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Iceyes

"La Declinazione del Nulla" - Capitolo 1- Parte 1 di 2

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Per chi ne avesse voglia e curiosità, il primo capitolo (prima parte) de "La Declinazione del Nulla", romanzo di 480 pagine.

Capitolo I

I quattro giovani attraversarono il cortile polveroso sotto un sole implacabile e feroce camminando a passo spedito sul consunto pavimento di mattoncini che il caldo e il tempo avevano reso di uno sbiadito colore rossastro. Le onde di calore che salivano dal suolo distorcevano i movimenti fluttuanti dei candidi kaftani, conferendo alle quattro figure un aspetto irreale: sembrava fossero spinti in avanti da un vento silenzioso e immoto.

La fierezza e la dignità del loro portamento sembravano dire “Noi siamo šuhadā! I martiri. Noi siamo il tuono di fuoco che dà la morte e per questo siamo immortali!”

A quella vista gli studenti della madrasa che sostavano sotto l´ampio porticato, in attesa della ripresa delle lezioni, si scambiarono silenziosi cenni del capo e di gomito. Non capitava spesso di vedere riunita quella che all´interno della scuola veniva, con invidia e ammirazione, definita “The Elite Squad”, gli šuhadā, i martiri destinati alle imprese più eroiche e clamorose, di quelle che avrebbero riempito i giornali per settimane, diffondendo la paura nell´intero mondo occidentale. Quelle azioni a cui sarebbero seguiti i vuoti proclami dei governi contro “il terrorismo che non vincerà”; i milioni di persone che avrebbero marciato in nome della pace, per poi tornare alle loro case, angosciate, svegliandosi di soprassalto nel cuore della notte, chiedendosi quale sarà il futuro dei loro figli; la malcelata soddisfazione del mondo musulmano, momentaneamente appagato nei suoi sogni di rivalsa; i sotterranei contatti dei governi occidentali con i Paesi islamici... il tutto volto a creare un impercettibile ma importante trasferimento di potere politico-economico-finanziario dal mondo occidentale alla gloria dell´Islam.

Giunti all´estremità nord del cortile, i quattro giovani: Youssuf il palestinese, Awrangs l´afghano, Malik il pakistano e Dosym il tartaro kazako, salirono la scalinata che portava all´ala degli uffici, zona strettamente off limits per gli studenti.

Alla sommità della scalinata li attendeva il sovrintendente della scuola, Abbud Qureshi, un omarino grassoccio dal ventre arrotondato, due gambette magre e ricurve, il testone ricoperto da radi capelli di riporto, di un sospetto colore violaceo, le mani piccole e paffute, perennemente umide e fredde. Aveva due foltissime sopracciglia che contrastavano con la quasi totale assenza di barba, come se la natura avesse voluto concentrare tutta la villosità di quel corpo, appunto nelle sopracciglia.

Scalpitando impaziente sulle esili gambe Qureshi spronò con la sua vocina querula i quattro giovani ad affrettarsi, benché non ve ne fosse motivo, dato che le scale vennero divorate in poche eccitate falcate; essi sapevano bene cosa quella chiamata significasse.

Giunti sulla sommità della scalinata, i giovani seguirono in fila indiana il sovrintendente che sgambettando, si addentrava in un ampio e arioso corridoio dai muri lavorati in gesso, che riportavano varie iscrizioni religiose inneggianti alla grandezza di Allah.

Apriva la fila Youssuf, il palestinese, alto e prestante. Era cresciuto nei campi profughi, dove aveva istintivamente fatto proprie le più efficienti tecniche di street fighting. Da quando era arrivato alla scuola islamica era notevolmente dimagrito, il suo corpo aveva perso la rotondità da oliva che lo caratterizzava; s’era fatto snello e al contempo robusto, i suoi occhi ravvicinati avevano perso l´espressione perennemente ilare e accattivante, per assumere un´aria pensosa e consapevole. La sua barba si era infoltita e incorniciava un volto abbronzato che esprimeva forza e determinazione.

Lo seguiva Malik il pakistano. Magro, di altezza regolare, con le guance scavate e il naso che usciva prepotentemente dal volto, sottile come una lama di coltello. Gli occhi vivi si muovevano calmi e riflessivi. Una lanugine a chiazze, più che una barba, gli copriva disordinatamente il volto. Era uno studente di teologia di quell’intelligenza sottile e raffinata che abita il tenue confine fra mistica e isteria.

Il terzo della fila era Dosym il kazako di origine tartara. Alto circa un metro e novanta, robusto, spalle larghe, con il viso disordinatamente segnato da marcati caratteri caucasici: gli zigomi erano alti e distanti tra loro, gli occhi sottili, il naso schiacciato, la mascella squadrata e sulla fronte bassa, una selva ingovernabile di capelli neri e setolosi gli conferivano un´espressione di spietata ferocia che contrastava con il candore fanciullesco del suo carattere. Nonostante la notevole mole del suo corpo muscoloso, aveva riflessi straordinariamente veloci che ne facevano un temibile avversario per chiunque.

Zoppicando leggermente, chiudeva la fila Awrangs l´afghano. Piccolo, snello e di colorito giallo-verdastro, come una lucertola. Una testa ricciuta su un viso butterato, il naso puntuto e troppo grande, occhi mobili e febbrili che schizzavano fuoco: quel tipo di occhi che sembrano voler bruciare tutto ciò che guardano. Sulle labbra aveva un’espressione leggera e canzonatoria che non l’abbandonava mai. Un’epatite C contratta da bambino e il virus HIV congenito, non gli avrebbero permesso di vivere a lungo, ma tutto ciò veniva da Awrangs liquidato con uno sberleffo “Il destino e io abbiamo in corso una scommessa su chi per primo sarà causa della mia morte” diceva “e io ho tutta l´intenzione di vincerla, questa scommessa”. Disincantato e cinico, aveva scelto la strada del martirio musulmano per lasciare un segno del suo altrimenti insignificante e anonimo passaggio in questa vita.

Erano l’élite della scuola, rappresentavano la migliore combinazione delle tre qualità necessarie a forgiare l´ideale kamikaze: determinazione, sangue freddo e intelligenza tattica. Non erano amici. Non si hanno amici quando si è deciso di morire a vent’anni. Non si parla molto… e di cosa si dovrebbe parlare? Non si ha un patrimonio di ricordi da trasmettere, né speranze e piani per il futuro. Si vive rinchiusi nel proprio bozzolo, alienati, determinati e motivati a terminare la propria vita nel modo più glorioso e letale possibile.

I motivi per cui si diventa martiri della fede possono essere vari: ci si sacrifica in nome di un valore ritenuto più alto e importante della propria esistenza, oppure si decide di morire in omaggio a un’autorità carismatica che afferma l´obbedienza quale principio superiore alla vita stessa. C’è anche chi lo fa per denaro, per assicurare cioè, un futuro alla propria famiglia.

Quello che è certo è che quei ragazzi erano cresciuti in situazioni di forte stress emotivo, avevano visto cadere amici e parenti, avevano percepito un clima d’ingiusta e immotivata persecuzione nei confronti della propria famiglia e del proprio gruppo di appartenenza, erano infine caduti preda di un clima di misticismo religioso e politico che aveva saputo canalizzare nel gesto estremo la rabbia e la frustrazione accumulate in una sia pur breve vita. Le eccezioni alla regola questa volta erano rappresentate da Awrangs, l’afghano e Dosym, il tartaro; le loro motivazioni erano ben lontane dalle varie istanze di tipo politico o religioso.

La permanenza dei giovani martiri nella scuola non doveva superare i sessanta giorni da quando ricevevano lo status di shahîd; un periodo di prolungata inattività avrebbe potuto agevolare la nascita di dubbi, ripensamenti. Capitava così che qualcuno fosse mandato a morire in azioni di scarso valore strategico, solo in virtù e nome della “data di scadenza”.

Giunti davanti a una pesante porta istoriata, il Sovrintendente bussò con untuosa discrezione. Dopo qualche secondo la porta si aprì e due uomini vestiti all´occidentale, con lo sguardo freddo e impersonale, probabilmente agenti della sicurezza, scrutarono attentamente i giovani e con un gesto della mano invitarono il primo ad avvicinarsi. Dopo averlo rapidamente perquisito fecero lo stesso con gli altri tre che passarono così oltre la soglia.

Quando il sovrintendente si avvicinò per essere a sua volta ammesso, una mano lo spinse con decisione all´indietro mentre la porta si richiudeva sul suo viso con un umiliante scatto della serratura. L’uomo si guardò intorno, accertandosi che nessuno avesse assistito alla scena, si lisciò il riporto di capelli rigido come una calotta e sgambettò con esagerata dignità verso la scalinata che portava al piano terra.

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