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Sid_Annina

Gina

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Gina

 

«Gina, allora?»
Gina sollevò la testa dal plico di carte da archiviare e sbuffò.
«Allora cosa?»
La collega non si tirò indietro. «Ma come cosa! San Valentino, gioia, è domani. Allora cosa farete tu e Mister Addominali?»
Gina sorrise. L’universo aveva creato la perfezione è l’aveva chiamata Marco, Mister Addominali per la sua collega.
«Sai, le solite cose» rispose Gina e nel frattempo s’immerse nel cassetto della scrivania alla ricerca della pinzatrice. «Cenetta a casa sua, film…»
«Oh oh!» esclamò la collega. «Cucina lui?»
La graffetta si conficcò nella cellulosa con uno schiocco metallico. «Sì, lui. Io sono negata» rispose Gina e depositò la pratica su di una pila traballante di fogli. «Però scelgo il film.»
«Uno da lacrime facili?» s’informò la collega, che pendeva dalle sue labbra.
Gina sapeva che la sua era semplice curiosità, che non voleva essere invadente. D’altronde, Anita aveva quarant’anni e durante l’ultimo San Valentino che aveva festeggiato suo marito aveva pagato in lire.
«Di sicuro uno che fa commuovere» le diede soddisfazione.
Anita annuì. «Brava. Bravi! Voi sì che siete una bella coppia. Una coppia perfetta! Tienitelo stretto il Mister, non tutte abbiamo la fortuna di stare con uno come lui.»
Gina per un attimo smise di armeggiare con i moduli da archiviare e fissò la collega negli occhi; ci lesse ammirazione e un pizzico d’invidia.
«Grazie.»
Era fortunata. Aveva un ragazzo bellissimo, era speciale agli occhi del mondo. E, dopo la sorpresa di San Valentino, lo sarebbe stata ancora di più agli occhi di lui.

Gina svuotò l’armadio alla ricerca dell’abito perfetto. Al contrario della maggior parte della gente, per lei San Valentino era un’occasione speciale e non si sarebbe fatta trovare impreparata.
Scelse un abito da cocktail viola scuro al ginocchio e si truccò mordicchiandosi le labbra. Non aveva motivo di essere nervosa, eppure non riusciva a farne a meno; era questo che le persone chiamavano amore, e lei non avrebbe scambiato per niente al mondo il fremito d’impazienza che l’attraversava prima di vederlo. Proprio come all’inizio, la magia non era mai sparita tra di loro.
Si guardò allo specchio controllando ogni dettaglio – I capelli erano a posto? L’eye-liner aveva già sbavato? E il vestito cadeva bene sul sedere? – e frugò nella borsa assicurandosi di aver preso il film e il resto. S’infilò il cappotto e uscì nel freddo della sera di febbraio.

Il polpastrello affondò il piccolo pulsante rotondo e il gracchiare del campanello riempì le sue orecchie. Al di là della porta, rumori di vita nella casa di Marco: una pentola caduta a terra, un’imprecazione e passi pesanti nel corridoio.
Quando la serratura scattò, Gina si trovò di fronte l’uomo dei suoi sogni.
Marco indossava solo un paio di jeans a vita bassa e una maglietta maniche corte. La sua bocca si aprì a O ma non emise alcun suono; gli occhi si posarono sul viso di Gina e ammaliati scesero seguendo le curve del suo corpo.
La ragazza si aprì in un sorriso radioso, due fossette deliziose agli angoli della bocca.
«Buon San Valentino, amore» disse lei e in un attimo coprì la distanza tra le loro labbra. Le sembrava trascorsa l’eternità dall’ultimo bacio scambiato con lui; le labbra di Marco, dapprima incerte, si lasciarono guidare dalle sue e finalmente tutto fu come doveva essere, tutto fu perfetto.
Non appena rallentò il ritmo, Marco conquistò un paio di centimetri di libertà tra lei e il muro del pianerottolo.
«Wow» sussurrò lui, con il respiro corto. «Wow.»
Gina volò in paradiso.
«Ma…» esordì lui, «chi sei?»
E precipitò all’inferno.
Senza cancellare il sorriso dalle labbra, infilò la mano nella borsetta ed estrasse un fazzoletto. Lui non se ne accorse nemmeno. Gina con uno scatto premette il fazzoletto avvelenato sul naso e sulla bocca di Marco; la testa sbatté addosso al muro.
L’uomo iniziò a divincolarsi e l’afferrò per un polso, ma il laudano in circolo nel suo corpo era più forte: dopo pochi attimi perse conoscenza e cadde a terra con un tonfo.
Gina si compiacque. Spalancò la porta di casa e, afferratolo per i piedi, lo trascinò sul pavimento del salotto; lo abbandonò sul tappeto e si occupò di preparare l’ambiente. Andò in cucina – l’uomo non aveva affatto un cattivo gusto in fatto di arredamenti, notò non senza piacere – e si appropriò di una sedia, frugò nella borsetta e depose due paia di manette sul tavolino nero lucido coordinato al mobile della tv.
Agguantò il corpo di Marco per le ascelle e con qualche sforzo lo issò fino a portarlo in posizione seduta. Afferrò le sue mani e bloccò i polsi dietro lo schienale. Gli divaricò le gambe e incastrò le caviglie sotto la sedia, fissandole insieme con il secondo paio di manette. Infine si accomodò sul divano, con le dita intrecciate a quelle di Marco.
E aspettò.

L’uomo sbatté le palpebre, confuso come dopo un incubo non svanito con il ritorno alla realtà.
Gina rise.
Marco cercò di stiracchiarsi ma le manette gli impedirono qualsiasi movimento. La ragazza notò che lui la stava mettendo a fuoco.
«Chi sei?» mugugnò, con la voce impastata dal sonno.
Gina, per tutta risposta, rise ancora e afferrò il telecomando della televisione. Lo schermo blu era l’unica fonte di luce della stanza, i balconi erano chiusi così come la porta. Un luogo lontano da tutto. Il loro nido.
Marco spalancò gli occhi. L’intorpidimento mentale stava a mano a mano svanendo per lasciare il posto a una realtà più precisa.
«Perché mi hai legato?» sibilò e scrollò le manette, come per liberarsi.
Gina non disse nulla. Aveva promesso alla sua collega Anita che lei e il suo uomo avrebbero guardato un bel film strappalacrime e non intendeva venire meno ai programmi. Premette il tasto play e la luce blu scomparve, soppiantata per un attimo dal buio totale.
Poi la stanza si riempì di una musica triste – era blues, perché il blues in fondo ha sempre un retrogusto amaro – accompagnando immagini e voci di un altro tempo, di un’altra vita.
C’era una volta, diceva la voce registrata di Gina, una ragazza come tante. Una brava ragazza che faceva sempre i compiti e studiava per le interrogazioni, che veniva presa in giro perché i capelli non erano piastrati a dovere, non si sapeva truccare e i suoi vestiti erano sformati nel suo corpo grasso. Lei però era brava. Non piangeva quando veniva insultata, anzi rispondeva a tono senza offendere. Solo ogni tanto, quando stava da sola nella sua camera, si sentiva inutile, grassa e brutta.
Sullo schermo comparve una foto di Gina a quindici anni, appollaiata alla scrivania e intenta a studiare. La felpa grigia conteneva appena la sua pancia enorme, i capelli crespi le ricadevano sulle spalle e la frangia bruciacchiata lambiva gli occhiali tondi.
«Oh, Cristo» imprecò Marco.
I suoi genitori però le dicevano sempre che era così solo perché lo voleva lei, che non aveva un ragazzo solo perché non lo cercava, che non aveva amici solo perché in classe non si comportava da persona sociale. Così la brava ragazza iniziò a fare le versioni di latino e greco anche agli altri, a suggerire durante le interrogazioni, a passare i compiti di matematica a tutti. E all’improvviso si sentì parte di qualcosa. Tutti la cercavano almeno in ambito scolastico, era diventata il fulcro dell’attenzione a scuola. Fu persino invitata a una bella festa di compleanno dal ragazzo che le piaceva segretamente da mesi.
Sullo schermo comparve una foto di Marco adolescente che faceva la linguaccia e mostrava il dito medio, abbracciato a una bionda ossigenata con mezzo chilo di eye-liner sugli occhi.
La brava ragazza andò alla festa piena di speranze e il ragazzo dei suoi sogni le parlò. A lei! Bevvero qualcosa e improvvisamente il grasso non era più un problema, i vestiti non le sembravano più obsoleti e lei era diventata un poco più bella. L’attimo dopo lui le aveva dichiarato il suo amore. Cosa poteva esserci di più? Cosa, Marco? Allora? Perché non rispondi?
Marco si voltò verso di lei, gli occhi sbarrati.
«Io non sapevo… lo giuro. Era solo uno scherzo innocuo, ero un cretino…»
Ma Gina lo ignorò e la registrazione proseguì.
Le aveva dato appuntamento per San Valentino a casa sua e lei non vedeva l’ora. Lui avrebbe cucinato e lei si sarebbe occupata del film per il dopocena, un romantico strappalacrime. Lei aveva anche convinto sua madre a comprarle un vestito nuovo, viola al ginocchio, e si era truccata allo specchio mordicchiandosi le labbra. Era così nervosa…
Arrivò a casa del ragazzo in anticipo e, non appena lui le aprì, lei lo baciò. Il mio primo bacio…
Andammo direttamente in camera da letto. Vero, Marco?
Tu mi feci spogliare e rimanere in biancheria, con i rotoli bianchi di ciccia in bella vista. E poi ti fermasti, perché non avevi il coraggio di scoparmi. Non ci riuscivi, nonostante non fossi la prima cessa che ti facevi. Mi lasciasti impalata e delusa in mezzo alla tua stanza, con la webcam che puntava dritta sulle mie lacrime.
Il giorno dopo il filmato era su Youtube. La settimana dopo, tutti l’avevano visto e scaricato sul telefonino e io lasciavo la scuola. Anzi, lasciavo l’Italia. Grazie a te.
«Io» esordì Marco «non so che dire, mi dispiace. Ero un deficiente, non so come abbia potuto…»
Gina scosse la testa e gli posò un dito sulle labbra per ammutolirlo. Poi si sollevò il vestito viola – aveva dovuto stringerlo, dopo tutti gli anni trascorsi a dieta – e si mise cavalcioni su di lui. Iniziò a strusciarsi sul corpo immobile, facendo scorrere le sue dita sul viso pietrificato.
«Mi devi la rivincita, amore» gli sussurrò a fior di pelle e lo baciò.
All’inizio lui cercò di sottrarsi, ma era pur sempre un uomo e le sue reazioni corporee erano evidenti; le bastò insistere un po’ e lui iniziò a rispondere adeguatamente.
Le successive due ore Gina toccò la felicità e tornò a terra, nel salotto dell’uomo ancora legato. Si mise in piedi e si rassettò il vestito viola, scomparendo dalla sua vista.
Marco era esausto e appagato.
«Mi sleghi adesso?» urlò in direzione del corridoio.
«Non ho ancora finito con te.»
Estrasse dalla borsetta un fagotto di stracci e, ritornata in salotto, si inginocchiò davanti all’inguine nudo dell’uomo. Lo schermo blu alle sue spalle rivelò la lama di un coltello impugnato nella mano sinistra.
Marco sbiancò.
«C-cosa vuoi fare?»
Gina abbassò lo sguardo.
«Dieci anni fa è successo» mormorò a se stessa, «e ancora mi tormenti.»
«Ehi» l’interruppe Marco, «ferma. Parliamone. Metti giù quel coltello.»
Gina lo guardò negli occhi. «Non posso. Dobbiamo concludere la serata in modo degno.»
«Ferma! Non è stato bello tra noi?» disse. «Non è stato molto, molto bello? Perché buttare via tutto?»
«Perché sei fidanzato. E tradisci la tua ragazza con la sua migliore amica. E la sua migliore amica con la sorella del tuo istruttore di tennis. E la sorella dell’istruttore con me. Non prenderla male, Marco, te lo meriti davvero. Ora sono certa che non mi dimenticherai mai.»
Gina strusciò la lama fredda sull’interno coscia dell’uomo.
«Ti prego…» singhiozzò, strizzando gli occhi.
«Ed ecco le lacrime» disse Gina, compiaciuta.
Il coltello si avventò sull’inguine di Marco e pian piano lo recise.
Urla incessanti riempirono la stanza, sangue a fiotti sul vestito viola al ginocchio.

«Gina, allora?»
«Allora cosa?»
«Ma come cosa! San Valentino, gioia. Com’è andata?»
«Sai, le solite cose» rispose Gina con un gesto evasivo della mano.
«E il film ti ha fatto commuovere?»
«Più di quanto immaginassi.»
«Ottimo. E io che non ho fatto altro che controllare i compiti del bambino… che invidia, Gina! Che invidia.»
Era fortunata. Aveva avuto la sua rivincita, era stata la sua ultima donna.
Ed era finalmente libera.

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