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Tiferet

Catrame Bollente

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Catrame bollente

 

Ormai mio padre aveva perso le speranze di affittare la mansarda. Il suo era stato un tentativo disperato di racimolare qualche spicciolo, ma casa nostra era “in culo al mondo”, come amava ripetere. Quindi nessuno fece storie quando a domandare informazioni si presentò un vecchio quantomeno bizzarro. Portava una camicia decorata con degli ibiscus e un paio di pantaloncini corti azzurri. Ai piedi due infradito di paglia. Aveva una lunga barba bianca e due occhi scuri, neri come catrame bollente. Mi ricordò mago Merlino, quello del film della Disney, quando torna dalla vacanza alle Hawaii. Adoravo “la spada nella roccia”. Avevo smagnetizzato la videocassetta a furia di rivederlo.
Mi guardò, mi sorrise e dopo aver stretto la mano a mio padre concluse l’affare. Pagò due mesi anticipati in monete da cinquanta lire. Mia madre non si fidò e rimase tutta la notte a contarle bestemmiando a bassa voce. Alla fine aveva ragione lei. C’erano mille lire in più.

Avevo tredici anni. In quel periodo non andavo d’accordo con nessuno. Non che oggi la situazione sia migliore, ma allora non avevo un amico che fosse uno. Faticavo a entrare nelle dinamiche di gruppo, nei discorsi sul nulla dei ragazzi della mia età. Era un rifiuto totale a relazionarmi con gli altri. Avevo un mondo mio, tutto particolare. Ma non avevo interesse a condividerlo. Era come una stanza chiusa, con le tapparelle abbassate, perennemente al buio.
In casa questo non diede mai troppi problemi. I miei genitori mi ignoravano. Il loro era un odio cordiale per un figlio che non avevano voluto e che li aveva costretti a una vita insieme che desideravano ancora meno.
Le complicazioni arrivarono quando chiesi di smettere di andare a giocare a calcio per imparare a ballare.
- Rincoglionito va bene, ma frocio no! – sentenziò mio padre, mentre mi prendeva a schiaffi. Non capivano che io avevo semplicemente bisogno di rispondere in modo dinamico all’ascolto della musica. Appena sentivo due note non riuscivo a stare fermo.
Scelsi la via della ragionevolezza. Provai a spiegargli come ritenevo strano che fosse considerato più eterosessuale misurarsi reciprocamente il pene negli spogliatoi per vedere chi era il più maschio, come le categorie create dagli adulti mandino sempre tutto a puttane e come la mia sessualità non avesse condizionato la mia richiesta. Non mi rispose, ma mi proibì di ascoltare la musica.

Mago Merlino mi sorprese mentre prendevo il sole in veranda. Avevamo già parlato altre volte e lo avevo trovato decisamente simpatico e disponibile.
- Salve ragazzo – mi salutò con una vocina flebile e delicata. Mi si piazzò davanti, con le gambe divaricate.
- Buongiorno. – Era controluce e dovetti socchiudere gli occhi per vederlo bene. Era in tuta.
- Vado a fare una passeggiata, mi vuoi accompagnare? Così, per fare due chiacchiere. – Feci spallucce, mi alzai e gli andai dietro.
Parlai con la sua schiena per tutto il tragitto. Ascoltò molto e si limitò solo a capirmi. Riuscì a creare un’atmosfera da confessionale. Poi non lo so, forse fu solo perché ne avevo bisogno, ma mi confidai con lui su tutto.
- Li odio – gli dissi a un certo punto.
- Chi?
- I miei genitori. Ci sono momenti in cui li strozzerei con le mie mani. Gli vorrei… fare male…
- Non ne farei un problema. L’odio è un sentimento che non ha nulla da invidiare all’amore. Anzi, probabilmente è lui il motore immobile. – Guardavo le sue spalle, ma capii che stava sorridendo.

Il bagno si trovava sotto la mansarda. Mentre mi facevo la doccia sentivo Merlino fare un gran baccano. Ogni tanto qualcosa cadeva e lui imprecava. Improvvisamente non si sentì più nulla. Sembrava scomparso. Io uscii dalla doccia e mi fasciai i fianchi con un asciugamano. Presi il fon e cominciai ad asciugarmi i capelli. L’aria calda mi riscaldò la faccia. Chiusi gli occhi e immaginai di essere in mezzo al deserto, con il ghibli che mi investiva e mi impediva di proseguire. La sabbia rovente mi avvolgeva le caviglie, bloccando la scalata all’ultima duna prima dell’oasi. Mi misi carponi, cercando con le mani un appiglio che mi aiutasse. Il solo risultato che ottenni fu quello di ustionarmi i polpastrelli. Non mi rimaneva che un ultimo tentativo. Allo stremo delle forze mi fasciai il naso e la bocca con la stoffa che usavo per ripararmi la testa dal sole e mi sdraiai sulla duna pancia a terra. Muovendomi sinuoso come un serpente cominciai la scalata. Mi aiutavo con i gomiti, le ginocchia, il mento e le punte dei piedi. Per eludere la pendenza proseguivo a zigzag. All’improvviso la sabbia divenne più fine e cominciò ad avvolgermi, mi sembrò quasi di cadere. La duna mi stava mangiando. Stavo soffocando. Poi un tonfo mi riportò alla realtà. A Merlino era caduto qualcosa e aveva ripreso a bestemmiare. Tra i miei piedi era pieno di sabbia.

- Sì, le dico. Era talmente tanta che ci ho messo dieci minuti a raccoglierla tutta.
- Ed era calda?
- Bollente. – Merlino si lisciò la barba.
- Il potere dell’immaginazione è qualcosa di straordinario – disse dopo un po’.
- Vieni con me. – Mi fece segno di seguirlo in giardino. Fece un giro attorno all’albero di limone che stava vicino all’ingresso di casa e dopo essersi inchinato a raccogliere qualcosa tornò da me. In mano aveva una lumaca.
- Falla soffrire – mi disse.
- Non ho capito. La devo schiacciare?
- No falla soffrire usando questa. – Mi colpì la fronte con l’indice.
- Devo pensare di farla soffrire?
- Esatto. Immaginalo. – Guardai intensamente la lumaca, poi chiusi gli occhi. Sovraimpressa nelle palpebre potevo ancora vedere la sua ombra. Immaginai il suo guscio delicato che si contraeva, strizzando il suo corpo molle e viscido. Stringevo e rilassavo, stringevo e rilassavo. Sentivo le sue urla mute. Cominciò a produrre bava. Colava dalla mano di Merlino e cadeva sul prato. Serrai gli occhi e schiacciai il guscio. La lumaca esplose.
- Apri gli occhi adesso – disse il vecchio a bassa voce. Ubbidii. La lumaca era una poltiglia grigia. Merlino mi guardava sorridente, avvolgendomi con il catrame dei suoi occhi.

Quella sera ebbi una lite furibonda con i miei genitori. Li odiavo tanto, così come solo un adolescente può fare. Un odio incondizionato. Con un labbro gonfio e gli occhi erosi dal pianto mi rifugiai in mansarda da Merlino. Aveva ammucchiato tutti i mobili al centro del monolocale, così da creare una sorta di fortino. Lo trovai rannicchiato tra il comodino e la credenza.
- Vieni a sdraiarti con me – mi disse a bassa voce. Scavalcai il divano, passai sotto il tavolo e mi accoccolai al suo fianco.
- Cosa mi dici, è arrivato il momento? – mi chiese mentre mi accarezzava i capelli per calmarmi.
- Per cosa?
- Secondo me lo sai. – Passò la mano davanti ai miei occhi e li chiuse.

Io e Merlino eravamo in cucina. Sentivamo mia madre e mio padre discutere in soggiorno. Le loro voci erano ovattate, come se parlassero con un cuscino davanti alla bocca. O forse era il sangue che pulsava nelle orecchie a farmi sentire male.
Mi affacciai alla porta. Da lì potevo vedere solo la schiena di mia madre. Agitava le braccia come una scimmia.
Falla soffrire…
Chiusi gli occhi, Merlino mi poggiò una mano sulla spalla e strinse. Sentii le sue unghie penetrarmi la carne. E vidi mia madre dentro la mia testa. Non era mai stata così reale. Aveva un’espressione apatica, gli occhi vuoti. Cominciò a ridere e mi additava. Mi indicava. Bastarda. Quel dito. Lo tirai così forte che sentii male alle tempie. Prima verso di me e lo slogai, poi verso l’alto e lo spezzai, quindi verso di lei, fino a quando l’unghia non toccò il dorso della mano. Continuava a ridere. E allargava la bocca, e rideva e allargava. Sentii chiaro lo schianto della mascella, poi le guance cominciarono a lacerarsi mostrando le gengive e i molari. Urlai furioso, le infilai le mani in bocca e le strappai la lingua. Si afflosciò davanti a me come una federa senza cuscino. Ero completamente ricoperto di sangue.
Merlino intanto teneva fermo mio padre.
Gli vorrei…fare male…
Gli bloccava la testa contro il muro. Gli occhi del vecchio erano enormi, bollivano. Piccole vene nere gli pulsavano sulla fronte. Ansimava.
- Muoviti – mi ordinò. Mi avvicinai a mio padre. Piangeva. Ogni volta che cercava di muovere un muscolo Merlino lo sbatteva con violenza sul muro. Lo tirava su come se non avesse peso. La parete si coprì di sangue.
- Se continua così perderà conoscenza, sbrigati ragazzo. – Strinsi gli occhi con violenza e gridai, gli sputai addosso tutto il mio odio. Mio padre esplose, come la lumaca del giardino. Pezzi di muscoli e cartilagini imbrattarono le pareti. Visceri, cervella e ossa erano sparsi per tutto il soggiorno.
Quando riaprii gli occhi Merlino era sparito.

In bagno, mentre mi lavavo, mi guardai di sfuggita allo specchio e mi persi nel buio dei miei nuovi occhi color catrame.

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Mi è piaciuto lo stile e il modo con cui hai condotto il racconto! I personaggi sono descritti con grande efficienza, nulla di meno e nulla di più di quello che serve, tutte le descrizioni in generale sono dinamiche ben inserite e utili alla narrazione. I dialoghi concisi e caratterizzati, il quadro è reso nei dettagli che servono. Il risultato è una sorta di revisione dissacrante della Spada nella Roccia, molto elegante il modo in cui si riescono a identificare tutti i personaggi, incluso "Merlino", senza che ne venga mai rivelato il nome. L'incipit è veloce ed efficace, non si perde in preamboli e cattura subito con i dettagli curiosi della casa e i commenti un po'  sopra le righe dei personaggi.

La forma è pressoché impeccabile, forse in alcuni, pochi punti, si poteva essere un po' più chiari e lineari nell'esposizione, ma nel complesso tutto fila liscio in modo esemplare. Qui sotto riporto le poche sbavature degne di nota, comunque molto poco importanti:

 

 

Adoravo “la spada nella roccia”.

È un titolo, serve quantomeno la prima "L" maiuscola.

 

 

Era controluce e dovetti socchiudere gli occhi per vederlo bene.

Forse si potrebbe economizzare il predicato nominale (ne metti un altro subito dopo!) così: Dovetti socchiudere gli occhi per vederlo bene controluce.

 

 

Ascoltò molto e si limitò solo a capirmi.

Non so cosa aggiunga questo pezzo che comunque mi risulta strano e fuori dal punto di vista del narratore. Io avrei detto "Si limitò ad ascoltare" oppure "Ascoltò molto e si limitò solo ad annuire."

 

 

O forse era il sangue che pulsava nelle orecchie a farmi sentire male.

Troverei un'espressione alternativa (anche "impedirmi di sentirli bene"), perché messa così ha un'ambiguità che confonde. Ho pensato che il protagonista si stesse sentendo male per via del sangue nelle orecchie.

 

 

 

Il racconto, ben condotto e dall'esposizione bilanciata, arriva alla conclusione in un climax splatter che ne determina il genere alla perfezione. La rivelazione finale è esposta con grande precisione dei tempi e genera una chiusa di ottimo effetto che legittima la grande qualità del testo.

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Ospite VirginiaW

Io non amo il genere ma il tuo racconto mi ha tenuta incollata allo schermo! complimenti! l'unica cosa che non ho colto è l'utilità del riferimento a mago Merlino, probabilmente io lo avrei evitato perchè chi non ha visto il film possa comunque immedesimarsi nel racconto. e poi avrei approfondito il motivo dell'odio del figlio verso i genitori, magari illustrando la lite.

Per il resto, a me sembra bellissimo!

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