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Ospite Nephrem On'Yn'Rah

RACCONTI 56° CONTEST

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Ospite

Qui di seguito potete postare i vostri testi, come sempre se per una qualche ragione non fate in tempo a postare (o a scrivere il testo) mandate un mp al sottoscritto.

Il contest scade alla mezzanotte di giovedì, in bocca alla balena siori et siore v,v

ISCRITTI

- *Cindy_23 Ritirata

- snoopy&woodstock

- Nalea Erie- Agony racconto a quattro mani

- -Lycan-

- H-block

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Non è la rai

Gli anni passano in fretta, basta una decade e nessuno ti riconosce più, a dirla tutta neanche io mi riconosco più in questo specchio. Le nuove generazioni neanche ricordano cosa sia stato per gli adolescenti degli anni novanta “Non è la rai”. Le orde di ragazzini impazziti e sbavanti fuori ai cancelli, tutti pronti a rischiare di essere schiacciati per un autografo o per una sbirciata nelle nostre acerbe scollature, altri tempi, altra me. Ora seminuda in questo specchio, mi palpo il seno sinistro, sembra aver perso consistenza negli ultimi mesi, lo vedo come svuotato, sicuramente più cadente. L’angoscia mi assale, sono in paranoia, provo le nuove calze contenitive arrivate oggi in negozio, dovrebbero ridarmi la piattezza addominale di un tempo e il sostegno dove serve. Non mi piaccio più, eppure una volta mi adoravo ed andavo in visibilio per le folle deliranti, quante seghe catodiche, avranno avuto me come protagonista? Nuda, continuo a litigare con i collant, ad ogni movimento vedo penzolare in maniera evidente le mie tette, mi sembra di guardare un'altra. Ora che ci faccio caso anche i capezzoli, sembrano essere diventati più scuri. L’illusione di essere una star della Tv, l’ho covata per vent’anni, una partenza lampo, il successo, poi…la discesa verticale. Dopo “Non è la rai” c’è stata poca roba, e le piccole apparizioni mi sono costate pompini ed autostima. Quante bocche bavose a succhiare dalle mie mammelle, quante lingue hanno frugato dentro di me? Non lo ricordo più, hanno consumato la mia bellezza. Nonostante tutto, ho continuato a volermi bene, ho preferito odiare gli altri piuttosto che me, io ero solo schiava di un sogno, vittima di un’illusione. Quando ho capito che non avrei mai sfondato in tv ho cambiato rotta, giusto in tempo, poco dopo essere stata sfondata per l’ennesima volta, dall’ennesimo impresario. Gli uomini li odio, ho deciso di sfruttarli, di scucirgli cose più concrete di un passaggio televisivo. Ora ho un negozio d’intimo al centro di Roma, mi è costato diverse lacerazioni vaginali e qualche lavanda gastrica da ingoi indigesti. Tra una riflessione e l’altra sono riuscita a calzare i miei collant, sembrano funzionare, il mio umore sembra risalire. Mi guardo e penso: si sono ancora io, un gran bel zoccolone. Piaccio ai ragazzini, e adoro piacergli. E’ tempo di tornare in negozio, comincia l’orario caldo di metà mattinata. Ieri è stato il giorno della Befana, io sono uscita ed ho scopato con un amico di un amico. Mi ha promesso di portarmi in crociere sul Nilo a febbraio, speriamo. Sento il campanello, qualcuno è entrato in negozio. Una vecchietta vestita da befana sulla porta del mio negozio, che vuole? Mi avvicino con fare cortese, sarà una vecchietta squilibrata, sicuramente in ritardo di un giorno con quel suo vestito. Mi avvicino. Sento uno strappo ed un caldo al petto, c’è qualcosa che gocciola, un liquido caldo cola sul mio petto. Mi vedo distesa a terra in una pozza di sangue con la gola aperta, sono stata cattiva, ma non bastava il carbone?

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La cenere del giorno dopo

Wilbur era un bambino.

Wilbur era un bambino cattivo.

Wilbur era un bambino cattivo e viziato.

Wilbur era un bambino cattivo e viziato che viveva in una grande villa con la madre ereditiera e il padre avvocato.

I genitori non erano quasi mai presenti, il padre era sempre fuori per il lavoro e la madre era sempre impegnata tra shopping e cure di bellezza, per questo ogni occasione era buona viziarlo con regali e doni ogni giorno.

Wilbur oramai non era più appagato da quei gesti, ormai facevano parte del suo quotidiano e aveva iniziato a volere più regali, più oggetti, qualsiasi cosa volesse doveva essere suo o ne montava una tragedia.

Alla scuola privata era lo studente più circondato di amici, o meglio dire invidiato e ammirato più per il costo dei suoi vestiti e giocattoli che per la sua persona, e tra i professori era lo studente più rispettato, o più temuto, visto che una volta per avergli sequestrato il cellulare durante una lezione una insegnante rischiò di perdere il posto per via della lettera spedita alla scuola dallo studio legale del padre.

La sua camera era piena di balocchi di ogni tipo, che rimanevano li a prender polvere dopo che il bimbo li aveva usati solo una volta e svanito l'entusiasmo iniziale li aveva li riposti invaghito da un nuovo capriccio che prontamente i genitori soddisfacevano.

Un bel giorno dopo l'ennesima sfuriata isterica atta ad ottenere il balocco di turno la mamma pronta a soddisfarlo lo portò prontamente al centro commerciale per comprargli un gioco che potesse tenerlo buono per un po' dato che quello ricevuto per l'epifania il giorno prima lo aveva già gettato nel dimenticatoio, quindi parcheggiata l'auto entrarono nel complesso di negozi.

Appena dentro la mamma incontrò una amica di vecchia data e vi si mise a chiacchierare del più e del meno, il bimbo allora impaziente di soddisfare il suo capriccio cominciò a sbuffare spazientito e a far ogni tipo di scenata mettendo in imbarazzo la madre nei confronti degli altri clienti del centro.

Lei visibilmente imbarazzata mise subito mano alla borsetta e mostrò una banconota al figlio dicendogli che se avesse smesso di far i capricci gli avrebbe dato quei soldi e lui sarebbe andato a comprarsi dei dolciumi al negozio alla fine del corridoio, l'unica raccomandazione che gli diede fu quella di andare dritto al negozio prendere i dolci e tornare senza andarsene in giro da solo perché avrebbe potuto essere pericoloso.

Felice e contento di averla avuta vinta ancora una volta Wilbur prese i soldi e si diresse verso il corridoio ma, quando fu di fronte alla vetrina, scorse con la coda dell'occhio un'altra che non aveva mai visto: dove la settimana prima vi era un locale sfitto da parecchio tempo ora era sito un negozio pieno di balocchi di ogni tipo, tutti belli scintillanti e soprattutto costosi.

Bastò questo a far si che Wilbur si dimenticasse subito dell'ammonizione di sua madre, quindi senza pensarvi nemmeno un secondo aprì la porta del negozio e vi entrò.

All'interno era molto più grande di quel che ci si poteva aspettare, anzi stranamente sembrava anche l'interno più spazioso di tutti gli altri piccoli negozi che gli facevano compagnia ai lati, ma ammaliato da tutti quei giocattoli il bimbo non vi fece assolutamente caso ne si insospettì e cominciò a passare furiosamente da un giocattolo all'altro nella speranza di trovarne uno che potesse soddisfare la sua sete di volere. Ne prendeva uno, scartava, apriva, provava il giocattolo e subito dopo lo buttava per terra curioso di provare il prossimo senza tener conto che non avendoli comprati non erano ancora suoi.

Dietro le sue spalle apparve una vecchina che gli mise la mano sulla spalla e gli disse:

-Ciao bel bambino, ti piacciono questi balocchi? Perchè preso uno getti il precedente a terra senza il minimo rispetto?

E lui rispose subito:

-certo che mi piacciono! Comunque butto via il precedente perchè una volta che l'ho avuto non è più desiderabile e voglio altro, voglio di più e la mamma me lo deve dare!

Allora la vecchia disse:

-Ah vuoi di più eh...e dimmi bel bambino? Cosa vorresti?

-Niente di tutto quello che è qui! Li ho tutti questi giocattoli, non me ne faccio nulla! Io voglio il dinosauro robot che ho visto in televisione l'altro giorno! Devo averlo! La mamma deve comprarmelo!

Mentre parlava il viso gli si tingea di rosso e gli occhi parevano spiritati corroso come era dai suoi stessi capricci alchè la vecchia aprì uno sportello dal bancone vicino e ne estrasse l'agognato dinosauro robot.

Il bimbo saltò di gioia e senza il minimo garbo strappò il giocattolo dalla mano della vecchia ma dopo aver baloccato un po' con il giocattolo lo buttò con noncuranza a terra e disse:

-Mi sono stufato! Non lo voglio più questo!

Quindi proseguì per più di un'ora a far capricci per una serie di nuovi giocattoli che la vecchia prontamente tirava fuori e che lui dopo pochi minuti abbandonava invaghito da qualche altro fantomatico balocco.

La vecchia ogni volta cercava di dissuaderlo dai capricci e di fargli capire che il suo comportamento era sbagliato ma lui non voleva sentir ragioni e si disperava di irritante capriccio quando ella non lo accontentava.

Dopo l'ennesimo giocattolo richiesto e ottenuto dal bimbo la vecchina disse:

-Si è fatto tardi bel bambino e io debbo chiudere, allora dimmi, una volta per tutte, cosa è che vuoi?

-Voglio avere tutto quel che desidero! Ogni giocattolo, ogni tipo di dolciume! Tutto!

-Bene figliuolo, vedi queste due porte? Dietro quella a sinistra vi è tua madre che ti sta disperatamente cercando per tutto il centro commerciale, puoi aprirla e tornale da lei, mentre dietro quella a destra vi sono tutti i balocchi che puoi desiderare e anche di più. Quindi ora puoi scegliere, puoi tornare dalla tua mamma e accontentarti del regalo che le chiederai oppure puoi entrare nell'altra e aver tutto quello che desideri, però fai attenzione, sappi che se entrerai nella porta a destra non potrai rivedere i tuoi genitori mai più. Allora? Cosa desideri veramente?

Il bimbo accecato dall'ingordigia rispose subito:

-Non mi importa più di tornar dai miei genitori, tanto tutto quello che mi regalano poco dopo non mi piace più, io voglio avere tutto ciò che desidero! Lo voglio!

-Bene figliuolo allora apri la porta a destra ed entra, li troverai quel che ti spetta.

Senza pensarci un attimo il bimbo spalancò la porta e vi entrò affannosamente infatuato da quel che vi avrebbe trovato ma era molto buio e non si vedeva a un palmo quando la vecchia di scatto chiuse la porta dietro di lui: la porta a destra era in realtà un forno ed ella lo accese subito lasciando perire Wilbur tra le fiamme e di lui quando riapri la porta non rimase che cenere che la vecchia raccolse e mise in un sacco.

La mamma di Wilbur era disperata e stava percorrendo il centro commerciale in lungo e in largo in cerca del figliolo disperso quando voltato l'angolo del corridoio arrivò all'ultima vetrina: era un negozio sfitto pieno di polvere che una vecchina stava pulendo con una scopa riponendola in un sacco, ella le chiese affannosamente:

-brava donna, ho perso il mio figliolo, un bambino di nome Wilbur, l'ha per caso visto lei? La prego di aiutarmi! Si è allontanato un paio di ore fa nonostante gli avessi detto di tornare subito e non riesco a trovarlo!

-Signora mi dispiace profondamente, ma non posso aiutarla, non ho visto suo figlio...eh il cielo solo sa cosa passa nella testa di questi bambini disubbidienti e cosa possa loro succedere...

Appena la mamma se ne andò sconfortata la vecchia chiuse la porta e si diresse verso l'uscita d'emergenza del centro commerciale, sul retro, aprì la porta e vi uscì.

Poco dopo nel cielo notturno i passanti videro una sagoma a cavallo di quella che parve loro una scopa e giurarono di sentirla canticchiare:

“ sono la Befana che sulla scopa in cielo s'alza \ ai bambini buoni nel mio giorno riempio la calza \

a quelli cattivi cenere son solita portare \ che il giorno dopo mi debbo di nuovo procurare. “

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[sono in ritardo, lo so. Ma il topic non è stato chiuso, e ieri sera avevo problemi di connessione. Perciò tento di postare il racconto stamattina (:]

A Epiphany Carol

La nonna stava male. Anche Arianna se n’era accorta: dall’alto dei suo cinque anni era addirittura a conoscenza del fatto che, di quel passo, la nonna avrebbe potuto andarsene via presto. Quella stessa vecchina che giaceva nel letto era stata forte, poco tempo prima. Aveva cullato prima Agnese e poi Arianna tra le sue braccia, le aveva tenute a turno sulle ginocchia stanche e le aveva consolate quando, cadendo, si erano sbucciate le ginocchia.

Ma quei tempi erano passati. Agnese, al momento, stava sempre appresso alla mamma, dovunque lei si trovasse, e Arianna, con lo sguardo da sognatrice che aveva da quando era uscita dall’utero, fissava la pioggia scrosciare al di là delle finestre e infrangersi talvolta contro il vetro.

«Arianna» pigolò la nonna. Sembrava un passerotto ferito, pensò la bambina.

«Dimmi, nonna» rispose, accostandosi al letto. «Devo chiamarti la mamma?».

«No, no. Non c’è bisogno. Sto bene. Volevo solo sapere: ti va di sentire una storia?».

Arianna, con la sua solita spontaneità, annuì energicamente. «Che storia è?».

«Uhm» rifletté la nonnina, sistemandosi il cuscino. Nonostante il morbo, aveva ancora qualche energia. «È la storia della Befana. Ma oggi la chiamerò la Leggenda delle Ricche Donne Sole» ridacchiò subito dopo.

«Racconta» la esortò la bambina, le manine sul copriletto e i grandi occhi sgranati.

«Non inizierò con “C’era una volta”. Inizierò con lo spirito dell’Epifania».

«Lo spirito della Befana?» si meravigliò Arianna. «C’è un solo spirito: quello del Natale!».

La nonna tentennò il capo gravemente. «Chi ti ha detto una cosa del genere, bambina mia? Lo spirito della befana esiste eccome: è quel soffio di misericordia che condusse i Re Magi al Bambin Gesù».

Arianna sbatté le palpebre, confusa. «Non è stata la stella cometa?».

«Oh, sì. Ma la cometa ha solo indicato loro la via; lo spirito dell’Epifania li ha spinti a fare il viaggio, invece.

Sta di fatto che questo spirito, insomma, c’è sempre stato, fin da quando Gesù è nato. E si racconta questa cosa di lui, che è molto interessante: nasce nella notte tra il cinque e il sei gennaio e muore il giorno stesso dell’Epifania.

Una volta che si è risvegliato, lo spirito dell’Epifania compie il suo dovere…».

«Porta doni ai bambini?» chiese la bambina, incuriosita.

«Una cosa alla volta. Lo spirito nasce per portare misericordia: un bacio ai mariti stanchi, una carezza alle mogli pazienti ed un sorriso, se già non c’è, ai bambini buoni. Sennò: dolciumi, ovviamente.

Purtroppo, lo spirito non può fare tutto questo da solo. Ha bisogno di un cuore che batte, di una persona che lo aiuti. E va anche detto che ad alcuni lo spirito non arriva…».

«Chi? A chi non arriva?».

«Alle Ricche Donne Sole, per l’appunto. Non sono mogli, né tantomeno mariti, né madri né figlie. Perciò è difficile che lo spirito dell’Epifania le raggiunga.

Eppure, ogni anno, lui ha bisogno di un corpo, ha bisogno di un cuore che batte. E così entra all’improvviso nella persona di una di queste donne e ne fa… la Befana!»

Arianna aggrottò la fronte, allibita. «Davvero?».

«Oh, sì. E ti dirò di più: lo spirito ripaga, di anno in anno, tutte le Ricche Donne Sole a cui non ha mai fatto visita».

«Cosa vuol dire…?».

«Che regala loro, tutto in una volta, ciò che ha distribuito piano piano agli altri: i baci, le carezze e i sorrisi».

«Ma la Befana è vecchia e… brutta. E ha le scarpe rotte!».

«Oh, sì. Infatti. Per una sola notte la donna prescelta abbandona i suoi soldi, ma anche la sua solitudine, perché passa di casa in casa e regala i doni dello spirito dell’Epifania. E il giorno dopo, tornando ad essere una donna come le altre, la Befana non vorrà più essere una Ricca Donna Sola…».

Arianna esce dall’ascensore, appoggia la borsa nell’anticamera e, camminando sbilenca sui tacchi, apre la porta di casa. Dopodiché si toglie le scarpe, le lancia da qualche parte e va a recuperare la borsa, all’interno della quale si trova un autentico guazzabuglio: documenti arrotolati, soldi, un’agenda, il palmare e degli analgesici sparsi. Lavorare il cinque di gennaio fa schifo.

Non c’è niente di meglio della propria casa. Arianna lo pensa sinceramente.

Per questo ha voluto il pavimento di marmo. Le pareti stuccate. Il parquet nelle camere e la moquette nei bagni. Le finestre con maniglie d’oro, i divani di pelle scamosciata in tinta con i tappeti, i quadri, le sculture… Insomma, un tempio.

E c’è una discreta soddisfazione nel vivere in un tempio, questo è innegabile. La stessa soddisfazione che si può provare nel passare casualmente davanti ad uno specchio e trovarsi, in fondo, decisamente attraenti.

Arianna le conosce entrambe, queste sensazioni. Si stende sul letto a due piazze, esausta, togliendosi la quantità di gioielli che indossa ed appoggiandoli su un pouff nero di pelle. Vuole solo rilassarsi.

Accende un po’ di musica mentre si toglie anche il tailleur. Nel fare questo, passa velocemente di fronte alla specchiera del corridoio. E, in effetti, prova la consueta soddisfazione. Gli elementi sono completi: nel tempio sfarzoso la giovane e bellissima donna si rimira allo specchio, soddisfatta, mentre una musica celestiale scorre in sottofondo.

Purtroppo questa non è una delle fiabe della nonna Amelia.

La principessa è bella, questo è vero, ma molte altre sono più graziose di lei. E il marmo del pavimento inizia ad essere vecchio, poco lucido: il tempio si sta rovinando. La musica è banale, troppo poco stonata.

Arianna non ha l’abitudine di chiedersi il perché dell’oppressione e della malinconia che, di tanto in tanto, le fanno compagnia. Ma stavolta sente di essere vicina alla soluzione, la risposta alla domanda: perché sono infelice? Il suo sguardo scorre sulla superficie liscia dei mobili della sua bella casa: non ci sono foto di un bell’uomo, di un bel bambino, di una bella famiglia.

Passa un minuto, forse, prima che Arianna si disincanti, si disilluda. Che idiozia, pensa.

Ma in quel momento uno dei serramenti dorati si frantuma; la finestra si apre, e un vento gelido soffia nella stanza accogliente e raffinata.

Arianna va a chiudere. Mentre cammina si sente strana, diversa, meno alta, più grassa, più legnosa.

E lo specchio traduce l’incredibile verità, non appena lo spirito dell’Epifania smette di filtrare dalla finestra spalancata.

È tornata a casa, la Befana. Ha consegnato i doni dello spirito, ed ora è stremata. Ma veramente soddisfatta.

Ha imparato un sacco di cose, in una notte sola. Ha visto le madri vegliare sui figli, i padri vegliare sulle madri e sui genitori anziani, i bambini dormire, ignari di tutto. Ed ora, la vecchia con le scarpe rotte si sente riscaldata da tutta questa famigliarità; ha notato quanto le cose al vertice della propria vita diano solo una parvenza di felicità.

Perciò ora si stende di nuovo sul letto a due piazze, si copre con la coperta e riposa, povera Befana. Il suo bel corpo di donna sta tornando normale.

Arianna beve il caffè, nella sua cucina. Non le è mai sembrata tanto brutta e fredda, nonostante il designer avesse scelto materiali con colori caldi. Che ne sapeva il designer di come è fatta una cucina degna di quel nome?

La donna continua a bere il suo caffè; intanto afferra il cordless, in corridoio. Vorrebbe chiamare Agnese: non si sentono da più di un mese, da quando hanno litigato furiosamente.

Arianna compone il numero. Mentre ascolta il suono della cornetta, ride tra sé e sé: non aveva mai pensato a cosa facesse la Befana il giorno dopo l’Epifania.

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Ospite Mrs C

Avviso ai partecipanti del 56° contest: la scadenza è rimandata a sabato 16, quindi i racconti possono essere postati entro quella data, grazie per l'attenzione.

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