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bukowsky77

A proposito del lavorare più o meno gratis

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In merito a quella vecchia discussione sul lavorare o meno gratis, ho trovato questa lettera di Tiziano Scarpa a Pulp (credo sia del 2000 o giù di lì, dato che parla di lire). La posto qui per non andare troppo ot nell'altra discussione, che era dedicata alle riviste.

<<Cari stagionati ragazzi,

i vostri interventi mi hanno procurato un quarto d’ora di sano divertimento. Mi presento. Sono uno stagionato ragazzo che da una decina d’anni scrive di critica letteraria e di altri argomenti cosiddetti culturali. L’ottanta per cento di questi interventi è uscito per noti giornali e riviste di regime, tra i quali il manifesto, Linea d’ombra, Pulp, Liberazione. Gratis. (“Gratis” non è una nuova testata giornalistica, è l’ammontare dei compensi ricavati dall’ottanta per cento della mia attività critica in dieci anni di lavoro).

Per una imperscrutabile congiuntura astrale, quattro anni fa (1996) il mio primo romanzo è stato inserito in uno pseudo-movimento letterario. Il risultato è che tutto ciò che ho scritto (e che scriverò) in seguito non veniva (non verrà) valutato così: “È bello? È brutto?” ma così: “È ancora cannibale? Non è più cannibale?”. Sono consulente per l’Einaudi. Ricevo un milione e mezzo lordo al mese per proporre libri da pubblicare, quasi esclusivamente stranieri. Ogni quindici giorni partecipo ai leggendari “mercoledì” della casa editrice torinese. Sotto il tavolo ovale di via Biancamano, intorno al quale si riuniscono prestigiosi consulenti, ci sono ancora appiccicate le insigni gomme da masticare di Pavese e le venerande caccole di Calvino.

Un paio di volte all’anno il Corriere della sera mi chiede un articolo. Cinquecentomila lorde. Faccio conferenze, letture recitate, performance, corsi di scrittura creativa, corsi di aggiornamento per insegnanti, comparsate alla radio, scrivo racconti per riviste di volontariato, brevi pezzi di teatro, articoli. Alcune di queste cose mi vengono remunerate, altre no. Sono tradotto in una decina di lingue (i libri in tre lingue, più altre sette lingue per una commedia radiofonica). Mi avvicino ai quarant’anni. Pago l’affitto di una decorosa e linda topaia. Sono un uomo felice.

La mia esperienza del mercato librario è questa. Per l’imperscrutabile congiuntura astrale di cui sopra, credo di non esagerare se dico di essere stato uno degli esordienti più recensiti della storia della letteratura italiana. Come forse sapete, i rumori di fondo si sono protratti per due o tre anni. Ebbene, proprio nel periodo più assordante, dalla fine del ’96 al ’99, il mio primo romanzo è sparito dalle librerie (cosa normalissima), e anche dai magazzini. Esaurite le sue brave diecimila copie, non è stato più ristampato. Per dire, non ce n’era neanche una copia per tre anni di seguito allo stand Einaudi del Salone del libro di Torino. Questo lo puntualizzo mica per lamentarmi, ci mancherebbe (sono stato uno dei tre o quattro esordienti più fortunati e coccolati degli anni Novanta, ho avuto il privilegio di conoscere e frequentare Giulio Einaudi, la mia casa editrice mi passa un mensile), ma per farvi capire che razza di lucrosa operazione mercantile è stata quella dei cannibali o pulp italiani che dir si voglia.

Perché vi racconto i fatti miei? Per dirvi che potete sbattervi finché volete, pinneggiare soddisfatti fra le onde del mercato editoriale o ringhiargli contro, ma finché di mestiere fate gli intellettuali vivrete per sempre felici in una decorosa e linda topaia in affitto.

Il prossimo anno sarò nella giuria di due concorsi letterari. Leggerò una dozzina di romanzi (fra le 1500 e le 2000 pagine) e una ventina di racconti (solo 100-200 pagine, spero) per il Premio Calvino e il Premio Alice-Inedito. Gratis.

Se faccio una cazzata, giustamente la cosa si viene a sapere. Se non la faccio, però, si viene a sapere di meno. Io sono la merda che sono, ma due anni fa ho rifiutato dieci milioni al mese lordi per fare l’autore di un programma televisivo giovanilistico. Alcuni amici (Alberto Piccinini e Tommaso Labranca, tanto per non fare nomi) invece hanno accettato. Non li biasimo: loro sono saggisti seri, non scrivono romanzetti come me, quindi non possono contare su quell’“indotto” economico di conferenze corsi di scrittura eccetera che ti permette di pagare l’affitto della topaia. E poi in tivù si lavora dodici ore al giorno, con quattro o cinque mesi di ferie non pagate all’anno. I contratti televisivi durano qualche mese, nessuno ti garantisce che te li rinnovino, e la trasmissione può essere cancellata da un giorno all’altro per mancanza di audience. Resta comunque il fatto che dieci milioni lordi al mese per un fesso lavoro pseudointellettuale gridano vendetta di fronte allo stipendio di un insegnante, un traduttore, un dottorando, un ricercatore universitario, un redattore di casa editrice.

Ah, dimenticavo di dire che se scrivi gratis sui giornali non puoi richiedere il patentino di pubblicista, perché la casta dei giornalisti vuole vedere le fatture per prenderti in considerazione. Quindi non puoi fare l’esame per entrare nell’albo, e la previdenza sociale, i rimborsi per cure dentistiche e altre amenità te le scordi.

Io sono la merda che sono, ma da Fabio Fazio a fingere di tifare calcio per fargli dire davanti alla telecamera il titolo del mio ultimo libro non ci sono andato.

Giuseppe Culicchia, altro amico, è andato in India e in Cina e andrà in giro per il mondo a scrivere reportage per una rivista di viaggi. Fa benissimo. Lo invidio, sul serio. A una proposta simile di un’altra rivista, Niccolò Ammaniti ha detto di no, preferisce stare a casa a scrivere. Fa benissimo anche lui, ma l’amico Niccolò credo che sia un pochino più benestante dell’amico Giuseppe.

Io sono la merda che sono, ma il racconto su Max per due milioni, da mettere come didascalia di un servizio fotografico delle topmodel con la fregna d’oro, non l’ho scritto. L’amico Aldo Nove lo fa, e fa bene, perché gli vengono fuori comunque cose eversive, petardi ficcati dentro il buco del culo dorato delle topmodel. E infatti quei racconti li ripubblica dentro i suoi libri, dove non sfigurano affatto, perché a volte le grande letteratura si può trovare persino dentro una schifezza come Max (guardate anche solo l’indice degli autori nella raccolta La fantascienza di Playboy).

Scusate se mi vengono in mente le cose alla rinfusa, ma l’amico Daniele Brolli ha scritto giustamente che è un mondo tutto amalgamato in cui non si distingue più il recensore dall’autore dall’editore dal lettore, e allora vi racconto che sei anni fa ho recensito un romanzo francese. Sceglievo sempre io i libri da recensire, ma la responsabile dell’inserto libri del manifesto (giornale che allora pagava, poco, ma pagava), Alessandra Orsi, quella volta me lo ha suggerito caldamente: la traduttrice era sua amica, diceva che era molto bello, Alessandra Orsi non aveva motivo di non fidarsi. Era la storia (ricordo a fatica) di un intellettuale cinquantenne che spara a zero sull’ambiente letterario parigino senza fare nomi, si fidanza con una ventenne che si stufa delle sue lagne e lo molla. L’intellettuale ci resta malissimo, ma il lettore (io) dà ragione alla ragazza. Lo leggo, e scrivo che secondo me è brutto. Alessandra Orsi non fa una piega, ci rimane un po’ male per la sua amica traduttrice, ma la recensione viene pubblicata. Quattro anni dopo, un artista mi chiede una paginetta per il catalogo di una sua mostra (gratis). Va a Parigi. Torna e mi dice: “Ma che cosa hai combinato? Ho chiesto a un amico parigino di tradurmi in francese la tua paginetta. Lui aveva accettato, ma il giorno dopo mi chiama e dice che non può, ha il veto di uno scrittore suo amico che a quanto pare tu hai stroncato quattro anni fa”. A ottobre, quest’anno, vado tre giorni a Parigi, invitato dal Centre Pompidou. Conosco uno scrittore: “Sono contento che i tuoi libri siano finalmente usciti in Francia”, mi fa. “Io ci avevo provato anni fa, ma quando li ho proposti in consiglio editoriale, uno scrittore funzionario della casa editrice è saltato sulla sedia, mi ha detto che se continuavo a caldeggiarli mi avrebbe tolto il saluto. Poi ho scoperto che l’hai stroncato sei anni fa. Si è costruito tutta una sceneggiatura in testa, è convinto che tu te la sia fatta con la sua ex, perché c’è da dire che quel suo romanzo era autobiografico, lui crede che tu e la ragazza abbiate fatto comunella per denigrarlo. Così ho consigliato i tuoi libri a un altro editore, ma ci sono voluti altri tre anni per farli pubblicare”.

Scrivere critica letteraria è un lavoro di merda (anzi, non è nemmeno un lavoro, perché dicesi lavoro una prestazione remunerata in solido): se scrivi quello che pensi la paghi in forme talmente divertenti e rocambolesche, sùbito o a distanza di tempo, in angoli della psiche altrui o in assai più concreti frangenti della cosiddetta industria culturale…

All’amico Marco Philopat (come vedete siamo tutti amici, ha ragione Daniele Brolli), il quale tra l’altro dovrebbe forse ricordare che lavoro volentieri gratis, rispondo che per Cos’è questo fracasso?, la mia raccolta di articoli e piccoli saggi, mi hanno dato cinque milioni lordi di anticipo sui diritti d’autore: per ogni copia guadagno il cinque per cento del prezzo di copertina, cioè ottocento lire lorde. Quindi, per ricavare altri soldi da quel libro dovrei venderne più di seimila copie. Cinque milioni per un libro di critica è comunque una cifra sbalorditiva, visto che è esattamente ciò che ha preso Antonio Moresco come anticipo sui diritti d’autore per un capolavoro scritto in quindici anni, Gli esordi. L’Einaudi, questa bestia bottegaia che gocciola bava e fatturati dalle fauci, ci rimetterà senz’altro, perché è tantissimo se il mio libro venderà tremila copie. Una casa editrice guadagna il cinque per cento circa sul prezzo di copertina.

Io sono la merda che sono, ma con un atto di sconfinata presunzione ho pensato che il mio libretto (che parla di nefandezze culturali e di come se la passa oggi l’Italia), se usciva in tascabile a sedicimila lire, forse avrebbe avuto qualche possibilità di capitare in mano a un migliaio di ventenni italiani (studenti universitari e non), e questa sarebbe stata una gran cosa, diciamo pure un privilegio per me, ma anche e soprattutto un dovere di intellettuale impegnato (ebbene sì, l’ho detto). Non mi sento affatto prigioniero, come scrive Marco Philopat. Io sono un intellettuale libero, Marco, la libertà la creo con la mia parola, quando essa ne ha la forza. Mi dispiace vederti ancora crogiolare in facilissime logiche di schieramento. Io i miei “ambiti di riferimento libero”, come li chiami tu, li ho strappati con i denti, e ti dirò che non ne sono nemmeno fiero, perché in sé e per sé gli “ambiti” non significano nulla, non valgono nulla, se poi dentro non ci si mettono parole possenti.

A Domenico Gallo, che non conosco e che ha scritto un intervento veramente spassoso, dico: se gli uffici stampa ti mandano doppioni, non andare in libreria sperando di barattarli con dei libri nuovi: vendili direttamente ai remainders, Domenico! Ti danno il dieci-quindici per cento sul prezzo di copertina, nelle annate grasse ci fai un centone, che sembra niente ma intanto è metà di una bolletta del telefono.

Mi arriva a casa una notevole quantità di manoscritti. Ricevo lettere, telefonate e e-mail giustamente ansiose da parte di autori inediti che mi chiedono se ho ricevuto il, se ho trovato il tempo di dare un’occhiata a, se devono aspettare ancora molto per avere un giudizio su. Se non li leggo, capita che a distanza di settimane o mesi i suddetti autori inediti piombino a una presentazione di un libro (non mio) dove sono invitato a parlare (gratis, ma faccio notare che per presentare un libro bisogna leggerlo, prepararsi, studiare), e con la faccia scura mi sibilano che, certo, ormai sono entrato nell’establishment e non mi degno di sprecare il mio prezioso tempo a.

Ho smesso di fare recensioni, per ora emetto critica letteraria a voce o per iscritto a opere inedite: gratis, perché sono un pavido. Ma alcuni dei vostri interventi su Pulp, cari stagionati ragazzi, mi hanno fatto venir voglia di chiedere un milione più Iva a botta, idem per presentazioni conferenze comparsate articoli raccontini recensioni (in quest’ultimo caso possono andar bene anche pompini dalle addette degli uffici stampa).>>

Modificato da bukowsky77

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Sai che ti dico, Luca?

Che io sono disoccupata. Mandiamo avanti casa con un solo stipendio, e non uno stipendio da dirigente.

Ce la facciamo perché teniamo il riscaldamento al minimo e come vegetariani non compriamo carne né pesce.

Io scrivo.

Scrivendo faccio fatica.

Quindi, se (tu generico) vuoi una mia produzione, che sia un saggio, un articolo, un racconto o un romanzo, mi paghi.

Sennò faccio un pdf e lo regalo tramite il mio sito.

E non che tu guadagni e, a me, mi fai lavorare gratis.

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Sai che ti dico, Luca?

Che io sono disoccupata. Mandiamo avanti casa con un solo stipendio, e non uno stipendio da dirigente.

Ce la facciamo perché teniamo il riscaldamento al minimo e come vegetariani non compriamo carne né pesce.

Io scrivo.

Scrivendo faccio fatica.

Quindi, se (tu generico) vuoi una mia produzione, che sia un saggio, un articolo, un racconto o un romanzo, mi paghi.

Sennò faccio un pdf e lo regalo tramite il mio sito.

E non che tu guadagni e, a me, mi fai lavorare gratis.

ti capisco bene, anche noi non compriamo carne e pesce (mangiamo al lavoro e all'asilo) e in casa teniamo i 19 gradi massimo, i tempi sono quelli. il discorso è quello che si faceva sull'altro post: dipende dal significato che dai alla parola "gratis" e alla parola "compenso". Un'opportunità può essere un compenso adeguato in un mondo come quello editoriale, in base alla mia breve esperienza. Non ne va fatta una regola o un dogma, ma si tratta di valutare la cosa volta per volta, sono situazioni sempre dinamiche e in evoluzione.

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Bah. Se è davvero del 2000 e nel 2000 si lamentava e faceva il povero affamato per un milione e mezzo al mese più extra, beh, non è che erano gli stessi 800 euro di oggi. Che comunque sarebbero 800 euro più extra (e ferie e bonus e tredicesima e...). Io prendevo poco di più nel 2000 e vivevo alla grande (senza gli extra).

Detesto fare confronti e capisco la sofferenza dell'intellettuale, ma dubito che all'autore del brano sia mai capitato di lavorare 36 ore di fila, né che abbia lavorato vent'anni come un mulo per poi sentirsi dire che le sue competenze sono inutili e se lo tengono è solo per pietà. Per la stessa cifra. E senza gli extra.

Quindi, insomma, se è questo il modo di lavorare gratis, dov'è che si firma?

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Ospite

(in quest’ultimo caso possono andar bene anche pompini dalle addette degli uffici stampa)

Si anche questo aspetto non è un dogma ma occorre valutarlo con attenzione, sono tanti i fattori che possono incidere... :asd:

Al di là delle parole di Tiziano scarpa, ognuno deve essere libero nelle proprie scelte, dispiace che chi lavori gratis, non credo per costrizione, possa squalificare un lavoro al punto da rendere normale la cosa. Penso che qualsiasi lavoro, anche l'operatore ecologico, andrebbe stimato diversamente.

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Ragazzi qui il problema non è come si viveva prima e come si vive oggi... a prescindere da ogni scelta perosonale che in quanto tale deve essere accettata per me rimane il fatto che non è giusto a priori lavorare gratis! Io fatico, quindi mi paghi, si chiama equilibrio ;)

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Ospite Lem Mac Lem

Non ho capito bene.

Scarpa dice che lui lavorava, lo pagavano, e viveva bene, però chi pretende di farsi pagare è un pulcioso fastidioso che non ha passione e vuole arricchirsi?

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In effetti io ammetto che non ho capito molto.

E non ho capito questo intervento:

Io sono la merda che sono, ma da Fabio Fazio a fingere di tifare calcio per fargli dire davanti alla telecamera il titolo del mio ultimo libro non ci sono andato.

Immagino che ai tempi Fazio conducesse una trasmissione di calcio (qui si vede che sono giovane, io ricordo solo Simona Ventura XD), ma non ho capito cosa ci sia di sbagliato nell'andare in una trasmissione di quel tipo per farsi pubblicità. Ci si rovina la reputazione? Non si è veri artisti? Se sì, perché mai? :sss:

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Non so che dire, purtroppo non sono riuscito a recuperare online le lettere cui si riferisce. Forse il suo intervento è uscito su Pulp Libri, più tardi mi tolgo lo sfizio di andare a recuperare le vecchie annate, la cosa mi incuriosisce.

Ho pubblicato questa lettera per amor di discussione, quella dell'altra volta era carina. Nemmeno io condivido in toto il suo intervento (che peraltro sul fronte economico andrebbe aggiornato dallo Strega del 2008).

Nel frattempo però ho chiesto ad autori professionisti, e vi confermo che a volte regalano racconti e interventi, se capita.

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Nel frattempo però ho chiesto ad autori professionisti, e vi confermo che a volte regalano racconti e interventi, se capita.

Ma questo può essere comprensibile nessuno dice che non si debba fare assolutamente... ma stiamo parlando in un contesto di scrittori emergenti o che tentano di diventare tali; se sei uno scrittore professionista vivi del tuo lavoro e il tuo lavoro è scrivere, di conseguenza posso anche capire che si voglia regalare in giro racconti ogni tanto per mantenere la fama. Ma una persona che ci guadagna forse ogni tanto quei dieci euro se si mette anche a regalare la propria fatica è finita!

Oltretutto una ce o rivista che sia se sei professionista e affermato allora ti tratta in un certo modo, se sei un aspirante ti passa sopra e si pulisce le scarpe come ogni azienda che si rispetti e dopo devi anche dirgli grazie per averlo fatto... non so se mi spiego.

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Be', sì anch'io ogni tanto faccio danni con gli aggiornamenti faccio supporto tecnico per il sito del WD a gratis, ma ciò non toglie che in genere mi faccio pagare, anche se non bene come vorrei. :asd:

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Mi sembra un resoconto assai credibile in fondo. Non sono d'accordo, non dovrebbe essere così ma che si faccia più o meno la fame in questo ambiente è risaputo.

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Be', sì anch'io ogni tanto faccio danni con gli aggiornamenti faccio supporto tecnico per il sito del WD a gratis, ma ciò non toglie che in genere mi faccio pagare, anche se non bene come vorrei. :asd:

per l'appunto. allora perché uno scribacchino che in genere si fa pagare, non dovrebbe regalare i racconti dove ritiene possa essergli utile farlo?

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Interpreto le lamentele di Scarpa, non tutte di mio gusto, come una difesa della dignità di scrittore (lui non è andato in TV tanto per fare pubblicità al suo libro; lui ha criticato il romanzo che non gli piaceva ecc.), che proprio per questo non guadagna quanto altri meno schizzinosi. In più, come se leggere inediti o tener conferenze non sia lavoro, taluni gli chiedono di farlo gratis.

Non ho mai pensato di "campare" con letteratura e dintorni ( tardiva, dispongo di pensione), ma concordo sul diritto di non lavorare senza corrispettivo. Ovviamente talvolta ne vale la pena: regalare un racconto o una recensione, far parte delle giurie dei premi ecc. possono essere buoni investimenti pubblicitari :flower:

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Una volta pagai un amico per avermi fatto uno schizzo della mia povera cagna defunta e lui si rifiutava di prendere i soldi. Io insistetti molto e alla fine, se pur pochi che erano, li prese perchè è giusto così.

Non esiste lavorare gratis.

Al contrario, mi diedero venti euro (un'enormità) per aver catalogato circa un centinaio di minerali. Cosa che si può fare benissimo da soli ma conoscendone molti io ci misi una mezz'ora, mentre questa persona chissà quante ore ci avrebbe messo.

Ripeto, non esiste lavorare gratis.

:la:

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Una volta pagai un amico per avermi fatto uno schizzo della mia povera cagna defunta e lui si rifiutava di prendere i soldi. Io insistetti molto e alla fine, se pur pochi che erano, li prese perchè è giusto così.

Non esiste lavorare gratis.

Al contrario, mi diedero venti euro (un'enormità) per aver catalogato circa un centinaio di minerali. Cosa che si può fare benissimo da soli ma conoscendone molti io ci misi una mezz'ora, mentre questa persona chissà quante ore ci avrebbe messo.

Ripeto, non esiste lavorare gratis.

:la:

domanda secca: Stranamore edizioni paga gli autori. libro in vendita a 10 euro, promozione zero, royalties standard del 10% lordo suddiviso per dodici, tredici, quel che sono gli autori

un curatore che sta assemblando un'antologia per Einaudi (nome a caso) ti chiede se hai un racconto, perché ha letto qualcosa di tuo, o gli hanno parlato di te, eccetera. Essendo tu uno sconosciuto (ci sono spesso nomi emergente sulle antologie, uno o due, che bilanciano i due nomi top e gli altri sei o sette mestieranti del settore) non ti pagheranno i 100, 150 euro che vale un racconto per gli editori big, ti daranno magari solo una manciata di copie, e la pubblicità conseguente. beninteso, l'antologia si fa anche senza di te.

a quale delle due dareste il racconto?

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Risposta ovvia, ma -come appunto dicevo- il racconto pubblicato dalla big viene comunque "pagato", ossia remunerato dalla pubblicità che ne deriva :asd:

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domanda secca: Stranamore edizioni paga gli autori. libro in vendita a 10 euro, promozione zero, royalties standard del 10% lordo suddiviso per dodici, tredici, quel che sono gli autori

un curatore che sta assemblando un'antologia per Einaudi (nome a caso) ti chiede se hai un racconto, perché ha letto qualcosa di tuo, o gli hanno parlato di te, eccetera. Essendo tu uno sconosciuto (ci sono spesso nomi emergente sulle antologie, uno o due, che bilanciano i due nomi top e gli altri sei o sette mestieranti del settore) non ti pagheranno i 100, 150 euro che vale un racconto per gli editori big, ti daranno magari solo una manciata di copie, e la pubblicità conseguente. beninteso, l'antologia si fa anche senza di te.

a quale delle due dareste il racconto?

Beh, già solo cinque copie a un quindici euro l'una che fa 75 euro, non me ne andrò a cena fuori ma avrò quattro copie da regalare.

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Beh, già solo cinque copie a un quindici euro l'una che fa 75 euro, non me ne andrò a cena fuori ma avrò quattro copie da regalare.

Esatto.

Se invece fosse totalmente gratis sarei scettica, perché come già mi è capitato di dire non considero la pubblicità come una forma di pagamento, dato che è qualcosa che l'editore fa per se stesso e farebbe in ogni caso.

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Se pubblicassi con una big, mi riterrei onorato perchè il mio lavoro è piaciuto e verrà visualizzato da molti. Non per questo però devo aver scritto per non aver nulla in cambio.

Le copie me le prendo e sono, per me, una sorta di pagamento e potrei rivenderle come regalarle, cito Vale.

La pubblicità è essenziale ma perchè non pensare a una prossima pubblicazione con un mio romanzo?

Se hanno preso un racconto non è così impossibile (come può non voler dire niente)

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Ospite Nom De Plume

La mia professoressa del giornale scolastico quando le volli regalare il mio primo libro non accettò, mi disse "L'arte va sempre pagata, anche con un prezzo simbolico"

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A me se Mondadori mi dicesse: ti pubblico il tuo libro gratis, io gli direi " daje, dove devo firmare? ".

Ma non tanto per il fatto di aver pubblicato con Mondadori quanto per la diffusione che l'opera che voglio diffondere avrebbe effettivamente; sti cavoli che non c'è guadagno, l'obbiettivo principale di un artista è esprimere qualcosa coinvolgendo il maggior numero di persone possibili. Certo, se poi ci stanno pure i soldi, ben venga, ma questo secondo me prescinde dalla produzione e dalla pubblicazione stessa: è solamente un piccolo incentivo.

Poi ovviamente non posso giudicare come la pensano gli altri, ognuno è libero di pensarla a suo modo, ma personalmente se dovessi decidere tra avere risalto tra un vasto pubblico ed essere pagato preferirei avere risalto tra un vasto pubblico; proprio perché l'obbiettivo della scrittura è quello di diffondere delle idee. O no?

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Hai ragione sul diffondere il proprio stile e le proprie idee Marininho.

Sono però convinto di una cosa: se mi pubblicano significa che valgo qualcosa no? Altrimenti la Mondadori non verrebbe da me a chiedermi di firmare un contratto. Il problema è (come già detto in un'altra discussione, mi pare da Lem) che la maggior parte degli esordienti che pubblicano con le big, poi finiscono nel dimenticatoio.

Se devo finire comunque nel dimenticatoio, vale la pena essermi fatto pagare.

Come hai detto te ognuno è libero di pensare come vuole e, infatti, la mia non è una critica nei tuoi confronti, sia chiaro :)

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Secondo me la differenza la fa la concezione stessa che uno scrittore ha di sé.

Un "artista" può anche decidere di non farsi pagare: è una libera scelta, quella di cedere gratuitamente il proprio lavoro solo per farsi conoscere ("per la gloria", diciamo così). Se una persona si ritiene soddisfatta non c'è nulla di male.

Un "artigiano", invece, pretenderà di essere pagato, e tanto più profumatamente quanto più ritiene valido il lavoro della sua fatica. Ed è giusto anche questo, in fondo chi meglio di noi sa quant'è difficile produrre quelle pagine che poi chiamiamo "racconto" o "romanzo"?

Sia chiaro: ritenersi "artigiano" o "artista" non influenza assolutamente il valore della propria produzione.

Non è un caso che molti tra coloro che sono passati alla storia come "grandi artisti" si ritenessero e lavorassero in realtà come "artigiani", facendosi pagare per le proprie opere.

Opinione personale. :)

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Ospite Lem Mac Lem

Poi ovviamente non posso giudicare come la pensano gli altri, ognuno è libero di pensarla a suo modo, ma personalmente se dovessi decidere tra avere risalto tra un vasto pubblico ed essere pagato preferirei avere risalto tra un vasto pubblico; proprio perché l'obbiettivo della scrittura è quello di diffondere delle idee. O no?

Mah, ti dirò: questa cosa di diffondere le idee a tutti i costi, secondo me, è parecchio sopravvalutata. Viviamo in un'era in cui le idee si diffondono a macchia d'olio. Non puoi neanche voltarti senza trovare idee come se piovessero. Se prima di Internet era difficile trovare un contraddittorio alle idee, adesso la cosa difficile è trovare dei dati oggettivi per potersele formare da soli, le idee. Tant'è che, quando ho bisogno di dati e non di infinite discussioni di idee, devo ancora rivolgermi al cartaceo, a pubblicazioni sconosciute ai più, che languiscono nel loro angolino in attesa che qualcuno le stani e le legga.

Per me il problema della diffusione di idee è un falso problema. Se a qualcuno interessano le tue idee, tranquillo che ti trova anche senza Mondadori. Nel mio sito (scusate, non è per farmi pubblicità, ma preferisco parlare di un esempio su cui posso portare fatti inoppugnabili, piuttosto che i soliti fenomeni mediativi iper controversi) non viene tantissima gente, ma chi ci viene lo fa perché sapeva cosa cercare e non ha avuto bisogno di Mondadori per trovarlo.

Chiaro che se il mio nome fosse in tutte le librerie sotto il logo di Editautori Mondadori, verrebbe più gente. La domanda è: le mie idee (che poi sono soltanto storie d'evasione eh, non stiamo parlando della cura per il cancro, cosa per la quale varrebbe forse la pena scendere a compromessi, pur di diffonderla) valgono così tanto da dovermi regalare, pur di farle arrivare ovunque?

Valgono così tanto che avrò dei riscontri tali da valere il fatto di essermi regalata per una manciata di perline? Secondo me no.

A questo punto, meglio un riscontro immediato, magari piccolo - ho scritto racconti che mi sono stati pagati in buoni acquisto di libri, felice io che ho avuto da leggere per tre mesi e felice l'editore che non ha scucito un soldo - ma concreto. Qualche copia di un'antologia dove compaio va benissimo, non siamo certo in USA dove uno scrittore povero ma talentuoso può arrivare a fine mese, se sforna quattro o cinque racconti a botta.

Poi chiaro che uno scrittore affermato può anche regalare racconti, per amicizia o per sdebitarsi di qualche favore (ci sono anche questi casi eh? Certo non li vengono a dire a noi, ma sono frequenti), però quando leggo cose come: cinquanta euro di tassa di iscrizione, sei copie cartacee più cd rom, premio in palio pubblicazione per il primo classificato - senza specificare l'editore, magari - e targa di merito per secondo e terzo, mi è molto molto molto MOLTO difficile non pensare che ci si marci sopra.

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però quando leggo cose come: cinquanta euro di tassa di iscrizione, sei copie cartacee più cd rom, premio in palio pubblicazione per il primo classificato - senza specificare l'editore, magari - e targa di merito per secondo e terzo, mi è molto molto molto MOLTO difficile non pensare che ci si marci sopra.

Quella in effetti sarebbe rapina, non bando di concorso :oOo:

Mi piace molto l'intervento di Lem. dico la mia: non lo faccio per la diffusione delle idee (per quelle basterebbe un ciclostile, un blog, la posta elettronica, tutto più rapido e gratuito rispetto alla ricerca di uno sbocco editoriale e successiva promozione a autopromozione). Lo faccio in buona sostanza per il vil denaro e, da quando ho pubblicato le prime cose, per un mix di quelle che credo siano vanità, ambizione e piacere nel discutere con i lettori sui miei scritti, che siano piaciuti o meno.

Proprio perchè il denaro (non parlo di vivere di scrittura, ma di arrotondare e integrare lo stipendio) è la molla principale che mi spinge, paradossalmente a un grosso editore darei il racconto anche gratis (con o senza le due o tre copie a corredo, non sono quelle che "spostano"). Lo darei gratis proprio perchè lo considererei un investimento in termini di prestigio, visibilità, nuove opportunità - banalmente, il primo che mi viene in mente è la lettura di un manoscritto da parte di un editor della c.e. in questione. E ce ne sono tanti altri, che potrebbero portare a risultati migliori dell'incassare dieci euro (10 euro) in caso l'antologia del piccolo editore che mi "retribuisce) vendesse 1000 copie (traguardo utopistico peraltro).

Non lo considero "regalare" la mia arte a chi ne lucrerà cercando di trarne guadagno, come è logico che sia trattandosi di imprese commerciali, ma imbarcarsi in una macchina promozionale tarata su nomi della scrittura al 90% più importanti del mio. Per me è un'opportunità, per nulla svilente.

E non è lavorare gratis. Lavorare gratis, per dire, è quando nella mia professione alcuni ti chiedono di fare in struttura notti non retribuite perchè considerate passive in aggiunta all'orario standard previsto dal ccnl, in quei casi più di una volta ho contattato sindacati, gdf e ispettorato del lavoro a seguito di colloqui dove mi è stata proposta simile oscenità (pratica ahimè diffusa).

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Quella in effetti sarebbe rapina, non bando di concorso :oOo:

Vai nella sezione concorsi, sai quanti ne trovi su quel genere ultimamente? :omicida:

Io sono sincera, ho pubblicato sull'Almanacco di Lettere Animate ed era un concorso per cui non ho ricevuta alcun contratto nè retribuzione... ma essendo la mia primissima pubblicazione me ne sono altamente sbattuta di tutto il resto. Però continuo a pensare che non può diventare un'abitudine, almeno io non sono capace a vivere nella speranza che in futuro possa avere chissà quale opportunità grazie al mio diffondere testi gratuitamente quando non so nemmeno se piaceranno mai a nessuno... si chiama rischio d'impresa (detta in parolone grosse ma per far capire il senso) e in questo campo secondo me non vale la pena, non parliamo di guadagni stratosferici.

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Quella in effetti sarebbe rapina, non bando di concorso :oOo:

Vai nella sezione concorsi, sai quanti ne trovi su quel genere ultimamente? :omicida:

Io sono sincera, ho pubblicato sull'Almanacco di Lettere Animate ed era un concorso per cui non ho ricevuta alcun contratto nè retribuzione... ma essendo la mia primissima pubblicazione me ne sono altamente sbattuta di tutto il resto. Però continuo a pensare che non può diventare un'abitudine, almeno io non sono capace a vivere nella speranza che in futuro possa avere chissà quale opportunità grazie al mio diffondere testi gratuitamente quando non so nemmeno se piaceranno mai a nessuno... si chiama rischio d'impresa (detta in parolone grosse ma per far capire il senso) e in questo campo secondo me non vale la pena, non parliamo di guadagni stratosferici.

ok, la piccola antologia può sempre servire per muovere i primi passi, confrontarsi con altri autori, vedere se il tuo racconto è tra i dieci migliori tra i cento pervenuti.

diverso è invece quando è un curatore a chiederti un racconto.

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