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Ho appena chiuso La città e la città di China Miéville (Fanucci 2011): questa è una recensione a caldissimo, quindi.

 

L'autore, ho scoperto mentre aspettavo che i pigri e disorganizzati corrieri di non-dirò-quale-ditta-di-spedizioni mi consegnassero il romanzo, è un antropologo inglese che ha vissuto a lungo in Egitto. Gli antropologi sono gente che si occupa di roba inutile (io posso dirlo) in modo contorto: un antropologo che scrive un giallo new weird, quindi, è esattamente il tipo di autore su cui avevo altissime aspettative. E il romanzo in questione ha vinto premi non da poco. Ma andiamo con ordine.

 

Un paio di note dolenti, così mi libero subito del problema. Anche ammettendo una traduzione maldestra, lo stile del romanzo non è uno di quelli che io considero degni di nota. Pur senza errori evidenti, la prosa è ripetitiva, piatta, un po' sgraziata. Neanche il ritmo è granché, granché per un giallo, intendo. Il paragone con P. K. Dick, in questo caso, è azzeccato anche per la bidimensionalità dei personaggi. Nessun tratto particolare (neanche fisico), nessuna originalità espressiva, nessun discostamento dai cliché di genere: lo sbirro buono fa lo sbirro buono, il piccolo criminale fa il piccolo criminale, gli estremisti politici fanno gli estremisti politici. Vabbè. 

 

La città e la città, però, è in realtà un'ucronia, ambientata in un tempo imprecisato ma simile a un nostro passato molto prossimo. Due città diverse per lingua e cultura (chiamate Besźel e Ul Qoma) si ritrovano a condividere lo stesso spazio fisico, si intersecano continuamente, si sovrappongono l’una all'altra. Ci sono zone che appartengono totalmente a una delle due, ma ce ne sono altrettante che sono invece condivise: la linea ferroviaria dell'una (ad esempio) passa a pochi metri dai palazzoni dell'altra. La causa del fenomeno è misteriosa: un'anomalia spazio-temporale? un errore tecnologico? Saperlo non è poi così importante. L'importante è che, per salvaguardare la propria identità, ciascuna delle due città bada a tenersi ben distinta dall'altra: governi diversi, diverse leggi, diversa architettura, persino diverse abitudini alimentari. I cittadini sono allenati fin da bambini a disvedere cioè a scorgere tutto quanto riguarda l'altra città come una macchia grigia e a non interagire con essa. Passare da una parte all'altra senza regolare permesso è considerato il peggior crimine possibile, punito da una misteriosa e terribile autorità super partes.

In questa ambientazione allucinata, un ispettore di polizia di Besźel  (protagonista e voce narrante) si ritrova ad indagare sull'omicidio di una ragazza di cui nessuno sembra conoscere l'identità, e presto la faccenda si complica perché le indagini sembrano portare a Ul Qoma o addirittura ad una terza, leggendaria città che sorgerebbe nascosta tra le due.

 

Se volete sapere come finisce, leggetevelo. Ma il giallo, per quel che ne penso io, è solo una scusa per raccontare un mondo fantastico che (come tutti i migliori mondi fantastici) dice molto sul nostro. Quello che mi ha impressionata è l'originalità intelligente della metafora su cui si regge questo romanzo: viviamo, tutti noi, accanto allo straniero, al diverso, allo sconosciuto guardandolo quel tanto che basta per non farci coinvolgere. Lo conosciamo quel tanto che basta ad evitarlo. Diverse opinioni politiche, diverse culture, diverse storie ci si srotolano accanto e noi continuiamo dritti per la nostra strada. Un istinto di autoconservazione, forse, ma un peccato. Forse la realtà (la verità) sta tra le due città o forse è un'illusione anche quella. Guardiamola un attimo, la nostra realtà, considerando la possibilità che sia frutto di pigrizia, di paura, di una forma di cecità selettiva.

 

Modificato da mercy
due refusi.

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Divani:

 

  • Il giorno della nutria (Tunué) di Andrea Zandomeneghi: nuovo esordio italiano per Tunué, nella collana di romanzi italiani curata da Vanni Santoni. Zandomeneghi, già in Crapula, sforna un romanzetto assai breve che è un semi-trattato filosofico sulle nevrosi contemporanee, tutte racchiuse nel protagonista nonché voce narrante. Uno sfoggio costante di erudizione, nella prosa e nel contenuto, che, una volta rimosso, svela l'assoluto vuoto della struttura, della trama e dei contenuti.

 

  • Angeli e demoni di Dan Brown: non leggevo Dan dai tempi de Il codice Da Vinci. L'ho ripreso stavolta, durante un viaggio aereo. Dopo le prime pagine sono riuscito a spegnere il cervello e, da quel momento in avanti, sono riuscito più o meno a godermi una trama sghemba, una scrittura sciatta e personaggi quasi farseschi.

 

Oggi ho iniziato La strada di Cormac McCarthy.

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@Cerusico minchia, dopo una roba pubblicata da Vanni Santoni e Dan Brown, passare a McCarthy è tipo pioggia nel deserto :D un libro davvero unico, diverso da tutti gli altri di McCarthy, molto introspettivo... goditelo :) 

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1 ora fa, mercy ha detto:

Anche ammettendo una traduzione maldestra, lo stile del romanzo non è uno di quelli che io considero degni di nota. Pur senza errori evidenti, la prosa è ripetitiva, piatta, un po' sgraziata.

Ho letto anch'io la traduzione, per cui non so se incolpare l'autore o il traduttore. Di Mieville ho letto altre cose in lingua originale e le ho trovate buone, so che è considerato ottimo come scrittore in lingua inglese, per cui forse varrebbe la pena provare l'originale. Sicuramente La città e la città non è un libro che brilla per la scrittura, le sue qualità sono altrove.

1 ora fa, mercy ha detto:

Neanche il ritmo è granché, granché per un giallo, intendo.

 Qui non concordo con te, il ritmo è lontanissimo dalla narrativa gialla americana, si avvicina di più al noir francese, ma non lo considero un difetto.

1 ora fa, mercy ha detto:

Il paragone con P. K. Dick, in questo caso, è azzeccato anche per la bidimensionalità dei personaggi. Nessun tratto particolare (neanche fisico), nessuna originalità espressiva, nessun discostamento dai cliché di genere: lo sbirro buono fa lo sbirro buono, il piccolo criminale fa il piccolo criminale, gli estremisti politici fanno gli estremisti politici. Vabbè. 

Magari non lo ricordo benissimo e ai miei ricordi di lettura si sono sovrapposti quelli dell'ottima serie tv BBC che è stata tratta dal libro, ma il detective mi pareva un personaggio sufficientemente complesso. Magari ricordo male.

1 ora fa, mercy ha detto:

Ma il giallo, per quel che ne penso io, è solo una scusa per raccontare un mondo fantastico che (come tutti i migliori mondi fantastici) dice molto sul nostro.

L'idea di fondo è geniale, ovviamente viene subito alle mente la Berlino del dopoguerra, quella del muro che divideva in due la città.

 

1 ora fa, mercy ha detto:

 Quello che mi ha impressionata è l'originalità intelligente della metafora su cui si regge questo romanzo: viviamo, tutti noi, accanto allo straniero, al diverso, allo sconosciuto guardandolo quel tanto che basta per non farci coinvolgere.

I piani di lettura sono molteplici, oltre a questo c'è anche quello politico. Mieville è uno scrittore fortemente impegnato e lo si recepisce da questo romanzi più che da altri.

È interessante notare come alla fine i cittadini della parte "comunista" della città siano molto più liberi di quelli della parte capitalista.

 

Concordo che la prosa non sia di quelle da imitare, però mi capita troppo spesso di leggere cose scritte molto bene, ma che alla fine si rivelano del tutto inutili, cose che si dimenticano dopo pochi giorni. Questo è un libro che anche a distanza di anni mi dà da pensare, la genialità dell'idea alla base della storia non esaurisce affatto il suo potenziale, si può continuare a rimuginarci su molto a lungo.

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Il 10/6/2019 alle 13:04, Cerusico ha detto:

Oggi ho iniziato La strada di Cormac McCarthy.

Meraviglioso. Toglie il fiato.

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In contemporanea:

"Il levante" di Mircea Cartarescu, un poema in prosa che quel matto di B. Mazzoni è riuscito a tradurre.

"Praga magica" di Angelo M. Ripellino, un saggio ormai mitico, per quanto forse un po' desueto.

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Appena finito di leggere:

"Ritratti carnivori" di Věra Linhartová, libro sui generis, non riesco nemmeno a descrivervelo.

"I pericoli della solidarietà" di Sergio Ricossa, un pamphlet gustosissimo, alla ricerca del "lato oscuro" dell'umanitarismo.

"Una solitudine troppo rumorosa" di Bohumil Hrabal, che mi ha un po' deluso, visto che tutti me ne parlavano come di un capolavoro assoluto.

"Uropia, Il protocollo Maynards" di Pietro Bargagli Stoffi, thriller fantapolitico dell'autore che mi piace di più, all'interno della casa editrice che pubblicherà anche me.

 

ma soprattutto "Il mondo sul filo" di Daniel Galouye, un capolavoro assoluto e profetico, che non può mancare sullo scaffale del vero appassionato di fantascienza:

 

mondo-filo.jpg

 

 

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Ho letto la raccolta La casa della luce, di Yoko Ogawa. Sono tre racconti carini.

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questa notte ho finito di leggere Trappola di velluto di Sergio Grea, il secondo di una trilogia, mi è piaciuto un sacco. Oggi comincio I pascoli della mafia, scritto sui racconti di Giuseppe Antoci presidente del Parco dei Nebrodi, scampato a un attentato mafioso. 

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Finito Il guardiano degli innocenti, di Sapkowski (una bella scoperta, ringrazio @The_Butcher_of_Blaviken per l’ottimo suggerimento), continuo il viaggio nel mondo del fantasy con Il clan delle nuvole di @Plata

  • Grazie 2

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Ho finito il romanzo di Swanwick che nel complesso mi è piaciuto. Tuttavia, anche se è presentato come un romanzo di fantascienza, a mio avviso è più fantasy. Ora ho iniziato 'Gravità Zero', un romanzo di fantascienza di Lois McMaster Bujold.

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Con Kafka sulla spiaggia mi sono ritrovato un po' impantanato nelle sabbie mobili della stasi e della ripetitività. Ma tanto di cappello alla portata della storia. Nel frattempo mi sono "depurato" con una lettura agile e svelta, Passeggeri notturni di Gianrico Carofiglio: mini racconti e aneddoti della lunghezza massima di tre pagine. Stuzzichini salaci e gustosi.

Ora mi appresto a leggere La ragazza delle arance di Jostein Gaarder.

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Finito "Fai bei sogni" di Massimo Gramellini. Via il dente via il dolore.

 

Fa schifo :si:

  • Divertente 1

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Il 13/6/2019 alle 18:11, sergio lynch ha detto:

Ho finito il romanzo di Swanwick che nel complesso mi è piaciuto

ehmmmquale?

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Il 10/6/2019 alle 13:04, Cerusico ha detto:

Oggi ho iniziato La strada di Cormac McCarthy.

Credo di essere l'unico a cui non ha entusiasmato: dopo diversi tentativi non l'ho nemmeno mai finito... :facepalm: 

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Mi sto sforzando a leggere Cherudek di Evangelisti. Infarcito di nomi in latino e francese di libri religiosi, tanti "spiegoni" sottoforma di dialoghi... insomma, lo scrittore ha studiato e ci tiene a farlo notare, ma come ho letto in un prezioso consiglio di quelli che si danno agli scrittori e che ho fatto mio, documentarsi sempre, però non stare lì a mostrare al lettore quanto hai studiato, usa solo quello che serve.

Non dico sia un brutto libro, ma se l'avessi scritto io mi avrebbero stroncato.

Gli do un altra possibilità prima di passare ad altro. La vita è breve.

 

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52 minuti fa, sergio lynch ha detto:

Caccia alla Fenice

Non lo conosco, ma Swanwick non mi piace proprio. Sono riuscita a leggere fino in fondo solo uno dei suoi libri.

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Finita da poco la trilogia di Ian Manook:

  • Yeruldelgger. Morte nella steppa.
  • Yeruldelgger. Tempi selvaggi.
  • Yeruldelgger. La morte nomade.

Devo dire che sono rimasta affascinata da una zona del mondo che io non conoscevo affatto. La Mongolia è talmente distante dalla mia mente, seppure io abbia alle spalle studi asiatici, che avevo dimenticato anche alcune nozioni storiche e politiche che in effetti sono attualissime. Una trilogia cruda davvero interessante, spruzzata da una denuncia sociopolitica per niente velata, che sembra quasi sia stata scarabocchiata sopra al quadro stupefacente della tradizione mongola. Come a voler gridare che la vicenda che viene raccontata sia un atto di vandalismo a cui non si può porre rimedio.

Mi è piaciuto, anche con gli alti e bassi di una trama a volte troppo complessa e poco lineare. Soprattutto, mi sono affezionata ai personaggi e alle steppe che non ho mai visto. È stato un viaggio così intenso che una mattina mi sono svegliata e mi sono preparata del tè al burro salato.

 

Ora sto leggendo La Mappa dei Sogni di Ransom Riggs (il quarto libro della saga di Miss Peregrine).

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Ho appena terminato i tre romanzi di Donna Tartt ("Dio di illusioni"; "Il piccolo amico"; "Il cardellino") e devo confessare che la adoro sia come scrittrice che come esponente preclara del dandismo al femminile. Scrittura superba, personaggi indimenticabili e stile à gogo.

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6 ore fa, libero_s ha detto:

Non lo conosco, ma Swanwick non mi piace proprio. Sono riuscita a leggere fino in fondo solo uno dei suoi libri.

Non mi dispiace, anche se di solito non mi entusiasma in maniera eccessiva. Tuttavia, ha spesso buone idee.

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Sto leggendo Il gigante sepolto, di Kazuo Ishiguro. 

Sto rileggendo anche Musica per organi caldi, di Bukowski

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Finito il quarto libro della saga di Miss Peregrine, La Mappa dei Giorni.

Un ritorno con il botto per una trilogia che si era conclusa bene, ma forse leggermente in discesa. Questo ritorno mi ha fatto emozionare, ha tenuto altissima la suspense e ha aperto tutta una nuova serie di possibilità per il mondo fantastico degli Speciali.

Non sempre lineare, ma sicuramente una lettura di genere apprezzatissima. Spero che i prossimi volumi arrivino a breve.

 

Ora riprendo in mano un’altra saga di ben altro stampo.

Giusto ieri sera ho cominciato “Caccia ai tesori dell’universo” di Lucy e Stephen Hawking. Il secondo di una saga fantascientifica per ragazzi, leggera e affascinante.

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Sto leggendo Le radici psicologiche della disuguaglianza, un bel saggio di Chiara Volpato. La studiosa si chiede come mai, essendo le disuguaglianze tra le principali cause dell'infelicità collettiva (e grande rischio per la democrazia), siano deboli e rari i tentativi di contrastarle. La Volpato esamina i processi psicologici che impediscono a chi è in posizione svantaggiata di ribellarsi, e quelli che permettono alle élites di giustificare a sé stesse e agli altri i propri privilegi.

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Ho letto Trilogia della città di K di Agota Kristof. Molto particolare, mi è piaciuto parecchio. Per ora è il migliore che ho letto nel 2019.

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1 ora fa, Kuno ha detto:

Trilogia della città di K di Agota Kristof. Molto particolare, mi è piaciuto parecchio. Per ora è il migliore che ho letto nel 2019

L'ho letto da poco anch'io. Molto bello. Da leggere tutta la trilogia per cogliere bene il senso del tutto. Anche per me uno dei migliori di quest'anno  (o almeno così su due piedi non mi vengono altri titoli). 

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Ho finito il libro di Lois McMaster Bujold, 'Gravità Zero', e l'ho trovato interessante. Ora ho iniziato 'Strisciavano Sulla Sabbia' di Hal Clement, una commistione originale di fantascienza e poliziesco. 

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Finito La ragazza delle arance di Jostein Gaarder che pur apprezzandolo ho trovato un po' sottotono rispetto ad altre sue letture. Ora, essendomi preso il desiderio di leggere Garcia Marquez, ho iniziato L'autunno del patriarca. Mi son bastate cinque pagine per capire che sarà un suicidio. Dire che sono andato a sbattere contro un muro sarebbe un eufemismo, ma demordere subito così con Marquez mi sembra quasi un sacrilegio. Ok, faccio harakiri e vediamo se mi sfracello del tutto.

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