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Alberto Tosciri

Così no

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http://www.writersdream.org/forum/topic/16664-la-serpe/

 

Fabrizio stava seduto davanti al tavolino della sua cameretta. Scriveva su un quadernino, la testa china piegata di lato. Tese l’orecchio verso la porta. Il papà era al lavoro e la mamma in cucina. Loro non dovevano sapere.

Innanzi tutto doveva uccidere tutti i cavalieri di carta della sua personale tavola rotonda, gli esploratori e tutti i piloti da caccia della base segreta. Aprì il cassetto dove custodiva gli uomini che lui stesso aveva disegnato e ritagliato sulla carta. Tirò fuori la scatola di biscotti nella quale riposavano i suoi cavalieri; bisognava agire rispettando le epoche storiche, cominciando dai più antichi; Fabrizio era molto preciso in questo, non avrebbe mai commesso un errore temporale.

Peccato, pensò. Erano belli quei cavalieri che aveva ricalcato dalla sua enciclopedia per ragazzi, decorando con la punta di un compasso le loro armature di carta stagnola dorata dei cioccolatini e dei formaggini.

Li uccideva velocemente con un lungo ago da ricamo che fungeva da picca. Sollevava il loro elmo fissato con nastro adesivo per vedere i loro visi, colpiva dritto al cuore.

Quando ebbe finito allineò gli eroici caduti a un lato del tavolo, luccicanti sotto il sole del pomeriggio che entrava attraverso i vetri della sua stanza. Prese un’altra scatola, estrasse con delicatezza un mucchio informe di soldatini di carta disegnati imitando quelli di un film di avventure visto al cinema e che gli erano piaciuti; attraversavano giungle e paludi infestate da coccodrilli e indiani prima di raggiungere un fortino, morendo in tanti lungo la strada e questo gli dispiaceva, perché erano uomini in gamba, forti e belli, con giacche di cuoio a frange e grandi cappelli, armati di fucili, pistole e zaini a tracolla. Alcuni fumavano. Lui non aveva mai fumato. Gli sarebbe piaciuto provare almeno una volta, ma era troppo tardi. Anche gli esploratori furono inesorabilmente uccisi, ma con la punta di un compasso, colorando con un pennarello rosso i buchi a simulare il sangue.

Dietro ogni soldatino aveva scritto un numero, consultando il suo quadernino poteva vedere a quale nome corrispondeva quel numero, la sua età, se aveva moglie e figli che lui aveva deciso dovesse avere, perché Fabrizio era il dio del suo piccolo mondo.

Annotava tutto diligentemente di solito, ma questa volta non lo fece. Allineò gli esploratori morti in un’altra lunga fila a fianco dei cavalieri, erano tanti, ma ci stavano, perché li aveva disegnati di proporzioni più piccole. Ora restavano i piloti da caccia dell’ultima scatola di biscotti, disegnati con gli occhiali protettivi sollevati sul casco di volo. Amava in particolar modo gli assi dei cieli, ai quali aveva dato nomi di eroi presi dai suoi fumetti di guerra, anche questi trascritti nel quadernino, con a fianco il numero di aerei abbattuti.

Aveva i suoi miti, i suoi veterani, i suoi novizi e i suoi morti, sepolti fra le pagine di un vecchio vocabolario. Per ogni pilota aveva costruito un aereo formato da un foglio di quaderno arrotolato come un sigaro, all’interno del quale inseriva il pilota di carta, ripiegando poi le due estremità. L’aereo aveva un contrassegno di bandiera disegnato a penna, amico o nemico, senza che fosse possibile distinguere il nominativo. Per gli abbattimenti spesso si affidava al caso, sfracellando i rotoli di carta con un paio di grosse forbici e poi controllando i ritagli come fra i rottami, estraendo i pezzi del pilota e distinguendo dal numero scritto sul retro di chi si trattava, naturalmente annotando il tutto sul quadernino. 

Adesso però aveva fretta. Gli dispiaceva distruggere tutti i suoi piloti indistintamente, amici e nemici, senza segnare il numero di abbattimenti e vittorie, ma non c’era tempo, non c’era motivo.

Finita anche questa incombenza rimase con le mani distese sul tavolo. Si sentiva come svuotato adesso.

Ma indietro non poteva tornare, pensava. Non sarebbe più andato a scuola, non dopo quello che era successo. Prese il suo diario colorato dove la professoressa di matematica quella mattina aveva segnato una nota per i suoi genitori: chiedeva che uno di loro venisse a scuola per parlare circa “gravi fatti che erano accaduti e che avevano visto lui come protagonista”.

Fabrizio sentì gli occhi riempirsi di lacrime, fissò la finestra: un gatto grigio camminava sui tetti delle case di fronte, lo invidiava.

Forse si poteva rimediare. No. Impossibile. Ormai lo avevano scoperto.

Si fidava tanto di Clemente, il suo compagno di banco, colui che considerava il suo migliore amico, avrebbe dato la vita per lui. Si, l’avrebbe data. E invece proprio Clemente lo aveva tradito.

Lo conosceva fin dall’asilo, sempre insieme. Lo aveva fatto venire a casa sua qualche volta, gli aveva presentato i suoi eroi, il suo mondo sopra il tavolino della sua cameretta, ma Clemente non guardava e non ascoltava; amava stare all’aria aperta, si sentiva soffocare dentro quella piccola stanza che per lui non era un mondo, ma un posto dove dormire.

Le cose avevano cominciato a cambiare dalle scuole medie.

Clemente si era gradualmente allontanato, non cercava più la sua compagnia, preferiva gli altri compagni. Fabrizio si sentiva profondamente ferito da questo. Clemente non voleva stare a sentire le sue storie di fumetti e di film d’avventure, faceva l’occhiolino alle ragazze, si appartava con loro, fumava. Non aveva tempo per le sue bambinate, come le chiamava, lo evitava, lo guardava con sufficienza, anche con scherno.

Ma perché era così cambiato? Perché tutti cambiavano? Perché non amavano sentire e vedere le mirabolanti storie dei suoi esploratori, dei suoi duelli aerei, le lotte dei cavalieri, i mari sui libri del Corsaro Nero? Perché gli ridevano in faccia? Non lo capiva, non lo capiva.

Ma non sopportava di essere trascurato da Clemente.

Quella mattina a scuola Fabrizio aveva deciso di agire. Ci pensava da lungo tempo, sarebbe stata una prova della sua devozione nei confronti dell’amico che stava perdendo, un modo per fargli capire che aveva bisogno di lui. Certo, la cosa forse era un po’ azzardata, ma del resto aveva visto spesso suoi compagni scambiare baci furtivi con le ragazze.

Lui baciò Clemente all’improvviso sulla bocca durante l’ora di ricreazione, mentre stava mangiando un panino con mortadella. Clemente aveva sputato con disgusto, inseguendolo urlando e lanciandogli addosso qualunque cosa. Successe il finimondo, intervennero i professori. Fabrizio fu posto da solo all’ultimo banco, come se avesse la peste e nessuno gli rivolse più la parola.

Ogni tanto qualcuno si voltava a guardarlo e ridacchiava. Fabrizio sperava che si voltasse anche Clemente, un suo sguardo, anche di disprezzo, gli avrebbe fatto piacere, ma Clemente non si voltò mai, consolato dalla sua compagna di banco, una smorfiosa profumata che gli stava sempre dietro, dal sorriso crudele, consapevole, molto consapevole di cosa volevano i maschi, soddisfatta.

Fabrizio era tornato a casa con quella nota, che avrebbe dovuto far vedere ai suoi. Ma non se la sentiva. Non sapeva come spiegare, perché dovesse farlo, perché un bacio dato al suo amico fosse stato considerato qualcosa di così tragico. Si era reso conto che questo dolore, questa derisione, questo essere all’ultimo banco sarebbe stato per tutta la vita. E la vita era lunga.

Il sole sopra il tavolo della sua cameretta non era più lo stesso degli altri felici pomeriggi delle sue battaglie solitarie; i soldatini di carta non gli avrebbero più fatto compagnia, non aveva voglia di ricominciare, niente sarebbe più stato come prima.

Si alzò lentamente dalla sedia. Accarezzò il dorso dei suoi libri di avventure, posti nella piccola biblioteca a fianco del suo letto. Sorrise. Guardò la porta chiusa della stanza. Più tardi sua madre sarebbe venuta a chiamarlo per la cena. Aprì la finestra. Avvicinò la sedia sotto il davanzale, vi salì sopra.

Le auto che passavano nella strada sottostante sembravano più piccole. L’aria sul viso gli piaceva, nonostante tutto. Chiuse gli occhi e riassaporò il ricordo delle labbra che aveva baciato. Era stata la prima volta nella sua vita che aveva baciato qualcuno fuori della famiglia. Non aveva immaginato che avrebbe potuto essere così bello, così doloroso, così definitivo.

Alzò le mani al cielo, sospirò pensando a tutti gli eroi che aveva ucciso, a tutti i mari che aveva solcato sui libri, sentì la brezza marina sulla tolda di una nave corsara della quale non importava niente a nessuno.

Non era riuscito a convincere Clemente a volergli bene, a stare sempre con lui, a disegnare e ritagliare cavalieri ed esploratori nel tavolino della sua stanza per sempre. La vita non sarebbe mai stata così. Sempre all’ultimo posto nel banco, solo.

Quella smorfiosa dal sorriso crudele e soddisfatto che lo guardava con occhi felici e osceni.

No. Così no.

Si lasciò andare nel vuoto senza un grido. I suoi eroi di carta si mossero anche loro, spostati dal vento.

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se aveva moglie e figli che lui aveva deciso dovesse avere,

Mi sembra involuto

parlare circa “gravi fatti che erano accaduti e che avevano visto lui come protagonista”.

circa è bruttino... Usi le " riferisci per cui dovresti poi riportare il messaggio " ...gravi fatti commessi da vostro figlio" o simili

Si fidava tanto di Clemente (...) proprio Clemente lo aveva tradito

 

Piu che altro si è allontanato, poi c'è la reazione plateale ecc.

 

Ci sarebbe qualche altra piccolezza, ma sono un po' di corsa.

Ah, trovo fastidiosa la mancanza di  a capo. Secondo me servono a dare il ritmo al lettore; non dispregio neppure qualche ; e : E' soggettivo, si capisce.

Un buon racconto. Ben centrato il giovane protagonista, a suo modo un diverso. La sua manicalità, solitudine, fantasia, affettività sono rese in modo convincente e misurato.

Appare forse troppo ingenua la sua percezione dell'altro sesso e dell'amico, ma -anche se non l'hai scritto - letture e giochi lo collocano più o meno negli anni '30. Giusto? Attuale invece, o meglio a-temporale, la disperazione suicida.

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Ospite ***

Llòlletto.

Vorrei evitare questioni stilitiche o cosa, perché qui, sotto al tavolo, c'è nascoto qualcosa.

Per cui mi soffermerò prima soltanto su un paio di consiederazioni personali che credo riguardino la relazione Fabula e Intreccio. Anche perché la questione sotto al tavolo è importante.

 Ho notato una volta arrivato in fondo che m'è venuto da farmi delle domande. Grazie a queste domande ho scoperto cosa c'era sotto al tavolo. Dammi un mometo però, che appena riesco te lo dico cosa c'era, ma prima intanto vorrei precisare che ho letto con una certa curiosità tutta la prima parte; che poi alcune ondate al centro son state forse per i mie gusti troppo didascaliche e han invaso il lido della mia concentrazione; che poi alla fine invece il filo l'ho ripreso bene. E il racconto s'è concluso con quel riallacciarsi ai soldatini che ho apprezzato, e m'è piaciuto. Credo che con quei soldatini tu abbia chiuso dignitosamente il cerchio aperto lungo il camino, bravo.

 Ora arrivo alla questione importante. E quel che intendo lo dico subito. 

 Ah, spe', prima però m'è venuta in mente ancora una cosa: il racconto secondo me si lascia leggere piacevolmente. Presenta un registro chiaro e adeguato alla maggior parte della narrazione. Credo inoltre che lungo gran parte del raccconto il rapporto tema tono sia azzeccato. Eliminerei soltanto alcune forzature che forse fanno parte di idiosincrasie mie e quindi non te le sto a dire nemmeno. Precisazioni che - però - son il sintomo di quelle ondate che ti dicevo a tratti rendon forzata e un po' troppo didascalica la porzione cui mi riferivo.

 Ma vengo al dunque. 

 Ah, spe', volevo dirti: sai che io il refusetto non lo cago minimamente, ne faccio a palate tanto che l'inverno insieme alla neve nel vialetto qua sotto mi ci ritrovo gli sfondoni straripati dalla finestra la sera prima, però vorrei segnalarti una piccolezza irrilevante cui io tengo in particolar modo:

[Le cose avevano cominciato a cambiare dalle scuole medie.]

Credo (dato il registro e il tono che hai usato) sarebbe meglio un:

[Le cose erano cominciate a cambiare dalle scuole medie]

Considero l'ausiliare "avere" caratterisctico del linguaggio più parlato che non dello scritto, nel quale potrebbe essere considerato errato da certi loschi individui ( odio i critici).

Tuttavia riamarrebbe  troppo lunga, la frase, messa così, me lo dico da solo, e me la sostituirei da solo quindi con:

[Le cose erano cambiate alle scuole medie]

Ma son sciocchezze.

 Ed eccoci arrivati.

 Eccoci arrivati alla questione sotto al tavolo.

Qui, la faccenda, a mio avviso è molto semplice e cercherò di aiutarmi con le parole di un tipo che su questo ne sapeva parecchio più di me. 

 Parto con un piccolo preambolo: bisogna stabilire cosa serva e quando se si parla di Sorpresa o Suspense. Tu hai forgiato un finale caratteristico con sorpresa (sebbene ventilata) ma di sorpresa si tratta comunque. Eppure stiamo parlando di una narrazione in terza persona: l'occhio di Dio, come vien chiamata. Io son convinto che l'accostanento Terza+Sorpresa sia poco efficace e non rende giustizia al tuo racconto. In pratica cercherò di spiegarmi meglio: avendo tu utilizzato una terza, a mio avviso sarebbe forse più diretto usufruire dei benefici della Suspense. Se, al contrario, l'Io narrante avesse raccontato in prima, allora sì, che la sorpresa avrebbe reso il gioco bene. Qui, però, siam in terza, e bisognerebbe spostare alcuni blocchi, per parcheggiarli nel piazzale dell'intreccio con una strategia in favore della Suspense. La differenza tra Suspence e Sorpresa è molto semplice. E tra poco arrivo al punto.  

Proviamo a imamginare un incipit di qeusto tipo:

"Avvicinò la sedia sotto il davanzale, vi salì sopra.

Le auto che passavano nella strada sottostante sembravano più piccole. L’aria sul viso gli piaceva, nonostante tutto. Chiuse gli occhi e riassaporò il ricordo delle labbra che aveva baciato. Era stata la prima volta nella sua vita che aveva baciato qualcuno fuori della famiglia. Non aveva immaginato che avrebbe potuto essere così bello, così doloroso, così definitivo."

Per quel che mi riguarda, qui c'è il fulcro. E sempre per quel che mi riguarda, utilizzare il fulcro in terza in questo tipo di racconto, sarebbe come dire che:

"... c'è forse una bomba sotto questo tavolo e la nostra conversazione è molto normale, non accade niente di speciale e tutt'a un tratto: boom, l'esplosione. Il pubblico è sorpreso, ma prima che lo diventi gli è stata mostrata una scena del tutto normale, priva d'interesse. Ora veniamo alla suspence. La bomba è sotto il tavolo e il pubblico lo sa, probabilmente perché ha visto l'anarchico mentre la stava posando. Il pubblico sa che la bomba esploderà all'una e sa che è l'una meno un quarto - c'è un orologio nella stanza - : la stessa conversazione insignificante diventa tutt'a un tratto molto interessante perché il pubblico partecipa alla scena. Gli verrebbe da dire ai personaggi sullo schermo: 'Non dovreste parlare di cose banali, c'è una bomba sotto il tavolo che sta per esplodere da un momento all'altro'. Nel primo caso abbiamo offerto al pubblico quindici secondi di sorpresa al momento dell'esplosione. Nel secondo gli offriamo quindici minuti di suspence". [cit.]

:D
 

Modificato da Darken
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@ Sefora

 Grazie per la lettura e il commento. Hai ragione per gli a capo,  dovrei rivedere questo aspetto, come anche i due punti e punto e virgola.

Sono contento  che il racconto ti sia piaciuto.

In quanto all'ambientazione, nella testa avevo in mente gli anni Settanta. Erano ancora anni "ingenui" da noi, nonostante siano stati chiamati, e lo erano, "anni di piombo". Ma la vita era ancora a misura d'uomo, nonostante tutto.

Fabrizio sicuramente era molto ingenuo, molto idealista, molto infelice.

 

@ Darken

Ti ringrazio per l'attenta lettura e l'interessante commento.

Molto giusto e appropriato il cambio del verbo che mi hai indicato: suona meglio effettivamente.

Interessante il fulcro della questione, molto interessante. Credo che le intenzioni di Fabrizio si capiscano solo quando sale sul davanzale della finestra, prima ha compiuto solo cose "normali", o almeno erano normali per certi ragazzini di quell'epoca e di quel contesto giocare in quel modo.

Oggi sarebbe da psichiatra (spero di no, per quanto il mondo sia  diventato tanto, tanto più brutto da allora).

Oggi vallo a trovare un ragazzino che sa chi sia il Corsaro Nero di Salgari, senza guardare google.it.

Io amo particolarmente la narrazione in terza persona, certo sono lontano dai parametri che vorrei avere per potermi spiegare e districare nelle varie tessiture di una trama, anche complessa. Amo la suspence in un certo modo, pur non apprezzando moltissimo le sorprese, cioè cerco di lavorare nel modo che mi sembra il più chiaro possibile, il più piano possibile, fino ad arrivare a una conclusione che per me mi sembra l'unica e naturale, umanamente parlando, davanti all'ineluttabilità di certi accadimenti e loro conseguenze.

Ti ringrazio ancora Darken.

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Ciao.

 

Quoto chi ha segnalato la povertà di "a capo". Personalmente sono un fanatico del ritmo imposto con lo spezzettamento ad hoc del testo. E' fondamentale per dare incisività a passaggi e concetti chiave. Forse una mia fissa, ma lo trovo gradevole anche dal semplice punto di vista dell'impaginazione.

Globalmente, un racconto godibile per un motivo preciso: c'è quest'aura inquietante che cresce bene, senza svelare troppo, ma si percepisce un senso di "diverso", quasi di "sbagliato" in questo bambino. Tanto che arrivando verso il finale, mi ero già prefigurato una gamma di rivelazioni terribili e disturbanti.

Non che il finale manchi di drammaticità.

 

Sotto il profilo tecnico, ho alzato il sopracciglio in un paio di occasioni

 

Clemente aveva sputato con disgusto, inseguendolo urlando e lanciandogli addosso qualunque cosa. Successe il finimondo, intervennero i professori.

 

 

Questo cambio di tempi brusco mi è piaciuto poco, ci sono quasi inciampato nel ritmo della narrazione. Sarei rimasto sul trapassato prossimo.

Secondo punto, anche io sottolineo l'uso dell'ausiliare evidenziato da Darken.

 Bella l'immagine finale dei soldatini, il loro volo ha la giusta carica simbolica e chiude bene il cerchio.

 

Non fosse stato per il chiaro riferimento all'ambiente scolastico (elementari, medie) avrei pensato ad un uomo ormai adulto, rimasto bembino nel proprio cervello malato, chiuso nella cameretta a casa dei genitori a giocare con  i soldatini. Insomma una situazione malata che aspettava solo di esplodere in qualcosa di terribile.

 

Complimenti, mi fermo qui, è il mio primo commento e non voglio strafare.

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Non si potrebbe commentare i commenti ma laciatemi dire che c'è davvero molto da imparare leggendo analisi così attente.

 

Tuttavia, pur apprezzando molto la questione "tirata fuori da sotto il tavolo" di Draken, in un racconto così breve io amo anche il finale a sorpresa che dà senso complessivo alla narrazione.

Il finale a sorpresa ti costringe a una rilettura ma quando ti avvicini al termine di un racconto breve hai ben in testa parole, immagini e sensazioni che hai "assorbito", e uno scioglimento repentino - già fatto balenare oppure tranchant - dà immediatamente il senso a quanto ancora ti si sta muovendo dentro, ti si sta depositando nel fondo della coscienza.

Incontenstabile che la scelta fra un quarto d'ora di suspance e una "semplice" sorpresa finale, per un autore debba assolutamente pendere per la suspance.

Ma se si parla di tre, cinque, otto minuti (anche se non ne faccio esclusivamente una questione di tempo ma di emozioni e sensazioni accumulate e conservate... "in sospensione" nel cervello, tutte singolarmente chiare ma ancora non necessariamente coerenti e legate fra loro), ecco, se si parla di pochi minuti e poche immagini intense, il finale a sprpresa è molto apprezzabile proprio perché, in un singolo istante, rende il senso complessivo.

E' un meccanismo molto gradevole, parlando da lettore. A me fa vedere la genialità di chi scrive. 

 

Per quanto riguarda il mio parere sulla qualità del racconto: lo trovo eccellente.

Splendido, davvero splendido, il rapporto del protagonista con i suoi soldatini e con il suo "mondo-bambino", un mondo del quale egli ha percepito la fine.

Il tragico gesto finale (reso con un poco di retorica e di leggerezza ma in modo credibile: nell'istante della scelta, quella scelta deve apparire come la via migliore quindi non ha senso rappresentarla con la tragicità di un punto di vista esterno ed emotivamente razionale), il gesto finale - dicevo - è compiuto in quanto il protagonista sente che non avrebbe potuto sopravvivere alla fine di quel mondo. E questo lo spinge ancora di più della paura di una vita da emarginato. Un'immagine di emarginazione, alla fine, passa fra i suoi pensieri ma non può ancora essere una vera e propria razionalizzazione: mi permetto di "declassarla" ad intervento della voce narrante, che c'è e ci sta bene affinché ce la possiamo leggere noi.

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@ Criszeri

Grazie per  la lettura e il commento.

Concordo con le notazioni, delle quali farò senz’altro tesoro sia in sede di revisione del testo che per il futuro.

Le sensazioni che hai avvertito circa il protagonista, “diverso”, quasi “sbagliato”, confesso che non era totalmente nelle mie intenzioni che apparissero così, pur rendendomi conto che una possibilità in questa direzione ci sarebbe stata.

Certamente si tratta di un bambino diverso, ma questo termine non lo intendo nell’accezione che se ne da oggi.

Diverso in quanto sensibile, troppo sensibile, certamente ingenuo, ma a dodici anni (questa l’età immaginata) avrei voluto sperare che i ragazzi conservassero ancora l’ingenuità, l’innocenza, la purezza che dovrebbe contraddistinguerli e accompagnarli, prima di venire a contatto con il mondo. Contatto che non sempre è immune da conseguenze disastrose.

Non trovo sbagliato, dal mio punto di vista, il suo isolamento, il suo attaccamento così intenso a Giorgio che, diversamente da lui, il mondo lo ha capito eccome, distaccandosi dalle “bambinate” del suo amico e causandone il crollo.

Si potrebbe anche parlare di omosessualità latente in Fabrizio, ma io non la vedo così in quanto vedo nella sua dedizione verso l’amico qualcosa che va oltre il puro aspetto fisico; senza esagerare con i paragoni, nel mio piccolo mi sarebbe piaciuto equiparare questa amicizia, naturalmente solo nei pensieri di Fabrizio, all’amicizia che c’era fra Achille e Patroclo o ancora di più a Eurialo e Niso

“… appresentossi in prima

Eurialo con Niso. Un giovinetto

di singolar bellezza Eurialo era;

e Niso un di lui fido e casto amante.”

(Virgilio, Eneide, v. 425 – 428)

Un casto amante ecco, un casto amore, un casto, disperato bacio; tutto questo va a cozzare, allora come oggi, contro la crassa materialità, venalità e ignoranza tout court del mondo, generalmente parlando ovviamente.

Un’anima sensibile e innocente non puo’ più vivere quando si scontra, prende coscienza di un simile mondo.

 

@ Qfwfq

(Non riesco a decifrare l’arcano mistero tastieristico che si cela dietro queste lettere, (poi mi dirai che le hai battute a caso?) da rivedere una per una affinché possano essere trascritte  senza sbagliare).

Naturalmente ti ringrazio per la lettura e il commento.

Mi ha fatto piacere che tu abbia apprezzato il “mondo bambino” di Fabrizio e dei suoi soldatini di carta. Sono giochi che potrebbero essere equiparati  a quelli odierni dei pc, solo che quando i bambini giocavano con la carta mettevano in moto anche il cervello e la fantasia, con il pc no.

Ti do ragione  sul fatto di averci messo un po’ di retorica, specie nel finale, la mia personale retorica per “aiutare” il pensiero di Fabrizio a farsi strada, affinché fossero comprensibili i motivi per i quali aveva rinunciato a vivere, la sua idea che avrebbe condotto una vita da emarginato era un’idea totale e inconcepibile, che coincideva con la fine della sua fanciullezza oltre che con la presa di coscienza, ancora agli inizi, che non sarebbe mai stato felice per via dei suoi desideri, dei suoi istinti.

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Grazie al commento di qfwfq sul racconto di Salvo nell'ultimo M.I. ho ritrovato questo tuo racconto che mi ero perso Alberto! 

E ne sono stato felicissimo perché credo sia davvero il più bello fra i tanti tuoi che ho avuto il piacere di leggere: intenso, emozionante, denso di contenuti e di immagini, proprio molto, molto bello. 

Non sto a commentarlo adesso, perché non avrebbe senso dopo che altri hano già speso parole così profonde per farlo, ma sappi che mi ha davvero emozionato tanto.

P.S.

Per sdebitarmi almeno in parte ti rivelo il segreto di Luca (che non c'entra con SIlone in questo caso...)

qui

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Ho letto questo racconto subito dopo che tu me lo hai segnalato, Unius, molto tempo fa. L'ho letto, e dopo averlo finito ho percepito una strana fitta, una scarica di emozioni fortissima. Non mi sono sentito di commentarlo, non so bene il motivo. Ho pensato a questo racconto per molto, cercando di offrire un commento valido, un commento appunto che contenesse le mie impressioni. Ma queste erano molto confuse, non sapevo neanche io che tipo di impressioni fossero. Indefinibili, ecco. Erano tante emozioni, tutte intense, tutte tristi e angosciose, ammassate tra di loro. Ora, a distanza di un po' di tempo dalla prima volta che l'ho letto, l'ho letto una seconda volta e credo di poter offrire un valido commento al testo.

Questo racconto è vero. Non c'è un'altro aggettivo che possa descriverlo meglio. Le sensazioni che ho provato leggendolo erano profonde e assolutamente vere. Ho percepito la sofferenza del protagonista, e questa era vera. La situazione che mi presenti all'inizio combacia perfettamente con l'atto del suicidio in sé, e l'ho trovata appropriata. Riesco a sentire l'angoscia che lui prova, quell'angoscia è anche la mia nel momento in cui lo leggo. Il testo è mediamente scorrevole. La situazione iniziale non scorre veloce, scorre piano ed è struggente. Ma non è un difetto, attenzione. Non so bene come spiegarlo, ma anche la tattica narrativa è giusta. Il motivo per cui compie tale gesto, poi, è anche attuale. Sono riuscito a immedesimarmi con lui, e in quel momento avrei potuto offrirgli migliaia di motivi per non compiere quel gesto. Avrei potuto accarezzargli la guancia e fargli capire la stupidità del gesto. E ciò mi fa capire quanto questo racconto mi renda consapevole della grandezza e dell'importanza della vita. Lo so che potrebbe risultare un ragionamento contorto, ma questo racconto mi ha comunicato cose che nessun racconto mi aveva mai comunicato. Mi ha scaldato il cuore e non soltanto offerto sensazioni bellissime, ma la consapevolezza. 

Grazie, Unius.

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@ Marcello

Ti ringrazio per la lettura e le belle parole. Mi hanno fatto  veramente piacere.

 

@ Salvo

Grazie... se questo racconto è servito a  suscitare in te tutte queste emozioni e la consapevolezza ulteriore della bellezza della vita, che vale comunque la pena di essere vissuta nonostante le difficoltà, se sono anche parzialmente riuscito in questo, sono contento.

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Allora, il racconto è stato sviscerato in tutti i suoi punti, quindi non mi sento di fare chissà che commento.

Voglio semplicemente dire che, senza ombra di dubbio, è il miglior racconto che abbia letto fino a questo momento.

Complimenti e a rileggerti senz'altro.

 

Federico

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Grazie Federico. Mi piacciono i commenti semplici e come nel tuo caso, lusinghieri.

Perchè anche io sono un tipo semplice, ma un complimento per il proprio lavoro è sempre una cosa bella e gradita.

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Un racconto che mi è piaciuto molto. C'è qualche ombra, ma tutto sommato di poco conto.
Mi è sembrato molto bello l'inizio, che si sofferma con attenzione e senza pesantezze sui soldatini. A mio avviso, è un ottimo avvio che conduce di logica alla conclusione. Come altri hanno rilevato, apertura e chiusura del racconto disegnano un cerchio che offre una bella forma compatta all'intero racconto.
Invece non sono d'accordo con chi ha ravvisato nel suicidio una sorpresa. Mi sembrava del tutto implicita nel modo in cui il personaggio tratta la morte dei suoi soldatini, un'emozione intensa che lo induce perfino a colorarne il sangue. A mio giudizio, il finale era già preavvertibile nelle parti precedenti.
Devo però aggiungere che la descrizione del gioco s'è prolungata un po' troppo. Ormai tutto appariva già chiaro arrivati a
 

perché Fabrizio era il dio del suo piccolo mondo.

La parte successiva mi è sembrata tutto sommato inutile.
 
Una perplessità l'ho avuta poi riguardo a un'informazione che non dai: quanti anni ha il ragazzo?
Poiché parli di professori, non può essere più giovane di un alunno di prima media. Se è così, il bacio a un compagno difficilmente scatena reazioni quali ho letto. A partire dalla seconda media, quando nella maggior parte dei ragazzi si ha il passaggio dall'omosessualità all'eterosessualità, la questione del rapporto fisico con compagni dello stesso sesso diventa un tabù. Ma prima non c'è ancora una piena consapevolezza perché i bambini (e tali sono ancora in prima media) non vivono emotivamente la loro sessualità, la vivono più come forma di gioco proibito e intrigante, ma nulla di più.
Se il ragazzo è più grande di un alunno di prima media (allora però risulterebbe poco adeguato il gioco dei soldatini) dovrebbe comprendere piuttosto bene il significato del bacio sulla bocca a un compagno, che non può essere più interpretato come una semplice manifestazione di amicizia.
 
Ovviamente tutto sarebbe più convincente se il ragazzo presentasse qualche ritardo psicologico (non necessariamente d'intelligenza) che ne spiegasse certi atteggiamenti infantili. Credo che questa sarebbe stata una buona chiave d'interpretazione. Egli è introverso e si diletta con giochi che gli altri stanno superando, di qui il suo isolamento, che lo fa regredire a uno stadio ancora più infantile.
Tutto ciò è forse presente nel racconto, ma lo avrei reso un po' più esplicito.
 
In ogni caso, ti ho letto con piacere. Renato

 

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Mi fa piacere che il mio racconto ti sia piaciuto, Renato.

Ti ringrazio per averlo letto e commentato, naturalmente terrò conto dei tuoi consigli e delle tue osservazioni, ci tengo a questo testo per una serie di motivi qui troppo lunghi da spiegare.

Il ragazzo del racconto  è appena in seconda media, ho accennato che per lui tutto cambia con l'entrata in quel ciclo temporale.

E' ancora un bambino, ma comincia a non esserlo più. Si rende conto che il mondo intorno a lui sta cambiando, i suoi compagni non sono più gli stessi, ma lui non se la sente di "partecipare",  non vuole. Troppo ancorato ai suoi sogni di bambino,  diciamo anche ai suoi piccoli soldatini di carta, alle sue innocenti amicizie, come innocente è il bacio dato al suo compagno preferito, l’amico del cuore o che lui considerava, si illudeva fosse tale, senza secondi intenti.

Questa non è sindrome da Peter Pan, è un’altra cosa, io la definisco “dolorosa consapevolezza” di una  forzata  immissione in una serie di regole, valori e retaggi che non vogliamo, che ci fanno soffrire. Alcuni resistono, cambiano  istintivamente per non soccombere alla vita, altri come Fabrizio no, non accettano, fino a drammatiche conseguenze.

La vita ogni tanto impone una serie di bivi, sentieri che si biforcano, parafrasando forse in maniera inopportuna Borges.

Sappiamo e intuiamo quale può essere il sentiero più facile, più opportuno per noi, ma, ripeto, alcuni  non lo vogliono intraprendere. Con dolorosa consapevolezza, quasi un martirio laico, pur di restare fedeli a se stessi.

Grazie ancora per l’apprezzamento.

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Mi tocca fare la voce fuori dal coro.

Per carità, il racconto è ben scritto, il personaggio e la situazione sono ben delineati, così come il clima emotivo, Ma già lo so che queste cose le sai fare bene.

Purtroppo però non posso far altro che avvertire un senso di delusione ogni qual volta si ricorre alla morte, o peggio al suicidio per cercare di dare spessore alla storia.

Sicuramente il mio punto di vista è condizionato dalle cose che vedo tutti i giorni, ma proprio per questo, per dovermi confrontare così spesso con chi immagina di risolvere i problemi della vita con una manciata di pastiglie o con un salto nel vuoto, che provo un senso di irritazione nel veder rappresentati questi gesti come se dovessero avere un significato catartico.

Mi potresti obbiettare che comunque queste cose succedono veramente. In realtà è proprio questo che mi preoccupa ed è per questo che penso che si debba stare attenti a costruire delle logiche del tipo: "Guarda poverino, nessuno lo capisce, il mondo è ingiusto con lui e non gli rimane altro che buttarsi dalla finestra."

Non ti nascondo che fino all'ultimo ho sperato che non finisse così. Come ti ho detto il personaggio è ben costruito, con tutte le sue piccole manie, la storia della sua amicizia con Clemente ha delle ottime potenzialità. Anche la delusione ha tutta la sua ragion d'essere. Sono le cose della vita, anche il dolore fa parte della vita ... Insisto, della vita.

Come ho già avuto modo di esprimere in un'altra occasione vorrei che non fossimo così crudeli con i nostri personaggi, li creiamo, li facciamo soffrire e poi li uccidiamo solo per mettere una bella frase sulla loro tomba. Perché non proviamo invece a dargli una speranza?

Ovviamente questo è solo il mio personalissimo punto di vista che nulla toglie al valore del tuo racconto, ma ho ritenuto di doverlo esprimere per stimolare una riflessione su ciò che scriviamo, sul perché lo scriviamo e, perché no, sulla responsabilità che ci prendiamo nello scriverlo.

A rileggerti.

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Ti ringrazio  per le tue parole e la lettura Poldo e condivido molto di quello che dici.

Ogni azione ha una sua motivazione.

Ti ho mandato un MP dove ho provato a esprimere la mia.

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ciao,

oltre al fatto dell'andare a capo, che io avrei preferito, non mi è piaciuta la storia.

Perché dico la storia?  perché non è vera. Un bambino che gioca con i soldatini fatti di carta non potrà mai uscire dal suo mondo per entrare in quello di un altro che non accetta più la sua passione e, sicuramente, non arriverebbe al suicidio.

Il ragazzino che simula il sangue con il pennarello rosso ha già il suo amore(i soldatini), non va a cercarne altro.

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Qualche a capo in più forse ci voleva, magari non a ogni frase, da qui forse l'impressione di pagina "piena", dove pure i "vuoti" lasciati dagli a capo che ci sono per spezzare i periodi si vedono.

Se la storia non ti è piaciuta pazienza; non posso presumere cosa piaccia agli altri e scrivere di conseguenza, mi rifiuterei di scrivere e darei le dimissioni da critico.

Ho sempre scritto quello che piaceva a me, con la speranza di ricevere critiche costruttive e motivate anche da chi non apprezza quello che scrivo.

Il ragazzo del racconto distrugge il suo piccolo mondo di giochi proprio per il dolore di non poterlo condividere con quello che considerava il suo amico del cuore e dal quale si è sentito tradito.

I soldatini non saranno più i suoi compagni,  al suo amico non importa un fico secco dei soldatini nè di lui, a quanto pare.

Non è un motivo per uccidersi, ma ritengo che per qualcuno  possa esserlo.

Poi, le ragioni  e il senso della vita come della morte, la separazione netta tra  felicità, infelicità, dolore e follia io non la conosco, propendendo per le sfumature emozionali, che sono un numero limitato come le stelle.

Evidentemente tu sei meglio informato di me.

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È sempre molto difficile dire se emozioni, sentimenti, comportamenti sono più o meno realistici. Accadono cose nella realtà che sono più irreali di ogni fantasia.

Se parliamo di plausibilità o di probabilità, credo che il rifugiarsi nei soldatini per un bimbo di 11-12 anni sia del tutto possibile e anche plausibile. A quell'età ero in collegio e posso assicurare che c'erano alcuni dei miei compagni che si dilettavano con giochi che non avrebbero interessato neppure un bimbo di 8 o 9 anni. Ricordo particolarmente un paio di loro, amici per la pelle, che trascorrevano la giornata a imitare omini semplicemente muovendo l'indice e il medio di una mano. L'attività principale di questi omini fatti con le dita era quella di spararsi peti a vicenda e svenire, per poi rialzarsi e rifare il divertimento. Passavano ore in questo modo.

Bambini frustrati? Infantili? Certamente. Ritardati mentali? No. Intelligenza normale.

Io cerco di immaginarmi la frustrazione se a un tratto uno dei due si fosse stancato di quel gioco e avesse abbandonato l'altro. Probabilmente l'altro non si sarebbe suicidato, ma sarebbe caduto in una depressione e un isolamento tale da rendere oltremodo difficile normalizzare la sua personalità.

Quanto al suicidio devo dire che, seppure giustificato dalle richieste drammatiche del racconto, è molto meno probabile nella realtà.

Ricordo di un bambino di 10 anni della nostra scuola. Un bambino di gravissimi problemi caratteriali. Un giorno fu trovato morto al tavolo di cucina, asfissiato dal gas di città. I giornali si scatenarono sull'evento, gli psicologi ne dissero di tutti i colori, incolpando la scuola, l'insegnante, i genitori dei compagni, la società... La polizia, dopo una settimana di indagini, poté escludere nel modo più certo che si fosse trattato di suicidio, era solo una disgrazia (mi par di ricordare, un tubo difettoso).

Il suicidio, per nulla infrequente nel periodo che va dai 16 ai 20 anni, è pressoché inesistente in ragazzini di età inferiore, soprattutto a 11/12 anni. Costoro, quando l'atmosfera emotiva si fa troppo opprimente preferiscono fuggire di casa, fantasticando una vita di avventura, magari anche al negativo: diventare grandi delinquenti, boss della mafia o duri che rompono il mondo a pugni.

Il bambino che vive male la realtà (ne so qualcosa perché i miei si separarono che avevo 7 anni e mi misero in collegio) si rifugia nella fantasia. A me piaceva molto giocare e non ero isolato, avevo un buon numero di amici, però quando ero solo, oppure la sera prima di addormentarmi, inventavo macchine volanti con cui sarei potuto uscire dalla finestra del collegio e vedere dall'alto tutto il mondo.

Solitamente queste fantasie svaniscono pian piano, ma se un trauma le interrompe bruscamente, allora il bambino ha reazioni forti (seppure difficilmente il suicidio), reazioni di vendetta verso il mondo adulto, cattiveria verso i compagni, scontrosità, disinteresse per l'apprendimento. In alternativa può cadere nell'apatia e questo in genere è il caso più difficile da recuperare.

Questo è quanto mi sentivo di dire in base alla mia esperienza.

Un saluto, Renato

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Ovviamente, Renato, non tutti i bambini si suicidano per eventi come quelli che ho descritto io, ci mancherebbe.

Ma ragionando, alcuni, una minima percentuale, lo fanno, lo hanno fatto, ci hanno provato per eventi simili o altri.

Non conosco statistiche, ma da che mondo è mondo ogni tanto un bambino si suicida per motivi apparentemente misteriosi, incomprensibili.

O che sono incomprensibili ai "grandi".

A quell'età la privazione di un'amicizia fra coetanei, pure dello stesso sesso naturalmente, perchè ancora non si è entrati nella logica "obbligatoria" del macho che ogni  "femmina" lasciata è persa, a quella ci pensa poi l'ideologia imperante della tv spazzatura qualche anno dopo, a quell'età una presa in giro, una sgridata, una consapevolezza ancora acerba prendonono strade che tutti gli adulti dovrebbero ricordare, perchè sono stati bambini e sono strade molto diverse dalle logiche adulte o dalle crasse e pacchiane ideologie di vita che hanno portato il nostro paese allo stato attuale.

Ma gli adulti, la maggior parte, tendono a dimenticare quel periodo e quelle sensazioni e se le rievocano provano fastidio.

Io non ho mai dimenticato.

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Ok, Unius, sono d'accordo con te che tutto è sempre possibile. Volevo solo dire che per il bambino la fuga da casa rappresenta ai suoi occhi l'equivalente di un suicidio e tende a usare questa forma di distacco.

L'adulto si suicida perché il tunnel della realtà non ha ai suoi occhi una via d'uscita. Il bambino sente di sapere troppo poco della vita per credere che non ci sia alcuna apertura in fondo al tunnel.

La sua fuga è lì, davanti a lui, facile da raggiungere; egli non sa, come invece crede l'adulto, che non si sfugge ai propri fantasmi e pensa che basti allontanarsi dai luoghi della sofferenza per risolvere il suo problema.

Questo discorso non è riferito al racconto, che mi è piaciuto, ma volevo solo esprimere ciò ho potuto notare in tanti anni di vita insieme ai bambini (sono stato assistente di collegio, oltre che ospite quando ero più piccolo, e la sofferenza dei bambini/ragazzi la conosco bene).

Ribadisco che in queste cose lo sbaglio più grosso è credere che il comportamento sia per forza uno soltanto (suicidio o non-suicidio). Non possiamo in alcun modo prevedere che cosa farà un determinato bambino in una certa situazione, mentre possiamo discutere benissimo dei comportamenti più usuali.

Non boccerei affatto il tuo racconto solo perché il suicidio tra i bambini è estremamente raro.

Renato

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Ti ringrazio Renato, mi fa piacere, come hai più volte ribadito, che il mio racconto ti sia piaciuto.

Per quanto riguarda le sofferenze dei bambini, anche io purtroppo le conosco molto bene.

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