ai testi pubblicati. Di solito infastidisce che ci si soffermi molto sugli errori formali, D eufoniche, uso della punteggiatura, grammatica generale, invece che giudicare un racconto o una poesia nel suo complesso. Riduzionismo contro olismo, in sostanza.

Secondo me questo mostra la vera natura del writer's dream: quella di una scuola. Una scuola senza precisa suddivisione tra docenti e discenti perché chiunque abbia qualcosa da insegnare lo mette a disposizione di tutti e ciascuno sceglie di imparare ciò che preferisce.

In se è una cosa molto bella, ma perché possa funzionare occorrono delle regole molto rigide e precise. Regole, che come tu hai notato, finiscono per privilegiare determinati argomenti e determinati approcci a discapito di altri. Perché il modo e il contesto in cui parli influenzano ciò che dici.

 

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Nanni, sono d'accordo. E' un argomento molto delicato e per me è giusto creare una discussione per chiarire eventuali dubbi. A me piace molto leggere e commentare ma spesso metto in discussione il mio intervento. Non so come fare a proporlo allo staff.

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L'ho già fatto privatamente con Renato e lo preciso qui: il mio intervento precedente (e le due domande, retoriche all'apparenza) non sono certo in polemica con lui personalmente, né contro le case editrici. Non sono proprio contro nessuno: sono le mie idee e basta (e per di più nel mio ruolo di lettore).

 

Renato avrà interessanti considerazioni da fare riguardo il metalinguaggio della narrazione (me le ha fatte in MP e lascio a lui la scelta di come tornare qui sull'argomento) però sull'esigenza di dover considerare, scrivendo, l'incipit come un patto io resto dubbioso.

 

Torno un attimo sullo specifico. Renato obietta a Nanni:


Ora veniamo al tuo incipit. Certo che stai promettendo qualcosa, che tu lo voglia o meno. Tu avvii il racconto con un’esecuzione capitale, non credi che il lettore da questo si aspetterà che lo sviluppo prosegua con emozioni forti e uno stile di scrittura drammatico? Se dopo l’incipit deviassi verso il racconto umoristico verresti meno alle promesse (o se non ti piace il termine, alle premesse).
Il problema consiste nel fatto che la tinta emotiva di un’esecuzione capitale sbiadisce nel momento in cui la storia si centra su un problema di attori, drammatica e originale, ma pur sempre una finzione.
Scarpette o no, non si può negare che il tuo avvio contiene una forte dose di ambiguità (è un’esecuzione o una recita?), ma se l’incipit è una promessa, non devi mettere lì l’ambiguità.

Ma proprio per questo, domando io, e proprio in funzione del metalinguaggio della narrazione non è il massimo della coerenza narrativa "trascinare" il lettore, fin dall'incipit, nella finzione che vivono e vivranno (artificialmente) i protagonisti della storia? Al lettore non viene reso un vero e proprio servizio nel momento in cui lo si coinvolge così fortemente nelle sensazioni di cui è permeato il racconto?

Non importa se poi il racconto si dipanerà nella spy story per il possesso della formula chimica, nel racconto horror dei fantasmi che fa vedere questa sostanza o nella storiaccia di due drogati che si distruggono il cervello e l'esistenza facendosi con la "pillola".

 

Uscendo dallo specifico: tutte condivisibili le considerazioni di Renato (non possiamo non tenerne conto!) ma farne un percorso a boe che, scrivendo, dobbiamo imporre a noi stessi mi pare troppo uniformante. A prescindere dal fatto che, poi, un eventuale nostro manoscritto sarà valutato dal lettore-selezionatore di turno secondo parametri che penalizzeranno la nostra ricerca di creare stupore o disorientamento o qualsiasi altra sensazione (coerente con il racconto), nel lettore.

 

Capisco che bisognerebbe distinguere molto bene i due rapporti "scrittore-lettore" e "scrittore-editore" ma se si influenzano reciprocamente e influenzano entrambi (magari con tensioni diverse) l'opera dell'autore, ecco che mi riesce molto difficile fare una distinzione netta.

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Un saluto a tutti.

 

Vediamo il caso dellincipit da unaltra prospettiva.

Tutte le repliche al mio post riguardavano cose diverse da quelle che mi sforzavo di analizzare.

La discussione sullimportanza delle premesse (o promesse) è ruotata intorno al contenuto della comunicazione, ma io cercavo di riferirmi non a questo, ma piuttusto a quella che viene definita meta-comunicazione.

Le contraddizioni a livello di comunicazione sono accettabili e, anzi, rappresentano sovente il nucleo dellinteresse di uno scritto. Al contrario le contraddizioni a livello di meta-comunicazione non sono tollerabili dal lettore, non perché sia trasgredita una regola o sia un desiderata delle case editrici; non sono tollerabili semplicemente perché spiazzano il lettore e lo confondono.

Quando si parla di contratto con il lettore, ci si basa su uno dei cardini della teoria della comunicazione: è impossibile non comunicare. Anche il silenzio è una forma di comunicazione. La stessa cosa avviene in uno scritto, anche una pagina bianca o, più realisticamente, una riga vuota comunicano qualcosa.

Quando un autore scrive qualcosa non sta semplicemente comunicando, ma sta offrendo, più o meno consapevolmente, una serie di connotazioni e di messaggi meta-comunicativi.

Quando il lettore trova piacere o interesse in quanto sta leggendo, o al contrario fastidio, non recepisce solo il messaggio esplicito, ma anche tutto ciò che vi è connesso ai vari livelli. Se così non fosse, se il discorso si fermasse solo al contenuto esplicito, narrazioni del medesimo fatto, sufficientemente corrette grammaticalmente, sarebbero tutte equivalenti. Ma così non è: ci sono scene raccontate bene e altre raccontate male.

In genere a me interessa di più capire perché una narrazione mi piace, anziché cercarne gli errori. Ma, allo stesso modo, se qualcosa mi disturba ne ricerco il perché, ma in entrambi i casi è al livello di metacomunicazione che si trovano le chiavi di lettura.

Poiché non mi piace parlare di cose teoriche senza portare esempi concreti, ne creo un paio.

 Che dire a livello comunicativo di questo incipit?

 

Se Alesandro non andrebbe a trovarla lei possa anche arrabiarsi molto assai.

 

La comunicazione è chiara, ma che cosa capiamo a un altro livello?

Soprattutto due cose: lo scrittore è semianalfabeta e non conosce le regole del nostro codice linguistico, secondo che la lettura sarà presumibilmente una sofferenza. C’è da stupirsi se, consulente editoriale o no, il lettore abbandona il racconto al suo destino?

Immaginiamo ora un avvio così:

 

- Bastardo figlio di una troia! gli gridò contro Elisa digrignando i denti e gli sputò in faccia.

 

Bene, la comunicazione è chiara, ma qual è la meta-comunicazione? Anzitutto a ridosso dellevento si comprende che Elisa o è una persona estremamente irascibile o il compagno deve averle fatto un torto molto grave. A un altro livello di meta-comunicazione comprendiamo che il racconto non si rivolge ai bambini e non è una fiaba (esagero per far capire). Ma sempre restando al livello di meta-comunicazione si comprendono altre cose: lintenzione dello scrittore di trattare un tema contemporaneo e non, ad esempio, una vicenda dellantico Egitto. Vuole raccontare un dramma e non una commedia sentimentale. Altri messaggi meta-comunicativi possono essere: ti prometto una trattazione dellargomento senza pudori e utilizzando il linguaggio reale, o ancora: desidero impressionarti con una scena fortelambiente della mia storia sarà carico di emozioni violente.

Bene, fin qui ci siamo. Ma che succede se ora inserisco una contraddizione nella comunicazione?

Vediamo.

 

- Bastardo figlio di una troia! gli gridò contro Elisa digrignando i denti e gli sputò in faccia. Poi, addolcendo i tratti del volto, lo accarezzò sulla testa e aggiunse: - Tesoro, devi essere più gentile con me. Lo sai che ti amo.

 

Questa contraddizione di comportamento è perfettamente accettabile, poiché a livello di meta-comunicazione si risolve. Che cosa diciamo al lettore?

Guarda che nel mio racconto troverai sbalzi estremi di umore. Ti racconterò una storia con personaggi disturbati emotivamente, se non addirittura paranoici. Si tratterà di un racconto dal carattere controverso e intimistico, psicologico, non sarà una semplice avventura tra i pirati. Non ti stupire dei salti improvvisi che troverai nella mia storia, questo è lo stile che intendo adottare.

Ogni cosa funziona.

 

Adesso immaginiamo un modo diverso di trattare la stessa scena.

- Bastardo figlio di una troia! gli gridò contro digrignando i denti e gli sputò in faccia. La fatina era proprio arrabbiata. Doveva preparare una delicata magia per la notte di Natale e lo gnomo le stava facendo perdere tempo.

 

Bene, credo che siamo tutti infastiditi da questo incipit. A entrare in contraddizione non è la comunicazione ma ciò che viene metacomunicato nelle due parti del periodo. Lo scrittore può naturalmente usare un incipit di questo genere, ma deve poi sudare sette camicie per farlo funzionare. Potrebbe voler scrivere un racconto umoristico per aduti, ma non una fiaba per bambini, e nemmeno un racconto serio.

Ora, il punto nodale non è se lo scrittore può scrivere in quel modo o no. Certo che lo può fare! Egli deve essere libero da ogni condizionamento di scrittura, ma deve rendersi conto che le sue parole producono effetti, e se leffetto è negativo o incompreso, non può prendersela con il lettore che non capisce. Credo daverlo già scritto: quando leggo, la prima volta non analizzo niente, è in quel momento che ascolto più con la pancia che con il cervello. Ma la seconda volta voglio capire. Non minteressano le regole, ma gli effetti.

 

Ma se non ci sono regole, a che serve il mio discorso?

Un incipit quasi sempre è una storia ridotta allosso. Le storie piacciono o non piacciono, sono coerenti o contradditorie, sono banali oppure originali. Lo stesso gli incipit. Bisogna riuscire ad analizzarli con gli strumenti della narratologia e del buon senso come si fa con ogni storia.

Se la libertà dello scrittore fosse assoluta, non avrebbe bisogno di sforzarsi di dare un valore alle proprie opere. Potrebbe scrivere a casaccio, parole senza intelligenza né sostanza. Può infischiarsene non solo delle regole, ma anche degli effetti che produce. Ma nel momento in cui comincia a scrivere con lintenzione di comunicare, non è più libero come prima.

Troppo astruso il ragionamento?

Può essere. Vale la pena di discuterne.

 

 

Ma perché non funziona nellincipit che ho criticato?

Ho criticato lincipit, allo stesso modo in cui critico i miei. Non c’è alcuna intenzione di contraddire o peggio denigrare lautore. Io ho scritto cose ben peggiori. Ma ho cercato di capire perché nel momento in cui io sono entrato nella storia, mentre mi sono fatto io stesso personaggio, ho avuto un senso di delusione.

In realtà quellincipit è una mini-storia in cui la meta-comunicazione è: voglio sorprenderti con una scena forte. Poi però la scena si sviluppa nel più trito dei modi (era tutto falso). Era inevitabile, nonostante le intenzioni dellautore, che ritornassi alla memoria dei vecchi telefilm di Hitchcock in cui spesso si vede il protagonista inseguito da un assassino armato di coltello, ma nel momento in cui sta per pugnalare il protagonista, questi si sveglia da un incubo. Il volere attirare lattenzione del lettore con una decapitazione, per poi risolverla in una scena teatrale lasciamola alla televisione e a un pubblico dai gusti discutibili. Io mi sono sentito disturbato. E come se lo scrittore mi dicesse (meta-comunicazione): ti vorrò stupire con trucchi da baraccone.

Certamente non era intenzione dellautore (che peraltro ha continuato con una storia abbastanza buona), ma quellincipit mi ha fatto quelleffetto.

Cerco di riportare in qualche modo i pensieri che mi sono sorti spontanei alla prima lettura.

- Lesecuzione, bene, benissimo, qualcosa di emozionante. Ho in mente l’”Invito a una esecuzione di Nabokov, un libretto magnifico.

- La camicia e le scarpette apparentemente comode. Ma che minteressa ciò? Che intenzione ha lo scrittore? Vuole distrarmi? Oppure è una semplice caduta narrativa. Capita.

- La musica che tende al sublime. Mmmm, mi sa che lo scrittore vuol propinarmi un racconto fatto di paroloni vuoti di senso. Però è possibile che nellesecuzione da lui immaginata la decapitazione avvenga tra tamburi e fanfare. Sarebbe un bel contrasto.

- E tutta una finzione. Ma no, perbacco!. Hai cercato di coinvolgermi in una cosa che non era. E dimmelo subito, accidenti, che mi vuoi carpire lattenzione con questi trucchi!

 

Tutta la cosa non ha funzionato a livello meta-comunicativo. Non ci sono errori o contraddizioni nella comunicazione pura e semplice.

 

Avrei desiderato spiegare questo, ma non ci sono riuscito, né volevo scriverlo in modo tanto brutale. Spero che nessuno me ne voglia.

Con sincera amicizia, Renato

 

 

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Capisco - almeno credo - quello che tu intendi dire, però a me è capitato spesso di leggere incipit che, proprio dal punto di vista metalinguistico, vanno in una direzione che non è quella in cui andrà il resto dello scritto.

Molto tipica è la situazione in cui l'autore interviene personalmente nel testo per dire, dopo tre o quattro paragrafi spesso ampollosi e mal scritti, "Così non va bene. Ricominciamo". Invitanto il lettore a cancellare le impressioni che ha avuto fino a quel momento. Almeno in apparenza, in pratica viene introdotto un metatesto di livello superiore, nato dal confronto del primo incipit con quello successivo, spacciato come "vero".

 

Credo che l'esempio più clamoroso di questo procedimento (in effetti tipicamente ottocentesco) sia nei Promessi Sposi, con l'introduzione in stile seicentesco e la successiva dichiarazione, da parte di Manzoni, di voler riscrivere l'intero romanzo per renderlo più appetibile (o qualcosa di simile, non ricordo bene le esatte parole).

Ci sono in questo escamotage diversi livelli di lettura, da quello sulla lingua che l'autore intende usare. La lingua, - sembra intendere Manzoni - si evolve col tempo, in ogni momento lo scrittore si trova a dover scegliere il miglior compromesso possibile tra la tradizione (e la purezza) e lo spirito del tempo.

Insieme a questo abbiamo il risultato di presentare, e inserire nel testo, la figura dell'autore. Che poi resterà ben presente anche quando non sarà palese.

 

Un altro caso abbastanza noto è l'introduzione a Gordon Pyn, di Poe; in cui, oltre a dichiarare il falso sulla genesi del testo (con l'intenzione di renderlo il più possibile verosimile) si invita il lettore a fare una cosa impossibile, cioè a distinguere tra chi sia l'autore di un capitolo e chi di un altro.

 

Si tratta di un procedimento, come ho già detto, molto diffuso nel diciannovesimo secolo (e anche nel diciottesimo) ma, come dimostra l'uso che ne fa Borges, è sopravvissuto fino ai giorni nostri.

 

La mia intenzione, con la prima parte del racconto, era proprio di rifarmi a questi esempi. Con un intento quasi enigmistico. Il problema è, secondo me, semplicemente se ci sia riuscito o no. Se sia riuscito ad agganciare il lettore col dubbio che si stia parlando di qualcosa di diverso da ciò che appare oppure se la mimensi sia troppo forte, portando la fastidiosa impressione di essere stati truffati. 

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Ospite

Discorso molto interessante... anch'io ho analizzato il racconto di Nanni, a cui già ho rilasciato le mie impressioni, riguardo l'incipit sono pienamente d'accordo con Renato, in fondo abbiamo sempre detto che l'autore si gioca molto nelle battute iniziali, però avevo sorvolato su quest'aspetto nella mia diagnosi in quanto ho cercato di lasciare un minimo di tolleranza, in fondo come afferma lo stesso Renato:

Il volere attirare l’attenzione del lettore con una decapitazione, per poi risolverla in una scena teatrale lasciamola alla televisione e a un pubblico dai gusti discutibili.

È il lettore a decidere cosa vuole e il gusto è qualcosa di estremamente soggettivo che non mi sento di criticare.

Detto questo non possiamo bocciare un testo perché a noi non piace, sicuramente esisterà un pubblico che la pensa diversamente. Così possiamo dire che "il contratto" è rispettato e sappiamo già cosa ci aspetta. Questione abbastanza seria è subire invece la discriminazione non tanto per la qualità di un racconto ma per un giudizio soggettivo, penso che Renato non può ignorare la bella fetta di pubblico a cui piace ad esempio Hitchcock che lui giudica démodé, quando invece resistono una quantità di fan a cui piacciono ancora i suoi film e i colpi di scena ai quali Renato vorrebbe rinunciare. Giudicare un romanzo è cosa difficile, ma facciamolo seguendo un discorso generalista, non comprendo le condanne a priori che si basano spesso su sinossi e prime 20 pagine senza arrivare alla parola fine non permettendoci di avere un quadro totale d'impressioni, trovo questo modo di fare oltre che grossolano anche con delle caratteristiche "d'intolleranza" il cosiddetto "disturbo" a cui faceva riferimento Renato. Occorre diventare del tutto "impersonali" quando si vuole rilasciare un giudizio che può decidere la pubblicazione o meno di un'opera, andrebbero valutate altre cose ad esempio se all'editore non piacciono scene violente, limitare anche il suo pubblico su quest'aspetto preclude parte dei lettori che la pensano diversamente, questa la chiamerei "editoria privata", pubblichiamo prima ciò che piace a noi e i lettori si adeguano altrimenti comprano altro. Perciò capisco la posizione di un pubblico che si sente privato di qualcosa, questo non va bene. Posizioni così estreme possono essere peggio di una censura.

Modificato da Nuwanda

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Io non so se si possa codificare il rapporto fra scrittore e lettore (e, se sì, in quanti diverse tipologie).

Ma se il lettore è "di tipo disponibile" (per fidelizzazione a un determinato autore o per nuovo approccio completamente privo di pregiudizi) dovrebbe lasciarsi portare dalla lettura ed estendere la prorpia disponibilità e apertura di vedute ben oltre l'incipit.

A me capita spesso di giungere alla fine del secondo o terzo capitolo senza aver minimamente capito se il libro che sto leggendo mi piaccia o no.

Insomma: il mio giudizio resta comunque sospeso e va a via a via formandosi mentre procedo. Il mio atteggiameto da lettore è così singolare? (Non credo).

 

Anche perché  - oltre a quelli che riporta Nanni - sono innumerevoli gli esempi (con i quali ci siamo formati da lettori molto prima di farci scrittori) nei quali, per gioco, per sfida, per selezione del "parco lettori", gli autori scelgono deliberatamente di violare qualsiasi regola non solo di incipit ma di iniziale svolgimento (con capitoli, addirittura, nei quali giocare davvero sporco... che dire, ad esempio, de Il nome della rosa?). Si tratta quasi sempre - è vero - di veri e propri colpi di genio di grandi autori ma secondo me tanto basta a farne esempi ai quali ispirarsi tentando di metterci  "del nostro". E il lettore dovrebbe essere disponibile a sostenere questo gioco, non trovate?

 

Poi le regole editoriali le dobbiamo conoscere (possibilmente) bene quanto la grammatica e ben venga chi ce le insegna. Ma quelle, al contrario della grammatica, possiamo (e dobbiamo, pur senza farne un manifesto) violarle.

 

Chiedo a Renato: sono troppo idealista? Vivo in un mondo che è solo mio e rischia di non trovare nessun riscontro nella realtà delle redazioni editoriali? (Dico per quella che è la tua esperienza...)

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Il punto è: noi non stiamo vendendo niente a nessun pubblico. Non credo che l'autore nello scrivere il suo incipit avesse in mente un pubblico di teleutenti.

Il giudizio (che non può mai essere del tutto impersonale e oggettivo) deve astrarre dal target lettore e cercare di stabilirsi su livelli più generali.

In effetti lo scrittore è (o dovrebbe essere) libero di scrivere ciò che vuole, ma anche il lettore ha il diritto di esprimere le opinioni in merito a ciò su cui non è d'accordo. È inevitabile che nell'interrogarsi sulle ragioni di dissenso non possa fermarsi al semplice "questo è il mio gusto", ma sia indotto a trovare ragioni più oggettive.

Il punto cruciale è se le ragioni che trova hanno fondamento in quel caso specifico o no.

Non solo. Questo forum si pone lodevolmente come scuola, ecco pertanto che chi commenta ha un'intenzione didattica che non va trascurata. Ma per offrire un commento utile, deve per forza rifarsi a concezioni abbastanza ideali e non conta che ci siano molti utenti che accetterebbero in concreto lo scritto così com'è. (Quanti lettori non provano alcuna difficoltà in presenza di "d" eufoniche o a salti ingiustificati del punto di vista!).

Se ci basassimo solo sui lettori. La maggior parte dei commenti di questo forum sarebbero fuori luogo.

Una nota sul mio lavoro di consulente editoriale. In nessuna casa editrice ho incontrato condizionamenti sul giudizio, il problema era semmai un altro: si pubblicavano evidenti porcherie solo perché l'autore disponeva di uno spazio televisivo.

Se un autore s'impegna a dare il meglio di sé, non può gradire che subito dopo, nella stessa collana, venga pubblicata una indecenza segnalata da più commentatori, oscurando così il lavoro di tutti gli altri.

Ma la cosa peggiore è quando l'editore ti vuol forzare a scrivere ciò che non sentì e non rientra nella tua sfera d'interesse.

Detto questo aggiungo che il giudizio dato da un consulente serio non si basa mai sugli aspetti di marketing (quello lo fa il settore commerciale), ma sulla qualità che gli sembra di rintracciare nell'opera. Che poi l'editore si faccia un baffo del giudizio dei consulenti, che pure paga, è altra questione.

Un saluto, Renato

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Solo un'osservazione, che probabilmente non aggiunge nulla a quanto detto finora. Tu, Renato, scrivi:

Il volere attirare lattenzione del lettore con una decapitazione, per poi risolverla in una scena teatrale (...)

 

 

Questo è esattamente il tema del racconto. Ovvero il vivere l'esperienza teatrale come se fosse reale.

 

Personalmente io apprezzo i racconti con colpo di scena finale, ma a una condizione: che, una volta arrivato alla fine  possa ritornare indietro e trovare l'annuncio del colpo di scena in arrivo. In modo che possa dire: "Ah, ecco. Se fossi stato più attento l'avrei anticipato"

Se questo non accade il racconto mi infastidisce. Se accade, a parità di altre condizioni (buona prosa, argomento interessante, ritmo appropriato), lo considero un buon racconto.

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Detto questo aggiungo che il giudizio dato da un consulente serio non si basa mai sugli aspetti di marketing (quello lo fa il settore commerciale), ma sulla qualità che gli sembra di rintracciare nell'opera. Che poi l'editore si faccia un baffo del giudizio dei consulenti, che pure paga, è altra questione.

Una precisazione, solo perché sia ben chiaro il mio punto di vista: il mio intento è quello di capire, per quanto la mia posizione possa sembrare in polemica con le case editrici. Ciò che mi procura il pane, oggi, non è l'attività di scrittore: sono un piccolo imprenditore quindi che le case editrici debbano guadagnare trovo che sia proprio doveroso (ancor prima che lecito). E che valutino i manoscritti in funzione della migliore commerciabilità possibile non mi piace ma non posso far altro che accettarlo. Se questi criteri di valutazione esistono non ne faccio un problema morale (e non giudico professionalmente poco serio un consulente che sia pagato anche per scovare compromessi tra la vendibilità e il puro valore letterario dei manoscritti).

 

Renato, ti ringrazio ancora per queste esperienze dirette che condividi qui.

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Ospite

@Renato

Indubbiamente il giudizi sul forum rimangono personali, non potrebbero essere altrimenti, qui si ama sopratutto confrontarsi e ognuno è libero di dire la sua, diversa la situazione quando occorre esprimere un parere, per forza oggettivo, vincolante ai fini di una pubblicazione. Secondo me penso che non basti solo la qualità ma anche "l'empatia" che può creare il testo con il lettore/consulente e il modo con cui questo lo presenta all'editore, il quale subisce il filtro di quest'ultimi. Comunque il rapporto di fiducia all'interno di una CE fa si che le scelte alla fine siano condivise. In particolare, se è possibile, volevo sapere qual'era il tuo metro di giudizio oltre a quello "tecnico" e quando peso viene lasciato al "messaggio" di un romanzo, il quale può dare adito a pareri personali, per esempio lasciare intuire che si è contrari alla pena di morte quando le idee di chi ci valuterà vanno in direzione opposta, quanto influisce sulle scelte finali? Vorrei sapere se un testo selezionato da un consulente è possibile sia scartato dall'editore? Quali possono essere i casi? Qualora questo avvenga, avendo già il romanzo superato una certa "selezione", quali sono gli aspetti che vengono presi in considerazione? Ti anticipo che l'aspetto commerciale a mio parere rientra nel gusto personale, se per te non fosse così quali sono i parametri su cui si basano questi opinioni?

Grazie per tutto quello che vorrai condividere :-)

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Questo post di Nuwanda apre una questione molto interessante e sulla quale potrei dare molti miei pareri. Purtroppo fino a settimana prossima ho difficoltà a postare una risposta che, per le domande formulate, si articola forzatamente in una certa lunghezza.

Credo inoltre che, nonostante sia stato io stesso a citare le case editrici, una discussione sulle stesse dovrebbe riceve un topic riservato perché, seppure esistono connessioni, l'argomento qui dovrebbe riguardare più strettamente il carattere e l'intenzione di un incipit.

Quando sarò rientrato dalle vacanze accetterò volentieri di partecipare alla linea di dibattito aperta da Nuwanda.

Con amicizia, Renato

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Immaginiamo ora un avvio così:

 

“- Bastardo figlio di una troia! – gli gridò contro Elisa digrignando i denti e gli sputò in faccia.”

 

Bene, la comunicazione è chiara, ma qual è la meta-comunicazione? Anzitutto a ridosso dell’evento si comprende che Elisa o è una persona estremamente irascibile o il compagno deve averle fatto un torto molto grave. A un altro livello di meta-comunicazione comprendiamo che il racconto non si rivolge ai bambini e non è una fiaba (esagero per far capire). Ma sempre restando al livello di meta-comunicazione si comprendono altre cose: l’intenzione dello scrittore di trattare un tema contemporaneo e non, ad esempio, una vicenda dell’antico Egitto. Vuole raccontare un dramma e non una commedia sentimentale. Altri messaggi meta-comunicativi possono essere: “ti prometto una trattazione dell’argomento senza pudori e utilizzando il linguaggio reale”, o ancora: “desidero impressionarti con una scena forte”,  “l’ambiente della mia storia sarà carico di emozioni violente”.

Tutto questo da due sole frasi? :grat:

 

Bene, fin qui ci siamo. Ma che succede se ora inserisco una contraddizione nella comunicazione?

Vediamo.

 

“- Bastardo figlio di una troia! – gli gridò contro Elisa digrignando i denti e gli sputò in faccia. Poi, addolcendo i tratti del volto, lo accarezzò sulla testa e aggiunse: - Tesoro, devi essere più gentile con me. Lo sai che ti amo.”

 

Questa contraddizione di comportamento è perfettamente accettabile, poiché a livello di meta-comunicazione si risolve. Che cosa diciamo al lettore?

Guarda che nel mio racconto troverai sbalzi estremi di umore. Ti racconterò una storia con personaggi disturbati emotivamente, se non addirittura paranoici. Si tratterà di un racconto dal carattere controverso e intimistico, psicologico, non sarà una semplice avventura tra i pirati. Non ti stupire dei salti improvvisi che troverai nella mia storia, questo è lo stile che intendo adottare.

Ogni cosa funziona.

Ah beh, qui le frasi erano ben quattro, quando arriviamo a cinque il lettore può anche chiudere il libro che intanto ha capito l'intera trama. Ma scrivessimo solo incipit non faremmo prima? :asd:

 

Adesso immaginiamo un modo diverso di trattare la stessa scena.

“- Bastardo figlio di una troia! – gli gridò contro digrignando i denti e gli sputò in faccia. La fatina era proprio arrabbiata. Doveva preparare una delicata magia per la notte di Natale e lo gnomo le stava facendo perdere tempo.

 

Bene, credo che siamo tutti infastiditi da questo incipit. A entrare in contraddizione non è la comunicazione ma ciò che viene metacomunicato nelle due parti del periodo.

Sinceramente? Questo incipit non funziona perché viola almeno sette o otto regole di buona scrittura (a cominciare da un punto di vista che non si capisce dove sia). È, a livello testuale, quello che il primo esempio era a livello sintattico, cioè pieno di errori: quello che ci dice è che chi scrive non padroneggia la grammatica del testo.

Questo invece funzionerebbe:

- Bastardo figlio di una troia! – gli gridò contro digrignando i denti e gli sputò in faccia. Nina era furiosa: doveva preparare la magia per la notte di Natale e le ci mancava solo quello gnomo tra i piedi a farle perdere tempo. Sbatté le ali per ribadire che lei era una fata e che lui non si doveva neanche permettere, ...

È bastato togliere un paio di aggettivi e focalizzare stretto sul personaggio, oltre che trasformare un tell (la fatina) in uno show (sbatté le ali ecc.). Poi bisognerà decidere se la reazione di Nina è adeguata o no, e coerente o no col personaggio, ma questa è una cosa che si scoprirà con la lettura.

Ma quello che è più grave è che questo non indica come andrà avanti la storia, sempre che uno non pensi che non si possono scrivere storie serie con personaggi come gnomi e fate, o ambientate la notte di Natale (leggere Harry Potter per avere un esempio).

Perché però ce l'aspettiamo? Perché siamo abituati così e guarda caso non dalla letteratura, ma proprio dalla televisione: un film che inizia con una fata che litiga con uno gnomo la vigilia di Natale è una commedia natalizia che finirà con Babbo Natale che riuscirà a consegnare i regali grazie al bambino-che-non-ha-perso-la-fede. Non è una questione di meta-comunicazione, ma di extra-testo e la cosa si fa difficile perché l'autore deve far fronte a un cliché grande come un macigno, non perché ha sbagliato incipit.

 

Cerco di riportare in qualche modo i pensieri che mi sono sorti spontanei alla prima lettura.

- Lesecuzione, bene, benissimo, qualcosa di emozionante. Ho in mente l’”Invito a una esecuzione” di Nabokov, un libretto magnifico.

- La camicia e le scarpette apparentemente comode. Ma che m’interessa ciò? Che intenzione ha lo scrittore? Vuole distrarmi? Oppure è una semplice caduta narrativa. Capita.

- La musica che tende al sublime. Mmmm, mi sa che lo scrittore vuol propinarmi un racconto fatto di paroloni vuoti di senso. Però è possibile che nell’esecuzione da lui immaginata la decapitazione avvenga tra tamburi e fanfare. Sarebbe un bel contrasto.

- E tutta una finzione. Ma no, perbacco!. Hai cercato di coinvolgermi in una cosa che non era. E dimmelo subito, accidenti, che mi vuoi carpire l’attenzione con questi trucchi!

 

Tutta la cosa non ha funzionato a livello meta-comunicativo.

Io invece ho notato le incongruenze nell'esecuzione e ho cominciato a pensare che non fosse un'esecuzione, ma teatro, e mi sono messa a chiedermi se il personaggio sarebbe invece morto lo stesso in scena. Il mio cliché qui, invece di essere l'autore non sa scrivere era un classico del giallo, il pugnale di scena che invece era un pugnale vero. E tra parentesi ho apprezzato non poco che la storia non andasse avanti in quel senso.

  

Il punto è: noi non stiamo vendendo niente a nessun pubblico. Non credo che l'autore nello scrivere il suo incipit avesse in mente un pubblico di teleutenti.

Il giudizio (che non può mai essere del tutto impersonale e oggettivo) deve astrarre dal target lettore e cercare di stabilirsi su livelli più generali.

Mah. Scrivo da quasi quarant'anni ed è la prima volta che il consiglio è "non pensare a un target di lettori quando scrivi". Di solito, persone anche di una certa levatura, danno il consiglio esattamente contrario.

 

Ma per offrire un commento utile, deve per forza rifarsi a concezioni abbastanza ideali e non conta che ci siano molti utenti che accetterebbero in concreto lo scritto così com'è. (Quanti lettori non provano alcuna difficoltà in presenza di "d" eufoniche o a salti ingiustificati del punto di vista!).

Se ci basassimo solo sui lettori. La maggior parte dei commenti di questo forum sarebbero fuori luogo.

Invece non è proprio così, perché uno si rivolge a un forum non per avere un insieme di regole ed essere giudicato strettamente in base a quello, ma proprio per avere un pubblico di lettori. I quali sì, sono competenti e sanno capire per lo più perché le cose non funzionano, ma sono prima di tutto lettori che esprimono un proprio gusto.

Quindi, per rispondere all'obbiezione, conta eccome se molti utenti accettano o no un testo, soprattutto quando viola o sembra violare determinate regole: perché non esistono leggi scolpite nella pietra quando si tratta di scrittura, e se su dieci lettori, a otto un testo piace e a due no, e quei due citano regole generali per cui non dovrebbe funzionare, be', in quel caso sono le regole che si devono fare da parte.

Per esprimere un'idea generale sulla questione, è proprio la televisionizzazione del pensiero che porta a ritenere il pubblico qualcosa da rassicurare e non sconvolgere. Se uno ha come target un pubblico di persone che leggono, che hanno una certa cultura (anche non altissima ma quantomeno ampia), che magari conoscono qualcosa di più del mondo che quello che passa in televisione o gli ultimi best-seller, un autore così non può rassicurare, perché i suoi lettori non amano essere rassicurati. Ma soprattutto non amano le storie che procedono sui binari e rispecchiano al 100% i cliché, che siano di genere o solo di comune sentire.

Last but not least: la meta-comunicazione esiste sempre, non è legata all'incipit, è qualcosa che deve essere padroneggiata per tutto il racconto. Ma, oserei dire, pure quando non si scrive di narrativa. Però la meta-comunicazione non ha niente a che vedere con la vicenda, ma col rapporto tra chi scrive e chi legge: il meta-messaggio dell'autore dev'essere "fidati, so quello che dico", non "fidati, la storia si svolgerà come hai pensato alla prima frase".

Certo che se il lettore parte dal presupposto che l'autore non sa quello che dice e soprattutto che non sa come dirlo, qualsiasi incipit sarà sbagliato a prescindere, a parte quello pensato dal lettore stesso (ma perché la meta-comunicazione non è onesta).

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Ospite

Questo post di Nuwanda apre una questione molto interessante e sulla quale potrei dare molti miei pareri. Purtroppo fino a settimana prossima ho difficoltà a postare una risposta che, per le domande formulate, si articola forzatamente in una certa lunghezza.

Credo inoltre che, nonostante sia stato io stesso a citare le case editrici, una discussione sulle stesse dovrebbe riceve un topic riservato perché, seppure esistono connessioni, l'argomento qui dovrebbe riguardare più strettamente il carattere e l'intenzione di un incipit.

Quando sarò rientrato dalle vacanze accetterò volentieri di partecipare alla linea di dibattito aperta da Nuwanda.

Con amicizia, Renato

Grazie Renato aspetterò con vivo interesse le tue risposte :-)

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Vorrei rammentare a chi posta in questo topic che il tema è: l’incipit è un contratto con il lettore? E in caso affermativo, quale ed entro quali limiti?

 

Il topic qualcuno l’ha interpretato come: critica al Renato-pensiero. Così sto assistendo allo strano sviluppo processuale in cui sono l’imputato chiamato a difendermi.

Possibile che nessuno abbia avuto un minimo disaccordo con quanto è stato postato dagli altri? Non un’idea seppure piccolissima da dibattere, non una frase da controbattere?

Oltretutto leggo un post in cui si fa del sarcasmo (che altro sono le faccine sorridenti in corrispondenza delle mie opinioni? Come si può ironizzare su ciò che io ritengo di dedurre da un incipit, quando poi in uno seguente si trovano addirittura sette od otto errori di buona scrittura?)

Non intendo replicare a chi, travisando del tutto la mia affermazione, mi schiaffeggia con i suoi quarant’anni di scrittura (ho conosciuto scacchisti che giocano da quarant’anni e non hanno mai superato il livello di dilettanti, e allora?).

 

Per piacere, torniamo al dibattito serio, in cui emergano posizioni varie e articolate, e manteniamo quel minimo di rispetto delle idee altrui, cercando di capirle e di argomrentare a tono (possibile che alcuni mi dicono che sono troppo legato alle regole e altri mi accusano di trasgredirle? Che taluni mi scrivono che il forum per gli utenti è una specie di scuola e altri mi dicono che invece i più cercano solo lettori? Come mai queste posizioni non sono entrate in conflitto tra loro, mentre entrambe sono una contestazione al mio pensiero?).

 

Eviterò di rispondere ai prossimi post perché credo che il mio pensiero sia stato abbastanza espresso, mentre attendo di assistere a un confronto a più voci.

Un saluto, Renato

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Il fatto che nell'incipit sia un po' un contratto con il lettore a me l'hanno insegnato alla prima lezione di un corso di scrittura che ho frequentato ormai molti anni fa, ed è una cosa che francamente non ho mai messo in dubbio (infatti questa discussione un po' mi stupisce).

Questo non significa che l'incipit debba rivelare in anticipo la trama. E' un po' come se fosse una promessa, come se l'autore dicesse: fidati di me, questo è quello che ti prometto... ti do qui l'atmosfera del mio romanzo, ti faccio assaggiare lo stile, il ritmo, il clima. Ti lascio intuire se sarà un romanzo serrato e pieno di azione, o se è una di quelle storie che decolla piano piano, se c'è dell'horror, del thriller.

Non so, io l'avevo capita così e mi è sempre sembrata un'idea convincente.

Andando a rivedere diversi romanzi, dopo averli finiti, mi rendo conto che lì, nell'attacco e nelle prime pagine, molto spesso c'è esattamente il nucleo di quello che poi si svilupperà nelle pagine successive.

E' una cosa a cui ho fatto attenzione proprio di recente, perché sto provando, per l'ennesima volta, a scrivere un romanzo e mi era chiaro che l'incipit così come l'ho buttato giù in prima stesura non funziona per niente. E quindi un po' ragionando e un po' andandomi a rileggere gli incipit di romanzi che ho letto di recente mi sono accorta che l'incipit è sfocato rispetto a quello che è il filo rosso del romanzo che vorrei scrivere.
Poi non me ne sono molto preoccupata perché la mia idea è che saprò come revisionare/riscrivere l'incipit solo dopo avere finito il romanzo (cosa che probabilmente non accadrà mai, ma questo decisamente non c'entra :bestem: ) 

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Be', Renato, mi spiace che la prendi sul personale, credo che nessuno qui abbia intenzione di mettere in discussione te, bensì quello che dici. È così che funziona quando ci si confronta: io dico la cosa X e qualcun altro dice se è d'accordo o no. Io non sono quello che dico come tu non sei quello che dici, il rispetto in una conversazione non è essere d'accordo con l'altro, ma considerarlo un proprio pari, qualcuno con cui valga la pena di discutere, non qualcuno a cui insegnare qualcosa o da cui imparare qualcosa.

Non è nemmeno vero che siamo tutti appiattiti sulla stessa posizione: l'argomento è interessante e si presta a molte interpretazioni (come fa notare anche Mari qua sopra), perché invece di inalberarti sul fatto che non cadiamo ai tuoi piedi non cerchi di confutare nel merito?

Comunque no, le faccine non sono quello che pensi tu, servono a stemperare le affermazioni non a renderle sarcastiche. Si scrive con una certa velocità, e le faccine sopperiscono al fatto che non ci si vede in faccia e se a uno scappa l'ironia non può far vedere che sta celiando. L'alternativa sarebbe una discussione seria accademica in cui ognuno fa il suo intervento e stop. In ambito forum questo di solito è tradotto in "una noia mortale", e noia significa non essere letti, quindi alla fine non essere ascoltati. :)

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Mari scrive:


Il fatto che nell'incipit sia un po' un contratto con il lettore a me l'hanno insegnato alla prima lezione di un corso di scrittura che ho frequentato ormai molti anni fa, ed è una cosa che francamente non ho mai messo in dubbio (infatti questa discussione un po' mi stupisce).

Così come credo, obiettivamente, che il fatto di non considerarlo tale sia perché conosco molto male (ammetto) le tecniche di scrittura e sono un lettore "istintivo".

Ma a me contiuna a sembrare una cosa molto limitativa proprio per il fatto che, da lettore, io tendo a dare un credito di fiducia allo scrittore (e mi pare non ci possa essere che questo rapporto, con il libro che ho deciso di leggere (come si nota creo un'identità oprera/autore e lo faccio volutamentee).

Lascio a lui la facoltà di sorprendermi (gli esempi di Borges che faceva Nanni sono la miglior citazione possibile) o di rimanere fedele al metalignuaggio dell'incipit per tutto il libro.

Però riconosco anche (e l'ho già detto) che una cosa sono pochi esempi di autori geniali, altro è quasi tutto il resto della letteratura.

Allora sapete cosa ho fatto? Lasciando da parte Borges e Eco, mi sono messo di fronte alla mia libreria e ho iniziato a leggere un po' di incipit in un modo che non avevo mai fatto (cioé esaminandoli sotto questo aspetto...).

Bé, devo dire che questa mia idea ne esce molto ridimensionata. Non che cercassi argomenti per smentire il parere di Renato, semplicemente preferisco che l'idea instillata in me dagli altri sia, al massimo, un tarlo. Poi di farne in me una convinzione in me - e a che grado - preferisco sia l'esperienza diretta.

Sì: faccio molta fatica a inquadrare anche uno solo degli incipit dei miei autori preferiti (nei romanzi, senz'altro, ma anche nei racconti) in modo molto diverso da una premessa-promessa...

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Be', ma che l'incipit sia una premessa è tautologico. Che nell'incipit ci sia anche una "promessa" in un certo senso è giusto.

Ma che nell'incipit sia contenuta tutta la storia e che dopo la prima frase uno è praticamente sui binari, questo no, non lo posso accettare.

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Così come credo, obiettivamente, che il fatto di non considerarlo tale sia perché conosco molto male (ammetto) le tecniche di scrittura e sono un lettore "istintivo".

 

Sono anche io una lettrice istintiva... e vorrei aggiungere: per fortuna :)

Il piacere della lettura sta nell'immergersi completamente nella storia e "dimenticarsi" di stare leggendo. Per me sarebbe terribile leggere con un occhio alla storia e uno cercando di cogliere gli aspetti tecnici.

Però appunto è una cosa intelligente, secondo me, fare come hai fatto tu, cioè andare a rileggere - in questo caso gli incipit ma vale anche per altro - per cercare di capire qualcosa anche della tecnica.

Almeno io cerco di farlo con i libri che mi sono piaciuti.

Alla fine secondo me quando si parla di tecnica è sempre meglio andare agli esempi concreti, perché restando sui concetti astratti è anche facile non capirsi. 

Poi trovo anche giusto che ognuno abbia i propri modelli.

A proposito... avete citato Borges a proposito di incipit che "depistano" il lettore. Se mi dite a quale racconto/romanzo vi stavate riferendo andrei a guardarmelo volentieri. Credo di avere letto solo dei racconti qualche decennio fa e non ho molto presente :)

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Ospite Bradipi

Vorrei ringraziare Renato per avere condiviso la sua esperienza.

Da lettore puro, senza velleità di contatti con le case editrici, divido la questione sugli incipit in due aspetti, il primo è “come rompere il ghiaccio” e il secondo “come vendere il prodotto”.

Per “rompere il ghiaccio” al primo contatto, momento sempre difficile nella vita sociale sono state inventate tante convenzioni, in letteratura si va a mode: nella greca vi era l’invocazione alle muse (“cantami o Diva del Pelide Achille…”), nell’ottocento spesso compare un personaggio, il viaggiatore, che poi scompare (Calvino ha utilizzato questo topos ne “Se una notte d’inverno un viaggiatore”).

Oggi gli autori si sentono liberi di tentare qualsiasi strada ma gli incipit che restano nella memoria (almeno nella mia) sono davvero pochi e l’unico libro che abbia letto per l’incipit che avevo letto nel saggio “come un romanzo” di Pennac è “il profumo” di Patrick Süskind.

Ovviamente differente è il punto di vista di una casa editrice, interessata a “vendere il prodotto” e quindi a interessare il lettore, bombardato da troppe informazioni, in poche riga.

Il discorso sulle case editrici italiane credo sia troppo lungo, complesso e oltre a essere OT non ho la competenza non dico per sviscerarlo, ma neppure per iniziarlo. Una singola notazione debbo farla riportando le parole di Renato che mi hanno colpito e riguarda i rapporti con la televisione:

Era inevitabile, nonostante le intenzioni dell’autore, che ritornassi alla memoria dei vecchi telefilm di Hitchcock in cui spesso si vede il protagonista inseguito da un assassino armato di coltello, ma nel momento in cui sta per pugnalare il protagonista, questi si sveglia da un incubo. Il volere attirare l’attenzione del lettore con una decapitazione, per poi risolverla in una scena teatrale lasciamola alla televisione e a un pubblico dai gusti discutibili.

... Non credo che l'autore nello scrivere il suo incipit avesse in mente un pubblico di teleutenti.

Da cui si evince un giudizio negativo sugli spettatori della televisione, ma l’ultima affermazione:

Una nota sul mio lavoro di consulente editoriale. In nessuna casa editrice ho incontrato condizionamenti sul giudizio, il problema era semmai un altro: si pubblicavano evidenti porcherie solo perché l'autore disponeva di uno spazio televisivo.

ribalta il tutto.

Personalmente ho assistito negli anni a un graduale miglioramento delle sceneggiature televisive non-italiane, sino ad arrivare a livelli narrativi di buon o ottimo livello, il cui ultimo esempio in ordine temporale è la serie israeliana “in treatment”.

Segno “non-italiane” perché invece le produzioni autoctone sono di una disarmante pochezza, tranne poche eccezioni come “Boris”.

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Di Borges ho citato la "Storia universale dell'infamia", per via del suo apparato critico, complesso, articolato e del tutto inventato. Vorrei però fare una precisazione: è vero che, nella maggior parte dei casi, i primi paragrafi di un romanzo saranno coerenti col resto ed eviteranno di depistare il lettore facendogli credere che la natura del libro sia diversa da quella che effettivamente è. Quello che affermo io è semplicemente che questa regola non è obbligatoria e non sempre viene rispettata. E un tempo lo era ancora meno di oggi, il che mi fa sospettare che il lettore medio contemporaneo sia più pigro di quello di un tempo. Infatti spesso sento dire che la letteratura classica è molto faticosa da leggere, e non solo per un problema di incipit.

Così se si prende un libro a caso dalla libreria le probabilità di trovare un incipit non depistante sono senz'altro più elevate di quelle di trovarne uno che cerchi deliberatamente di mandarti fuori strada. Epperò a cercarne se ne trovano.

C'è un intero genere, quello dei racconti con sorpresa e ribaltamento finale che si basano sul nascondere al lettore dati fondamentali. Prendiamo uno dei racconti più belli che abbia mai letto: La reticenza di Lady Anne, di Saki. Devo fare uno spoiler, perché la sorpresa finale è indispensabile al racconto.

Lady Anne è silenziosa e immobile sulla poltrona. Il marito pensa che le stia mettendo il muso per qualche grave mancanza da lui commessa e fa un vero e proprio spogliarello morale. In modo abietto confessa tutto quello che può confessare, umiliandosi. Alla fine se ne va, convinto di non essere stato perdonato. A questo punto il gatto salta sulla gabbia del canarino, riesce ad aprirla e mangia l'uccello. Perché sa che nessuno glielo impedirà, essendo Lady Anne morta sulla sua poltrona.

Un depistaggio coì palese, come si vede, può funzionare solo in un racconto. Però per quanto riguarda i romanzi ci sono altre tecniche e altri motivi per depistare. Basta cercarli.

 

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Secondo me Nanni stiamo parlando di due cose diverse. La "promessa" che l'autore fa al lettore con l'incipit non ha niente a che vedere con lo svelare la trama. Altrimenti sembra che qui stiamo dicendo che nei romanzi non ci possono essere colpi di scena. E certo che si possono nascondere al lettore dati fondamentali, così come si può fare il contrario: cioè dire al lettore qualcosa che il protagonista ancora non sa. Sono tutti modi per tenere alta la tensione narrativa, ma secondo me è un'altra questione che non ha molto a che vedere con il concetto di incipit come "contratto" con il lettore.

Però temo di non avere le competenze per argomentare oltre ;)

Di Borges ho letto solo racconti, e mi sono piaciuti assai, quindi vedrò di lanciarmi anche nella lettura dell'opera che citi tu.

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Sì, può darsi, ma la distinzione è sottile. Nel caso che ho citato, se uno non conosce Saki, può pensare di trovarsi di fronte a uno studio psicologico dei rapporti matrimoniali, e trovarsi poi completamente spiazzato dal finale.

Credo che il punto sia proprio questo: se si sa che l'autore di un testo è solito utilizzare queste pratiche ce le si aspetta; e si sa già in partenza che qualcosa ci è nascosto.

Ma, per un autore nuovo e sconosciuto, queste informazioni mancano, e può apparire fastidioso non sapere dove si stia andando a parare.

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