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bukowsky77

A proposito del lavorare più o meno gratis

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ma io mi diverto a scrivere, non la considero una fatica, non dopo aver fatto altri tipi di lavoro. ci vuole constanza, tecnica, tenacia, fatica, talento, concentrazione, e a volte ci butti dentro dolore e spleen personali, ma non potete dirmi sia una fatica. fatica è altro. il tempo, quello sì. la sola spesa eventualmente non retribuita direttamente è il tempo. ma la fatica secondo me proprio no.

Anche a me scrivere piace ma non per questo non mi costa fatica... si chiama "fatica intellettuale" ed è la stessa che fanno i ragionieri, gli archivisti, i programmatori informatici, i professori, etcetcetc. Non è da meno della fatica fisica. Così come tirar su un muro crea problemi alla schiena, sforzare la vista crea problemi agli occhi. Non capisco il perchè non si possa parlare di fatica. Ci sono persone che hanno più problemi di altre a rimaner concentrate... e concentrarsi quando di indole non ti appartiene (come nel mio caso) è faticosissimo.

Se tu per fatica intendi solo quella "muscolare" allora sono d'accordo con te, ma è estremamente riduttivo :)

sì è chiaro... è che per una forma di rispetto a formai, operai, traslocatori, magazzinieri eccetera non riesco a considerare scrivere "una fatica". di tutti i lavori che ho fatto e faccio per sbarcare il lunario fatico davvero (gioco di parole) a considerare tale la scrittura...

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sì è chiaro... è che per una forma di rispetto a formai, operai, traslocatori, magazzinieri eccetera non riesco a considerare scrivere "una fatica". di tutti i lavori che ho fatto e faccio per sbarcare il lunario fatico davvero (gioco di parole) a considerare tale la scrittura...

Anche io ho fatto le pulizie o ho lavorato con orari assurdi e proprio perché conosco più realtà ho visto che il lavoro è lavoro, a prescindere (e sto parlando di lavori normali non sfruttati e cose del genere) :)

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sì è chiaro... è che per una forma di rispetto a formai, operai, traslocatori, magazzinieri eccetera non riesco a considerare scrivere "una fatica". di tutti i lavori che ho fatto e faccio per sbarcare il lunario fatico davvero (gioco di parole) a considerare tale la scrittura...

Anche io ho fatto le pulizie o ho lavorato con orari assurdi e proprio perché conosco più realtà ho visto che il lavoro è lavoro, a prescindere (e sto parlando di lavori normali non sfruttati e cose del genere) :)

non posso che quotarti. anche per questo non posso che spezzare una lancia a favore di alcuni racconti regalati che mi hanno però dato la possibilità di guadagnare qualcosa scrivendo...

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Secondo me va bene tutto, le opinioni, le soggettività, ma dire che mettendo il libro su emule hai la stessa "capacità di pubblico" che pubblicando con una casa editrice che ti diffonde per me significa distorcere la realtà.

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La rivista "Mucchio Selvaggio" ha pubblicato una ricerca/inchiesta sul precariato (La Bolla Editoriale) nel mondo delle case editrici - ne emerge uno spaccato assai interessante perchè l'animus che permea molti dei perenni stagisti non pagati schiavizzati nelle redazioni delle case editrici (e spesso loro stessi scrittori) è proprio quello del prestare un necessitato servizio di crescita culturale. Non vengono pagati, cioè, ma si sentono gratificati perchè stanno "servendo" l'arte.

Il non avere considerazione di ciò che si sta facendo, creare o editare o impaginare il testo, in termini di dignità retributiva porta ad una serie non secondaria di storture; da un lato promuove, e legittima, il precariato, dall'altro lato abbassa lo standard qualitativo artistico perchè le persone che curano il libro lo fanno da stremate, stressate e sfruttate (sempre più libri sono colmi di refusi, ripetizioni, strafalcioni veri e propri)

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La rivista "Mucchio Selvaggio" ha pubblicato una ricerca/inchiesta sul precariato (La Bolla Editoriale) nel mondo delle case editrici - ne emerge uno spaccato assai interessante perchè l'animus che permea molti dei perenni stagisti non pagati schiavizzati nelle redazioni delle case editrici (e spesso loro stessi scrittori) è proprio quello del prestare un necessitato servizio di crescita culturale. Non vengono pagati, cioè, ma si sentono gratificati perchè stanno "servendo" l'arte.

Il non avere considerazione di ciò che si sta facendo, creare o editare o impaginare il testo, in termini di dignità retributiva porta ad una serie non secondaria di storture; da un lato promuove, e legittima, il precariato, dall'altro lato abbassa lo standard qualitativo artistico perchè le persone che curano il libro lo fanno da stremate, stressate e sfruttate (sempre più libri sono colmi di refusi, ripetizioni, strafalcioni veri e propri)

io distinguerei nettamente tra la figura artistica dello scrittore e chi lavora come editor/grafico/impaginatore/ revisore bozze eccetera nelle redazioni, dove gratis non presterei nemmeno un minuto del mio tempo, come in qualunque altro lavoro...

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La rivista "Mucchio Selvaggio" ha pubblicato una ricerca/inchiesta sul precariato (La Bolla Editoriale) nel mondo delle case editrici - ne emerge uno spaccato assai interessante perchè l'animus che permea molti dei perenni stagisti non pagati schiavizzati nelle redazioni delle case editrici (e spesso loro stessi scrittori) è proprio quello del prestare un necessitato servizio di crescita culturale. Non vengono pagati, cioè, ma si sentono gratificati perchè stanno "servendo" l'arte.

Il non avere considerazione di ciò che si sta facendo, creare o editare o impaginare il testo, in termini di dignità retributiva porta ad una serie non secondaria di storture; da un lato promuove, e legittima, il precariato, dall'altro lato abbassa lo standard qualitativo artistico perchè le persone che curano il libro lo fanno da stremate, stressate e sfruttate (sempre più libri sono colmi di refusi, ripetizioni, strafalcioni veri e propri)

io distinguerei nettamente tra la figura artistica dello scrittore e chi lavora come editor/grafico/impaginatore/ revisore bozze eccetera nelle redazioni, dove gratis non presterei nemmeno un minuto del mio tempo, come in qualunque altro lavoro...

la distinzione in realtà cade quando ci si trova davanti parecchi aspiranti scrittori prestati al lato tecnico dell'editoria.

Ciò che accomuna il precario da redazione e lo scrittore che non riceve nessuna retribuzione per il frutto delle sue creazioni è proprio la convinzione, tipica di entrambi, che l'arte non debba essere "sporcata" dal denaro. Una convinzione su cui lucrano diversi approfittatori

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la distinzione in realtà cade quando ci si trova davanti parecchi aspiranti scrittori prestati al lato tecnico dell'editoria.

Ciò che accomuna il precario da redazione e lo scrittore che non riceve nessuna retribuzione per il frutto delle sue creazioni è proprio la convinzione, tipica di entrambi, che l'arte non debba essere "sporcata" dal denaro. Una convinzione su cui lucrano diversi approfittatori

può darsi... in realtà, parlo per me, non ho l'ambizione di produrre "arte". preferisco considerarmi un artigiano delle parole, scrivo al meglio ciò che mi viene richiesto, non mi affido all'ispirazione per produrre, la sindrome della pagina vuota secondo me non esiste. mi accontento di sfornare narrativa di intrattenimento, senza coltivare ambizioni più alte.

Per questo mi piace che il mio lavoro venga "sporcato" da un compenso (denaro ma non solo; cinsidero compenso anche copie, visibilità, pubblicità, opportunità di altri lavori retribuiti, lettura di altro materiale da parte di un editor, inviti a presentazioni con vitto e alloggio pagati eccetera). Inoltre, soldi a parte, mi piace parlare con i lettori dei miei scritti, incontrare persone, discutere di libri. Ma sono lettori che voglio conquistare sulla carta (o su un e-book, tocca adeguarsi) dopo aver sgomitato ed essermi conquistato la pubblicazione previa selezione, questa magari è più una cosa mia, ed è per questo che per ora preferisco non affidarmi ad autoproduzioni o pod. Se pubblico è perchè un altro soggetto mi ha scelto.

Modificato da bukowsky77

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la distinzione in realtà cade quando ci si trova davanti parecchi aspiranti scrittori prestati al lato tecnico dell'editoria.

Ciò che accomuna il precario da redazione e lo scrittore che non riceve nessuna retribuzione per il frutto delle sue creazioni è proprio la convinzione, tipica di entrambi, che l'arte non debba essere "sporcata" dal denaro. Una convinzione su cui lucrano diversi approfittatori

può darsi... in realtà, parlo per me, non ho l'ambizione di produrre "arte". preferisco considerarmi un artigiano delle parole, scrivo al meglio ciò che mi viene richiesto, non mi affido all'ispirazione per produrre, la sindrome della pagina vuota secondo me non esiste. mi accontento di sfornare narrativa di intrattenimento, senza coltivare ambizioni più alte.

Il punto è che per uno come te, poi ce ne sono magari altri cinquanta che si fanno prendere dalla sindrome dell'arte pura e finiscono o a fare macchina ornamentale in redazione oppure, se solo scrittori, ostaggio di qualche tipografo mascherato da editore che li salasserà ben benino.

I cinquanta purtroppo condizionano l'atteggiamento generale del mondo editoriale, mentre il singolo rimarrà una encomiabile eccezione e come tale destinata a non influire particolarmente

Una creazione, sia essa arte o semplice onesto lavoro di artigianato creativo, merita un riconoscimento, anche di ordine finanziario: ovvio, non solo, non si può ridurre la creatività ad esclusiva questione economica o giuridica, ma l'eccesso opposto spesso spiana la strada ad abusi

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Ospite -_-

Boh, magari sbaglio.... Io scrivo a pagamento per un periodico locale e scrivo gratis per uno puramente on-line. Anche se non vengo pagato il secondo mi consente di farmi una piccola pubblicità gratuita e, soprattutto, di portare sul web notizie a volte trascurate come la crisi economica nel mio territorio. Non so, mi sento lo stesso "pagato"....

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Secondo me va bene tutto, le opinioni, le soggettività, ma dire che mettendo il libro su emule hai la stessa "capacità di pubblico" che pubblicando con una casa editrice che ti diffonde per me significa distorcere la realtà.

Non ne sarei così sicura, bisognerebbe fare delle statistiche in merito. Tieni conto che, come già è stato detto, pubblicare con una big non significa in automatico avere decine di copie in tutte le librerie.

Ci sono libri, per esempio, che io conosco solo perché sono di un genere che mi interessa, ma che se fossero di altro tipo non conoscerei sicuramente, dato che in libreria è già tanto che ci sia una copia (e spesso non c'è nemmeno quella).

Poi Emule era un esempio, adesso probabilmente vanno più di moda le applicazioni della Apple, comunque so che se ci si dà da fare si può ottenere un bel giro.

Comunque per carità, questa è la mia ipotesi, ma finché non vedo dati credibili che affermano il contrario non sono propensa a cambiare idea.

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Se pubblico è perchè un altro soggetto mi ha scelto.

Sono d'accordo, l'autopubblicazione è in primis un'autovalutazione. Mi capita di valutare i testi altrui, e preferisco che i miei affrontino a loro volta un giudizio, meglio se professionale.

C'è già stato un topic sull'argomento. Le obiezioni principali di chi fa da sè erano in sintesi le seguenti:

- molti libri regolarmente editi valgono ben poco

- una piccola edizione rende spesso meno, in diritti e lettori, del self-publishing.

E' passato un po' di tempo, le opinioni sono cambiate?

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Non ne sarei così sicura, bisognerebbe fare delle statistiche in merito. Tieni conto che, come già è stato detto, pubblicare con una big non significa in automatico avere decine di copie in tutte le librerie.

Ci sono libri, per esempio, che io conosco solo perché sono di un genere che mi interessa, ma che se fossero di altro tipo non conoscerei sicuramente, dato che in libreria è già tanto che ci sia una copia (e spesso non c'è nemmeno quella).

Poi Emule era un esempio, adesso probabilmente vanno più di moda le applicazioni della Apple, comunque so che se ci si dà da fare si può ottenere un bel giro.

Comunque per carità, questa è la mia ipotesi, ma finché non vedo dati credibili che affermano il contrario non sono propensa a cambiare idea.

Non volevo attaccarti, lo specifico perché rileggendomi mi sono sembrato polemico anche da solo. Volevo solo dire che un grosso editore stampa almeno cinquemila copie, e di quelle cinquemila per rientrare dei costi almeno la metà le vuole vendere? Mi pare ci fosse un esordiente, qui sul forum, diventato famoso per aver venduto qualche migliaio di copie del suo libro su iTunes, o roba simile. Ora: lui era un caso eccezionale, e sono comunque qualche migliaio di copie. Nell'articolo Scarpa parla di tremila copie per un libro di critica letteraria ( e la critica letteraria rispetto alla narrativa non se la compra nessuno ).

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- molti libri regolarmente editi valgono ben poco

- una piccola edizione rende spesso meno, in diritti e lettori, del self-publishing.

E' passato un po' di tempo, le opinioni sono cambiate?

Considerando le tante schifezze che vengono pubblicate dalle case editrici, anche major, mi fa sempre un po' ridere questa storia della selezione editoriale. La maggior parte delle case editrici scelgono i loro testi solo in base ai trend di mercato. Quando c'è stato il boom del fantasy ogni casa editrice ha reclutato scrittori che avevano la caratteristica di essere giovanissimi e di aver scritto una saga fantasy. Non leggo il genere, ma a vedere le recensioni sono state sfornate tante di quelle schifezze che la metà sarebbero bastate.

A me interessa il giudizio dei lettori più che quello di un editore, che sceglie un testo in base a troppi parametri oltre a quello della qualità del testo stesso.

Con ciò non voglio dire che non bisogna pubblicare con le case editrici, ma pensare che il nostro testo sia il non plus ultra solo per questo a mio parere è sbagliato.

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Ospite -_-

- molti libri regolarmente editi valgono ben poco

- una piccola edizione rende spesso meno, in diritti e lettori, del self-publishing.

E' passato un po' di tempo, le opinioni sono cambiate?

Considerando le tante schifezze che vengono pubblicate dalle case editrici, anche major, mi fa sempre un po' ridere questa storia della selezione editoriale. La maggior parte delle case editrici scelgono i loro testi solo in base ai trend di mercato. Quando c'è stato il boom del fantasy ogni casa editrice ha reclutato scrittori che avevano la caratteristica di essere giovanissimi e di aver scritto una saga fantasy. Non leggo il genere, ma a vedere le recensioni sono state sfornate tante di quelle schifezze che la metà sarebbero bastate.

A me interessa il giudizio dei lettori più che quello di un editore, che sceglie un testo in base a troppi parametri oltre a quello della qualità del testo stesso.

Con ciò non voglio dire che non bisogna pubblicare con le case editrici, ma pensare che il nostro testo sia il non plus ultra solo per questo a mio parere è sbagliato.

Beh, forse vado OT ma voglio dire che comunque gli editori hanno sempre fatto così. Nel XVII sec. a Venezia pubblicavano romanzi "a peso" in base alla consistenza dei tomi, e si finiva per pubblicare (per quasi mezzo secolo e con grande successo di pubblico) pastoni con raccolte eterogenee davvero illeggibili, oggi.

Se il giudizio dei lettori ha valore nel lungo termine, quello degli editori vale per l'oggi. E penso che questa "regola" non cambierà mai.

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- molti libri regolarmente editi valgono ben poco

- una piccola edizione rende spesso meno, in diritti e lettori, del self-publishing.

E' passato un po' di tempo, le opinioni sono cambiate?

Considerando le tante schifezze che vengono pubblicate dalle case editrici, anche major, mi fa sempre un po' ridere questa storia della selezione editoriale. La maggior parte delle case editrici scelgono i loro testi solo in base ai trend di mercato. Quando c'è stato il boom del fantasy ogni casa editrice ha reclutato scrittori che avevano la caratteristica di essere giovanissimi e di aver scritto una saga fantasy. Non leggo il genere, ma a vedere le recensioni sono state sfornate tante di quelle schifezze che la metà sarebbero bastate.

A me interessa il giudizio dei lettori più che quello di un editore, che sceglie un testo in base a troppi parametri oltre a quello della qualità del testo stesso.

Con ciò non voglio dire che non bisogna pubblicare con le case editrici, ma pensare che il nostro testo sia il non plus ultra solo per questo a mio parere è sbagliato.

Un trend di mercato molto spesso è originato proprio dalla richiesta dei lettori.

Certo, in alcuni casi le case editrici più grandi, strutturate e visibili possono creare un best seller dal nulla, ma solitamente il percorso del trend è quello che va dal lettore e termina alla casa editrice.

Le case editrici di genere, horror, fantasy e SF, sanno bene cosa sia una crisi settennale; quella crisi che si ripete circa ogni sette anni quando anche gli editori generalisti si mettono a tradurre e pubblicare libri di quei generi, pur senza averlo mai fatto prima.

In poco saturano il mercato col risultato di un pauroso riflusso di interesse. E una crisi che investe duramente le case editrici specializzate.

Ma i libri che pubblicano non sono schifosi, anzi. Ricordo la Bompiani che per qualche tempo pubblicò intere collane horror col meglio proveniente dalla narrativa americana (ad esempio le antologie Cutting Edge, Hot Blood), persino la Mondadori. Stavano rispondendo alla richiesta del mercato, cioè dei lettori

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Il mercato a mio parere non è creato dai lettori, non lettori forti almeno. Il mercato è creato dalle mode, che spesso sono figlie di campagne pubblicitarie forti e a tutto campo.

Vale come per gli orologi di plastica. Non è che un giorno ci siamo svegliati e abbiamo deciso che gli orologi di plastica sono fighi. In realtà qualcuno ci ha detto che avere un orologio di plastica è figo e noi ci siamo adattati.

Il mercato i bisogni non li soddisfa, li crea.

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C'è da dire che gli editori, che si basino o meno sui lettori, non è detto che ci prendano. I "flop" continuano a esistere, e non credo che una CE lo programmi a tavolino: semplicemente a volte anche i loro calcoli sono sbagliati.

Con un'autopubblicazione, se te la sai gestire, capisci qual è il livello di gradimento del tuo romanzo, senza tener conto delle previsioni di una casa editrice.

Poi c'è un'altra cosa di cui non si è parlato, probabilmente perché pochi lo sanno: con le big hai una possibilità sola, se non vendi la prima volta sei fuori. Nessuno vuole pubblicare uno che non ha venduto con Mondadori, o comunque non così facilmente.

Forse su questa questione bisognerebbe aprire un topic a parte.

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C'è da dire che gli editori, che si basino o meno sui lettori, non è detto che ci prendano. I "flop" continuano a esistere, e non credo che una CE lo programmi a tavolino: semplicemente a volte anche i loro calcoli sono sbagliati.

Ovvio che i flop ci siano, eccome. Di solito capitano a chi cerca di seguire il trend senza nessun criterio. Avviene in tutte le attività economiche. Uno inventa una cosa, gli altri seguono a ruota, ma rimarranno sempre imitazioni e rarissime volte riusciranno a superare l'originale. Una pizzeria inventa la pizza gigante quattro sapori? Se ha successo stai certa che tutte le pizzerie della città cercheranno di imitarla. Ma se la pizza non è buona non basteranno certo forma e dimensioni per decretarne il successo.

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Bello monetizzare, bello.

Fare soldi piace anche a me, è una cosa che si rivela spesso utile.

Tuttavia l'unica proposta in tal senso che mi è giunta sinora portava il timbro di una agenzia locale.

Settore: riciclaggio carta.

Ahah penserete, che buontempone quello lì con l'avatar a forma di capra, gli piace un sacco scherzare.

NO.

purtroppo è vero.

:(

Quindi io che son uno con i piedi per terra(la mia terra!)

m' accontenterei di non essere preso per i fondelli dal mio lettore.

O almeno esser preso per i fondelli con stile, che mi fa sentire più importante.

Per il resto(quale resto?) se poi qualcuno vuole a tutti i costi pagarmi non sarò io a mettergli i bastoni fra le ruote. E questo lo giuro.

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Considerando le tante schifezze che vengono pubblicate dalle case editrici, anche major, mi fa sempre un po' ridere questa storia della selezione editoriale. La maggior parte delle case editrici scelgono i loro testi solo in base ai trend di mercato.

su questo non sono d'accordo. credo che l'approccio "mi autoproduco tanto gli editori pubblicano solo schifezze" sia un luogo comune dei più triti e ritriti, un po' come "via Padova a Milano non è un quartiere sicuro" eccetera.

Un piccolo editore free non può che pubblicare un testo in cui crede ciecamente - e anche vendendo le 3 o 400 copie che ne farebbero un successo editoriale per la dimensione finirebbe comunque in perdita. Quanto ai grandi editori, ogni volta che entro in libreria, a parte la Parodi e i vampiri damerini, trovo deozzine di titoli che porterei a casa, e di molti di essi non si sente parlare, ma ci sono.

Date un'occhiata alle classifiche di vendite mensili, annuali, web, delle librerie, quel che volete: su 10 titoli, a parte i due o tre spettanti al comico di turno o al fenomeno editoriale del momento (vampiri emo, slave edulcarate eccetera) e che servono a finanziarie migliaia di altre uscite interessanti, la maggior parte è sempre rappresentata da libri di valore e degni di interesse.

esempio: http://www.fnac.it/I-Libri-piu-venduti/l7073?SID=dfb23463-7591-abd6-304a-1acadc43e7f1&UID=040A4B094-0BA8-4897-3D4F-875CAE950C25&Origin=zanox872291&OrderInSession=1&TTL=060620131028

altro esempio: http://www.hoepli.it/classifiche.asp

Non è vero, e ripeto, secondo me non è vero ma proprio per niente, che gli editori danno alle stampe solo schifezze o di scarso valore. Classifiche e presenze in liberira e/o catalogo lo testimoniano.

Un altro motivo per cui non mi autoprodurrei mai (al momento) è che molti portali web, blog o testate giornalistiche non recensiscono né promuovono pod, al pari di eap, e sono occasioni in meno.

Però è un altro discorso e andrei ot, non vuole essere in ogni caso un giudizio negativo verso che sceglie di autoprodursi. Solo, con decine e decine di editori free e che pubblicano esordienti, da einaudi e 0111, preferisco affidarmi al parere di soggetti terzi per vedere se la mia scrittura merita di rubare tempo a eventuali lettori...

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Bukowsky, io non ho detto che le case editoriali pubblicano solo schifezze, ho detto che pubblicano tante schifezze.

Magari, tra l'altro, a pubblicare schifezze fossero solo le grandi case editrici, purtroppo anche i piccoli editori pubblicano libri mediocri, editati male e impaginati peggio.

Ora tra "solo" e "molte" c'è una differenza notevole.

Pensare che essere selezionati da una casa editrici significhi automaticamente aver scritto un testo degno di valore è, a mio parere, sbagliato. Vale anche il contrario. Un testo potrebbe non essere pubblicato da un editore perché, anche se buono, non ha mercato. Ci sono precisi trend di mercato e gli editori, che ci piaccia o no, li seguono.

Conta tutto: il genere, l'argomento trattato, la prosa, la lunghezza. Sono parametri che le case editrici guardano, anche prima della qualità stessa del testo.

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Nell'altro topic si era giunti più o meno alle stesse conclusioni. In pratica la questione va considerata con ragionevole flessibilità quanto all'editore, nel senso che la sua decisione di pubblicare non sempre garantisce la "qualità" del testo (peraltro di difficile definizione), essendo connessa a vari fattori. Poiché tuttavia egli investe i suoi soldi, tanti o pochi, dovrebbe porre attenzione almeno ai fondamentali requisiti di leggibilità, a meno che non abbia intrapreso in assoluta stoltezza. Ma editori incompetenti ce ne saranno senz'altro...

Tuttavia l'autoreferenzialità, con le dovute eccezioni, non ha limiti e freni. Valuto testi di esordienti, spesso penosi, e la maggior parte reagisce con ostinata incomprensione al giudizio negativo, che pure cerco di formulare in modo cortese e circostanziato.

Un autore, incapace di coniugare i verbi e ignaro della consecutio, ha ribattuto di avere quel "problema" da sempre, ma che l'editor ci avrebbe posto rimedio, visto che era il suo mestiere! Sulla (presunta) qualità dell'opera non aveva dubbi.

Ripeto perciò un consiglio già espresso. Prima di autopubblicarsi, vale la pena di chiedere almeno una volta un parere competente, non proponendosi agli editori, ma pagando la valutazione di una buona agenzia. Almeno si avranno le idee più chiare.

Quoto infine Bukowsky quanto ai limiti di recensibilità e promozione dei pod.

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Bukowsky, io non ho detto che le case editoriali pubblicano solo schifezze, ho detto che pubblicano tante schifezze.

Magari, tra l'altro, a pubblicare schifezze fossero solo le grandi case editrici, purtroppo anche i piccoli editori pubblicano libri mediocri, editati male e impaginati peggio.

Ora tra "solo" e "molte" c'è una differenza notevole.

Pensare che essere selezionati da una casa editrici significhi automaticamente aver scritto un testo degno di valore è, a mio parere, sbagliato. Vale anche il contrario. Un testo potrebbe non essere pubblicato da un editore perché, anche se buono, non ha mercato. Ci sono precisi trend di mercato e gli editori, che ci piaccia o no, li seguono.

Conta tutto: il genere, l'argomento trattato, la prosa, la lunghezza. Sono parametri che le case editrici guardano, anche prima della qualità stessa del testo.

Non posso che quotare Visionnarie

Faccio una domanda andando in libreria quanta space opera troviamo? Tolte un paio di saghe storiche non si trova nulla.

Tanto per dirne una: il ciclo della cultura di Ian Banks è tutto fuori catalogo.

Oggi come oggi puoi scrivere la space opera migliore in assoluto e non verrai pubblicato, perché non c'è mercato. In casi come questo l'unica strada è l'autopubblicazione.

Allo stesso modo mi trovo d'accordo con Visio quando dice che essere pubblicati da una casa editrice (grande o piccola) non è sinonimo di qualità.

Ci stiamo forse dimenticando il periodo del boom dei baby scrittori di fantasy? Quanti libri erano validi?

Bukowsky dice giustamente che per pubblicarti la casa editrice crede nel testo. Vero, ma crederci è una cosa diversa dal considerarlo un testo valido. Perché il giudizio della casa editrice è prima di tutto un giudizio commerciale. Credere in un testo vuol dire che è convinta che il libro abbia mercato.

Indubbiamente in un certo periodo qualsiasi testo fantasy scritto da un ragazzo/a tra i 13 e i 17 anni aveva potenzialemente un mercato, ma la loro qualità era quasi inesistente.

Poi è arrivato il momento dei paranormal romance che già a partire dal capostipite twilight non erano nulla di che. I vari cloni che hanno ormai invaso la sezione horror di tutte le librerie che ho visitato erano ben al di sotto del già mediocre apripista.

Poi è arrivato 50 sfumature ed ecco che in libreria fanno capolino svaritati testi "trasgressivi per modo di dire"

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Tuttavia l'autoreferenzialità, con le dovute eccezioni, non ha limiti e freni. Valuto testi di esordienti, spesso penosi, e la maggior parte reagisce con ostinata incomprensione al giudizio negativo, che pure cerco di formulare in modo cortese e circostanziato.

Sì, ma questo è un problema in generale.

Anzi, a mio parere chi è così pieno di sé non si autopubblica, ma cerca un editore ed è disposto a pagare. La sua stima, se dovesse autopubblicarsi, ne risentirebbe.

Inoltre se una cosa è brutta è brutta, non vende. Io comprerei un libro auto prodotto, ma se sapessi chi l'ha scritto e come scrive, non andrei certo a comprare il primo libro di uno sconosciuto che mi contatta con una mail, magari totalmente sgrammaticata.

In fondo questo non è un problema che riguarda i libri. Chi impedisce a un pittore da quattro soldi di produrre le sue opere e magari venderle? Chi impedisce a un gruppo di strimpellatori di farsi un disco e metterlo in vendita? Perché con la scrittura ci dev'essere per forza l'editore?

Se c'è è meglio, ma come ribadito da Memory non è che un testo non trova editori solo perché è brutto, ci sono tante altre varianti.

L'editore una volta esisteva per il semplice fatto che stamparsi un libro era troppo oneroso. Le leggi sul copyright le hanno inventate gli editori, non gli scrittori. Quando la stampa non esisteva il concetto di editoria era assente a sua volta. Oggi che esistono i POD e i costi di stampa sono ridotti al minimo tapparsi le orecchie e fare "lalalala" facendo finta che il mondo vada sempre allo stesso modo è un po' limitante.

Ripeto perciò un consiglio già espresso. Prima di autopubblicarsi, vale la pena di chiedere almeno una volta un parere competente, non proponendosi agli editori, ma pagando la valutazione di una buona agenzia. Almeno si avranno le idee più chiare.

Su questo sono d'accordo.

Quoto infine Bukowsky quanto ai limiti di recensibilità e promozione dei pod.

Chi pone limiti alle recensioni dei libri pubblicati da POD ha una visione un po' limitata della realtà editoriale. Per fortuna non ovunque è così, il WD infatti accetta recensioni di POD.

Riibadisco: non dico che le case editrici sono il male, né che io pubblicherei la mia opera, a prescindere, tramite POD. Ma chiudere le porte alle nuove realtà è sbagliato.

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Permettetemi di non essere d'accordo totalmente con l'asserzione secondo cui il mercato crea i bisogni; in alcuni casi li crea, ma in altri semplicemente opera come elemento di raccordo (e di ricezione) tra offerta e una domanda che origina dagli interessi e dagli autonomi bisogni dei "consumatori" (che siano poi lettori o estimatori degli iphone).

La pervasività, la potenza, di alcune case editrici, unitamente al non secondario fatto che alcune di loro sono strutturate in maniera tale da poter contare su enormi veicoli promozionali (Mondadori, Einaudi), sicuramente sono in grado di creare un bisogno ex novo e un correlato interesse feroce negli utenti.

Ma storicamente in Italia il panorama editoriale è stato attento, in maniera esagerata e massiva, a rispondere a impulsi che già esistevano.

Quando Bompiani prese ad inondare le librerie di horror negli anni novanta, creando anche diverse collane ad hoc, importò il meglio angloamericano, non esiste praticamente titolo importato e pubblicato in quegli anni che sia anche solo vagamente discutibile. Dietro alla Bompiani naturalmente andarono in molti, a partire dalla Einaudi stessa.

Da Barker a Ray Garton, dalle antologie a cura di Skipp & Spector e di David J. Show, fu importata la crema della crema. Questo portò al collasso editoriale, alla morte della domanda per saturazione e al danno per quelle case editrici che, come la Fanucci, già pubblicavano, in maniera meno visibile, horror. IN pochi anni si tradusse e si immise in circolazione quanto negli USA avevano visto pubblicato in quindici anni.

Stessa cosa accadde col cyberpunk. Non si può dire che venne pubblicata robaccia, raschiando il fondo del barile o creando progetti editoriali artefatti. Semplicemente si pubblicò troppo in troppo poco tempo.

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Si, ma io andrei un attimo anche a contestualizzare ciò che ha detto Scarpa con il suo periodo letterario. Il cannibalismo a un certo punto è finito, come ogni momento della letteratura postmoderna o come dice lui "pseudo"-movimento che dir si voglia.

Ammaniti si è reinventato o meglio, direi che è cresciuto anche artisticamente, così come i suoi colleghi di tale movimento chi più, chi meno.

Il primo Ammaniti era "cannibale", poi non lo è stato più.

Nel mondo della scrittura, se vuoi campare come scrittore, devi inventarti e reinventarti continuamente.

Di questo gruppo di cannibali faceva parte anche la Santacroce, per dire, che mi sembra che si sia trovata il suo spazio da occupare all'interno delle librerie e come campare.

La Santacroce per farti entrare nei suoi salotti liturgici ti chiede 200 e passa euro a persona, per farti arrivare un suo manoscritto in edizione limitata fa le aste che arrivano a 2000/3000 euro a pezzo.

Allora io dico, ognuno può aderire a un modello di << scrittore >> più o meno idealistico. La verità è che a me Tiziano Scarpa non ha detto nulla di nuovo. E' ovvio che l'editoria è una forma di impresa ma bisognerebbe anche un attimo comprendere che lui con quest'impresa ha avuto una sua fortuna, è stato ingaggiato da Einaudi e ha un mensile.

Se poi Aldo Nove scrive per Max e guadagna qualche soldo in più beh, sinceramente fa bene.

Se lui non si fa pagare per le recensioni e si definisce pavido, è una sua definizione, è una sua scelta.

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Io mi trovo completamente d'accordo con quanto detto da Bukowsky. Aggiungo che se ti pubblichi da solo è quasi certo che sia robaccia, se sei pubblicato da una No EAP una selezione comunque c'è stata: è stato selezionato un prodotto che è in linea con gli intenti comunicativi dell'editore, quindi stai acquistando un prodotto, non un foglio pieno di scritte a caso. E questo vale indipendentemente dai gusti personali che ti portano a dire questo libro va bene, questo libro non va bene, che sono, per l'appunto, personali.

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Io mi trovo completamente d'accordo con quanto detto da Bukowsky. Aggiungo che se ti pubblichi da solo è quasi certo che sia robaccia, se sei pubblicato da una No EAP una selezione comunque c'è stata: è stato selezionato un prodotto che è in linea con gli intenti comunicativi dell'editore, quindi stai acquistando un prodotto, non un foglio pieno di scritte a caso. E questo vale indipendentemente dai gusti personali che ti portano a dire questo libro va bene, questo libro non va bene, che sono, per l'appunto, personali.

La selezione di un editore è per lo più di natura commerciale. Sempre per tornare al discorso baby scrittori di fantasy: ne hai letto qualcuno? Perché la loro scarsa qualità non dipende da fattori soggettivi. E non parlo certo solo di piccole ce, ma anche delle big.

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