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Awat

L'uomo sulla panchina

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La notte del 15 maggio ‘77, anno famoso per la gloriosa vittoria dei liberi stati di Mos contro l’Inghilfrancia e gli Alleati dell’Est, che di li a poco si sarebbero sciolti, mi accorsi di una scioccante verità.

L'uomo sulla panchina

Non ero nel mio letto. Avevo dormito tutta la notte nel letto di qualcun altro e, senza troppi complimenti, continuavo a rimanerci pensando a come diavolo potevo esserci finito. Vivevo una specie di esistenza sospesa, avevo quasi l'impressione che muovermi dallo stato di pietrificazione che avevo assunto nel momento in cui avevo capito che, in effetti, non dormivo tra le mie lenzuola, potesse rendere quella situazione essenzialmente nuova e inaspettata...reale. Pensavo alla notte passata, a come mi ero disteso tranquillo sul mio materasso, ignaro di come sarebbe stato il mio risveglio. Dovevo comunque pensare a qualcosa, tanto vale farlo su qualcosa di rassicurante come il mio letto, quello in cui dovrei trovarmi. Allungai la mano, per controllare semmai avessi accidentalmente usato il mio incredibile sex appeal per richiamare qualche bella pollastra che poi, (naturalmente non doveva starci troppo bene con la testa), mi avesse portato lì dove adesso mi trovavo. Niente. Ero solo e a quanto pareva nessuno aveva dormito al mio fianco. Oh bè, poco male: tanto meglio per la mia Betty, pensai. Non potei fare a meno di guardarmi intorno, giusto per poter fare qualche ipotesi plausibile su come una persona potesse trovarsi da una parte quando effettivamente prima era tranquillamente in un altra. Potevano forse avermi rapito? Qualche gruppo rivoluzionario liberista Cheerico mi stava forse tenendo in ostaggio, sperando di sedare così le rivolte Inghilfrache? Eppure non ero legato...mi alzai. No, non ero legato. E neppure c'erano sbarre a quelle che dovevano essere...non c'erano sbarre alle finestre! Fuori era buio e non si riusciva a scorgere niente. Ma se non mi avevano rapito, come cavolo ci ero finito li, in quella camera che, a guardarla bene, sembrava arredata da una donna con un delizioso senso per l'antico: mobili di mogano, letto a baldacchino, infissi di legno e tutto quello che avrebbe potuto riempire una stanza nel tardo ottocento Francese. Ah, quante belle cose! E come mi mancava, la Francia! Ancora non riesco a pensare che quei bei tempi fossero andati, che ormai, con l'era del Mondialismo, non esistesse più una vera Italia o una vera Grecia: solo enormi agglomerati, chiamati per scherzo di qualche demente “Imperi”. Ma Imperi di che? Vabbè, mi stavo perdendo in pensieri inutili. Dovevo pensare a come il mio corpo aveva potuto essere trasportato lontano dalla mia camera da letto in via Garresi, uno dei pochi centri cittadini Romani ad essere ancora sicuri dopo l'attacco dei Giapponesi del Novembre '72; o almeno così pensavo. Non mi veniva proprio niente. In realtà non mi era riuscito mai troppo bene il riflettere, neanche quando lo facevo in casa mia. Non mi restava che uscire e magari sperare di incontrare qualcuno che non fosse un rapitore pazzo dell'ex-Stato Americano. La stanza apriva su un ampio corridoio che dava l'idea di essere un reparto medico di qualche ospedale di ultima categoria, ricoperto com'era di piastrelle scolorite, d'un poco rassicurante biancastro...

Mi affacciai e, davvero non me l'aspettavo, effettivamente c'era qualcuno. Era seduta (doveva essere una donna, ma non ne fui subito certo), su una panchina poco distante da dove ero io. Mi avvicinai con discrezione, disorientato, sì, ma d'altronde, chi non lo sarebbe stato? -Mi scusi, lei- feci io (in effetti era proprio una donna) -saprebbe dirmi, ecco... non mi creda pazzo eh, perchè non lo sono, spero... no, è solo che effettivamente io non abito qui e mi chiedevo, ecco se magari, che ne so, mi avessero rapito....ho pensato che lei ne potesse sapere qualcosa e quindi... - Ero molto nervoso, soprattutto perché stavo chiedendo ad una potenziale rapitrice se era stata effettivamente lei a rapirmi. Ricordo che la signorina mi sorrise, guardandomi gesticolare come un matto. Mi fece segno di sedermi accanto a lei e cominciò a parlarmi; Del tempo. Ma che me ne fregava del tempo? Volevo fermarla, spiegarle che doveva esserci stato un equivoco, ma era partita così d'impeto, così...con ardore a parlare, che quasi mi dispiaceva farla smettere. Non l'ascoltai affatto, anzi ripresi ad impelagarmi tra le mie supposizioni sui colpi di stato ad opera dei Giapponesi. -Sta bene, signore?- Mi chiese dopo un po. Certo che doveva avere proprio poca stima per me se credeva che stessi per avere un collasso solo perchè mi ero messo sovrappensiero. E che diavolo! Per un momento mi ritornarono in mente le mille apprensioni di mia madre, e di come le mal sopportassi. Ma era il momento buono per ribadire il concetto: -si, cioè, no! Senza rispondere a vanvera, e la prego non si offenda, ma davvero vorrei sapere dove io sia finito. Dove è che siamo? E non comici a parlare della neve, eh...- Quella signorina aveva un viso davvero dolce e mi dispiace davvero, ora che so il perchè di tutto il ciarlare, di averla offesa in quel modo poco galante. In ogni caso la parte importante arriva ora: mi disse, prendendomi tra le sue mani (cosa che non mi dispiacque poi troppo), -signore, vede, lei è morto questa notte. Però non si spaventi: è qui per essere portato dall'altra parte del corridoio...- Questo in effetti mi dispiacque un po. Inutile dire che inizialmente non capii. Ma poi, lo sai anche tu, credo che ci sia passato, insomma tutti ci siamo passati per “quella fase”: il disorientamento, la negazione, e via discorrendo. Poi alla fine lo accettai e così mi resi conto che poi, non è tanto male, no?>.

<Già, ma non ha risposto alla mia domanda. La prego, non che non mi interessi ciò che mi ha detto sulla guerra, lì, ma davvero, mi dice dov'è che mi trovo per favore? Non è che è lei ad avermi rapito, spero>.

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Non ero nel mio letto. Avevo dormito tutta la notte nel letto di qualcun altro e, senza troppi complimenti, continuavo a rimanerci pensando a come diavolo potevo esserci finito.

La prima parte in grassetto è inutile, toglila.

Al posto di "potevo" credo sia più corretto usare "potessi".

Vivevo una specie di esistenza sospesa, avevo quasi l'impressione che muovermi dallo stato di pietrificazione che avevo assunto nel momento in cui avevo capito che, in effetti, non dormivo tra le mie lenzuola, potesse rendere quella situazione essenzialmente nuova e inaspettata...reale.

Frase lunga, un po' contorta, con molti "che" che si ripetono. Da rivedere.

Dopo i puntini di sospensione lascia lo spazio.

Dovevo comunque pensare a qualcosa, tanto vale farlo su qualcosa di rassicurante come il mio letto, quello in cui dovrei trovarmi.

Ancora ripetizione. Potresti scrivere, ad esempio: "Dovevo comunque pensare a qualcosa, tanto valeva immaginare il mio caldo e rassicurante letto, quello in cui mi sarei dovuto trovare.

Occhio ai tempi, vedi come li ho cambiati io.

Allungai la mano, per controllare semmai avessi accidentalmente usato il mio incredibile sex appeal per richiamare qualche bella pollastra che poi, (naturalmente non doveva starci troppo bene con la testa), mi avesse portato lì dove adesso mi trovavo.

Anche qui abbiamo una frase lunga, ulteriormente appesantita dalle parentesi.

Oh bè,

Si scrive "beh" o "be'".

poco male: tanto meglio per la mia Betty, pensai. Non potei fare a meno di guardarmi intorno, giusto per poter fare qualche ipotesi plausibile su come una persona potesse trovarsi da una parte quando effettivamente prima era tranquillamente in un altra.

Metti una virgola dopo "parte"

sbarre a quelle che dovevano essere...non c'erano sbarre alle finestre!

Spazio dopo i puntini.

Fuori era buio e non si riusciva a scorgere niente. Ma se non mi avevano rapito, come cavolo ci ero finito li, in quella

Metti un punto interrogativo dopo lì. Ricomincia la frase successiva con La camera in cui si trovava era ben arredata...

E come mi mancava, la Francia!

Togli la "E", al massimo sostituisci con "Ah".

Ancora non riesco

riuscivo

Dovevo pensare a come il mio corpo aveva potuto essere trasportato lontano dalla mia camera da letto in via Garresi,

Avesse potuto.

-Mi scusi, lei- feci io (in effetti era proprio una donna) -saprebbe dirmi, ecco... non mi creda pazzo eh, perchè non lo sono, spero... no, è solo che effettivamente io non abito qui e mi chiedevo, ecco se magari, che ne so, mi avessero rapito....ho pensato che lei ne potesse sapere qualcosa e quindi...

Togli "lei" e la frase tra parentesi.

perché

Dopo i puntini di sospensione lasciare sempre uno spazio.

- Ero molto nervoso, soprattutto perché stavo chiedendo ad una potenziale rapitrice se era stata effettivamente lei a rapirmi.

Niente eufonica. A, non ad.

ominciò a parlarmi; Del tempo.

Niente maiuscolo dopo il punto e virgola.

Ma che me ne fregava del tempo? Volevo fermarla, spiegarle che doveva esserci stato un equivoco, ma era partita così d'impeto, così...con ardore a parlare, che quasi mi dispiaceva farla smettere.

Spazio dopo i puntini di sospensione.

Non l'ascoltai affatto, anzi ripresi ad impelagarmi

Niente eufonica. A non "ad".

tra le mie supposizioni sui colpi di stato ad opera dei Giapponesi

Eufonica.

. -Sta bene, signore?- Mi chiese dopo un po.

po'

Certo che doveva avere proprio poca stima per me se credeva che stessi per avere un collasso solo perchè mi ero messo sovrappensiero.

Perché.

Togli "mi" e "messo".

signorina aveva un viso davvero dolce e mi dispiace davvero, ora che so il

perchè

Perché.

Questo in effetti mi dispiacque un po. Inutile dire che inizialmente non capii.

po'

Più che un racconto sembra un frammento, nel qual caso lo hai inserito nella sezione errata del forum.

Ci sono molti errori e lo stile è da rivedere. La parte "ucronistica" o "distopica" sembra slegata dal resto, o al momento non la contestualizzo.

Usa uno stile preciso per i dialoghi e mettili a capo rispetto al resto del testo. Quindi usa i caporali, il trattino lungo o le virgolette.

Ci sono margini di miglioramento e l'idea nel complesso sembra simpatica. Lavoraci un po' su ;)

Modificato da visionnaire

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Grazie mille per i consigli!

Marò,ma che ignorantone che sono ahah

comunque, se ho capito bene le correzioni che mi hai fatto non posso apportarle al testo qui, ma comunque le apporrò al documento sul pc.

Per quanto riguarda la trama, i riferimenti distopici erano volutamente "eccessivi", la mia intenzione era di sviare il lettore dalla situazione in svolgimento, così da destare più sorpresa con il fulmen finale.

In secondo luogo, si, doveva essere una storia breve, probabilmente devo ritoccarla però, lo scopo era tutto nell'istante finale, la storia è volutamnte "appesa".

Per quanto riguarda lo stile....ho provato a cambiare, giuro xp Il fatto è che sono un casinaro, e alla fine i miei testi escono tutti un intruglio di flussi di coscienza, mischiati alla trama pincipale. Proverò a prendere il vizio di mettere accapo quando vi sono dei dialoghi, e sicuramente metterò sempre degli spazi dopo i puntini.... ora che so che ci vanno :P grazie ancora!

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Ho gradito l'idea generale del racconto, ma la sua realizzazione non mi piace. Ti dico quelli che secondo me sono i problemi.

Anzitutto lo stile. Secondo me è appesantito troppo. Sia chiaro, non lo dico perché tendi a usare periodi lunghi, ma perché in quei periodi lunghi inserisci molte parole che all'esperienza del lettore non aggiungono molto, ma si fanno sentire in fase di lettura. Appunto, appesantiscono le frasi. Ti faccio un po' di esempi diversi, per chiarire come la penso.

Vivevo una specie di esistenza sospesa
A volte ho letto di quanto l'uso di espressioni come "una sorta", "una specie", "un qualche" sia da evitare, perché non dà niente. Non sono del tutto d'accordo, perché specialmente in prima persona danno un'impressione di parlato e rendono un'incertezza che fa parte di ciò che vive il narratore. Usati con parsimonia, quindi, penso si possano usare. E non ne critico l'uso che tu ne fai qui, per esempio. Ma subito dopo...
avevo quasi l'impressione che muovermi dallo stato di pietrificazione che avevo assunto
... ecco, nello stesso periodo inserisci un'altra espressione che trasmette indecisione, incertezza. Sebbene nel modo di parlare reale ci starebbe pure, secondo me in questo caso appesantisce soltanto. Hai già reso l'incertezza del protagonista dovuta alla strana situazione in cui si trova, ribadirla in questo modo non contribuisce ad avvicinare il protagonista al lettore, secondo me, ma soltanto a dare l'impressione che chi scrive sia incerto, e abbia bisogno di rimarcare un concetto già chiaro per essere sicuro che passi. Quindi questo è uno dei punto in cui potresti tagliare una parola di troppo.
Non potei fare a meno di guardarmi intorno, giusto per poter fare qualche ipotesi plausibile su come una persona potesse trovarsi da una parte quando effettivamente prima era tranquillamente in un altra.
Prendo questa parte perché mi pare un esempio lampante. "plausibile" secondo me non è necessario, ma questo è più opinabile. Invece c'è quell'"effettivamente" che non serve proprio a niente, nella frase. E anche "tranquillamente", in questo contesto, non arricchisce più di tanto, mi sembra solo una derivazione colloquiale. Secondo me la frase sarebbe più scorrevole e non perderebbe in niente se fosse: "Non potei fare a meno di guardarmi intorno, giusto per poter fare qualche ipotesi su come una persona potesse trovarsi da una parte quando prima era in un'altra."

Situazioni di questo genere si trovano in tutto il racconto. Gestiscile meglio, con maggiore attenzione, e secondo me diventerà tutto più scorrevole.

Altro problema - ma forse aggiustare lo stile basterebbe a risolverlo - è il ritmo. Il racconto è pesante anche perché ho l'impressione che manchi un legame fluido fra tutte le varie parti. Qua e là, passando da un pensiero all'altro del protagonista mi è sembrato che le cose non funzionassero, ci fosse un'eccessivo dilungarsi su alcune cose e un saltarne delle altre. Una generale disarmonia, ecco, non so se ho reso l'idea. Il che fa un po' perdere il fascino surreale del racconto.

A proposito, dicevo che l'idea di base mi è piaciuta, ed è così. Anche se molto semplice, la situazione del risveglio in un luogo sconosciuto ha tutte le carte in regola per essere sempre interessante. Quindi ne hai di possibilità di miglioramento, se hai voglia di continuare a lavorare su questo racconto. Ne potrebbe uscire qualcosa di piacevole, anche il finale si presta. O magari scoprirai qualche altro spunto allettante da seguire.

Ancora qualcosa vorrei dire sui riferimenti "distopici". Creano un po' di confusione. Non ti dirò di tagliarli, perché non è detto che non possano essere una presenza interessante, una volta migliorato il tutto, però in questa versione del racconto sono solo un ulteriore appesantimento (sempre secondo me)

Infine, aggiungo una nota di gusto personale: caratterizzerei meglio gli ambienti. Magari non con descrizioni accurate, ma con poche pennellate evocative. Nei racconti surreali trovo che anche piccoli dettagli (magari realistici) contribuiscano a creare un'aura di fascino irresistibile. Ecco, potresti aggiungere qualcosa all'ambientazione, quindi, invece di dire solo come si sente il protagonista. Anche perché proprio attraverso l'ambientazione potresti riuscire ad esprimerlo meglio.

Finito ^^ Questa è la mia opinione, spero ti torni utile.

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Wow, grazie mille per i consigli *-*

Mi sento un po come un ceco che ha riacquistato la vista xp

Consigli utilissimi, in particolare quello di aggiungere qualche piccolo dettaglio nell'ambientazione: appena l'ho letto, mi sono venute in mente diverse caratterizzazioni, che prima a dir la verità ho evitato accuratamente per lasciare che ogni lettore vedesse "ciò che voleva"; ora però penso possa funzionare meglio così.

Ho capito che devo riguadagnare molto di stile, anche se in questo vado un po contro il mio "ego", di per sè gran casinaro. Appena avrò di nuovo tempo ci lavorerò su!

Di vuovo: grazie mille per il tuo tempo e per gli utilissii consigli :D

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