Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

arkadius

Un Progetto Artistico Innovativo

Post raccomandati

Ecco, domani ancora un udienza. Ho spolverato già il costume d’ordinanza, vecchiotto ma ancora dignitoso. Il bagno l’ho fatto e la Scimmia dorme. Ora però sono io che non riesco a dormire. Dato il mio ruolo di Direttrice del Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire, annoto di seguito un piano di colloquio verosimile da utilizzare domani. Basta con le fantasie. Bisogna cominciare a fare delle proposte concrete e comprensibili. Mi sono sempre meravigliata del fatto che il pubblico ci comprende, anche se ride di noi, invece con i critici e con i funzionari abbiamo delle difficoltà di linguaggio. Ho intenzione di porre definitivamente rimedio a questo problema.

Buongiorno, Buongiorno,

sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città. Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso, il Direttore ha indossato ormai da tempo una espressione d’ordinanza che non si toglie dal volto nemmeno prima di andare a dormire. Dopo avere consegnato alla Maschera di Ferro i poveri documenti che testimoniano il nostro lavoro, mi siedo e comincio il monologo. Come mi chiamo? Oh, la ringrazio della domanda, io mi chiamo Una Sconosciuta. Esattamente Una. Sconosciuta. La mia storia è semplice e non sono sicura che attirrerà la sua attenzione, però gliela racconto lo stesso dato che lei se ne stà così in silenzio: sono ancora molto giovane e in quanto tale ho fatto in tempo a fuggire di casa prima che le gambe si facessero troppo pesanti. Ah! Ah! Ah! (Sono solo io quella che ride, ma mi serve come autoincoraggiamento). Ho molta esperenzia nell’ambito della Direzione e Organizzazione di Piani Teatrali Irrealizzabili e mi occupo in permanenza della sezione Diminuzione dei Danni. Il Mostro Mascherato non risponde, non mi guarda, ma sempre più corrucciato esamina i fogli che gli ho consegnato. Continuo.

Sono qui a parlare con lei perchè sono la più qualificata fra i miei colleghi ad occuparmi di Pubbliche Relazioni. Mi spiego meglio, la nostra è una compagnia internazionale, i suoi membri hanno le più diverse usanze e tradizioni, c’è chi parla russo, chi tedesco, chi francese, chi italiano, chi inglese, ma tutti insieme abbiamo trovato un unica forma di comunicazione fondata sul concetto di: Affermazione della Verità senza mezzi termini. Fra tutti i membri della compagnia io sono la più debole nell’uso di questo linguaggio data la mia lunga permanenza in un paese di gentiluomini e gentili signore, per questo mi ritrovo ad essere la figura più adatta a parlare con lei.

Sono giunta da poco tempo nella sua famosa e antica città e come ogni forestiero beneducato mi sono recata a visitare le vostre attrazioni. Ho apprezzato il moderno e l’antico e la loro originale fusione. La nostra Compagnia è onorata del vostro invito a rappresentare nella vostra città i nostri spettacoli! A questo punto l’Illustre Direttore mi guarderà spaventato e si chiederà: “Ma quando ho invitato questi pazzi?” io invece sfodererò un tranquillo e ingenuo sorriso e inizierò a mentire. Proprio così. Dalla prima all’ultima parola. Che altra scelta ho? Inizierò le menzogne affermando di essere figlia del famoso imprenditore estero Tal dei Tali, che la Città da tempo ha invitato presso di se perchè è in bancarotta, dirò che il caro papà mi ha girato l’invito e che sono venuta in incognito ma ho deciso di rivelare al solo Direttore la verità. A questo punto ho di fronte a me due possibilità di svolgimento della scena. La prima variante è che l’Illustre abbocchi all’amo. Bisogna avere fede. E poi tutto è possibile. Una volta, quando vivevo ancora nel paese del sole e del mare, me ne stavo seduta in metropolitana. A un certo punto si siede accanto a me un ubriaco che vuole chiacchierare, io però non ne ho nessuna intenzione e inizio a parlare in un’altra lingua. Bene, l’ubriaco si interessa, e alla fine lo convinco nella mia lingua d’origine di provenire da un lontanissimo e misterioso paese e che stò andando all’aereoporto per tornarmene definitivamente a casa! Non è vero che gli uomini sono cattivi e sospettosi, sono anzi per natura e pigrizia mentale portati a credere a quello che gli viene detto.

Dunque, prima variante. A questo punto a recitare comincerà l’Illustre, offrendo questo e quello, per cominciare forse ci vorrebbe un cognac e qualche cioccolatino. Io però continuo. Vede, la mia famiglia ci tiene a entrare in relazione con la vostra città e il vostro paese, e si sà che i padri hanno piacere di vedere la propria opera continuare nei figli e allora eccomi qua. Lei e io, caro Direttore abbiamo oggi la possibilità di compiere una rivoluzione culturale. Aprire un nuovo teatro! Basta con tutti quei vecchioni, artisti dei teatri stabili! Anzi, che dico! Io e lei non solo fonderemo un nuovo teatro ma ordineremo di chiudere tutti gli altri! Il Direttore suda freddo, è terrorizzato ma è ipnotizzato dall’odore di soldi che crede io stia emanando. Un proverbio russo dice: chi non avrà rischiato non berrà alla fine lo champagne, ma gli italiani dicono: siamo tutti sulla stessa barca. E ancora: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso! Io e lei siamo queste due mani che faranno piazza pulita di tutto l’ordine esistente. E’ chiaro che abbiamo bisogno l’uno dell’altra: come potrebbe lei provvedere alla ripulitura di tutto l’enturage teatrale attuale senza la mia proposta? Il Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire è proprio quello che ci vuole, caro Direttore. Gli abitanti della sua città avranno il privilegio di assistere all’apertura mondiale del teatro. Si tratta di un evento storico di proporzioni tali quali non se ne sono avute da almeno cento anni nell’ambito della nostra arte. Mi complimento con Lei. Il suo aiuto non resterà ignorato: il suo nome verrà pronunciato con rispetto da uno dei nostri attori ogni sera davanti al pubblico. Ecc. Ecc. L’importante qui è non smettere di parlare, andare a pranzo insieme all’Illustre e continuare ad accennare con discrezione al buon papà che attende oltre la frontiera.

La prima variante ha innanzitutto il vantaggio di assicurare a me e ai miei colleghi un pasto caldo e una sala teatrale per un periodo variabile da una a tre settimane. Non bisogna sperare di più dalla fortuna. Recitare ogni sera! Dormire in un letto morbido e fare colazione al mattino! Forse si potrà persino aggiornare il reparto costumi della compagnia. Bisognerà stare attenti e in ogni caso anche se tutto continuerà a filare liscio sarà obbligatorio fuggire all’inizio della quarta settimana. La vita comoda finisce sempre per noi. Però quando inizio a vedere il tremore che si diffonde sul volto dei miei compagni, allora comprendo che è il momento di busare alla porta di qualche Illustre. A volte bisogna riposare.

Seconda variante. La conversazione fra me e l’Illustre è segretamente ascoltata dalla sua impeccabile segretaria, che non aspetta a controllare la veridicità delle mie affermazioni e scoperta la mia falsa identità irrompe nella stanza gridando: All’armi! Ci aiuti! Grido io di risposta gettandomi in ginocchio e con un rapido colpo di mano sciolgo il nodo dei capelli. Si sà che le attrici amano piangere, io non faccio eccezione alla regola. Tutto avviene in un secondo, basta rivedere dentro di me lo sguardo triste dei miei colleghi, la furia del regista, i copioni abbandonati e subito scorre un fiume di lacrime che nessuno può fermare. Fa un effetto spaventoso. Devo dire che la mia capacità di pianto non è inferiore alla mia capacità di riso e il numero “La Tortura dell’Illustre” potrebbe avere grande successo. Ma ora sono Direttrice di un Teatro serio. Per questo alle lacrime aggiungo contorcimenti, svenimenti reiterati e lamenti inconsulti. Cosa resta da fare ai due burocrati? Mi sollevano da terra, mi adagiano sul divano dello studio e spruzzano acqua sul mio viso infiammato. Io approfitto del momento per riprendere fiato e dò a vedere di essermi addormentata. I due figuri confabulano all’altro lato della stanza. Dopo cinque minuti rientro in scena. Ci aiuti! Ci aiuti! Pronuncio debolmente. Il Direttore si affretta al mio capezzale improvvisato e inizia sorridendo: sono tempi di crisi, non ci sono soldi e poi non si può fare così, sò che voi attori avete un carattere particolare ma qui siamo in un ufficio pubblico. Ci aiuti! Continuo a ripetere. Anche lei è un esere umano, le sarà capitato di leggere un libro e di ritrovare sul suo volto delle lacrime inattese, di camminare per la strada e di colpo vedersi sfilare davanti una giovane, bellissima donna che chissà perchè non è ne la sua amante ne tanto meno sua moglie, avrà cantato da giovane sotto la doccia una canzone triste. Provi a ricordare e allora capirà perchè deve aiutarci. Stia tranquillo, non ne faremo parola con nessuno. Ci sono delle fabbriche abbandonate alla periferia della città, lo sò perchè lì si è rifugiata la nostra compagnia per il momento. Sia buono, non ci cacci via. Ci lasci stare lì, non mandi la polizia. Puliremo tutto da soli, ristruttureremo, renderemo l’ambiente luminoso, caldo ma discreto. Faccia finta di non accorgersene, quando le verranno a dire che la sera davanti agli edifici si radunano gruppi non identificati di persone. Quello è il nostro pubblico, venuto ad assistere allo spettacolo. Non si allarmi, non faremo pubblicità, non daremo scandalo. Nell’uomo tutto deve essere bello, e i vestiti e i pensieri e l’anima. Così la pensava Cechov, così la pensiamo noi. Questo è quello che faremo. Non si preoccupi, la bellezza non è rumorosa. È più facile chiedere ai poveri che ai ricchi, così sentenziò ancora Anton Pavlovic, ma lei ha qui oggi l’opportunità di smentirlo. Potrebbe trattarsi di un evento storico destinato a non ripetersi più per almeno altri cento o duecento anni.

Che succede adesso? Adesso arriva il momento della cacciata. Le lacrime non possono vincere il metallo di cui è fatta la Maschera. Per questo l’Illustre si allontana e nella stanza entra uno sconosciuto. Lo sconosciuto riveste il ruolo di Usciere. L’individuo ha un solo pensiero: scacciare la disturbatrice straniera. Devo dire che a questo punto dello spettacolo sono piuttosto stanca. Cosa fare con questo individuo? Adotto una nuova tecnica, l’insulto gustoso. Questa tecnica è nota a tutti, ne fanno uso anche attori non professionisti. Osservate con che gusto all’ufficio postale chi attende in fila da molto tempo insulta chi attende da minor tempo, chi attende da minor tempo insulta chi sta dietro lo sportello, chi stà dietro lo sportello insulta il collega alla sua destra, il collega alla sua destra insulta la vecchietta venuta a chiedere la pensione e così via fino all’arrivo dell’orario di chiusura dell’ufficio. E tutti sono contenti! Per questo anch’io mi concedo cinque minuti di felicità: a gola spiegata, a mezza voce, in una lingua, in un’altra lingua, insulto lo sconosciuto fino a entrare nella zona dell’ispirazione dove ogni giorno si creano a migliaia nuove ingiurie, anche quelle mute. Nel frattempo l’energumeno mi ha sollevato sulle spalle e mi ha condotto così lungo le scale fino all’ingresso secondario del Municipio. E lì con artistica eleganza egli mi getta via e io volo fino a terra. E’ giunto finalmente il momento di fumare una sigaretta, mi dico. Odio gli uffici pubblici.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Allora, bhè il possibile colloquio mi piace molto, è fatto bene ed è abbastanza probabile che si svolga in quel modo...

Cambierei però il pezzo iniziale

Ecco, domani ancora un udienza. Ho spolverato già il costume d’ordinanza, vecchiotto ma ancora dignitoso. Il bagno l’ho fatto e la Scimmia dorme. Ora però sono io che non riesco a dormire. Dato il mio ruolo di Direttrice del Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire, annoto di seguito un piano di colloquio verosimile da utilizzare domani. Basta con le fantasie. Bisogna cominciare a fare delle proposte concrete e comprensibili. Mi sono sempre meravigliata del fatto che il pubblico ci comprende, anche se ride di noi, invece con i critici e con i funzionari abbiamo delle difficoltà di linguaggio. Ho intenzione di porre definitivamente rimedio a questo problema.

Non si riesce a capire bene se parli tra se, o con qualcun'altro o con il lettore. Soprattutto non suona il pezzo dove dici "annoto di seguito un piano di colloquio..." sembra esattamente che lo dici al lettore per spiegare cosa stai facendo...forse sarebbe meglio impostarlo in modo un pò diverso...

Poi ci sono alcuni errori grammaticali:

La mia storia è semplice e non sono sicura che attirrerà la sua attenzione

Attirerà, con una sola "r".

Mi spiego meglio, la nostra è una compagnia internazionale, i suoi membri hanno le più diverse

tra "meglio" e "la nostra" forse andrebbe meglio un punto o un punto e virgola

Il Direttore suda freddo, è terrorizzato ma è ipnotizzato

Stessa cosa, meglio ";"

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Grazie dei suggerimenti e delle correzioni. In realtà il brano fà parte di un racconto più ampio e il pezzo di apertura lo ricollega alla struttura principale. Correggo gli errori ortografici.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite
Ho spolverato già il costume d’ordinanza, vecchiotto ma ancora dignitoso

Un dubbio: come è il vestito?

Vedi, dopo anni di governo da parte dell’attuale primo ministro, dove diventano ministre donne che possono vantare solo calendari sexy, dove il sogno di molte ragazze e fare la velina, mi chiedo che costume sia. È sexy? O no?

Buongiorno, Buongiorno,

sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città. Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso,

L’inizio è un discorso diretto che suggerirei di differenziare tipograficamente o con un trattino o con virgolette o caporali, ad esempio:

«Buongiorno, Buongiorno, sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città.» Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso,
ne stà

Ho molta esperenzia

che stò andando all’aereoporto

momento di busare alla

si

a vedere,

Errori di battuta: sta, esperienza, sto, aeroporto, bussare, sa, do.

La prima variante è che l’Illustre abbocchi all’amo

A capo?

Non è vero che gli uomini sono cattivi e sospettosi, sono anzi per natura e pigrizia mentale portati a credere a quello che gli viene detto.

Direi “siano”

forse ci vorrebbe un cognac

In un ufficio pubblico e presumibilmente di mattina?

In Italia è impensabile, altrove non so.

una rivoluzione culturale

Non è un trade mark registrato da Mao e guardie rosse?

Un proverbio russo dice: chi non avrà rischiato non berrà alla fine lo champagne

Il nostro è “chi non risica non rosica”.

Gli abitanti della sua città avranno il privilegio di assistere all’apertura mondiale del teatro.

Maiuscolo?

che non aspetta a controllare la veridicità delle mie affermazioni e scoperta la mia falsa identità

Intendi dire che la segretaria controlla subito? “Non aspettare a” si sembra dialettale.

irrompe nella stanza gridando: All’armi! Ci aiuti! Grido io di risposta

Necessario distinguere tipograficamente il discorso diretto ad esempio:

irrompe nella stanza gridando: “All’armi!”

“Ci aiuti!” grido io di risposta

di camminare per la strada e di colpo vedersi sfilare davanti una giovane, bellissima donna che chissà perchè non è ne la sua amante ne tanto meno sua moglie,

È una offerta sessuale?

Le lacrime non possono vincere il metallo di cui è fatta la Maschera.

Questo epilogo è inevitabile?

Se sì perché (tra parentesi “perché” e non “perchè”) fare la scena madre?

Complimenti, molto interessante, in attesa di leggere il resto.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Grzie per le indicazioni! Ecco il risultato dei vostri consigli, per chi è interessato.

Sono una Direttrice di Teatro, una fra le tante. Il problema è che il teatro si chiama Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire. Ecco, domani ancora un udienza. Non ho speranza, ma gli attori (meglio dire: gli uccellini) di cui sono responsabile hanno fame, freddo, e neanche una sala dove recitare. Ho spolverato già il costume d’ordinanza, vecchiotto ma ancora dignitoso. Il costume me l’hanno regalato loro. Amano il vecchio stile, nero e romantico, chi ha il coraggio di spiegargli le volgarità del mondo contemporaneo? In ogni caso il bagno l’ho fatto. Ora però sono io che non riesco a dormire.

Annoto di seguito un piano di colloquio verosimile da utilizzare domani. Basta con le fantasie. Bisogna cominciare a fare delle proposte concrete e comprensibili. Mi sono sempre meravigliata del fatto che il pubblico ci comprende, anche se ride di noi, invece con i critici e con i funzionari abbiamo delle difficoltà di linguaggio.

Ho intenzione di porre definitivamente rimedio a questo problema.

“Buongiorno,Buongiorno,

sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città”. Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso, il Direttore ha indossato ormai da tempo una espressione d’ordinanza che non si toglie dal volto nemmeno prima di andare a dormire. Dopo avere consegnato alla Maschera di Ferro i poveri documenti che testimoniano il nostro lavoro, mi siedo e comincio il monologo. Come mi chiamo? Oh, la ringrazio della domanda, io mi chiamo Una Sconosciuta. Esattamente Una. Sconosciuta. La mia storia è semplice e non sono sicura che attirrerà la sua attenzione, però gliela racconto lo stesso dato che lei se ne stà così in silenzio: sono ancora molto giovane e in quanto tale ho fatto in tempo a fuggire di casa prima che le gambe si facessero troppo pesanti. Ah! Ah! Ah! (Sono solo io quella che ride, ma mi serve come autoincoraggiamento). Ho molta esperienza nell’ambito della Direzione e Organizzazione di Piani Teatrali Irrealizzabili e mi occupo in permanenza della sezione Diminuzione dei Danni. Il Mostro Mascherato non risponde, non mi guarda, ma sempre più corrucciato esamina i fogli che gli ho consegnato. Continuo.

Sono qui a parlare con lei perchè sono la più qualificata fra i miei colleghi ad occuparmi di Pubbliche Relazioni. Mi spiego meglio, la nostra è una compagnia internazionale, i suoi membri hanno le più diverse usanze e tradizioni, c’è chi parla russo, chi tedesco, chi francese, chi italiano, chi inglese, ma tutti insieme abbiamo trovato un unica forma di comunicazione fondata sul concetto di: Affermazione della Verità senza mezzi termini. Fra tutti i membri della compagnia io sono la più debole nell’uso di questo linguaggio data la mia lunga permanenza in un paese di gentiluomini e gentili signore, per questo mi ritrovo ad essere la figura più adatta a parlare con lei.

Sono giunta da poco tempo nella sua famosa e antica città e come ogni forestiero beneducato mi sono recata a visitare le vostre attrazioni. Ho apprezzato il moderno e l’antico e la loro originale fusione (!). La nostra Compagnia è onorata del vostro invito a rappresentare nella vostra città i nostri spettacoli! A questo punto l’Illustre Direttore mi guarderà spaventato e si chiederà: “Ma quando ho invitato questi pazzi?” io invece sfodererò un tranquillo e ingenuo sorriso e inizierò a mentire. Proprio così. Dalla prima all’ultima parola. Che altra scelta ho? Inizierò le menzogne affermando di essere figlia del famoso imprenditore estero Tal dei Tali, che la Città da tempo ha invitato presso di se perchè è in bancarotta, dirò che il caro papà mi ha girato l’invito e che sono venuta in incognito ma ho deciso di rivelare al solo Direttore la verità. A questo punto ho di fronte a me due possibilità di svolgimento della scena. La prima variante è che l’Illustre abbocchi all’amo. Bisogna avere fede. E poi tutto è possibile. Una volta, quando vivevo ancora nel paese del sole e del mare, me ne stavo seduta in metropolitana. A un certo punto si siede accanto a me un ubriaco che vuole chiacchierare, io però non ne ho nessuna intenzione e inizio a parlare in un’altra lingua. Bene, l’ubriaco si interessa, e alla fine lo convinco nella mia lingua d’origine di provenire da un lontanissimo e misterioso paese e che sto andando all’aeroporto per tornarmene definitivamente a casa! Non è vero che gli uomini siano cattivi e sospettosi, sono anzi per natura e pigrizia mentale portati a credere a quello che gli viene detto.

Dunque, prima variante. A questo punto a recitare comincerà l’Illustre, offrendo questo e quello, per cominciare forse ci vorrebbe un cognac e qualche cioccolatino. E’ chiaro che siamo entrati nella zona denominata “dietro le quinte”, ovvero: il sogno di ogni cittadino. Io però continuo. Vede, la mia famiglia ci tiene a entrare in relazione con la vostra città e il vostro paese, e si sà che i padri hanno piacere di vedere la propria opera continuare nei figli e allora eccomi qua. Lei e io, caro Direttore abbiamo oggi la possibilità di compiere una rivoluzione culturale. Provate a ricordare il vostro esame di ammissione alla carica di burocrate sovrintendente ai piani culturali in ambito teatrale. Certamente in una delle domande del questionario era menzionato un certo sconosciuto: Stanislavskij. Ecco cosa sottindendeva il questionario ufficiale! Aprire un nuovo teatro! Basta con tutti quei vecchioni, artisti dei teatri stabili! Anzi, che dico! Io e lei non solo fonderemo un nuovo teatro ma ordineremo di chiudere tutti gli altri! Il Direttore suda freddo, è terrorizzato ma è ipnotizzato dall’odore di soldi che crede io stia emanando. Un proverbio russo dice: chi non avrà rischiato non berrà alla fine lo champagne, ma gli italiani dicono: siamo tutti sulla stessa barca. E ancora: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso! Io e lei siamo queste due mani che faranno piazza pulita di tutto l’ordine esistente. E’ chiaro che abbiamo bisogno l’uno dell’altra: come potrebbe lei provvedere alla ripulitura di tutto l’enturage teatrale attuale senza la mia proposta? Il Teatro Ignoto Che Pur Deve Venire è proprio quello che ci vuole, caro Direttore. Gli abitanti della sua città avranno il privilegio di assistere all’apertura mondiale del teatro. Si tratta di un evento storico di proporzioni tali quali non se ne sono avute da almeno cento anni nell’ambito della nostra arte. Mi complimento con Lei. Il suo aiuto non resterà ignorato: il suo nome verrà pronunciato con rispetto da uno dei nostri attori ogni sera davanti al pubblico. Ecc. Ecc. L’importante qui è non smettere di parlare, andare a pranzo insieme all’Illustre e continuare ad accennare con discrezione al buon papà che attende oltre la frontiera.

La prima variante ha innanzitutto il vantaggio di assicurare a me e ai miei colleghi un pasto caldo e una sala teatrale per un periodo variabile da una a tre settimane. Non bisogna sperare di più dalla fortuna. Recitare ogni sera! Dormire in un letto morbido e fare colazione al mattino! Forse si potrà persino aggiornare il reparto costumi della compagnia. Bisognerà stare attenti e in ogni caso anche se tutto continuerà a filare liscio sarà obbligatorio fuggire all’inizio della quarta settimana. La vita comoda finisce sempre per noi. Però quando inizio a vedere il tremore che si diffonde sul volto dei miei compagni, allora comprendo che è il momento di bussare alla porta di qualche Illustre. A volte bisogna riposare.

Seconda variante. La conversazione fra me e l’Illustre è segretamente ascoltata dalla sua impeccabile segretaria, che non esita un istante a verificare la veridicità delle mie affermazioni e scoperta la mia falsa identità irrompe nella stanza gridando: “All’armi!”. “Ci aiuti!” Grido io di risposta gettandomi in ginocchio e con un rapido colpo di mano sciolgo il nodo dei capelli. Si sa che le attrici amano piangere, io non faccio eccezione alla regola. Tutto avviene in un secondo, basta rivedere dentro di me lo sguardo triste dei miei colleghi, la furia del regista, i copioni abbandonati e subito scorre un fiume di lacrime che nessuno può fermare. Fa un effetto spaventoso. Devo dire che la mia capacità di pianto non è inferiore alla mia capacità di riso e il numero “La Tortura dell’Illustre” potrebbe avere grande successo. Ma ora sono Direttrice di un Teatro serio. Per questo alle lacrime aggiungo contorcimenti, svenimenti reiterati e lamenti inconsulti. Cosa resta da fare ai due burocrati? Mi sollevano da terra, mi adagiano sul divano dello studio e spruzzano acqua sul mio viso infiammato. Io approfitto del momento per riprendere fiato e dò a vedere di essermi addormentata. I due figuri confabulano all’altro lato della stanza. Dopo cinque minuti rientro in scena. Ci aiuti! Ci aiuti! Pronuncio debolmente. Il Direttore si affretta al mio capezzale improvvisato e inizia sorridendo: sono tempi di crisi, non ci sono soldi e poi non si può fare così, sò che voi attori avete un carattere particolare ma qui siamo in un ufficio pubblico. Ci aiuti! Continuo a ripetere. Anche lei è un esere umano, le sarà capitato di leggere un libro e di ritrovare sul suo volto delle lacrime inattese, di camminare per la strada e di colpo vedersi sfilare davanti una giovane, bellissima donna che chissà perchè non è ne la sua amante ne tanto meno sua moglie e alla quale non ha avuto alcuna possibilità di avvicinarsi, avrà cantato da giovane sotto la doccia una canzone triste. Provi a ricordare e allora capirà perchè deve aiutarci. Stia tranquillo, non ne faremo parola con nessuno. Ci sono delle fabbriche abbandonate alla periferia della città, lo sò perchè lì si è rifugiata la nostra compagnia per il momento. Sia buono, non ci cacci via. Ci lasci stare lì, non mandi la polizia. Puliremo tutto da soli, ristruttureremo, renderemo l’ambiente luminoso, caldo ma discreto. Faccia finta di non accorgersene, quando le verranno a dire che la sera davanti agli edifici si radunano gruppi non identificati di persone. Quello è il nostro pubblico, venuto ad assistere allo spettacolo. Non si allarmi, non faremo pubblicità, non daremo scandalo. Nell’uomo tutto deve essere bello, e i vestiti e i pensieri e l’anima. Così la pensava Cechov, così la pensiamo noi. Questo è quello che faremo. Non si preoccupi, la bellezza non è rumorosa. È più facile chiedere ai poveri che ai ricchi, così sentenziò ancora Anton Pavlovic, ma lei ha qui oggi l’opportunità di smentirlo. Potrebbe trattarsi di un evento storico destinato a non ripetersi più per almeno altri cento o duecento anni.

Che succede adesso? Adesso arriva il momento della cacciata. Le lacrime non possono vincere il metallo di cui è fatta la Maschera. Perchè? Provate a dimostrarmi il contrario. Per questo l’Illustre si allontana e nella stanza entra uno sconosciuto. Lo sconosciuto riveste il ruolo di Usciere. L’individuo ha un solo pensiero: scacciare la disturbatrice straniera. Devo dire che a questo punto dello spettacolo sono piuttosto stanca. Cosa fare con questo individuo? Adotto una nuova tecnica, l’insulto gustoso. Questa tecnica è nota a tutti, ne fanno uso anche attori non professionisti. Osservate con che gusto all’ufficio postale chi attende in fila da molto tempo insulta chi attende da minor tempo, chi attende da minor tempo insulta chi sta dietro lo sportello, chi stà dietro lo sportello insulta il collega alla sua destra, il collega alla sua destra insulta la vecchietta venuta a chiedere la pensione e così via fino all’arrivo dell’orario di chiusura dell’ufficio. E tutti sono contenti! Per questo anch’io mi concedo cinque minuti di felicità: a gola spiegata, a mezza voce, in una lingua, in un’altra lingua, insulto lo sconosciuto fino a entrare nella zona dell’ispirazione dove ogni giorno si creano a migliaia nuove ingiurie, anche quelle mute. Nel frattempo l’energumeno mi ha sollevato sulle spalle e mi ha condotto così lungo le scale fino all’ingresso secondario del Municipio. E lì con artistica eleganza egli mi getta via e io volo fino a terra. E’ giunto finalmente il momento di fumare una sigaretta, mi dico. Odio gli uffici pubblici.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite

Una domanda si contorce nella mia testa: ma che teatro fai?

Vedi l'unico appunto che mi viene da muovere, concordemente ad Unius, è l'aspetto tipografico.

Un testo teatrale lo immagino così:

Il direttore di scena: Subito.

Si recherà a dar l'ordine. E poco dopo il palcoscenico sarà illuminato in tutto il lato destro, dove staranno gli Attori, d'una viva luce bianca. Nel mentre, il Suggeritore avrà preso posto nella buca, accesa la lampadina e steso davanti a sè il copione.

Il capocomico (battendo le mani): Su, su, cominciamo.

Al Direttore di scena: Manca qualcuno?

Il direttore di scena: Manca la Prima Attrice.

Il capocomico: Al solito! (Guarderà l'orologio.)

Siamo già in ritardo di dieci minuti. La segni, mi faccia il piacere. Così imparerà a venire puntuale alla prova.

Non avrà finito la reprensione, che dal fondo della sala si udrà la voce della Prima Attrice.

La prima attrice: No, no, per carità! Eccomi! Eccomi!

È tutta vestita di bianco, con un cappellone spavaldo in capo e un grazioso cagnolino tra le braccia; correrà attraverso il corridojo delle poltrone e salirà in gran fretta una delle scalette.

Con una serie di a capo ed una evidente divisione tra le battute ed il testo a lato.

Il tuo testo è compatto, troppo (se posso permettermi).

“Buongiorno,Buongiorno,

sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città”. Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso, il Direttore ha indossato ormai da tempo una espressione d’ordinanza che non si toglie dal volto nemmeno prima di andare a dormire. Dopo avere consegnato alla Maschera di Ferro i poveri documenti che testimoniano il nostro lavoro, mi siedo e comincio il monologo. Come mi chiamo? Oh, la ringrazio della domanda, io mi chiamo Una Sconosciuta. Esattamente Una. Sconosciuta. La mia storia è semplice e non sono sicura che attirrerà la sua attenzione, però gliela racconto lo stesso dato che lei se ne stà così in silenzio: sono ancora molto giovane e in quanto tale ho fatto in tempo a fuggire di casa prima che le gambe si facessero troppo pesanti. Ah! Ah! Ah! (Sono solo io quella che ride, ma mi serve come autoincoraggiamento). Ho molta esperienza nell’ambito della Direzione e Organizzazione di Piani Teatrali Irrealizzabili e mi occupo in permanenza della sezione Diminuzione dei Danni. Il Mostro Mascherato non risponde, non mi guarda, ma sempre più corrucciato esamina i fogli che gli ho consegnato. Continuo.

Ti propongo una diversa veste tipografica:

“Buongiorno,Buongiorno, sono molto onorata di fare la sua conoscenza, Signor Direttore Ufficiale dei Piani Culturali della Città”.

Nota Bene: a questo punto sei tu a dover porgere per prima la mano, e non ti aspettare minimamente un accenno di sorriso, il Direttore ha indossato ormai da tempo una espressione d’ordinanza che non si toglie dal volto nemmeno prima di andare a dormire.

Dopo avere consegnato alla Maschera di Ferro i poveri documenti che testimoniano il nostro lavoro, mi siedo e comincio il monologo.

"Come mi chiamo? Oh, la ringrazio della domanda, io mi chiamo Una Sconosciuta. Esattamente Una. Sconosciuta. La mia storia è semplice e non sono sicura che attirrerà la sua attenzione, però gliela racconto lo stesso dato che lei se ne stà così in silenzio: sono ancora molto giovane e in quanto tale ho fatto in tempo a fuggire di casa prima che le gambe si facessero troppo pesanti. Ah! Ah! Ah!" (Sono solo io quella che ride, ma mi serve come autoincoraggiamento).

"Ho molta esperienza nell’ambito della Direzione e Organizzazione di Piani Teatrali Irrealizzabili e mi occupo in permanenza della sezione Diminuzione dei Danni. Il Mostro Mascherato non risponde, non mi guarda, ma sempre più corrucciato esamina i fogli che gli ho consegnato." continuo.

In ogni caso rinnovo i complimenti.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Grazie ancora dei consigli, che provvederò ad adottare. Che teatro faccio? Se conoscete Stanislavskij e avete sentito parlare o assistito a uno spettacolo di Anatolij Vassiilev allora potete farvi un idea. E' difficile da spiegare. Il racconto non rispecchia il mio lavoro, ma l'incubo di non poterlo esercitare perché nessun burocrate, nessuna istituzione lasceranno mai lo spazio a un'arte seria, ma libera e giocosa. Uno scrittore può almeno mostrare il suo manoscritto, ma un'attore può solo mostrare il suo spettacolo (se gli danno la possibilità di metterlo in scena). Grazie ancora.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite

Confesso la mia ignoranza.

Nella mia pochezza preferisco il cinema che mi mostra cosa il regista vuole che veda (campi lunghi o primi piani o tutte le altre alternative), a teatro guardo spaesato il palco insicuro di dove si svolga l'azione.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Grazie ancora dei consigli, che provvederò ad adottare. Che teatro faccio? Se conoscete Stanislavskij e avete sentito parlare o assistito a uno spettacolo di Anatolij Vassiilev allora potete farvi un idea. E' difficile da spiegare. Il racconto non rispecchia il mio lavoro, ma l'incubo di non poterlo esercitare perché nessun burocrate, nessuna istituzione lasceranno mai lo spazio a un'arte seria, ma libera e giocosa. Uno scrittore può almeno mostrare il suo manoscritto, ma un'attore può solo mostrare il suo spettacolo (se gli danno la possibilità di metterlo in scena). Grazie ancora.

Ti riferisci alla mitica psicotecnica? :D

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Sono felice che qualcuno sia ancora interessato a parlare di teatro! A cosa mi riferisco... Cechov ha scritto: Nell'uomo tutto deve essere bello, e i pensieri e il vestito e l'anima. Questo è lo scopo del teatro in cui lavoro. La forma varia, a seconda dell'opera che si mette in scena. Invece oggi andando a teatro per lo più vedi degli uomini in costume che dicono cose noiose. Oppure schermi ultramoderni o effetti sonori. La chiamano ricerca nell'ambito delle arti visive. Invece Cechov è bello anche senza schermi e senza costumi. Leggetelo o provate a rileggerlo. Nulla di noioso.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite
Questa discussione è chiusa.

×