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Awat

Il lamento delle storie

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Mamma? Mamma, sto volando!

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Buio. Donne incinte traversarono di corsa la strada, entrando con gran foga nel grande teatro. Lo sfarzo di quel luogo non le era mai piaciuto. Era una vita che ci viveva davanti e mai, mai, nelle sue tante veglie diurne ne era riuscita a cogliere la bellezza: non le sembrava una poi gran cosa, il teatro. Con i suoi costumi, il palcoscenico, gli attori, il palco; la finzione della storia neanche le era mai andata a genio: come avrebbero potuto credere, le persone che assistevano all'opera, che quella che stavano osservando, a discapito delle negligenze o incapacità degli attori, effettivamente fosse una storia, una vera successione di fatti avvenuti in un mondo?; che sia quello reale o quello di un singolo autore non conta, sempre di mondo, caotico ed ingiusto si parla. Uno spericolato treno delle menti, ecco cos'era quel luogo. Uno specchio di anime intrappolate.

Tutto ciò che sapeva sul Grande teatro glielo aveva insegnato suo nonno, di cui aveva una incredibile ed ingiustificata stima. Tutte le sere si trovava a passeggiare per largo del Crocevia, tornando dal doposcuola, allungando forse di qualche metro il solito tragitto, per passare di fronte alla grande fabbrica di sogni. Il suo disappunto per come la gente vedeva il teatro creava in lei una specie di sublime attrazione verso quel luogo, un qualcosa di oscuro che le nasceva dal profondo dell'animo e fino al cuore le tingeva lo sguardo d'una sfumatura porpora: ancora non lo sapeva, ma amava il teatro. Ne adorava i costumi, il palcoscenico, gli attori; ma più di tutto era perduta nella finzione della storia, nella messa in atto di una realtà in un altra, nel riuscire ad incrociare due diversi mondi ed a sovrapporli o cambiarli per un certo determinato tempo e spazio. Oh, era così magico! Creare verità esatte, false nella macchinazione, ma reali nella trasposizione in quell'unico mondo a cui appartengono. Oh, si. Il teatro era davvero magnifico; ed odioso, naturalmente.

Camminava tranquilla per la propria strada, allungando il passo ora che aveva superato il palazzo dorato, quando un esplosione le fece tremare le spalle. Urlò e si gettò a terra con un impeto di puro terrore.

Si girò a guardare il teatro, cosa che in realtà faceva sempre, tra gli alti e i bassi della sua coscienza, quando questo, con un rombo spaventevole, eruttò fiamme dalla sua imponente bocca.

Ci furono grida e tantissimi passanti corsero dall'altro lato della strada, blaterando spropositi inutili. Si alzò, dolorante.

La sua fabbrica dei sogni era scoppiata in un caos vertiginoso di grida e denso fumo nero.

La gente cominciò a correre lontano; forse fu per questo che decise di andargli incontro. Gli si avvicinò sicura, come si farebbe con un vecchio nemico ormai ferito a morte, contro cui nessun attacco avrebbe reso la battaglia svoltasi fino ad allora più onorevole. Si accostò anche per rendergli omaggio: seppur fosse stato lui a morire per primo, in qualche modo aveva l'impressione che alla fin fine avesse perso senza colpa quella personalissima battaglia, e in maniera più che magnifica, per giunta, tanto per non venir meno alla propria natura.

Qualcun’altro si era approssimato all'entrata del teatro. Guardava all'interno del suo stomaco in fiamme come se vi vedesse qualcosa di familiare; vide la donna entrare nell'inferno. C'era davvero qualcuno che amava così tanto quel luogo da decidere di farne la sua eterna dimora? Qualcuno che amasse più di lei quel posto? Mai e poi mai! Seguì a passi decisi il tragitto già percorso dall'altra e la seguì all'interno. Il caldo era insopportabile, ma non si arrese: si tolse scialle, giacca e maglioni vari, buttando tutto per terra mano mano che si addentrava nell'anticamera porpora.

Spalancò le porte intarsiate ed entrò nella sala. Era popolata di ombre e luci. I seggiolini, come le pareti e qualsiasi altra cosa, erano in preda alle fiamme. Traversò il corridoio fino a raggiungere il palcoscenico. Sulle lisce tavole di legno v'era allestita una scena d'esterno: Un lampione stava ad indicare che probabilmente doveva essere stato notte; sullo sfondo vi era disegnata la sagoma di un palazzo ottocentesco. Un mazzo di rose era poggiata vicino al lampione, lasciato da qualche attore intento a scappare dalla furia del fuoco. Intorno a lei tutto veniva via pezzo per pezzo, in preda a convulsi movimenti delle vampe: era un vero e proprio disastro. L'incendio si stava mangiando tutto, senza lasciare nulla d'avanzo. Lei, dal canto suo, era rimasta con solo la sottoveste. Vide la donna salire sul palco. Dannata! Come osava pestare quel sacro suolo? Corse verso di lei. Cercò di attirare la sua attenzione, ma sembrava persa nei suoi pensieri. Ehi! Ehi! Niente, non si girava. Che sfrontata! Si decise a proseguire anche lei quando notò qualcun altro. Di fronte alla donna che stava inseguendo, c'era una bambina. Aveva i capelli mori raccolti in due treccine, legate dietro la nuca a mo’ di fiocco. Vide l'altra venire meno, cadere svenuta. Urlò alla bambina. Chi era? Che ci faceva li? Stavano arrivando i soccorsi? Delle voci salirono dalle sedie vuote del pubblico: voci fini, appena udibili, lamentose. Eppure non c'era nessuno; che fosse frutto della sua immaginazione? Si addentrò ulteriormente, verso la bambina. Ehi!, la chiamò. Si girò. Il sorriso inquietante stampato sul viso marmoreo della bambina le strappò per un momento l'anima: non era reale, ma disegnata. Le estremità della bocca le arrivavano fino a delle orbite vuote, oscure come l'abisso. Rimase spiazzata davanti a quell'immagine. Il suo cuore non resse. Ci fu un'altra esplosione.

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Ah! Si alzò di soprassalto dal letto.

“Mamma! Mamma!”, urlò. Una donna si presentò alla porta, ostentando uno sguardo severo.

“Basta, Nine, non puoi chiamarmi ogni volta fai un incubo”, disse quella.

“Ma la nonna ha detto che ti devo raccontare i miei sogni, altrimenti diventano veri!”, sbottò la bambina.

“Si, poi con la nonna ci parlo io; buona notte”. Richiuse la porta. La stanza era buia e silenziosa. Nine si rimise sotto le coperte, poco convinta. Qualcosa si mosse. Alzò la testa, spaventata. Da un angolo, due bagliori l'accecarono. Conosci la terribilità del falso, bimba?, le disse una voce. Provò a sgranare la vista, ma non ebbe grandi risultati; non riusciva a scorgere nessuno. Conosci la terribilità del fato, bimba?, ripeté la voce, insistente e lamentosa. Un coro si alzò ai lati del letto, una cantilena spasmodica, ripetuta all'infinito. Mamma!, urlò. Mamma! Ma la madre non arrivò. Una luce argentea, spettrale, avvolse tutta la camera. Conosci la terribilità della fantasia, bimba? Aiuto!, urlò con tutte le sue forze. Poi, d'un tratto cessò tutto. Senti come un peso librarsi del suo petto. Tornò il buio. Pianse; si addormentò che ancora versava lacrime.

Nel suo cuore, una piccola lucina si spense.

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Sdraiata per terra, scorgeva ora quello che era rimasto del suo grande teatro: una montagna di cenere, accatastata malamente, sparsa e scomposta sotto la volontà del vento. Si alzò, si guardò intorno; non v’era nulla, tranne lo scheletro del suo vecchio treno, ormai deragliato. Non arrivarono mai i pompieri, ne alcuna ambulanza; non vi era più traccia della donna che aveva seguito.

Si allontanò lentamente, riprendendo la strada di casa, notando senza stupore il vuoto delle strade, la desolazione che la circondava. Non sarebbe mai più passata per quella parte della città, anche quando avessero ricostruito la struttura con un nuovo Gigante a dar spettacolo. Il sogno era stato spezzato, nulla poteva ridarle quello che aveva perso.

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Vabè, mi ritiro: in quarta riga ho scritto "palcoscenico" e poi a distanza di due parole "palco".

Vi assicuro che l'avevo letto 100 volte prima di postarlo... scusatemi.

Vado a suicidarmi.

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Mi è piaciuto molto il tuo racconto: questo clima onirico, la personificazione del teatro. E' molto interessante il rapporto che la donna ha con l'edificio, un rapporto di odio e amore, o piuttosto di indifferenza e venerazione. La donna infatti corre all'interno per gelosia, perché non vuole che qualcuno dimostri di adorare quel teatro più di lei. Mi è sembrata molto artistica la similitudine tra l'edificio e un nemico in difficoltà, cosa che accentua ancora di più il legame tra la donna e il luogo.

Anche lo stile mi è risultato molto gradevole.

Ho visto le tue autocorrezioni, se non vedi i tuoi errori è normale, succede anche a me, se posso darti un consiglio fai correggere i tuoi testi da un occhio estraneo, li noterà con più facilità.

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non le sembrava una poi gran cosa

Suona meglio se inverti una e poi.

come avrebbero potuto credere, le persone che assistevano all'opera, che quella che stavano osservando, a discapito delle negligenze o incapacità degli attori, effettivamente fosse una storia, una vera successione di fatti avvenuti in un mondo?;

Periodo troppo lungo che dividerei. Ci hai messo ben due incisi e il lettore potrebbe perdere il senso di ciò che legge. E alla fine non puoi mettere due segni di punteggiatura consecutivi, devi scegliere o l'uno o l'altro, in questo caso il punto interrogativo, naturalmente.

che sia quello reale o quello di un singolo autore non conta, sempre di mondo, caotico ed ingiusto si parla.

Quel "si parla", non che sia sbagliato, ma mi suona male; mi ricorda tanto una proposizione latina messo in quel modo. La d è eufonica.

Il suo disappunto per come la gente vedeva il teatro creava in lei una specie di sublime attrazione verso quel luogo, un qualcosa di oscuro che le nasceva dal profondo dell'animo e fino al cuore le tingeva lo sguardo d'una sfumatura porpora:

Lo sguardo viene tinto di una sfumatura porpora fino al cuore? La frase non ha senso, magari ti sei saltato qualcosa come un predicato, un segno di punteggiatura...

nel riuscire ad incrociare due diversi mondi ed a sovrapporli o cambiarli per un certo determinato tempo e spazio

Oltre alle d eufoniche e a tutte queste riflessioni che risultano un pò noiosette alla lunga, mi chiedevo: come fa una che non ama la finzione ad apprezzare il teatro? Cioè lei cambia idea dopo qualche riga? Oppure è una contraddizione? In questi due casi non mi pare plausibile.

Sarebbe accettabile amare e odiare il teatro in due diversi aspetti di esso, ma non nello stesso. Ad esempio ama i costumi e gli attori, odia il duro lavoro che c'è dietro.

Conosci la terribilità del falso, bimba?

Terribilità, esiste ma è, sinceramente, orribile. :sss:

La fine ammetto di non averla capita molto. Era tutto un sogno della bambina? Una grande metafora della fantasia infantile che sparisce a un certo punto della vita? Boh.

Una donna e una bambina sul palco, un teatro che esplode e va a fuoco, la protagonista che si rialza tra le macerie (fantasma?), una bambina che sogna, donne incinte all'inizio. Tutto molto confuso, sembra un grande minestrone, e dire che all'inizio il suo senso ce l'aveva, poi vengono buttati elementi incomprensibili uno dietro l'altro. Lo stile non mi ha convinto, troppo aulico in certi punti, molti periodi contorti e lunghi che rendono il tutto poco scorrevole. Ogni tanto hai abusato di termini inconsueti, tanto che mi son chiesto se volevi sfoggiare il tuo vocabolario e la tua dote oppure raccontarci una storia. La prima parte poi, tutta raccontata, annoia come ti ho già detto. La regola dello show don't tell, ricorda, me l'hanno ripetuta così tante volte che alla fine mi sono adeguato anch'io.

Spero che i miei suggerimenti/critiche ti tornino utili, a rileggerti!

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