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Monè

E respirare la notte... (Pt.2)

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(RACCONTO A CUI STO LAVORANDO, CHE VERRA' PUBBLICATO SU DI UN'ANTOLOGIA A BREVE - naturalmente la formattazione, non è l'originale...)

E RESPIRARE LA NOTTE... (pt.2)

Quel discorso finì per turbarmi. Non capii il motivo. Gettai il mozzicone dal finestrino e rimasi con la guancia poggiata contro lo sportello. L'aria mi sbatteva contro come il più dolce degli schiaffi, e mi fece dimenticare il resto.

Fu quando il veicolo si arrestò, probabilmente giunti alla tappa pretesa dal grassone, che il pensiero del tassametro mi riaffiorò e mi resi conto della situazione scoraggiante.

Mettendo mano alle tasche posteriori del mio jeans, mi accorsi che il mio portafoglio era sparito. Non pensai al dove e al come, ma quel filo di fiato sospeso aggrappava a sé quella sensazione di vergogna che avrei provato da li a poco.

Scesero dalla macchina e i loro saluti si evolverono in qualcosa di più fisico e popolare.

Decisi di non pensare a ciò che stavo per fare.

Fortuna volle che i due si trovarono al lato opposto al mio, quando aprii lo sportello e sgattaiolai lontano dalla macchina, approfittando della disattenzione per uscirne inerme. Sorressi il peso della mia azione, o meglio, il pensiero di lei lo fece per me.

Raggiunsi il marciapiede più vicino, e mi confusi tra la folla sistematica.

Posai la mia schiena contro un muro, e mi liberai in un lungo sospiro. Una strana sensazione riprese ad ottenebrarmi.

Decisi che era il momento di un goccetto.

Sentii delle grida riecheggiare in lontananza.

Strinsi forte la fiaschetta che tenevo in mano, quando ebbi qualche secondo per focalizzare la figura, in corsa sfrenata, che veniva dritta verso di me.

Evitai lo scontro per un pelo.

Scansandomi colpii il muro con la mia spalla sinistra, e per terra si espanse ben presto ciò che poco prima rasserenava la mia gola.

Capii subito che il tizio aveva appena rubato la borsa a una povera scapestrata che ora sbraitava immobile qualche metro più distante.

La mia risposta fu rapida e incauta, e Dio solo sa perché mi misi all'inseguimento del tale.

Le persone, ostacoli di carne tra me e il mio bersaglio.

In quel inseguimento percepii un motivo superiore del restituire il sottratto all'anziana. Il sapore di qualcosa di vissuto.

Le mie gambe andavano da sole, e per la spalla cominciò ad alimentarsi la fitta.

Riprese folgorante. A tratti ebbi la sensazione di svenire, quando gli occhi si socchiudevano, senza chiedermi permesso.

Mi parve di vedere Ramona al mio fianco; e metri e metri di fronte a me; e alla fermata parallela al marciapiede. Ovunque.

Qualcosa non andava in quella giornata, e bastò un momento per rendermene conto.

A un tratto mi si parò davanti una Ford grigia e sbarrandomi la strada persi automaticamente la sfida.

Mi colpii appena alla gamba, frenando in una tempistica perfetta. Indietreggiai.

Corsi per l'ennesima volta, il più lontano possibile.

Il whisky divampava in corpo, e fu la prima volta che quell'acredine interiore non mi piacque affatto.

Entrai in un bar spalancando violentemente la porta d'ingresso dirigendomi verso il bagno. Mi fiondai al lavandino e sforzandomi di rigurgitare, abbandonai l'iniziativa dopo qualche tentativo. Utilizzai la manica malconcia della camicia per strofinare lo specchio di fronte, per rendere la mia immagine più nitida.

Vidi il mio volto penoso.

Nient'altro che buio in quegli occhi, stremati dalla giornata d'inferno a Deidsaw City.

Nonostante quell'incessante emozione cercai di piangere, ma non riuscii a lacrimare.

Schiacciai la fronte contro il vetro sudicio e strizzai gli occhi più forte che potevo.

Presi a digrignare. Dimenandosi, le miei mani trovarono sfogo frantumando la cornice, colpendola ripetutamente.

Confuso, ripresi il cammino sull'asfalto urbano non badando al tragitto.

Mi ritrovai nei pressi della Club House, lì dove il tassista e il suo amico si erano fermati poco prima; li dove durante la notte arrestarono Vincent Bloch strafatto alla guida, e dove trovarono un cadavere.

C'erano ancora le transenne, la scientifica e il vociare della gente come sgradevole sottofondo. La macchina incriminata sostava al centro dell'area delimitata. Un bolide grigio cromato, nuovo di zecca.

Un sorriso beffardo mi tradì per un istante.

Intravidi un portafoglio gettato in un angolo; pelle marrone. Lo raccolsi, rimarcando quelle venature con il polpastrello. Ebbi il tempo di scorgere un biglietto all'interno, lasciando poi scivolar via l'oggetto, dalla mia mano.-

Tirai un sospiro tormentato, chiudendo gli occhi per un istante.

“Beside you”, riportava il testo; una calligrafia indefinibile, dall'armonia spiazzante. Rimasi qualche attimo immobile. Sollevai il capo guardando verso il sole, e richiusi nuovamente gli occhi. Suoni cittadini, così ordinari, giungevano alle mie orecchie, e con essi frammenti della giornata appena trascorsa.

Volevo solo una sigaretta. Un bicchierino. Le sue braccia.

Presi a indietreggiare dapprima, poi mi voltai e continuai ad aumentare l'andatura, dimenticandomi del resto.

Posai lo sguardo su di una casa, distante da orribili portici grigi, troppo simili tra loro. Circondata da una staccionata di legno scuro, mantenuto vivido nel tempo. Sul cancelletto, una scritta impressa sulla superficie lignea: RAMONA HALL.

Sfiorai con le dita ciò che leggevo, e la leggerezza che provavo.

Attraversai lentamente il giardinetto di fronte, accompagnato dai colori delle viole e dei fiori di Dalia e un silenzio rassicurante.

La vidi seduta su di una poltroncina, sotto il porticato di legno con indosso un grazioso cappello di paglia. Teneva ancora il guanto alla mano destra e la forbice era poggiata per terra, accanto all'orchidea più bella di quel giardino; la stessa terra fresca che macchiava i lembi del suo pantalone nero e i bordi inferiori delle scarpe.

Mostrava quella semplicità di cui mi ero innamorato fin dall'inizio e che forse, non ho mai compreso veramente.

Da più vicino la vidi piangere.

Mi parve di sentire il mio cuore battere per la prima volta nella giornata. Più l'avanzata verso di lei volgeva al termine, più quel silenzio rassicurante incantava le mie forze. Sprofondai in ginocchio, quando l'ebbi di fronte.

Poggiai il capo sulle sue gambe. Nel mio pianto desiderai che le sue, di lacrime, cessassero. Avrei voluto dire tanto. Troppo.

Ma il silenzio continuò per ore ed ore. Il tempo aveva assunto una dimensione tutta sua, in quel mio viaggio senza appiglio.

Riuscii a placare la mia dannazione in quella immagine. L'ultima che mi rimase davanti, prima di chiudere gli occhi.

E respirare la notte, per sempre.

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Sorressi il peso della mia azione, o meglio, il pensiero di lei lo fece per me.

Non l'ho capita.

e mi confusi tra la folla sistematica.

il termine "sistematico" non lo vedo bene con "folla". "Sistematico" mi fa pensare a qualcosa di ordinato secondo un sistema, la folla non è ordinata. Se volevi intendere una folla che si presenta in maniera sistematica, la consueta folla, andrebbe comunque sostituito, crea confusione.

ad ottenebrarmi.

a ottenebrarmi

A tratti ebbi la sensazione di svenire, quando gli occhi si socchiudevano, senza chiedermi permesso.

quando gli occhi si socchiusero

Mi colpii appena alla gamba, frenando in una tempistica perfetta. Indietreggiai.

Non capisco: è la macchina che ti colpì la gamba? In tal caso "colpii" è un refuso e poi se arrivò a colpirti la gamba la frenata non aveva una tempistica proprio perfetta.

Mi fiondai al lavandino e sforzandomi di rigurgitare,

toglierei "e"

L'ultima parte, quando lui si avvicina a Ramona, la vedo più fluida, sento meno contrazione nello stile. Spero di esserti stata utile. A rileggerti.

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Davvero preziose osservazioni (sia quelle sulla prima parte che quest'ultima). Grazie mille!

L'ultima parte, quando lui si avvicina a Ramona, la vedo più fluida, sento meno contrazione nello stile.

Mi spieghi meglio?=)

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Per esempio:

Non pensai al dove e al come, ma quel filo di fiato sospeso aggrappava a sé quella sensazione di vergogna che avrei provato da li a poco.

Io l'avrei scritto in maniera più semplice: Non pensai al dove e al come, ma avevo il fiato sospeso per la sensazione di vergogna che avrei provato da lì a poco.

Scesero dalla macchina e i loro saluti si evolverono in qualcosa di più fisico e popolare.

Lo so che scritto così può fare più effetto ma almeno io preferisco la semplicità nella costruzione del periodo. Avrei scritto: Scesero dalla macchina salutandosi in maniera molto affettuosa.

Non mi sono permessa di intervenire se non dopo la tua richiesta perché credo sia una questione di stile, tu scrivi in quel modo. Spero che intervenga qualcuno più esperto di me. Personalmente penso che faresti bene a rendere più semplici e fluidi i vari periodi ma potrei anche sbagliarmi.

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Per esempio:

Non pensai al dove e al come, ma quel filo di fiato sospeso aggrappava a sé quella sensazione di vergogna che avrei provato da li a poco.

Io l'avrei scritto in maniera più semplice: Non pensai al dove e al come, ma avevo il fiato sospeso per la sensazione di vergogna che avrei provato da lì a poco.

Scesero dalla macchina e i loro saluti si evolverono in qualcosa di più fisico e popolare.

Lo so che scritto così può fare più effetto ma almeno io preferisco la semplicità nella costruzione del periodo. Avrei scritto: Scesero dalla macchina salutandosi in maniera molto affettuosa.

Non mi sono permessa di intervenire se non dopo la tua richiesta perché credo sia una questione di stile, tu scrivi in quel modo. Spero che intervenga qualcuno più esperto di me. Personalmente penso che faresti bene a rendere più semplici e fluidi i vari periodi ma potrei anche sbagliarmi.

Ok, ho afferrato! Si, non posso negare che alcune "sfumature stilistiche", mi viene più istintivo lasciarle prendere sopravvento.

Ma vedrò di rileggere con un altro occhio appena possibile ;) Grazie ancora; commenti preziosi.

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Ospite Bradipi
mi confusi tra la folla sistematica.

Eh?

una povera scapestrata

Dal dizionario: scapestrato• agg. Che vive in modo disordinato, dissoluto, mi sfugge che c'entri.

e dove trovarono un cadavere.

avevano trovato

Un sorriso beffardo mi tradì per un istante.

Cioè? È contento di un incidente stradale? Ha capito che è lui la vittima?

Posai lo sguardo su di una casa, distante da orribili portici grigi, troppo simili tra loro. Circondata da una staccionata di legno scuro, mantenuto vivido nel tempo.

Non capisco la descrizione, i portici sono sotto la casa?

la forbice

del suo pantalone nero

ancora in italiano occhiali, pantaloni, forbici sono solo plurali.

accanto all'orchidea più bella di quel giardino;

in genere le orchidee vivono in serre, all'aperto con un sole cocente seccano, hai parlato di polvere, quindi poca umidità.

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"Un sorriso beffardo mi tradì per un istante."

Cioè? È contento di un incidente stradale? Ha capito che è lui la vittima?

Si, in un certo senso volevo donare ambiguità all'azione.

"Posai lo sguardo su di una casa, distante da orribili portici grigi, troppo simili tra loro. Circondata da una staccionata di legno scuro, mantenuto vivido nel tempo."

Non capisco la descrizione, i portici sono sotto la casa?

Ho costruito male il periodo allora; diciamo che vorrei indicare questa casa (giustamente una visione un pò surreale a questo punto della storia) che distante dai normali palazzi di città, spunta nel bel mezzo della strada che percorre e si distingue essendo circondata da una staccionata; dai colori più vividi ecc...

"la forbice

del suo pantalone nero"

ancora in italiano occhiali, pantaloni, forbici sono solo plurali.

Che svista!

accanto all'orchidea più bella di quel giardino;

in genere le orchidee vivono in serre, all'aperto con un sole cocente seccano, hai parlato di polvere, quindi poca umidità.

Vero, tss.

Thanks a lot =D Passerò in rassegna.

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