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arkadius

Tutto va come dovrebbe andare

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Enorme, questa città. La Capitale. La radio nazionale ha per slogan “Tutto andrà bene”. Era la prima frase che avevo sentito arrivando in questo paese. Già... Auguri, pensai. Sono già diversi mesi che vivo qui, ho trovato un ingaggio in uno dei teatri della città, eppure non sono ancora uscita da sola per le strade. I primi giorni tutto mi sembrava così enorme che anche arrivare al supermercato all’angolo della via risultava complicato. Ma allora non sapevo neppure leggere i cartelli delle strade o dei negozi. Ancora oggi non riesco ad avere una precisa comprensione della geografia del luogo e dei criteri architettonici, se così posso esprimermi. Da noi le case sono così minute, ammassate le une alle altre e in un colpo d’occhio puoi subito scorgere dove finisce il paese. Oggi è Domenica, e poi non è ancora così freddo da aver voglia di starsene tutto il giorno a casa. Mi decido. Esco. Abito in periferia. Qui i palazzi sono tutti molto alti e questo dà l’impressione che il cielo sia più profondo di quello che copriva la mia vecchia terra natia. Cammino senza cappello, perchè è una giornata di sole. Le donne tornano dal mercato e i vecchi siedono di fronte al chiosco di vendita della birra. Mi siedo su una panchina e i cani vengono subito ad annusarmi. Qui i cani sono oggetto dell’affetto generale. Si trova sempre qualcuno che disposto a raccontarti la storia del suo primo cane, come se si trattasse del suo primo amore. Mi sembra un segno di buon cuore e una ulteriore testimonianza a sfavore della mia terra natale. Sulla strada principale c’è una lunga fila di vecchiette che vende di tutto: calze di lana, lamponi colti stamattina nei boschi alla periferia della città, vecchi libri scolastci, fiori che non ho mai visto prima. Le vecchie vengono ogni giorno da fuori città per vendere tutte quella merce improvvisata e restano sulla strada fino a sera nella speranza di esaurirla tutta in giornata. Per questo i migliori affari si fanno poco prima del tramonto, quando le mercantesse sono disposte a calare il prezzo pur di non tornare a casa con le sporte piene. Sono seduta e mi sforzo di osservare, prendere nota di tutto quello che succede. Il tempo passa. Poi sulla panchina accanto alla mia si siede una ragazzina. Può avere circa 15 anni, ed ha lo sguardo doppio di una fanciulla e di una giovane donna. Tutto in lei è ordinato e pulito. I capelli ben pettinati, la borsetta dello stesso colore delle scarpe. E’ tranquilla, seduta col busto ben eretto sulla panchina, e guarda dritto davanti a se. Mi chiedo se quello che la ragazzina sta aspettando è il “fidanzato”. C’è un senso di semplicità e onestà nello sguardo di quella ragazza. Io non credo di averlo mai avuto, neanche da bambina. Una sicurezza in quegli occhi, che sembrano dire: tutto va come dovrebbe andare. Che paese, penso. Dopo pochi minuti accanto alla ragazzina si siede un altra ragazzina. Ed ecco due amiche sedute vicine che parlano sottovoce di cose (sembra) molto serie. Tutto va come dovrebbe andare. I vecchi continuano a bere e si raccontano l’un l’altro storie sul loro lavoro, i loro figli, le loro mogli e le amanti, reali o no. A volte qualcuno beve una birra di troppo e si accascia su una panchina, ma nessuno di quelli seduti vicino si allarma e il vecchio dopo aver dormicchiato un pò si alza e barcollando si dirige verso casa. Oggi è Domenica, ma so che il Lunedì si possono osservare gli uomini e le donne che vanno al lavoro. Tutti di corsa, nessuno guarda nessuno, le spalle si urtano lungo le strade, ma mai che qualcuno si volti a chiedere scusa o a sorridere. In generale qui le persone non pronunciano continuamente le parole grazie, prego, scusi e anche per favore non è una parola così abusata. Ma non è che non siano gentili. Guarda, mi dico, prova a capire. Un monaco con una scatola per le offerte è in piedi da ore di fronte alla stazione della metropolitana. Recita preghiere a voce alta guardando a terra e nessuno sembra ascoltarlo. I poliziotti giovani fanno il filo alle ragazze e quelli più vecchi si aggirano alla ricerca di quei malaccorti che bevono all’aria aperta. Donne appena uscite dal parrucchiere sfoggiano unghie molto, molto lunghe e colorate di rosso. Quest’anno va di moda l’azzurro e il violetto. Vedo una giovane donna che sorride alla fermata dell’autobus. L’autobus arriva. Ne scende un uomo con una birra in mano. Dall’andatura si capisce che non è la prima. La donna però è così piena della sua attesa, la sua gonna è evidentemente stata scelta per andare da qualche parte stasera, che non si accorge subito che l’uomo deve avere cambiato parere. Si avvicina sorridendo all’uomo e solo alla fine si rende conto della bottiglia. Vedo spegnersi il sorriso sul volto della donna mentre abbraccia l’uomo e si avviava con lui da qualche parte. A casa, bisogna credere. Le automobili sfrecciano sulla strada, la maggior parte sono vecchie e malandate ma fra queste a un certo punto passa una enorme, lunghissima limousine dai vetri oscurati. L’auto si ferma al semaforo. Proprio mentre le campane della chiesa smettono di suonare e il semaforo è ancora rosso, uno dei finestrini della limousine si abbassa rivelando l’interno della vettura dove siedono delle ragazze asiatiche evidentemente su di giri. Poi l’auto riparte, lasciando tutto il resto dell’ambiente invariato. Passa un signore con cappello, guanti, bastone e una barba così ben curata e occhi così intelligenti da sembrare uno scrittore del secolo scorso. Sono ancora qui sulla panchina a guardare tutto quello che succede e penso: come vorrei poter scrivere a qualcuno una lettera e metterci dentro tutta questa città. Scrivere di quella ragazza che mi aveva raccontato la sua storia. Era giovane giovane, carina ma aveva i denti storti. Mi disse che era venuta in città perchè voleva fare la ballerina. Disse che ballava bene, l’aveva imparato al suo paese, ma che la vita in città costava cara, doveva anche mandare dei soldi alla madre che non aveva potuto seguirla e per questo lavorava in un supermercato e i soldi non le bastavano per pagare l’operazione che le avrebbe potuto dare l’aspetto adatto al mestiere che sognava. Mi raccontò tutto questo con un sorriso che scopriva francamente i denti e con gli occhi dolci mi augurò: buona fortuna! Quando seppe che stavo per recitare il mio primo spettacolo in quella città. Non l’avevo più incontrata. C’era il mio vicino di casa, a cui tutti davano del tu perchè il Sabato e la Domenica beveva tutto quello che c’era nel frigorifero e poi bussava alle porte dei vicini in cerca di compagnia. Un giorno mi aveva offerto un hamburger ad un chiosco, io lo avevo abbracciato per scherzo e lui mi aveva detto: ho vergogna, sei così giovane. Mi ricordo un giovane poliziotto a cui avevo chiesto aiuto. Quando il giovane aveva saputo la mia nazionalità il suo volto di funzionario annoiato e severo aveva lasciato il posto a uno sguardo sognante: Come mi piacerebbe andarci una volta... Così mi aveva detto. A quelli del mio paese non piacciono queste storie e per quelli che vivono in città non c’è niente di nuovo in tutto questo. Futilità. Ma in questo momento mi sembra che siano proprio queste futilità il segreto che cerco di scoprire. Questo è un popolo particolare. Lui e la sua terra sono enormi, qui sono vissuti eroi, poeti, uomini geniali e anche dei pazzi famosi. Ma che cos’è questa terra, perchè è smisurata? Perchè sul suo suolo tutto è possibile, tutti convivono gli uni accanto agli altri e gli uomini accanto agli animali, gli alberi e i fiori, la Città enorme e i villaggi lontani e sperduti, le icone miracolose che da sole si manifestano sulle tavole di legno e le automobili lussuose e le bottiglie vuote che si accumulano ogni notte, i poveri e i ricchi, i buoni e i cattivi, tutti sono con tutti in misteriosa armonia. E questo salverà questo popolo, alla fine.

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Una bellissima fotografia di una terra a mio parere sottovalutata e scarsamente conosciuta, perlomeno nei suoi aspetti quotidiani. Difficile da commentare seguendo uno schema, visto che non ci sono personaggi, non c’è una trama, non c’è né un inizio né una conclusione, solo tante immagini viste con gli occhi di un forestiero, una di seguito all’altra, come istantanee esposte su un grande telo bianco all’interno di una mostra fotografica. Punti di vista intimi e irrazionali.

Il racconto mi è piaciuto molto.

Si lascia giudicare dai sensi più che dalla razionalità: prima di tutto dalla vista, saziata dai colori che sei riuscita a tirar fuori; dall’olfatto, infastidito dalla puzza di alcool stantio, dal tatto, irrigidito dal freddo.

Fossi in te lo avrei intitolato “Carpe diem”.

Complimenti, un buon pezzo.

Sto decisamente invecchiando.

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Ho trovato un errore: "un altra ragazzina" senza apostrofo.

Del resto, è un racconto così bello. Quasi ci si sente lì, con la protagonista, a notare tutte quelle piccolezze che fanno grande una capitale. Bello bello bello, l'ho trovato godibile e anche molto scorrevole. Secondo me non poteva esser fatto meglio, non amo la scrittura troppo pomposa o descrittiva in modo esagerato e questa non lo è. Mi piace, non so che altro dire!

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Vi ringrazio molto per le considerazioni, devo dire che non ho mai scritto nulla prima, anche se ho letto molto. E' venuto fuori tutto per caso e avevo bisogno di un parere da qualcuno che non fosse amico o nemico, per capire se ha qualche senso continuare a scrivere. Grazie ancora e buon lavoro.

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Certo che ha un senso continuare a scrivere e se come dici tu prima non avevi mai scritto nulla, se questa è solo la prima volta, a mio parere va più che bene.

Ho visto un mondo rutilante di vita in questo tuo scritto, (a proposito, se ti riesce ogni tanto dovresti andare a capo con le frasi, spezzare un po il ritmo del testo, altrimenti è un pezzo unico e corposo che di primo acchito spaventa chi si appresta a leggerlo).

Per il resto, mi è sembrato di camminarci in quella Città, quelle scene deliziose di vita quotidiana tranquilla, in pace, dove non può succedere nulla di troppo male, con i suoi piccoli grandi eroi della vita di tutti i giorni. Mi è piaciuto molto come hai descritto la scena di quella ragazzina, della sua purezza e semplicità, forse non sarà proprio così, ma dava quell’impressione, come dovrebbero essere le ragazzine di quell’età, non come sono di solito.

Anche le scene dei poliziotti e quella limousine nera piena di asiatiche, che denotano l’altra faccia di questo mondo, ma nel tuo racconto (o resoconto, sembra un delizioso, caleidoscopico appunto redatto da uno scrupoloso osservatore) anche le cose che non vanno o le cose che potrebbero essere meno buone, alla fine “andranno bene”, perché qualcuno, un’entità superiore, lo stato, la consapevolezza, la ragionevolezza, il buon senso o il partito, alla fine in quella Città hanno preso comunque il sopravvento e hanno instaurato un modo di vivere e di pensare che “va bene”.

In fondo, qualcuno deve pensarci, a lasciarci tutti liberi di fare tutto, guarda come ci siamo ridotti.

L’armonia, il senso di appartenenza a una comune nazione, quella umana, dove tutti, a torto o a ragione siamo imbarcati e dove tutti dobbiamo remare in un’unica direzione.

Buoni e cattivi uniti in una misteriosa armonia. Bellissimo. Questo può salvarci. Un mondo perfetto.

A rileggerti.

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