Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Sguigon

Nibiru (cap3-parteI)

Post raccomandati

Le rampe di scale che stavano per lasciare, larghe poco più di metro, unite al buio, all’aria fresca e umida, davano l'idea di inoltrarsi in una cripta. Ad avvalorare questa sensazione, il mormorio sottovoce di Peter, il suo eco che flebilmente riverberava e soprattutto la basilica sopra di loro. Erano tanti piccoli dettagli, insignificanti per chi era vissuto lì, ma che agli occhi di Isaam infondevano quella piacevole attrazione per un posto sconosciuto. Analizzare ogni angolo, percepire come nuovo qualsiasi dettaglio, non conoscere quanti altri scalini ci fossero da percorrere o quanto fosse stata grande la stanza dietro quella porta, tutto questo non lo intaccava, al contrario, la nuova situazione lo aiutava a reprimere quella senso asfissiante di non aver vissuto per troppo tempo.

Scese l'ultimo scalino, Peter si era incamminato mormorando qualcosa sul cibo, ma prima di oltrepassare l'ingresso del primo piano, diede uno sguardo alla sua destra, dove le scale proseguivano verso i livelli inferiori. Dal buio delle rampe provenivano soffusi rumori metallici e un brusio di voci, Isaam li attribuì agli operai che cercavano di riallacciare l'elettricità. Non si soffermò oltre e giunse in un lungo e stretto corridoio.

In quell'angusto andito potevano passare, al massimo, tre uomini affiancati. Proprio accanto alla loro posizione, verso sinistra, c'era una porta a due ante. Poco più distante vide dei nastri che riflettevano il rosso delle luci di emergenza, posti in modo da bloccare il percorso.

«Ah! Adesso possiamo parlare normalmente» affermò Peter entusiasta.

«Da questa parte» disse, tendendo aperta un'anta con una mano e indicandogli di entrare con l'altra.

Isaam lo superò ritrovandosi in quello che doveva essere il loro refettorio.

Una vastissima sala con tavoli rettangolari e panche ai loro lati che un tempo avrebbero potuto ospitare centinaia di persone. Le solite luci percorrevano il soffitto e il battiscopa, mentre altre bianche illuminavano abbondantemente tre zone della sala dove si prendeva la propria razione di cibo giornaliera.

Uno di questi anfratti era posto nell'altro lato della stanza, distante circa otto metri poco più a destra di Isaam. Il secondo era alla sua sinistra, lontano una quindicina di metri. Infine l'ultimo alla sua destra, circa venti metri.

La sala continuava parallela al corridoio appena abbandonato, ben oltre quei nastri che bloccavano la via.

In lontananza, di fronte, si intravedeva una porta con ai lati due persone che la pattugliavano, e sparpagliati in mezzo ai tavoli, altri individui che osservavano sia la zona sia quelli che, come Peter, si erano avviati prematuramente per la cena.

Con la poca luce a disposizione non era difficile intravedere il soffitto, non essendo alto quanto quello della basilica, posti a ugual distanza delle lampade al neon, spartane e in attesa di ricevere l’elettricità, lo percorrevano da un capo all’altro.

Ormai giunto sul posto, era chiaro cosa fare: dirigersi verso la mensa prendere un piatto e sedersi, anche se con tutti quei posti, Isaam non condivideva la fretta di Peter. Andò dritto verso l’opzione che, tra le tre, era quella più vicina, ma dopo aver fatto pochi passi fu strattonato malamente da Peter.

Alcune delle persone in penombra lo fissarono, e Isaam tirato indietro si voltò, infastidito, verso il ragazzo.

«Ma che fai?!» trattenne a stento la rabbia. Peter gli avevo fatto pressione per essere uno dei primo in mensa, e adesso lo bloccava.

«Isaam, non è quella la nostra zona. Dobbiamo andare per di qua» con l’inclinazione del capo indicò la mensa a sinistra.

«Perché qual è la differenza?» chiese irritato mentre si sistemava la manica della giacca.

Peter accennò un sorriso e alzò la mano in segno di scusa verso alcuni individui lontani, poi bloccandosi in quella smorfia gli rispose.

«Te lo spiego dopo, adesso andiamo».

Le persone, che si erano immobilizzate appena Isaam aveva evidentemente sorpassato dei limiti, ripresero a girare tra i tavoli ma apparivano più indispettite siccome non disdegnavano di guardarlo ad intervalli.

Ritornato in quella che doveva sembrargli una zona franca, Peter parlò.

«Le vedi queste mattonelle?» non le indicò, continuava a camminargli sul fianco sinistro guardando fisso davanti a sé, deciso a raggiungere il posto giusto.

Isaam abbassò il capo per osservare. Erano delle semplici piastrelle romboidali, il colore non era distinguibile a causa dei riverberi rossi delle luci, ma non avevano alcuna particolarità rilevante, a parte qualche segno di rottura appena percettibile mentre altre scricchiolavano.

«Cos’hanno di strano?» chiese incuriosito appena terminò la fugace ispezione.

«Le mattonelle nulla. Ma finché resti sopra queste» con l’indice della mano destra le puntò più di una volta, «non ci saranno problemi. Oltrepassare i confini è il modo migliore per crearne, e a te che sei nuovo non conviene farlo. Mai e poi mai andare sulle mattonelle rettangolari».

Isaam mosse gli occhi verso l’alto “Assurdo”.

I due avanzavano sotto la parete, Peter sembrava volervi entrare dentro per nascondersi e questo di certo non allettava Isaam. A destra, distanti un paio di file di tavoli, erano da tempo sedute delle persone che parlottavano tra di loro, Isaam quasi pensò di intravedere una di queste che, come tutti al piano di sopra, lo stava fissando.

Raggiunsero il limite della tavolata, a un paio di metri dal banco della mensa.

«Adesso aspettami qui e tieni il posto, non ti preoccupare, io faccio subito, mi raccomando, non far sedere nessuno».

Isaam lo guardò fisso spalancando le braccia e poi esclamò «Non c’è nessuno che si deve sedere!» stava quasi per urlare.

Tutta quell’ansia di Peter, i misteriosi confini, i problemi esterni e quelli interni e soprattutto i suoi personali, iniziavano ad addensarsi dentro di lui, formando poco alla volta un groviglio di sensazioni distinte. In alcuni momenti avrebbe voluto ritornare sopra e scappare, in altri azzittire Peter che imperterrito gli suggeriva di non preoccuparsi, ma soprattutto avrebbe voluto guardare in faccia ogni singola persona, che continuava a fissarlo come se fosse stato un nuovo esemplare di animale pronto a mostrare le verità più nascoste della vita, e urlare con tutta la forza la sua completa ignoranza.

Mentre Peter si era allontanato per prendere i vassoi, Isaam rimase a riflettere su ciò che provava, immobile in piedi guardando le semplici mattonelle romboidali. Ingoiò tutto ciò che sentiva, schiacciandolo nel profondo, facendo un respiro liberatorio si sedette, e nel far questo ritenne che gli era molto più semplice lasciar perdere ciò che lo disturbava piuttosto che perderci del tempo.

Leggeri rumori di posate accompagnavano i passi degli uomini che pattugliavano la sala.

La mensa era molto grande e vuota, cosicché ogni rumore echeggiava spezzando i piccoli frangenti di silenzio.

Da solo vedeva Peter parlare ilare con chi gli serviva da mangiare e voltando lo sguardo si bloccò sul gruppo di prima.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
larghe poco più di metro
Manca "un" prima di "metro". Ti propongo una valutazione soggettiva: perché non rendere la strettezza delle rampe con un aggettivo, invece di spezzare la frase con questo inciso? Intendo: "Le strette rampe di scale che stavano per lasciare, unite al buio[...]". Certo, forse si tratta di una soluzione poco "mostrata". Potresti trovare un'alternativa che ti permetta di mostrare senza spezzare la frase.
Ad avvalorare questa sensazione, il mormorio sottovoce di Peter
Sottinteso "era" dopo "sensazione". Il sottinteso va bene, si capisce, ma dovresti eliminare la virgola, perché non ha alcun senso logico. E' proprio il sottinteso a rendere superflua la virgola.
non conoscere quanti altri scalini ci fossero da percorrere
"sapere" è più appropriato.
o quanto fosse stata grande la stanza dietro quella porta
Da eliminare (la parola in grassetto).
tutto questo non lo [isaam] intaccava
Le persone non si intaccano. Magari un verbo più adatto è turbare.
lo aiutava a reprimere quella senso
Piccolo refuso.
Poco più distante vide dei nastri che riflettevano il rosso delle luci di emergenza, posti in modo da bloccare il percorso.
Dovresti studiare meglio la disposizione di questo periodo. La parte dopo la virgola sembra riferita alle luci, anche se la cosa naturalmente è illogica. Devi trovare il modo di evidenziare meglio il fatto che si riferisca invece ai nastri. E' l'inciso che crea problemi.
Una vastissima sala con tavoli rettangolari e panche ai loro lati che un tempo avrebbero potuto ospitare centinaia di persone.
Anche qui trovo che ci sia un po' di confusione. La parte in grassetto è riferita ai tavoli, alle panche o ai lati?
Uno di questi anfratti
L'anfratto è un luogo stretto e comunque poco agevole. Non so, mi pare strano che il luogo dove si fa la fila sia infilato proprio in una zona di difficile accesso, avendo a disposizione una sala così grande.
Con la poca luce a disposizione non era difficile intravedere il soffitto, non essendo alto quanto quello della basilica,|||||||||||||||| posti a ugual distanza delle lampade al neon, spartane e in attesa di ricevere l’elettricità, lo percorrevano da un capo all’altro.
Nel punto che ho segnato, le frasi andrebbero quantomeno separate. Ma secondo me sono anche poco chiare nella costruzione.
ma apparivano più indispettite siccome non disdegnavano di guardarlo ad intervalli.
Il "più" non è necessario. Se tu in precedenza avessi precisato che già si comportavano in tale maniera, allora la comparazione avrebbe avuto senso.
formando poco alla volta un groviglio di sensazioni distinte.
Visto che formano un groviglio mi aspettavo che fossero indistinte.
come se fosse stato un nuovo esemplare di animale pronto a mostrare le verità più nascoste della vita
Per quanto io riesca a cogliere un fondamento interessante in questa affermazione, così come l'hai esposta sembra soltanto una stranezza senza logica. Un animale mostra le verità più nascoste della vita? Ora, se vuoi mantenere questo concetto dovresti approfondirlo. Puoi farlo magari illustrando il comportamento di un animale del genere. A ogni modo, credo non sia il tipo di affermazione che si inserisce bene nel narrato senza una grande cura da parte di chi scrive.

Parere generale: non mi sembra scritto molto bene. Tanto per evidenziare il difetto più grosso, hai una tendenza spiccata a descrivere senza dare un'idea di quello che descrivi. Questo accade perché ti limiti a nominare elementi (corridoio, luci, nastri, scale...) come se volessi fornire una topografia precisa del luogo in cui si muovono i personaggi, mentre invece tutto resta piuttosto oscuro agli occhi del lettore. Siccome è impossibile (o piuttosto poco interessante) fornire al lettore una piantina narrata dell'edificio, dovresti cercare di concentrarti sugli elementi davvero importanti di ogni ambiente e caratterizzarli (non attraverso distanze in metri e generici "a destra", "davanti", etc). Questo mi permette di collegarmi al secondo grosso difetto. Il tuo protagonista sembra una mummia per tutto il tragitto fino alla mensa, il che rende più sterile la descrizione. Uno spunto abbastanza scontato che ti posso dare è quello di far vivere a lui la descrizione dei luoghi. Un po' come avevi fatto all'inizio con il riferimento alle sue sensazioni riguardo allo scendere in una cripta. Il tentativo che dovresti fare, secondo me, è quello di caricare la frustrazione del protagonista - quella che fai esplodere solo alla fine e tutta di botto, tanto da risultare difficile da percepire - nella descrizione dell'ambiente. Cioè, dovresti proiettare il suo disorientamento, i suoi dubbi, le sue inquietudini nella descrizione ambientale. E' un procedimento così classico che, come detto, può sembrare quasi banale. Intanto funziona, e benissimo pure. Magari prova ad applicarlo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite Bradipi

il mormorio sottovoce di Peter, il suo eco

Il possessivo è inutile.

unite al buio,

soprattutto la basilica sopra di loro

Mi sono perso: sono nei sotterranei di una basilica? Allora sono in una cripta.

Non sono nei sotterranei? Come vedono la basilica sopra di loro?

Scese l'ultimo scalino, Peter si era incamminato mormorando qualcosa sul cibo, ma prima di oltrepassare l'ingresso del primo piano, diede uno sguardo alla sua destra,

Non capisco: la basilica sta sopra, e sotto c'è un primo piano? La basilica è al secondo piano?

Basilica ha due significati, ma dato che un personaggio si chiama Peter, Pietro, basilica sta per chiesa.

Se c'è buio Peter come vede?

il rosso delle luci di emergenza,

ah, vi sono luci d'emergenza! Perché non è riportato prima?

si intravedeva una porta con ai lati due persone che la pattugliavano

Cioè fanno avanti e indietro come le guardie della regina? O si limita a sorvegliare la porta?

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Bradipi la maggior parte delle tue domande, come sanno della basilica, le luci di emergenza, la descrizione dei piani ecc, trovano risposta alla fine del capito 2.

Riguardo all'ultima non capisco, una volta scritto "pattugliavano" penso che sia chiaro cosa facevano le guardie.

Nicolaj: si è vero in questo pezzo Isaam è un po' troppo passivo, ma il fatto è che si è appena risvegliato senza aver alcuna memoria, quindi spossato ecc. Però prima di questo ritaglio e subito dopo (decisamente dopo), c'è più movimento.

Il mio problema è che vedo qualsiasi scena come un film. Se dovessi scrivere un copione non avrei alcun problema. Sostanzialmente devo lavorare a dare più pensiero all'opera e meno immagini.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite
Questa discussione è chiusa.

×