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Alec Eiffel

Non gettate alcun oggetto fuori dal finestrino 1/2

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http://www.writersdream.org/forum/topic/16598-rabbia/#entry287034

Il numero record di canne fumate un distruttivo week end trascorso in campagna in compagnia degli amici non è il massimo come argomento di conversazione, ne convengo, ma lo tiro fuori lo stesso, perché il silenzio mi sta innervosendo.

E così ho una parziale giustificazione per i miei comportamenti sfasati. Anche se io sono sempre sfasato, e scoordinato. Lei lo sa e mi guarda con pena. Pena profonda. Uno sguardo che non vorrei più vedermi rivolto da nessun volto. Non sembrano divertirla gli aneddoti di vita bucolica e drogata. Ok, devo farmi serio, allora. Lei si è pure voltata verso il finestrino ad assorbire la luce e i paesaggi che sfrecciano, una continua macchia verde parallela alla corsa cieca del treno. Avverto l’impulso di mandarla al diavolo e lasciarla sola a badare ai suoi paesaggi sfuggenti. Mi si contrae lo stomaco, a vederla così distante. Con le braccia dritte e tese, il mento poggiato sul palmo delle mani, i piedi che nervosi scalciano l’aria. La sciagura è in agguato, è palpabile. E’ evidente.

Alla terza galleria riesce a dirmelo, che ama un altro. Che è dunque inutile continuare a vedersi. Con voce ferma del tipo decisione irrevocabile. Ancora non si è voltata a guardarmi.

Porco cane poteva dirmelo prima di salire sul treno. Otto euro e venti centesimi buttati via.

«E allora dove cazzo stiamo andiamo adesso?» tuono adirato.

«Volevo dirtelo in un luogo migliore, pensavo che davanti a un bel panorama sarebbe stato più facile.»

«Ma no, invece è uno sballo essere mandati in culo in treno» considero, e sprofondo nel sedile foderato di blu, con vari accenni di nausee.

Dopo qualche minuto di niente, in cui mi sembra quasi di non esistere, di non essere in quel dannato treno, quanto nella placenta di mia madre a galleggiare nel liquido amniotico, mi esce spontanea una domanda. La domanda.

«Chi è?»

Da notare che lo pronuncio con leggerezza, come un tifoso che in gradinata chiede all’amico seduto accanto chi ha marcato per la propria squadra, che nella mischia confusa gli è sfuggito l’autore del tocco in rete.

«Chi è chi?» fa lei, così fintamente da sembrare il personaggio d’ un abominevole telenovela sudamericana, magari Donna Flora, figlia unica di benestanti posseditori terrieri innamorata dello squattrinato Miguel dalla fluente chioma dorata, ma destinata sposa a Don Antonio Vilanueva, un bieco obeso riccone latifondista sfruttatore.

«Lo sai chi, dimmelo e la facciamo finita.»

«Ti arrabbierai…»

«Tanto ora son felice, eh?»

Vagheggia altri istanti, poi alza lo sguardo al tetto metallizzato e bisbiglia il nome, che fra tanti, era quello che non volevo proprio sentire. Intendiamoci, nessuno sarebbe risultato gradito. Ma Marco no, cazzo. Già lo odiavo. Ora posso solo spaccargli la faccia. Maledetto falso alternativo dei miei coglioni, tanti discorsi eco-solidali e il paparino gran industriale.

«Cazzo Ada no, cadi così in basso?»

O forse è stando con me che è caduta in basso agli occhi della gente. Una diciassettenne carina e intelligente, con uno di quegli sguardi che t’incollano, che si mette con il sottoscritto diciottenne sfigato quasi mai cagato da altre ragazze prima di lei. E dall’altra parte Marco, che diciottenne anche lui sembra aver già assorbito tutto dalla vita, bello e carico di fascino maledetto.

Sì, da maledetto stronzo.

Di sicuro c’entrano le sue amiche, quelle fottute oche con le quali non ho mai legato.

«Lo sai che io quello lo odio, e pensavo che anche tu ti fossi resa conto che quello è un bluff e basta, son tutte pose le sue» le dico, non riesco neanche a pronunciarlo quel nome, ormai è diventato quello.

Lei resta silente. Non direi che sta avendo ripensamenti però ovviamente in otto mesi di ben strano rapporto sfociato nel fidanzamento un po’ a me si è affezionata, e questa situazione non deve essere simpatica.

«Mi dispiace tanto. Io con te sono stata anche bene, però ci sono tuoi comportamenti che non capisco e sinceramente mi fanno paura» dice infine, spezzando il silenzio.

Paura? Il trito gioco delle scusanti improbabili. Sarebbe meglio che dicesse che si è stufata della mia mania di persecuzione globale, del mio sovente cazzeggiare e defilarmi per non affrontare mai di petto le questioni più o meno serie che la vita mi propone. O dei momenti di silenzio ai confini dell’autismo in cui mi limito a osservare ciò che mi circonda con espressione strafottente.

Poi sono troppo poco deciso, non mi curo per niente, non ho buon gusto nel vestire e i miei amici sono tutti dei potenziali balordi o terroristi.

Forse non vede futuri, accanto a me. Ma mi sento ancora troppo giovane e indefinito per potermi preoccupare del futuro. Paura. Sì, paura d’essersi scelta un perdente.

Eppure non riesco a odiarla. Probabilmente la odierò in un futuro molto prossimo, e anche parecchio, ma ora non voglio neanche pensarci, ai giorni che verranno. Torneranno i tempi delle solitudini grigie e statiche, delle urla represse, della vita automatica e ripetitiva. Senza più magia.

Il treno comincia la lunga frenata. Siamo arrivati, senza più alcun motivo di esserci oramai, che la conversazione si è inevitabilmente spenta. Ci alziamo dai sedili blu coi volti scuri e le gambe molli.

Senza voltarmi a guardarla m’incammino verso la porta d’uscita più vicina, traversando un corridoio invaso dalla luce. Scendo le scalette del treno e mi confondo nel traffico umano della stazione, vivido e vibrante anche in un lento pomeriggio di mezza estate.

Ada mi raggiunge scandagliando il terreno a piccoli passi, con i suoi sandali neri dal minuscolo tacco. Ha indosso la maglietta bianca con su stampato il Bianconiglio, gli e l’ho regalata io.

Segue una passeggiata confusa e sbilenca nell’immenso sottopassaggio della stazione, per ritrovarci dinnanzi l’imbocco del centro, afoso e reso come radioattivo dal gran calore. Per provare a dissimulare l’imbarazzo parliamo a fatica di musica e letteratura, argomenti dove eravamo siamo e saremo sempre, a meno di totali cambi d’identità, in piena sintonia, mentre scegliamo casualmente le vie da percorrere, mischiandoci fra cortei di giapponesi e studentesse americane seminude.

Pare che le stradine laterali che fuggono dalla via mastra per confluire nei vicolini scuri abbiano ispirato canzoni, poesie e qualche serenata. Il romanticismo delle pozze di piscio, evidentemente. Delle file ben tese di panni volteggianti in alto. Dei muri scrostati e pieni di scritte. Il repertorio delle scritte è un classico, si va dai leggendari numeri telefonici di ragazze disponibili e pronte a tutto agli immortali slogan politici totalmente anacronistici, passando per l’incitamento alla locale squadra di calcio. Gli odori ammuffiti che aleggiamo nei vicoli ricordano antiche ere passate sepolte dall’avanzare del tempo. Ecco, io nella memoria di Ada diverrò una scritta in un muro scalcinato nella squallida periferia distante dalla città luccicante, e glielo ne faccio notare. Lei risponde che nella sua mentale città luccicante avrò sempre un ruolo importante, senza specificare altro.

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Ospite Bradipi
Con le braccia dritte e tese, il mento poggiato sul palmo delle mani,

Non capisco: se le braccia sono dritte e tese per poggiare il mento sul palmo delle mani deve avere un collo da giraffa.

«Volevo dirtelo in un luogo migliore, pensavo che davanti a un bel panorama sarebbe stato più facile.»

«Ma no, invece è uno sballo essere mandati in culo in treno» considero,

Non capisco: “considero” significa che lo pensa solo o lo dice ad alta voce?

Se i caporali indicano il discorso per il pensiero deve essere usato un latro segno tipo le virgolette.

quanto nella placenta di mia madre a galleggiare nel liquido amniotico,

Cambia “placenta” con “utero”, senza incertezze.

«Cazzo Ada no, cadi così in basso?»

Non sono sicuro della punteggiatura: «Cazzo! Ada no, cadi così in basso?», come ti pare?

gli e l’ho regalata io.

e glielo ne faccio notare.

Errore di battuta: gliel’ho, niente ne.

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Il numero record di canne fumate un distruttivo week end trascorso in campagna in compagnia degli amici
Come incipit l'ho trovato piuttosto pesante, sia per la costruzione della frase sia per l'allitterazione in campagna-in compagnia che in un primo momento avevo letto come una ripetizione della stessa parola. Se possibile cercherei di cambiarlo.

Continuo a leggere, mi piace come è raccontata la storia.

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Non cito quello che han già scritto prima di me;

questa parte del racconto tutto sommato mi è piaciuta, e mi ha "tirato avanti", man mano, nella lettura.

Ora: al 50 e 50, ho apprezzato il modo stilistico confuso e dai ritmi veloci. Lo posso capire. Dobbiamo considerare che sono i pensieri di un ragazzo "fatto". Quindi in un certo senso ci sta, se è voluta come cosa. Il fatto che in alcuni punti detieni troppa verbosità, e i periodi risultano essere troppo confusi; nel senso vero e proprio, ciòè "Aspetta, devo rileggerla perchè tra troppe aggettivazioni e poca punteggiatura mi sò perso" (che ripeto può starci per mantenere i ritmi, ma se entri in troppa complessità -ricordiamoci che è "fatto", appunto-).

Dalla passeggiata alla roba delle scritte ho perso un po' di concentrazione; troppo piena.

Del resto mi piace tanto che è una situazione generica, comune, che tutti potrebbero ipoteticamente vivere. E amo la semplicità.

Passo alla seconda parte!

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Ospite
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