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Alberto Tosciri

Cosa sei bwana?

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Cosa sei bwana?

 

Giulio Cesare Nelson era già un uomo di quarantacinque anni, quando morì il suo unico figlio maschio, Catone Nelson, come lo aveva chiamato il suo padrone, bwana Alex Nelson.
Bwana Nelson, amava imporre personalmente il nome a tutti gli animali della sua immensa piantagione.
Amava andare in chiesa ogni domenica, per ringraziare il suo buon Dio di avergli dato tanta ricchezza e per non averlo fatto nascere negro.
Amava trattenersi fuori della chiesa, vestito di bianco, con un ampio cappello di paglia, il sorriso da benefattore sotto la barbetta grigia, parlare con il pastore e con i ricchi parrocchiani e le loro famiglie, quasi tutti proprietari di piantagioni di cotone come lui e ricchi commercianti.
Giulio Cesare aveva appena seppellito suo figlio, poco oltre la porcilaia, il cimitero dei negri, quando mama Orazia venne a dirgli che bwana Nelson voleva parlargli immediatamente.
Giulio Cesare si mise il cappello e andò nel giardino dove bwana stava facendo colazione con i suoi ospiti.
Il sole era cocente, bwana stava comodamente seduto su una poltrona di vimini, sotto una grande quercia, attorniato dalla sua famiglia e da alcuni amici. Giulio Cesare si fermò a debita distanza, tenendo il cappello in mano e badando bene di essere controvento, affinché la katinga, l’odore della sua pelle, non disturbasse i bianchi.
Rimase a testa china osservando a lungo la sua ombra, sentendo i discorsi dei padroni bianchi. Conosceva perfettamente la loro lingua, pur non dandolo a vedere oltre il necessario.
Parlavano di caccia.
«…al bersaglio grosso, miro sempre al bersaglio grosso…è un peccato rovinare la testa…!» diceva bwana Nelson.
«Condivido, condivido. Con i proiettili shrapnel la testa esplode e non è possibile imbalsamarla…» rispose bwana George Parker, proprietario della piantagione confinante.
«Ma caro…»
disse la signora Nelson sorseggiando il the con limone,
«sempre a parlare di caccia…non ti bastano tutte quelle teste di cervo nel salone?»
«Voi donne non capite niente di caccia.
Fosse per me tappezzerei tutta la casa…eh…eh…eh…» rispose bwana Nelson, facendo l’occhiolino ai suoi amici.
«Anch'io» intervenne bwana Majo Silver junior, ridacchiando.
«Ma ho già la sala biliardo strapiena, oltre al salone principale, non saprei proprio dove metterle…»
«Non c’è più posto nel villino di caccia dove andate a prepararvi?
Alex ne parla sempre con entusiasmo di quella casa nella palude…io non ci sono mai stata, non amo l’umidità», disse la signora Nelson.
I tre uomini si scambiarono un’occhiata all’osservazione della signora e bwana Nelson accavallò diverse volte le gambe tossendo.
«Ehm… ah! Ecco Giulio Cesare! Vieni… vieni…»
«Comanda, bwana»
«Ho deciso di andare a caccia anche stanotte! Siete d’accordo signori?»
«D'accordissimo!»
«Perbacco!»
«Bene! Mi sento in forma! Presentati al signor Parker, che anche stanotte c’è da stare svegli e organizzare la battuta. Fatevi dare le torce e accompagnare lungo il tragitto. Dì al signor Parker che voglio che tutto funzioni come l’ultima volta! Capito bene? Ci siamo divertiti veramente…quel percorso in discesa dove ha mandato il… cervo, era fantastico! La sua fuga è stata senza scampo e il divertimento maggiore…vero amici?»
«Caspita!»
«Sublime!»
«Si, bwana».

La notte era calda e parzialmente illuminata dalla luna crescente.
I tre amici si godevano il panorama in sella ai loro cavalli, sorseggiando rum dalle loro fiaschette d’argento.
«Diavolo d’un Parker! Perché non si presenta a rapporto?»
«Ha fatto tutto come hai ordinato, bwana».
Disse Giulio Cesare, attorniato da un gruppo di schiavi con le torce in mano mentre i vari guardiani si passavano la voce cercando Parker, che era il loro capo.
“Che ne sai tu?”
Giulio Cesare si mise il cappello in mano
«Riferisco con rispetto che mi ha detto di dirti che ha fatto tutto come l’ultima volta. Ti aspetta sotto la grande sequoia al termine della discesa, dove ucciderai la preda, bwana.»
«Lo stesso punto dove ho ucciso la preda ieri?»
«Si, bwana»
«Oh! Ma bene! Adesso anche i sovrintendenti prendono iniziative! E le mandano anche a dire! Ma dove va il mondo? Mi sentirà…»
In quel momento, dal bosco salì come un lamento, un canto unito al rullio di tamburi e al dipanarsi di un cordone semicircolare di torce che si intravedevano in mezzo alla vegetazione.
«I battitori si sono mossi! La caccia inizia dunque! Forza Giulio Cesare! Vai anche tu con i tuoi negri! Muovetevi pelandroni!»
Bwana Nelson scartò con il cavallo verso i negri, che si dileguarono immediatamente nella notte.
I tre amici scesero lungo un costone, attraversarono un tratto di pianura delimitato da un ruscello e penetrarono nel bosco, avanzando lentamente verso il suono dei battitori.
I cani urlavano all’impazzata.
Il chiarore della luna si alternava alla luce fugace e cangiante delle torce che illuminava tratti di vegetazione nera e contorta diradandosi mano a mano che il bosco cedeva il passo a una vallata declinante a imbuto, tappezzata d’erba alta fino alla cintola di un uomo.
Tutto terreno di bwana Alex Nelson.
Non tardarono a scorgere in mezzo alla valle l’erba che si apriva e si piegava come davanti al passaggio di un rivolo d’acqua.
Stettero un po' ad osservare la piacevole scena di un animale in fuga, ancora invisibile, che si apriva la strada nel mare d’erba, dove lo avevano costretto a immettersi le urla, i canti e le torce dei battitori.
Dove l’erba si diradava poteva scorgersi una figura in corsa, agile e snella, correre all’impazzata senza una direzione fissa, senza fermarsi. Arretrava, si guardava intorno, cadeva e si rialzava. A tratti sembrava scivolare, andando comunque sempre in discesa, verso la grande sequoia.
«E bravo Parker. In fondo il suo lavoro lo sa fare bene» disse Nelson
«Certo!»
«Bravissimo!»
«Gli perdoniamo di non essere venuto personalmente a riferire, per questa volta. Che ne dite?»
Gli amici annuirono.
Cominciarono a scendere senza fretta, sparando ogni tanto un colpo in aria, giusto per terrorizzare l’animale, che non aveva scampo in quella specie di discesa a imbuto.
I battitori formavano un muro alle sue spalle e incalzavano con i tamburi e i canti. I cani latravano rabbiosi, tenuti al guinzaglio.
Raramente venivano sguinzagliati, perché, avevano sperimentato, raggiungevano e uccidevano la preda prima dei loro padroni, togliendo tutto il piacere.
«Strano, non è veloce come gli altri, sembra che faccia fatica»
disse Majo Silver junior
«Effettivamente» fece eco George Parker, trangugiando una sorsata di rum.
«Non capisco. Corre come se non avesse mai visto l’erba. E cade»
I tre si divisero a ventaglio e cominciarono a sparare nei pressi del bersaglio, per farlo deviare, in attesa che uscisse dall’erba alta
verso uno stretto pianoro, costretto da un’ala di battitori distaccata allo scopo, quella di Giulio Cesare.
Quando avvenne, la preda fu allo scoperto, ombreggiata dai declivi pietrosi della spianata che le impedivano la fuga se non davanti.
E dietro aveva i battitori e i cacciatori.
Era come fare il tiro al bersaglio. Regolarono con gusto le tacche di mira alla lunga distanza.
Nelson sapeva che la preda era sua. Gli amici non gli facevano mai lo sgarbo di colpirla per primi, anche perché era lui che organizzava la caccia e procurava le prede.
Loro erano lì per eccitarsi, fare un po’ di sano movimento, congratularsi vicendevolmente e riunirsi a cena nel villino di caccia, dopo aver staccato la testa della preda per l’imbalsamazione.
Nelson mirò, trattenne il fiato, premette in due sequenze il grilletto rilasciando il respiro, per non far rinculare prima del previsto.
La preda cadde rotolando.
Ci misero del tempo a raggiungerla, perché i cavalli procedevano circospetti nella discesa. Nel frattempo intorno all’animale caduto si erano radunati i primi battitori e i sorveglianti.
La figura esile del ragazzo giaceva in mezzo a loro, faccia a terra. Indossava pantaloni rappezzati e una camicia scura.
I capelli, lunghi, bianchi e sporchi erano sparpagliati sull’erba.
«Cosa ha in testa?» disse Nelson.
«Sono i suoi capelli, bwana» rispose Giulio Cesare.
«Erano biondi, ma sono diventati bianchi. Dalla paura, bwana».
Nelson non capiva. Scese da cavallo.
Un sorvegliante correva trafelato verso di lui «Signor Nelson! Signor Nelson! Hanno trovato Parker fatto a pezzi sotto la sequoia!»
Nelson si voltò appena alla notizia, guardava il ragazzo a terra, guardava i suoi amici, che reggevano le briglia dei cavalli, guardava i sorveglianti, che evitavano il suo sguardo…guardava i negri. Giulio Cesare era davanti a tutti, attorniato dagli altri schiavi che tenevano alte le torce, con il cappello in mano e una bisaccia unta al fianco.
«Voltatelo!» disse Nelson, indicando il cadavere.
«Voltalo tu bwana. E’ un tuo diritto. Lo hai ucciso tu».
Nelson non rimase a pensare al fatto che uno dei suoi schiavi gli stesse dando un ordine. Ficcò la punta dello stivale sotto il petto del ragazzo e lo voltò di scatto.
La faccia di Stefan, suo figlio di sedici anni, sembrava dormire, nonostante le lacrime avessero rigato la sua faccia cosparsa di carbone e di grasso, per sembrare nera, le labbra screpolate da urla che nessuno aveva sentito, bagnate da un rivolo di sangue. Nell’esile petto, lo shrapnel in uscita aveva aperto un foro come un pugno, che si andava allargando di rosso, il cuore centrato in pieno.
L’urlo di Nelson riecheggiò nel vallone, facendo ululare i cani e scartare i cavalli. Cadde in ginocchio, stravolto, inebetito.
«E’ stato un buon tiro, bwana. E’ morto subito. Mio figlio era ancora vivo quando gli avete tagliato la testa per portarla al villino di caccia per imbalsamarla», disse Giulio Cesare.
Tirò fuori dalla bisaccia una testa, tenendola dietro la nuca.
«Mio figlio, bwuana. Non è bello eh? Era bellissimo e aveva l’età del tuo, bwana. E gli volevo molto bene, bwana. Era mio figlio».
Giulio Cesare si avvicinò a Nelson, che emetteva un rantolo dalla gola, come un animale, gli occhi vitrei.
Mise la testa del figlio accanto a quella di Stefan.
«Io provo dolore: è un sentimento umano, bwana.
Io provo odio. Anche l’odio è un sentimento umano, bwana.
Se io sono un uomo e non una bestia, tu cosa sei, bwana?»

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Grazie della lettura @Uniusportare nella bisaccia la testa mozzata del figlio,  aspettando  l'occasione, di dare una lezione a colui che aveva decapitato vivo il proprio figlio, è sublime! come altrettanto le frasi: mise la testa del figlio accanto a quella di Stefan.

<<io provo dolore è un sentimento umano, bwana

io provo odio,anche l'odio è un sentimanto umano, bwana

se io sono un uomo e non una bestia, tu cosa sei, bwana?>>

 

Wonderbal!

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Buon   giorno @UniusQuesto tuo racconto non è da tenere cosi nascosto il contenuto e una lezione morale contro il razzismo l'hanno letto i miei figli e i miei nipoti, tutti i miei amici, tutti hanno detto la stessa cosa è sublime 

Ti chiedo il permesso di stamparlo

ancora adesso i popoli dell'Africa dell'ovest chiamano "Bwana" gli uomini bianchi

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Beh mi fa piacere che nonostante una certa drammaticità tipo romanzo, che pure c'è, possa essere considerato qualcosa contro il razzismo...

Niente di originalissimo a dire la verità, l'ho ripreso da vecchie storie che avevo letto non ricordo più dove da bambino e spezzoni di vecchi film  di serie B dove si parlava di Africa, rielaborando poi queste cose a modo mio...

Ad esempio se vai a vedere la storia del Congo belga c'è da mettersi le mani sui capelli...  c'erano cacciatori bianchi che uccidevano i neri e poi ricavavano dai loro corpi gli scheletri che vendevano agli studiosi nel Belgio di re Leopoldo e in Europa, come se fossero a un safari... ci facevano un sacco di soldi... hanno scritto dei libri e fatto dei documentari su questi argomenti, che mi hanno sempre sconvolto.... per non parlare di altre cose tremende...

Se vuoi stamparlo per leggerlo con comodo puoi farlo; se un giorno io lo volessi pubblicare assieme ad altri racconti che ho messo qui, che sono tanti e sto catalogando proprio in questi giorni, dovrò però toglierlo comunque dal WD...

 

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buon giorno @Uniusse tu lo permetti su i volantini ci sarà il nome dell'autore e cioè il tuo, perchè lo devi togliere da WD?

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Il 9/10/2018 alle 10:48, flambar ha detto:

buon giorno @Uniusse tu lo permetti su i volantini ci sarà il nome dell'autore e cioè il tuo, perchè lo devi togliere da WD?

Beh un testo messo sul WD, ma anche su altri forum di letteratura si deve togliere se un giorno lo si vuole pubblicare con una Casa Editrice che vuole l'esclusiva, è la regola delle Case editrici e mi sembra giusto.

Se questo racconto ti piace e dici che vuoi stamparlo per leggerlo in compagnia privatamente fai pure,  anche io stampo qualche racconto di altri per leggerlo con comodo a casa, che a una certa età uno si stanca a stare attaccato al computer... però magari non fare volantini da mandare in giro... sono tempi strani questi...

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32 minuti fa, Unius ha detto:

Beh un testo messo sul WD, ma anche su altri forum di letteratura si deve togliere se un giorno lo si vuole pubblicare con una Casa Editrice che vuole l'esclusiva, è la regola delle Case editrici e mi sembra giusto.

Se questo racconto ti piace e dici che vuoi stamparlo per leggerlo in compagnia privatamente fai pure,  anche io stampo qualche racconto di altri per leggerlo con comodo a casa, che a una certa età uno si stanca a stare attaccato al computer... però magari non fare volantini da mandare in giro... sono tempi strani questi...

buona sera @Uniusgrazie di avermi aperto gli occhi, non conosco le regole delle case editrici, ma conosco molto bene le mie di regole, perciò non preoccuparti non farò niente. Ciao

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