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  1. Ultima ora
  2. Benboga

    Gabriella Ambrosioni Literary Agency

    @Boyle22 L'Agenzia Letteraria Gabriella Ambrosioni non ha MAI lavorato con case editrici a pagamento. E' un'agenzia letteraria molto seria, che lavora soprattutto con clienti esteri, come si evince molto chiaramente dal loro sito internet. Attenzione, prima di pubblicare notizie false e tendenziose.
  3. Eudes

    Un nemico di parole, Davide Napolitano

    Ciao, Frank. Visto che Ippolita si è preso il ruolo del recensore buono, elogiando il tuo lavoro, io ho deciso di assumere quello del cattivo un po' scassaminchia. Poi vedrai tu se le mie considerazioni possono interessare o meno. Intanto credo sia giusto precisare che sull'argomento ho solo vaghi ricordi scolastici. Quindi ho letto il libro come un lettore qualsiasi che ignora l'argomento, valutando quanto la lettura riuscisse a coinvolgermi. E, ammetto, c'è riuscita solo in parte. Insomma, ho avuto più l'impressione un documentato articolo giornalistico sull'uomo, con qualche excursus nel romanzato. E su alcuni di questi, secondo me sei pure incappato in quelli che sono i tipici errori di chi non è abituato a scrivere libri storici e dà ai suoi personalità e azioni che sarebbero logiche nel presente, ma fuori luogo nel passato. Mi ricordo, per esempio ne avevo accennato anche in chat, della faccenda delle cinghie di distribuzione. Il soldato va a prelevare Gerhald, durante il viaggio il sottoufficiale nota dal rumore dell'auto un problema alle cinghie di distribuzione. Ottimo espediente per mostrare quanto il personaggio sia esperto nella meccanica, e non è quindi un caso che sia stato messo a dirigere le officine meccaniche. Ma sono sicuro che non può essere andata così. Così potrebbe andare nel presente. Ma le cinghie dentate le hanno inventate sono dopo il 1950. Quelle lisce esistevano ma in un motore come quello dell'auto non sarebbero servite a molto. Anche se non sono esperto di meccanica, sono abbastanza sicuro che le auto dell'epoca usassero al massimo le catene di distribuzione (che esistono ancora). Piccola cosa, dirai. Probabilmente sì. Comunque a me ha stonato. E credo non basti neanche sostituire la parola "cinghie" con "catene", per il semplice motivo che, in quelle auto, probabilmente i rumori a cui una persona normale non farebbe caso ma un meccanico esperto sì erano altri. Ecco, io mi sono fatto l'idea che tu ti sia documentato su che tipo di auto potesse essere verosimile l'esercito tedesco viaggiasse all'epoca, ma non ti sia documentato su come poi queste, all'epoca, funzionassero davvero. Anche l'officina, dove è ambientata tutta la storia... non sono riuscito a "vederla". Ci sono poche descrizioni e abbastanza sommarie al riguardo. Insomma non mi sono sentito lì dentro, ho dovuto forzare molto immaginazione per vedere gli operai al lavoro. Immaginazione che, poiché ignoro quell'epoca, si è molto basato sulla conoscenza di officine del presente (e quindi, molto probabilmente, questo avrà reso le mie percezioni poco verosimili). So che il focus della storia è altro. Tuttavia si dice le che descrizioni così realistiche da far immergere il lettore nell'ambiente di cui si narra, facciano sentire più vivo anche tutto il resto. Alcune scene, quelle di cui ha già parlato Ippolita, erano efficaci. Quelle riguardanti il lavoro vero e proprio in un'officina invece le ritengo piuttosto carenti. Come Ippolita, ti segnalo i refusi che ho trovato io (molti potrebbero coincidere, ma mi sembra giusto che il controllo lo faccia tu e non io) Altro appunto. secondo me, come narratore, tu hai "protetto troppo" il tuo protagonista. Quante volte hai ribadito al lettore che se si mostrava severo in realtà era perché costretto a fingere, e doveva essere credibile per la stessa sopravvivenza di chi voleva invece salvare? Doveva essere credibile? bene. Faccelo essere anche agli occhi del lettore. Presentalo come uno stronzo. Facci temere per la sorte dei suoi subordinati. E fai affiorare la verità piano piano, come un colpo di scena che si svela man mano. Facci vivere la "scoperta" delle intenzioni del sottoufficiale allo stesso modo di coloro che l'hanno vissuta sulla pelle. Invece, continuando a ribadire in ogni scena in cui avrebbe dovuto mostrarsi sprezzante che "lui è uno dei buoni" non ci permetti di vivere appieno il pathos della storia. Fallo essere sprezzante e basta. Purtroppo ho scritto il mio intervento tardi, se avevo altri appunti da farti, può darsi che li abbia dimenticati. Chiudo l'intervento con alcune considerazioni che invece mi sono piaciute: “le persone brillano non tanto per ciò che sono, ma per ciò che sono state o che vorrebbero essere” “non sarebbero stati gli ebrei la rovina dei tedeschi, sarebbero stati i tedeschi la rovina di loro stessi. Gli uomini che camminano sul bordo della follia rischiano di caderci dentro” ma soprattutto: anche la colpa non è mai collettiva, la responsabilità è sempre individuale Probabilmente è il sento che avrei dato (e che forse ha) all'intera vicenda. Quante volte ho sentito dire "sì, ho creduto in ciò che era diventato il fascismo, a quei tempi eravamo tutti fascisti" come se essere allevato al male scagioni un individuo dal prendere posizione. Come quelli che "credo in ciò che la società mi ha insegnato a credere". Come se ciò che ci insegnano ci esimi dal porci domande. Invece la responsabilità è sempre individuale. Messaggio sempre attuale.
  4. Airone87

    Wattpad e case editrici che chiedono l'inedito.

    Scusami errore mio. Ho letto un'altra piattaforma. Come non detto
  5. Marcello

    La pista portoghese – Marcello Nucciarelli

    Fino a riapertura delle librerie o a esaurimento scorte personali, ve lo invio con spedizione gratuita in piego di libri e sconto del 15%. Chi fosse interessato mi contatti via mp o via Facebook.
  6. Fino a riapertura delle librerie o a esaurimento scorte personali, ve lo invio con spedizione gratuita in piego di libri e sconto del 15%. Chi fosse interessato mi contatti via mp o via Facebook.
  7. Marcello

    Il segreto di Groningen - Marcello Nucciarelli

    Fino a riapertura delle librerie o a esaurimento scorte personali, ve lo invio con spedizione gratuita in piego di libri e sconto del 15%. Chi fosse interessato mi contatti via mp o via Facebook.
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  9. Alberto Tosciri

    Coronavirus, Covid19 o come diavolo si chiama quel coso

    Quali antichi? E a chi? Se a gente adulta, soltanto se spalleggiati da squadra manganellatrice. Se a bambini, perverso sfogo di genitori frustrati. Violenze gratuite e controproducenti, anche se applicate ai cani. Quando mi riferisco ad "antichi" intendo tutti i modi di far capire le cose prima del 1968... Dopo, coloro che dovevano formare la cosiddetta "intellighenzia" sono impazziti. Poi, qualunque ideologia di questo mondo, anche la più "buona" e "giusta" troverà sempre dei nemici che vogliono rovesciarla. È insito nell'uomo. Un detto americano dei tempi della corsa all'oro dice che se la terra fosse stata tutta d'oro gli uomini avrebbero continuato a combattere e ad ammazzarsi per un pugno di fango... Una volta chi non credeva nel Dio cristiano veniva messo sul rogo, oggi chi crede nel Dio cristiano viene distrutto e ridicolizzato socialmente e mediaticamente... Certo oggi siamo molto più civili, mi si dirà, ma io ho orrore di questa civiltà come ho orrore del rogo. Un paio di sonori ceffoni e una scarica di calci nel fondo schiena, magari trasmessi in diretta tv, mi sembra qualcosa di democratico.
  10. Le librerie sono chiuse, gli store online consegnano a rilento, è entrata in vigore la legge sul tetto massimo di sconto... Non è un momento facile per chi desidera leggere e per chi vuole vendere libri  :no:.

    Dal momento che le poste ancora funzionano e io avevo fatto scorta dei miei per intervenire a tre presentazioni (ovviamente annullate ;(),

    ve li invio con il 15% di sconto e spedizione gratuita.

    Il killer dei camerieri (Morte a Leidseplein)

    Il segreto di Groningen

    La pista portoghese

    Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza

    Chi fosse interessato mi contatti con un messaggio privato ;).

  11. SeeEmilyPlay

    Jukebox

  12. Oggi
  13. Ippolita2018

    [MI 135] I poveri non hanno i denti

    Sono molto contenta. Grazie per il tuo graditissimo apprezzamento, @Macleo. Questo è un argomento su cui rifletto spesso. Grazie. Grazie, @Edu. Non sbagli. L'idea era esprimere il caos fuori e dentro la protagonista. Un caos che, nel caso del tema del racconto, si tenta di arginare portando le coperte di notte. Giustissimo: la tua risposta non fa una grinza sul piano della razionalità. Quello che la protagonista si chiede, e che di certo non ho saputo ben rappresentare, non viaggia sul piano razionale: la vita "nuda" mi serviva per esprimere un'idea di uguaglianza, in cui si riparte da zero, nudi come quando usciamo dell'utero materno. Ma anche lì, in qualche modo, i giochi sono fatti: in quale famiglia, quartiere, città, zona di mondo ti è dato di nascere? Ecco, speravo di rappresentare questo guazzabuglio da cui non si esce. Mille grazie per il tuo commento gentile.
  14. Solitèr

    Notturno

    ciao Lollowski . Scusami se sono stato troppo sintetico . la mia prima impressione sui tuoi versi mi hanno portato innanzi tutto ad esprimerti cosa potrebbe completare il testo . Credo che l'indicazione della città o il luogo avrebbe potuto completare la scena che descrivi , sarebbe stato utile il contesto storico . Inoltre le due persone rimangono ignote , senza volontà , addirittura assenti dal contesto .
  15. Esempi di sillogismi da isolamento forzato che traggono origine dalla vita di tutti i giorni.

    Tutte le cose sono più buone, cotte al forno, (la mia fidanzata)

    da quando stiamo a casa siamo più buoni, (la mia fidanzata, poco dopo in generale)

    da quando stiamo a casa siamo cotti al forno. (io, ma l'ho pensato senza dirglielo)

  16. Mister Frank

    Wattpad e case editrici che chiedono l'inedito.

    Ciao @Airone87 Permettermi una osservazione: sei sicura che i testi pubblicati su Wattpad sono considerati auto-pubblicazioni? Mi sembra improprio parlare di auto-pubblicare...
  17. Bene @Lore, sono felice per te! In questo brutto periodo ti hanno mandato un bel segnale.
  18. Ippolita2018

    Cosa state leggendo?

    Lo compro subito, quando lo hai citato sono andata a guardarmelo. Ci sarà senz'altro occasione di riparlarne! Grazie ancora.
  19. Senz'anima

    [MIXL] Il naso d'Alice

    Buongiorno @Befana Profana, racconto davvero ineccepibile sotto ogni aspetto. I vocaboli "alti e vetusti" a mio avviso ci stanno in una narrazione di questo tipo, a meno che non diventino i tipici colpi di tacco a centro campo fini a se stessi; nel del tuo racconto non li ho trovati fuori luogo, almeno, a me non hanno dato questa impressione. Piccolo refuso. Concludo il mio commento con una domanda su questa parte: Mi sembra di intuire che ti sia documentata per questa parte (tra l'altro stringendo il tutto in tre righe, ottimo): mi chiedevo se tu l'avessi fatto prima della stesura del racconto oppure in un secondo momento. Buona giornata.
  20. Ratalos

    [Editor] Ambra Rondinelli

    Ho contattato Ambra in questi giorni e devo ammettere che mi ha fatto davvero un'ottima impressione. È disponibile, competente e ama il proprio mestiere. È anche costruttiva e non te le manda a dire. È l'editor giusto.
  21. Anglares

    La vita come

    @Solitèr Ciao, ho visto che oggi hai fatto un commento e andrebbe allegato a questa discussione. Purtroppo però il commento che hai fatto non è sufficiente per permetterti di postare un tuo testo. Per ora devo chiudere. Quando avrai fatto un commento secondo il regolamento manda tramite messaggio privato il link a me o a un altro staffer e provvederemo a riaprire.
  22. Solitèr

    La vita come

    La vita come questo sole , il sole della mia terra sole impietoso che dissecca tutto e l'anima che piega i miei giorni come esili fili d'erba di un giugno afoso la vita come questo fuoco , il fuoco della mia terra che insegui per la gialla campagna , lasciandoti alle spalle una terra vestita di cenere la vita come questo mare , il mare della mia terra dove io affondo i miei pensieri e il dolore che mi porto dentro la vita come questo vento , il vento della mia terra che mi scarmigli e sospingi verso la mischia tra divise accese e luccichii di spade ma vita come questo silenzio , il silenzio della mia terra
  23. Elisa Audino

    Cosa state leggendo?

    Sai che non me la ricordavo? Il titolo in inglese, però, la richiama meglio: 'On earth we're briefly gorgeous'. La realtà è che di questo libro non ho voluto aspettare la traduzione italiana, a suo tempo, e avevo iniziato a leggerlo in inglese, andando un po' a rilento però il mio inglese non è così fluido. Ora che è arrivato in Italia, l'ho finalmente divorato, mi ci sono commossa, ho pianto e lo trovo una delle cose più belle mai lette negli ultimi due anni. Se hai occasione, fammi sapere cosa ne pensi. Nell'impossibilità di andare in libreria e visto che ne avevo già una versione cartacea, mi sono accontentata del digitale e credo di essermi autoinviata non so quante parti. Verso la fine, in particolare, c'è un capitolo lirico che mi è rimasto addosso.
  24. Solitèr

    Notturno

    ciao Lollowski . I tuoi versi mostrano lo stato di malessere esistenziale dei due alla ringhiera . Non capisco quale siano però i motivi al di là del loro malessere ; perché stanno male ? perché si ignorano ? manca il contesto generale . Per il resto , va tutto bene , la tua poesia mi piace .
  25. Mister Frank

    Un nemico di parole, Davide Napolitano

    Grazie molte, Ippolita. Sei sempre tanto precisa nell'afferrare ed esplicare le parti più significative del testo Accolgo il consiglio, giustissimo. Cancello la frase (probabilmente mi sono lasciato trasportare troppo emotivamente, cadendo nell'errore). Questa è una considerazione puramente personale, come avrai sicuramente intuito. Probabilmente qualcuno potrebbe considerarlo un errore, forse avrebbe anche ragione dal punto di vista della tecnica (è pur sempre un libro biografico, no? Dovrei scrivere solo ciò che è attestato...). Comunque ti racconto il motivo di questa mia personale affermazione: assumere un comportamento dignitoso davanti alla morte è un atto di estremo coraggio, secondo me, nonché un grande valore morale intrinseco in ognuno di noi, in quanto esseri umani. Difatti i nazisti tentarono in ogni modo di privare le persone di suddetto valore (pensiamo alla semplice spersonalizzazione mediante il numero: "stuck", pezzo). Ed è proprio a causa della dimostrazione di dignità dei condannati a morte che i nazisti si turbano, destabilizzandosi grandemente: le persone che stanno per assassinare non sono "stuck", pezzi, ma esseri umani dotati di una profonda e ferma interiorità. I nazisti hanno fallito, non sono riusciti ad abbatterli. Solo una persona amorale e ignobile amerebbe essere implorato. Una immagine che mi fece pensare all'innocenza, la mancanza assoluta di colpe.
  26. Senz'anima

    Cielo

    @Domenico S. Non credo sia per forza sbagliato aver piacere di passare al lavoro successivo, potresti accumulare vari racconti e postarli in questo modo, per poi riprenderli in un'eventuale fase di stanca creativa e revisionarli avendo già alcuni feedback su cui basarti. Buon weekend.
  27. fear against the machine

    La madre delle bugie

    Eravamo due scrittori e stavamo dove dovevamo stare. Io avevo 19 anni e stavo fallendo lettere moderne a Bologna . Lui ne dimostrava 60 e aveva un naso grosso e bitorzoluto. Eran le due del pomeriggio della vigilia di natale e la biblioteca era vuota. Oltre a noi due solo il rumore elettrico della macchinetta dei caffè e del bibliotecario nessuna traccia. Avevo tra le mani una bella idea che aspettava solo d'esser scritta, era la storia di un ragazzo che ,buttatosi nella gioia al grammo della droga, trovò l'amore riscattatore in un'improvvisata cliente e di come la perse cercando di dimostrarsi migliore , più sano, più uomo. Tartassato dalla vista dal perfetto amore, sempre giovane e fuori età, dei suoi genitori ,cercò di conquistarla mostrandosi “degno” ma non avrebbe ottenuto che disprezzo. Lei si sarebbe comportata al peggio, solo per far uscire quell'istintivo ragazzo che in una sola notte d'estate riuscì a farla innamorare in un lurido bar di città, ma non avrebbe ottenuto che gentilezza. Volevano l'uno la pace e l'altra la guerra. Un tossico e una santa che giocano al ricco e al povero. Era un messaggio così semplice: le persone non si cambiano ma si accettano; eventualmente tutti troveremmo il coraggio di crescere, di cambiare, ma solo al prezzo di non mentir più a noi stessi. . Mia madre è stata molto male e per questo son tornato da Bologna per starle vicino. Da poco più di due mesi un cancro la sta divorando dal fegato e i medici dicono che non è che ci sia molto da fare .E da sperare? chiesi io, neppure mi risposero. Decisi di rimanere qua con lei finchè il peggio non si fosse avverato e nel cuor mio speravo ,con estremo odio verso me stesso, che come regalo Babbo natale quest'anno mi uccidesse la mamma. Soffriva e faceva soffrire troppo per volerla ancora qui. Partì tutto dalla bile e in una settimana la pelle le diventò gialla, pure gli occhi perderono lo splendore perleo e si tinsero del colore delle nuvole grige attraversate dal sole. Per gli scorsi due mesi son venuto in biblioteca con l'intento di studiare per affievolire le preoccupazioni che lei aveva sui miei futuri esami ma il richiamo della penna era troppo forte. Non era la prima volta che cercavo di scrivere qualcosa , avevo in archivio ben nove racconti, tutti nati spontaneamente , tratti da veri ricordi e abbelliti con fantasiose bugie, cominciati come scherzo e conclusi con grande serietà però questa era la prima volta che tentavo di intraprendermi sia in un romanzo, sia in un'opera ,solo ed esclusivamente frutto della fantasia; o almeno così lo pensai all'inizio. Doveva esser un romanzo di speranza e d'essa non ce ne era traccia nella mia realtà. Ogni volta che non terminavo un'idea questa mi torturava con violenza, richiedendo d'esser scritta, comandando di dar una fine a questi personaggi creati per nulla. Mi consideravo un Dio malvagio ma trovavo conforto nel sapere che neanche il nostro fu tanto gentile con noi. Avevo 60 pagine ma ne avrei salvate massimo 20. Il progetto si protraeva da 50 giorni prima che venissi a sapere di “quello”. Gli studi certo non andavano per nulla bene. Ero appena uscito dal Liceo scientifico delle Scienze Applicate e senza sapere un'acca di latino mi ritrovai davanti questi grandi tomi d'autori antichi. A chi mi chiedeva del perchè di questa bizzarra e audace, per non dire stupida, mossa rispondevo sempre “ E' per rimanere coerente nell'incoerenza! Avessi fatto il Classico ora sarei Ingegnere. La coerenza è per chi è costretto a essere se stesso!”. Lui sembrava un ex-tossico e in tutte le volte che in questi due mesi son venuto in biblioteca, diciamo una volta ogni due giorni per una media di 2 ore di malriuscita scrittura, lo avrò visto indossare al massimo due outfit. Per tutto il mese di novembre lo vidi sempre e solo con due scarpe da lavoratore sporche di vernice, dei jeans blu larghi e un maglione di lana verde; sinceramente dubito che ci fosse una maglietta sotto perchè essa avrebbe aiutato a trattenere la puzza ma non se ne sentivano i risultati. Il secondo consisteva invece in un outfit natalizio: un maglione blu ,nuovo e pesante con della alci ricamate e dei pantaloni verde scuro, sfoggiando a giorni alterni anche la cuffia da babbo natale. Non avendo null'altro da fare entrava in biblioteca assieme agli impiegati ,a cui offriva ogni mattina il caffe, e si sedeva sempre al solito posto circondandosi ogni volta di pile di libri di autori della Bit-generation che non credo leggesse per davvero. Più che il libro in sé leggeva sempre e solo le biografie degli scrittori e avrebbe tratto più ispirazione dal nome cubitale sul lato che dal libro stesso. Di bit, invece, lui aveva solo il bitorzolo e quello per quanto io lo osservassi non mi era di nessun aiuto. Aveva i capelli lunghi di color biondo cenere e in un pomeriggio uggioso, a ridosso dei primi esami dell'anno scolastico, fui costretto , per questioni logistiche, a sedermi a uno dei due sempre-liberi posti vicino a lui. In quel momento entrambi scoprimmo nell'altro un'identica e inconcludente passione. Lavorammo spalla a spalla facendo finta di nulla ma entrambi ci spiavamo con la coda dell'occhio. A turni uno si stiracchiava la schiena per spiare sull'altro e mentre lui osservava solamente il foglio su cui scrivevo a mano libera, con una scrittura chiara ma minuscola, io mi concentravo sull'enormità del suo naso. Quel giorno entrai alle 4 del pomeriggio e ne uscì solo dopo un'ora. Nel tempo in cui io scrissi a malapena mazza facciata lui ,sono sicuro, che abbia battuto sul suo piccolo laptop, ormai obsoleto con frammenti di terra nella testiera e un enorme quadrato nero sulla fotocamera interna, almeno 20 pagine . Non si fermava un secondo e le uniche pause che si concedeva eran quelle per le merendine e per le ricerche motivazionali nei nomi di Kerouac e compagnia bella. Tanta produttività mi metteva a disagio ed è proprio quando lui tornò dalla sala stampe con un manoscritto di minimo 400 pagine che io decisi di evitarlo per sempre. Nelle settimane successive, eravamo ormai agli sgoccioli di novembre, non ci fu una volta che entrando nella biblioteca non lo vidi nel suo solito posto, circondato dai libri come se accerchiato da mura difensive. Notai con grande divertimento che l'agitazione e furore messe nella scrittura non mancavano di farsi risentire sulla mente del povero scrittore. Passava in biblioteca tutto il giorno e con grande gioia ci avrebbe pernottato però venendosi ogni volta sbattuto fuori, nonostante avrebbe concesso una sorveglianza gratuita , affidabile ma inefficiente , iniziò a concedersi tale privilegio nell'ora della siesta. Il 29 Novembre entrando nell'edificio alle 2 del pomeriggio lo vidi in una condizione di dormiveglia. La testa combatteva una sonnolenza che già prendeva la meglio. Il capo compiva moti circolari mentre le mani rimanevano, in assetto di creazione, aperte e pronte sulla testiera, sempre stirate e snelle come le zampe di un ragno. Mi sedetti davanti a lui con grande cautela. Non si decideva ancora a collassare ma stava facendo progressi, ogni tanto la testa s'abbassava a tal punto da battere con il gigantesco naso uno spazio sulla testiera. La pagina bianca che mi si presentava davanti dava sensazioni differenti in base agli orari. Vi erano pomeriggi e notti nei quali l'infinità di mondi che si nascondo dietro qualcosa che non è ancora stato creato, che ancora è nulla, mi infondeva di una gioia senza limiti. Le mattine invece portavano con sé un tedio che mi impediva di immaginar qualsiasi cosa; in quelle mattinate ero costretto a pulire la casa, far la spesa e prendermi cura di mia madre e con grande fretta cercavo di compiere tutti i miei doveri solo per ricavarmi quel minimo lasso di tempo dedito alla scrittura. Ora invece, in quest'ora dove tutti son a casa abbioccati dal peso del pranzo domenicale, io osservo il foglio bianco e da una grande paura sono attraversato. Il mio romanzo è ormai da buttar via. La storia non mi piace più , i personaggi sono noiosi e prevedibili, non c'è sentimento né verità. Era Hemingway che diveca che una storia è bella finchè è vera ma fino a che punto un uomo può mentire senza considerarsi un bugiardo? La mattina di quel giorno fu molto pesante ed ero riuscito a guadagnare solo trenta minuti per me stesso e dopo sarei dovuto andare a prendere la mamma all'ospedale. La pagina bianca stava ancora lì e nessuno si era occupato di riempirla. Lui sì che l'avrebbe colorata senza problemi, chissà di cosa scriveva continuamente con tale furore, quella sì che doveva essere una storia vera perchè non vi era fisicamente il tempo per immaginarsi tutto quel materiale con una tale velcocità. Senza che mi accorgessi di nulla il mio futuro amico si era buttato con la testa nella braccia sia sue che di Morfeo e pure io tutto d'un tratto mi sentì il collo molto pesante. Mi risvegliò il rumore di un anti-virus. Il tavolo da otto posti si era riempito e tutti mi osservavano chi con sdegno e chi con divertimento, tutti tranne lui, lui scriveva e scriveva senza neanche una volta togliere lo sguardo dallo schermo. Avevo sbavato dormendo e la scrivania era ora bagnata. Solo il foglio bianco era rimasto asciutto e neanche sgualcito. Guardai l'orologio e capì la grandezza del problema in cui mi ero cacciato, era passata un'ora e mezza e avevo dimenticato il telefono a casa. Mi tartassava il pensiero di quello che mia madre avrebbe pensato di tutto ciò, un figlio incapace di voler far quello che si è proposto volontariamente di adempiere, “senza il mio aiuto “ avrebbe pensato “alla prima occasione si dimenticherà pure la testa a casa! chissà da padre! Non ci voglio neanche pensare!”. In verità non avrebbe mai pensato una cosa del genere. Doveva essere un compito così semplice eppure, con così tante buone intenzioni, son riuscito comunque a deluderla. Provavo un grande odio verso me stesso ma uno ancora più grande verso colui che mi stava davanti. Lui si era svegliato e procedeva senza problemi , con nessuna preoccupazione al mondo se non quelle fittizie dei suoi personaggi. La madre forse gli era già morta -Fortunato lui- mi risuonò d'istinto nella mente. Io avevo anteposto allo squallore della mia vita la speranza della scrittura e ci ero rimasto fregato per mia stessa colpa, non era ancora detto che lo fossi davvero ma di certo non mi sentivo innocente. Forse , pensai in quel momento, era ora di smettere con questa pagliacciata. Raccattai su le mie cose, una sola penna, e con grande rabbia verso tutti e tutto accartocciai il foglio bianco facendolo rotolare lentamente verso l'infermabile scrittore che mi stava di fronte. Lui mi guardò dritto negli occhi , da lì la prospettiva gli rimpiccioliva il naso ma non l'enorme bitorzolo che sulla punta appariva ancor più brutto e peloso. Il volto era pieno di rughe e gli occhi brillavano del color del mare. Non ho odiato mai nessuno così tanto in vita mia. “Tiettelo , forse impari a scrivere”. Non glielo dissi davvero. Raccolsi il foglio e lo buttai nella differenziata. Mia madre non era in oncologia. La cercai in tutto l'enorme complesso ospedaliero e mi persi con grande facilità. L'ospedale nuovo con i suoi ben attrezzati reparti ha alle proprio spalle una semplice rete di strade ben lastricate che portano prima agli antichi padiglioni, ormai archivi e sgabuzzini, poi a una chiesa, poi a una biblioteca e in fine a delle casette piccole e umide sia per i sani che per i malati , senza dimenticare quelle per i morti! Cercandola con speranza nelle camera mortuarie guardai attraverso i cupi vetri delle finestre e la vidi seduta alla fermata del bus poco fuori dalle mura ospedaliere. Mentre mi avvicinavo a lei sembrava che non mi riuscisse a notare. Le attraversai la strada davanti ma rimaneva immobile come una statua. Il bus passòsenza fermarsi. Sedeva ferma con le mani unite in mezzo alle gambe, gli occhiali da sole sobri e un fazzoletto viola scuro sulla testa a coprirle i pochi capelli rimasti, anche in queste condizioni, distrutta dal cancro, acciaccata dalla vecchiaia, dimostrava uno stile particolare e dalle rughe s'intravedeva ancora la bellezza intrappolata della gioventù. Immaginavo fosse solamente incazzata ma quando le arrivai a mezzo metro di distanza iniziai a pensare il peggio ... Sfortunatamente si era solo addormentata! Tirai un sospiro di sollievo e la sveglia delicatamente. “Dove siamo?” disse spiazzata dalla situazione. “Non importa, adesso ti porto a casa” niente mi costringeva a esser così gentile con lei. Le litigate si svolgevano con una continua rinfacciata di delusioni che uno aveva procurato all'altro e di norma finivano in fretta e a suo favore. L'unica volta che riuscì a tenerle testa, senza trovar il tutto inutile e controproducente, lei mi rinfacciò d'esser nato. Ma che colpa ne avevo io? Nessuno chiede di venir al mondo e come la guerra che appare bella e motivata solo quando combattuta da altri così è anche la vita! . Solo l'amore che ti aspetta a casa e la bugiarda propaganda riescono a giustificar gli orrori della guerra. Solo tramite quelli la vita val la pena d'esser combattuta. Solo così ti puoi considerare un giusto e non un vinto. Si riesce a viver bene solo grazie agli occhi di chi ti ama o di chi ti intrattiene. Con questa sua avventatezza e le condizioni in cui girava poteva finir molto peggio e ciò era abbastanza materiale per ribattere sul mio errore. Aveva sbagliato a non aspettarmi. “Ma lo sai che ora sono?! Dovevi venir un'ora fa!”. Oramai si era svegliata .“ Sì lo so , scusa mamma”. “ Scusa un cav...” si interruppe quando la guardai con la mia solita faccia triste e come sempre aveva fatto durante la mia infanzia capì che era inutile batter sul chiodo perchè, per quanto caldo fosse ,non sarebbe mai riuscito a tener appeso un bel nulla. . Era fatta così e senza neanche accorgersene riusciva a nascondere la propria delusione nel vero ma forzato affetto che somministrava come medicine. Trascinava con sé voglia di suicidio e come il profumo caretteristico di una casa, veniva sentito da tutti tranne che dal proprietario. “Non preoccuparti, sei fatto così e non posso non volerti bene” Speravo e aspettavo una frase del genere ma invece disse :“Scusa un cavolo! La prossima volta ti porti il telefono!” “Sì come vuoi” . Ce ne andammo a casa lungo la strada grigia e vuota senza radio e senza musica e senza parlare di nulla. Non mi sentivo più una persona vera. Mi aggiravo indaffarato tra la città decorata senza sentir uno scopo. Mamma peggiorava di giorno in giorno e lontani parenti, anche se vicini di residenza, venivano a portarle un ultimo saluto. Venivano per cortesia e se ne andavano indispettiti. Le false speranze dette solo per rispettar il costume furono ricambiate con sorrisi altrettanto falsi. A chi mi diceva che finchè c'è vita c'è speranza io mostravo il perleo sorriso e con un ottimismo volutamente esagerato li colpivo sulla spalla e rispondevo “Ma certo che c'è! Mamma riuscirà a superar tutto questo!”. Capivano benissimo che era una presa per il culo e per ripicca di loro non si sentì più nulla. Anche mamma sentiva, e ne sembrava compiaciuta. Credo che le bugie siano giustificate solo quando esse servano ad creare un inizio e non a alleviare una fine. Eravamo rimasti soli e presto io lo sarei stato ancor di più. Non c'era guadagno nel mentire ma vi era consolazione nello sfottere. Arrivati alla metà di Dicembre entrò sotto le paliative e non avendo forze neanche per alzarsi e accendere la Tv mi chiese di andarle a comprare un libro. Mi diede Venti euro e il titolo di un romanzo. Avevo solo 19 anni e nessuno stipendio da incassare, la morte era oramai prossima e me ne ero già fatta una ragione .Intascai i soldi e andai in biblioteca senza pensarci un secondo. Entrai veloce con lo sguardo fisso sui miei piedi. Non conoscevo l'autore ma era di un Americano degli anni 50 e allo scaffale dove accorsi con fretta trovai solamente un buco. Con l'intento di andarmene il più presto possibile andai a chiedere informazione al bibliotecario . Una volta lo vidi cercar con grande avarizia degli spicci dimenticati nelle macchinette del caffè perciò la prospettiva di guadagnare 15 euro era sufficiente per giustificar la spesa di 5. Mentre io tirai fuori dai pantaloni il portafoglio l'uomo dall'altra parte del bancone mi osservò in silenzio senza scomporsi. A quanto pare la conoscenza non riempe lo stomaco mentre i vizi svuotan perfettamente le tasche. Quando appoggiai la banconota di piccolo taglio sul bancone lui la presa subito ma io la ritirai altrettanto velocemente. “ Prima voglio sapere chi e quando” mi disse che era ancora nell'edificio e che sapevo già chi l'avesse preso. “Chi?” risposi con un sorriso maligno. “Andiamo amico” era nervoso e voleva liberarsi presto di me . “ Nome e cognome” , scosse la testa. “Voglio sapere chi è” . “No categorico” dicendolo chiuse con forza un libro che teneva aperto nelle mani. “ E' davvero pazzo?” non so perchè glielo chiesi, non sembrava pazzo, era solo brutto. “ No, è stato solo sfortunato”. Mi guardò un ultima volta con disprezzo e poi se ne andò giù per le scale dritto all'archivio. Io avevo ancora la banconota in mano. Gliela appoggiai sulla tastiera del computer di servizio e iniziai a scrutar tra gli affollati banchi. Aveva cambiato postazione e ora sedeva in mezzo agli scaffali di filosofia tedesca. Indossava il maglione con le renne e i pantaloni verdi mentre la cuffia da Babbo Natale era per terra cadutagli chissà quando. Il libro che cercavo era il primo sulla pila centrale, sotto di esso stavano due versioni di “On the road” e “ “THE WHO” The full story“ . Come sempre, scriveva senza sosta. A differenza degli altri giorni oggi aveva con sè un raccoglitore azzurro trasparente dove al di-dentro si poteva distinguere benissimo un titolo : “ L'Acquila dell'amore”. L'errore, pensai, avrebbe almeno distratto tutti dalla smielosità ridicola di quel titolo. Dalla parte opposta del tavolo cercai di attirar la sua attenzione ma senza successo. Solo quando mi allungai per prendere il libro lui mi guardò con i suoi occhi celesti. Il bitorzolo me lo ricordavo più grande. “ Posso prenderlo? serve a una mia amica”. Con una lenta compostezza ,tipica nei film dei personaggi malvagi, si tirò indietro fino ad appoggiarsi allo schienale, intrecciò le mani davanti a sé e fece un grande respiro. “ Beh” Dal naso gli uscì più aria in quel momento che da tutti i polmoni dell'intera biblioteca. “Mi dispiace per la sua amica” disse con tono freddo e per nulla dispiaciuto “Cosa scusi?” “ Ho detto che mi dispiace, questo è un libro per i morenti” Saccente e cinico, nessuna attenzione per i fatti propri e una costante ricerca di problemi. L'archetipico perfetto di una persona da odiare e di uno scrittore da leggere. “ Non sono cazzi tuoi” L'educazione era ormai superata, faceva parte di un registro che a noi non interessava. Gli studenti seduti al tavolo avevano ormai accantonato i libri e aspettavano , come spettatori al cinema, una risposta dallo scrittore. “Per lo meno è scritto bene, non leggerlo se cerchi speranza ma tienitelo, forse impari a scrivere” Lanciò esosamente il libro in mia direzione con disprezzo e altezzosità. Io non avevo distolto gli cchi dai suoi e senza neanche provar a prenderlo , lasciai scorrere il libro finchè non cadde. Incurvò la schiena, distolse lo sguardo e ricominciò a scrivere. Andai diretto alla sezione dei dizionari di consultazione. Presi la versione più pesante del Treccani e tornai dal mio futuro amico. Scriveva ancora , senza sosta, tenendo in mano le pagine che prima erano nel raccoglitore azzurro. Leggeva e scriveva come se stesse copiando da esse. Tutti nel tavolo mi osservavano , tutti tranne lui. Massacrato dalla vita avrei forse dovuto cercar amicizia ma la rabbia appariva ben troppo giustificata. “ Il peso delle parole soverchia anche i più cinici” Buttai tutto l'italiano, dalla A alla G, mirando al suo piccolo portatile. Colpì il luminoso schermo ad angole retto e lo vidi piegarsi e rompersi sotto il peso del linguaggio. La grande vendetta della penna sulla tastiera. Il tomo da 1100 pagine si posò a due lettere dalle sue dita. Non si spaventò ne si mosse. Con calma, mentre io tremavo dentro per la paura, rimise le pagine nel raccoglitore, si assicurò che fosse ben chiuso e mettendoselo sotto braccio, si alzò e si diresse verso la porta senza dire una parola. Sentivo lo stamaco farsi piccolo e insignificante, sentivo il cuore tenere il tempo di una danza tribale e sentivo anche che non sarebbe finita qua. Risuonò un anti-virus dai ciocchi del computer. Uscì anch'io e lo andai a cercare. Il pedinamento continuò per mezz'ora, non tanto per la distanza quanto per la lentezza con cui egli camminava. Proseguiva su un lungo viale con un'andatura zoppicante tipica di chi ha una gamba più lunga dell'altra oppure di coloro, che pagandone il prezzo, hanno provato a far il passo più lungo della gamba. Io lo seguivo collo sguardo dalla gelateria dove presi una cioccolata calda. Per ben 3 volte si fermò davanti alle vetrine di negozi chiusi e specchiandocisi si toccava ogni volta il gran naso e lo spremeva e si faceva del male, come se volesse rimpicciorirlo, come se volesse rifarselo. Finalmente si fermò davanti a un palazzo che ricordavo fin troppo bene e con la sua andatura claudicante entrò con una fretta che proprio non gli si addiceva. Ci ero andato molte volte da piccolo, le maestre dicevano che avevo problemi di rabbia e mi costrinsero per tutte le elementari ad andarci una volta al mese. Quando arrivai ai pressi della clinica di psichiatria mi ricordai che nel di dietro dell'ingrigito edificio si nascondeva un grande e magnifico giardino colorato. Era inverno ed aveva appena nevicato quindi non ci sarebbe stato nessuno a sorvegliare l'entrata secondaria. Una coltre di neve copriva tutto il colore triste dell'inverno. L'edera rampicante assomigliava a decorazioni di poliestere. Sulla porta secondaria un vischio pendeva dall'alto e poco lontano da essa un albero di natale rimaneva verde e luccicante di decorazione gialle rosse e blu, coperto solamente da una tettoia che sarebbe presto crollata sotto il peso della neve. Lo scrittore era nel mezzo del giardino, io lo spiavo da dietro l'angolo. Rimaneva immobile a guardare il vuoto. Era girato di schiena e per un attimo ebbi l'impressione che stesse tremando. Non aveva più con sé il raccoglitore azzurro. Avendolo visto da lontano entrare dall'ingresso principale mi feci l'idea che lui fosse nient'altro che un paziente speciale a cui era concesso di uscire. Sfruttando l'occasione feci il giro ed entrai dalla porta principale. Tutti avevano già preso le ferie e alla scrivania d'entrata vi era solo una segretaria che conoscevo molto bene. “Salve Alice, il natale non ti è mai piaciuto vero?” “ Ma guarda chi si rivede! Gioia come stai? Ti Ricordi male ! Io lo adoro ma sono obbligata a stare fino alla vigilia ma dimmi tu come stai zuccherino? Non hai avuto un'altra crisi?” Non si ricordava ne del mio caso ne del mio nome, forse della mia faccia. “Che lavoro ingrato...Nono io sto benissimo, La dottoressa c'è?” “Sì ora è in bagno che sta poco bene” “Era da molto che volevo venirla a trovare” “ Non è un bel periodo per lei” “Lo so, lo so..” Non avevo idea di cosa stesse parlando. Stesse morendo , ne sarei stato contento. Al tempo delle mie visite era una vera e propria arpia. La odiavo con tutto me stesso ma vi era bisogno di questa menzogna. Mi feci più vicino alla segretaria, appoggiai la mia mano sulla sua e le dissi sussurrando “Voglio farle un regalo, ma tieni il segreto! Mi devi dare una mano però... Mi devi dare uno di quei lasciapassare” “Tieni gioia fai veloce , è da 5 minuti che è in bagno” “Grazie alice sei la migliore!” Proseguendo le feci l'occhiolino ed entrai nel corridoio degli uffici. Usando il badge appena datomi aprì la porta di sicurezza delle scale e salì per cercar le stanze dei malati, dei pazzi. Il piano di sopra era un lungo corridoio, quasi 20 metri, dove un totale di 10 stanze 4x4 si disponevano sui due lati. Nelle prime a sinistra una donne leggeva un libro al contrario, nella seconda a destra un uomo sbatteva lentamente la testa contro il muro, nella terza a sinistra una donna sui 30 anni rimaneva sdraiata, dandomi la schiena, riscaldata solamente dalla sua bianca camicia di forza. La cartella blu era appoggiata su quel letto. Senza pensar a nulla, entrai. La stanza era bianca e spoglia. Solo un comodino, una piccola scrivania di legno e un cenciosa sedia decoravano la gabbia. Un pasto da ospedale rimaneva caldo e non consumato sul tavolino vicino al letto. Non vi era nessuna cartella clinica, nessuna informazione. Lei non si smosse. Sul momento pensai che dormisse. Mi avvicinai al letto e lei rimase ferma. Presi la cartella e mi avviai verso l'uscita..Appena iniziai ad uscire dalla stanza vidi la porta delle scale aprirsi e un enorme naso già intravedersi dall'uscio. Rientrai velocemente e preso dal panico mi nascosi sotto al letto . Lei ancora rimaneva ferma. Lui entrò senza dire una parola. Prese una sedia dalla scrivania lì vicino e si sedette al suo fianco. Intravedevo solo le sue scarpe zozze di vernice, puzzavano più loro di morte che la clinica stessa. Sembrava che non si fosse accorto della cartella mancante. Tirò un gran sospiro e con la schiena si portò in avanti appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Nelle mani teneva un crisantemo rosa. Iniziò a singhiozzare, poi a piangere. Ero talmente vicino che di rimbalzo le lacrime mi bagnavano le guance. Lui continuava a piangere come una fontanella. Con grande cautela, mentre il suo dolore inondava di rumore l'intero edificio, aprì la cartella e iniziai a leggere i suoi testi. Erano molti racconti , quasi una trentina, ciascuno di 3 o 4 pagine e raccontavano tutti la stessa cosa. La prosa era complicata e quasi incomprensibile. Parole mai sentite come dinoccolata , roboante e borboritmiche s'alternavano a parolacce e bestemmie. La raffinatezza che si attribuisce a chi spesso non riusciamo a capire , facendoci credere che sia un deficit di chi legge, si mescolava a un profondo diprezzo verso la sfacciataggine di alcune righe. Era un racconto misterioso e indecifrabile. Si leggeva di una donna che gli aveva rubato il cuore in un bar di notte ma poi tutti i soggetti si mescolavano e non si capiva chi avesse fatto cosa. Ogni volta però cambiava il titolo. Dopo circa 20 copie dello stesso racconto incominciarono ad esserci al loro posto frasi semplici che se messe insieme potevano creare un quadro generale. “Un amore proibito”. “Le figlie dei ricchi amano i poveri pazzi”. “La più bella donna del mondo”. “ Come ho deciso la mia morte” . “Il suicidio fallito”. “La gelosia e il bacio della morte”. “ Sono un bugiardo”. “L'amore della bugia”. “La bugia dell'amore”. “I sacrifici che si fanno per amare e essera amati”. “La droga nel bicchiere fa più bollicine che lo spumante”. “La tua discesa nel tunnel”. “Io: la tua disgrazia”. “Tu: la mia salvezza”. In quel momento vidi la mia fantasia farsi realtà. Capì che romanzo volevo scrivere e la felicità m'inondò tutto. Era vero e ne avevo finalmente la prova! Vidi i miei personaggi più vecchi, più brutti e più reali che mai. Che felicità che provavo! Mi sentivo nel paese delle meraviglie! Mi sentivo come se fossi parte di un film , di un racconto o di una storia e ne colsi una grandissima speranza. Tremavo dalla felicità mentre lui ancora piangeva. Pian piano le lacrime finirono ma i singhiozzi presero presto il loro posto. Nei racconti un nome si ripeteva sistematicamente: Silvia. “S-s-s-ilvia... S-silvia... oh Silvia” La voce gli si spezzava ogni volta che una lacrime s'infrangeva sulle mattonelle fredde. Era disperato. Se avesse potuto avrebbe pianto fino a morire disidratato e io di certo non avrei fatto nulla per impedirlo. “Perdonami Silvia, perdonami! IO VOLEVO SOLO CHE TU MI AMASSI, non- non volevo ridurti così.. scusa... scusa...ci ho provato davvero” Si buttò sul suo letto e un ginocchio mi sfiorò il viso. “T-t-ti ricordi q-q-uello che mi dicevi? “ Tu non l-le capisci l-le persone, qua-quando vuoi far qual-qualcosa fai sempre la cosa opp-opposta!” Dalla Porta-finestra che buttava sul corridoio si vedeva ,appiccicato sul vetro della stanza di fronte , un uomo decisamente pazzo. Mi guardava fisso negli occhi ma nel frattempo cercava, come i bambini stupidissimi, di usar la propria bocca come stura-cessi sul vetro. Io ,mezzo sconvolto da tutto quella che era successo, d'istinto lo trattai come un bimbo e giocando a far le facce buffe riuscì a farlo ridere di gusto. “Oggi ci sono riuscito... Gli avrei rotto la faccia a quel coglione di un ragazzino...” Mentre la rabbia gli ridiede un contengo io ebbi paura che la mia gentilezza mi si ritorse contro e non avendo idee, iniziai a far smorfie e facce arrabbiate. Il vecchio bimbo si impaurì tanto che ,ancor prima che lo scrittore fosse riuscito ad alzarsi e a notarlo , corse e si nascose sotto le coperte del suo letto. Poi, il silenzio. Vidi le scarpe girasi, fare tre passi e fermarsi sulla porta. “Una volta ho letto che il giorno che si impara ad amare ci si dimentica di tutto il resto. Beh..io non ho dimenticato proprio nulla... Io ho pensato solo a te e al mio grande errore per tutto questo tempo , ma oggi basta, oggi voglio dimenticare. Oggi un ragazzo mi ha rotto il PC e ho finalmente deciso che smetterò di scrivere la nostra storia. Oggi finalmente hai deciso di leggere i miei racconti. Oggi finalmente forse riuscirò a esser felice e domani chissà ,forse riuscirò ad amare sul serio... Silvia, io volevo solo la pace, perché non mi hai voluto così com'ero? Perdonami ma la tossica sei sempre stata tu. Finalmente, è oggi. .” Lui uscì dalla stanza e si dileguò. Rimasi un po' sotto quel letto a pensare. Tenevo stretta la cartella blu. Mi chiedevo perché lui sia crollato sotto le pressioni di lei. E' stata davvero colpa di un'esosa curiosità femminile o solo un'ennesima prova di quanto in basso l'animo maschile può portarsi per cercar d'esser felice? Perché non è riuscita a salvarla? Perché tutti i racconti dovevano finire nello stesso modo? Il senso di colpa è davvero talmente grande da impedirgli d'immaginare una speranzosa conclusione? Meditavo e meditavo su come fosse giusto finir quel racconto...perché tutto ciò non poteva avere un lieto fine? E' davvero la vita senza speranza? Che tristezza mi colpì in quel momento. Nessuno scrittore riuscirà mai a cogliere la disperazione che ogni giorno la vita crea con la sua matita. Mi rimisi in piedi e le buttai la cartella sul letto. “ Io non so chi tu sia ma sto capendo chi lui è. Se c'è ancora un minimo di intelletto lì dentro usalo per leggere questi racconti. Devi farlo. Glielo devi.” Silenzio tombale. “Lo conosco da poco ma so già che lui ha avuto il coraggio di amare. Il mondo avrà un lieto fine solo grazie a loro, non grazie a noi. Sappiamo che lui ha imparato come amare, ma noi, infami bastardi, possiamo dir la stessa cosa? “ Silenzio tombale. “Beh Silvia, io ci voglio provare. Addio.” Silenzio tombale. “Mamma” Era distesa sul divano sotto due coperte di trapunte di lana. Una forte lampadina bianca, offuscata da una bajuor gialla ,illuminava, da dietro le sue spalle, l'intera stanza d'una luce calda ma triste. La foto di papà rimaneva felice e immobile a guardarci dal suo angolino dimenticato. Chissà se le foto in bianco e nero vorrebbero vedere il mondo a colori . Di lui sapevo il nome: Romeo. Dalla TV il rumore d'una partita di tennis scandiva come un metronomo l'infinito silenzio di quel momento. Sarebbe morta entro poco tempo e nessuno ne sembrava tanto affranto. Lei dormiva con la bocca aperta ma senza far rumore. Nonostante l'arancione luce nella stanza lei appariva comunque pallida. Tossii forte per svegliarla senza riuscirci. Mi sedetti di fianco a lei e, prima ancora di toccarla, un estremo rancore stava prendendo il posto di una compassione quasi obbligata. Non volevo mentire ma la mia coscienza mi diceva che questo era l'ultimo momento in cui avrei mai potuto ottener dolci parole da lei. In fondo, non volevo che queste. Sussurrai singhiozzando. -Perché non mi hai voluto bene? Perché per te era così difficile? Con la fronte m'appoggiai alla sua spalla . La sua mano , faceva solo finta di dormire, mi raggiunse la nuca e disse con alternati ma deboli colpi di tosse Smettila cretino... così fai piangere anche me Lei non voleva piangere. Lei non ne era capace. Una volta aveva visto un ragazzo buttarsi sotto un treno e mi raccontò che pianse dalle risate quando vide le cervella finire di rimbalzo dentro al cesto dell'umido. Per lei non eravamo che spazzatura, ognuno di noi nessuno escluso, un riluttante pezzo d'immondizia che aspetta solo d'esser usato e riciclato. Questo demone doveva nascer leone, o forse arpia, ma non di certo donna. Lei credeva nel destino e il suo l'aveva ormai accettato. Per chi crede nel destino non c'è spazio per la tristezza. Per chi crede nel dolore non c'è spazio per Dio. Non era religiosa ma le piaceva pensare che in qualche parte dell'universo ci fosse uno scopo per ognuno di noi. Il suo, dopo tanto tempo, era di quello di morire. Mi diede una debole sberla e poi lente carezze. Io non avrei mai voluto vederla in lacrime, non ci doveva esser spazio per quel ricordo. Tenni la testa sulla sua spalla e continuai a piangere, sempre di più , sempre più forte. Lei non doveva piangere, sarebbe stato ammettere di aver paura e perciò combatteva quel respiro singhiozzante cercando di non respirare o arginando gl'occhi , pronti a crollare come dighe, spingendoli con forza sul cuscino che teneva di fianco alla testa. Non so da dove venisse questa tristezza, l'ho sempre creduta la migliore tra le nichiliste di tutto il tempo. Ma pianse comunque, insieme a me, per cinque lunghissimi minuti. Non fummo mai così tanto attaccati l'uno all'altro come lo eravamo adesso e di certo non lo saremmo stati mai più. Questo crogiolo di sentimenti doveva finire presto come lo spettacolo di un grosso pezzo di legno che vien buttato su un morente fuoco; o il tocco arde e il fuoco vive o la fiamma soffoca e muore, lasciando in mezzo alla ceneri un solo grosso umido pezzo di legno. Quando il telefono squillò entrambi ci ricomponemmo. Lei si tolse il maglione zuppo di lacrime. Io andai a rispondere e una voce registrata iniziò ad urlar di un'offerta limitatissima di tappeti provenienti dal Sud-Africa. Misi subito giù. Neanche il tempo di girarmi che squillò di nuovo. La tristezza si tramutò ,in un attimo, in furia. Scagliai il telefono contro il televisore, rompendoli entrambi. Scintille e cristalli ballarono sul pavimento per un solo secondo. Poi tornai da mia madre. “ Che farai adesso?” Chiese lei con una voce ferma e fintamente disinteressata, voleva già dimenticar quello che era successo. Io non avrei mai avuto voluto dimenticarlo. “ Boh, leggerò di più” Sapevo cosa intendeva ma anche sul suo letto di morte non avrei mai voluto star al suo gioco. “ Non ci siamo mai capiti io te, tu stai su questo livello..” Alzò la mano tremolante di qualche centimetro. “ ..Io invece sto ..” Cercò di sollevarla ancor di più ma cedette e con un docile tonfo si appoggiò sul manico del divano. Mi faceva pena. “ Madre... io starò bene, lo sai” “ No che non lo sarai, non lo sei mai stato, basta dir stronzate” “Ma cercherò d'esserlo, imparerò dagli altri” “Loro ne sanno meno di te. Ti sei sempre creduto il più furbo di tutti” “ A forza di ripetermelo mi hai quasi convinto” “ Cosa farai adesso?” “ Mi occuperò del tuo funerale, ti metterò dentro una bara e poi dritta nella cappella di famiglia; come hai sempre voluto” Non era vero. Avevo già in programma di cremarla e scaricar le ceneri nel cesso. “ Stronzate” Era davvero mia madre. “ Cosa farai adesso?” Ripeté più lentamente, forse più delusa, forse più debole. “Non ne ho idea” dissi guardando il vuoto assoluto. “ Tuo padre anni prima di morir s'era fatto far un'assicurazione sulla vita, ho tenuto tutti i soldi per te, basta parlar coll'avvocato” “ Come morì davvero papà?” “ Che importa , tanto non lo hai mai conosciuto” “ Era mio padre” “ E' stata una persona come tutte le altre.. che importa di lui” “Se proprio non vuoi dirmi chi era almeno dimmi che da qualche parte c'è un lettera o qualcosa di suo” “C'è la foto” “Quella non mi basta più” “Non c'è altro. Non c'è mai stato” “Dimmi solo che tipo era. “ No” “Fammi felice Mà” “No” “Hai solo questa occasione” “No che non ce l'ho. E anche tu non vorresti averla” “ Dimmi solo come vi siete conosciuti. Solo questo, ti prego” Rivedi in lei il mio sguardo. Gli occhi tristi di chi non vuol dar spiegazione. Troppo colpevoli per dir una menzogna, troppo codardi per dir la verità “Mamma. Ti prego. Se me lo dirai saprò cosa fare. Come vi siete conosciuti? Chi era mio padre?” “Io non lo so.” Un fulmine recise ciò che rimaneva del mio cuore. Sprofondò fino allo stomaco e mi uscì diretto dal culo. “Successe tutt..” “Non me ne frega un cazzo.” “Te l'avevo de..” “ Per tutto sto tempo... “ “Ascolta” “PER VENTI LUNGHISSIMI ANNI MI HAI FATTO CREDERE CHE FOSSE MORTO E ORA TU MI DICI CHE NON SAI NEANCHE CHI CAZZO SIA?!” “Datti una reg..” “ SCOMMETTO PURE CHE SARà ANCOR IN GIRO CHISSà DOVE IMMERSO NELLA MERDA ESATTAMENTE COME SUO FIGLIO. DIO ! DIMMI ALMENO CHE TI RICORDI IL SUO CAZZO DI NOME. COME HO POTUTO CREDERTI DA UBRIACA! QUEL ROMEO , QUEL CAZZO DI ROMEO TE LO SEI INVENTATO VERO?SOLO UN'ALTRA TUA MERDA DI BUGIA?!” “ Lui..” “NON ME NE FREGA UN CAZZO ORMAI! PER VENTI CAZZO DI ANNI HAI TENUTO STO CAZZO DI SEGRETO SOLAMENTE PERCHè NON VOLEVI AMMETTERE D'ESSER UNA PUTTANA” “L'ho sempre saputo” “STAI ZITTA!!” “..” “MI HAI FATTO..” Tenevo nelle mani ciocche marroni di capelli, erano i miei, me li ero strappati senza accorgermene. Cercai di respirar ma senza alcun successo ne vera intenzione andai a prendere la foto sul comodino. La polvere si era accumulata sul vetro . La cornice era aurea. La foto in bianco e nero. Un uomo , non mio padre a quanto pare, alto e bello,sorrideva nel suo smoking con un magnifico sorriso perleo. “ Romeo..Romeo... Chi cazzo sei romeo? Mi hai fatto credere che quest'uomo fosse mio padre.. per tutto sto tempo” “ Non far l'isterico” “ FACCIO QUEL CAZZO CHE MI PARE TU PREOCCUPATI DI MORIRE! Mi hai fatto credere... Quando tu eri troppo occupata a far la puttana in giro io mi sedevo davanti a sta foto e ci parlavo per ore capisci? Per ore intere a parlar dei miei problemi, dei miei amori , delle mie passioni , DI TUTTO QUELLO CHE TU NON HAI MAI FATTO!” “Io ti ho cresciuto!” “NO NON HAI FATTO UN CAZZO TU! SERVONO SOLDI PER CRESCERE FIGLI MA NON NE SERVONO PER FAR LA MADRE” “ Smettila” “ Io ti odio “ “ Non è vero” “IO TI ODIO” “SMETTILA. Se tu fossi davvero quello che pensi d'esser allora non saresti tornato ogni volta! Sapevi che madre avevi ma hai continuato a tornare tutti i giorni per cenare, sei tornato in lacrime dopo quel campo di coglioni scout, sei tornato dopo che ti hanno mollato per l'ennesima volta , sei tornato correndo quando ti hanno trattato come il coglione che sei , SEI SEMPRE TORNATO. Sei come un cane, i cani tornano, gl'uomini no. ” “Io non sono un cane. “ “Peggio, sei un ragazzino.” “ CHE COLPA NE HO?! CHE COLPA HANNO I BAMBINI D'ESSER BAMBINI? NON HO MAI RICEVUTO NULLA. Mai un abbraccio, mai una lezione di vita, mai confidenza, mai “ un ti voglio bene”. Io tornavo per quella foto , non per te” “ Beh puoi pure andarlo a cercar perché lui non tornerà. Lui era un uomo. ” “ Sì hai ragione e finalmente anche tu te ne andrai” “Modera la lingua, ho avuto il potere di farti nascere ho anche que.. “No che non ce l'hai” “Fammi finire.. ho anche quello di toglierti dal testamento” “Troia.” Lei sorrise. Perché sorrise? Di cosa si compiaceva? Della sua malvagità? Della performance che ha allestito per tutta la vita? Chi era veramente? Cosa l'aveva ridotta così.?.. Se fosse ancora in vita ora glielo chiederei. Volevo solo capire dove e quando nacque quel veleno. “Ora dimmi.. che farai adesso?” Lì, cadde il buio. Mi ricordo poco delle ore successive. Mi ricordo di aver fatto cadere la foto. Mi ricordo che si ruppe in mille piccole scaglie a parte per un grande coccio di vetro tagliente. Mi ricordo di aver colto da per terra quell'uomo a cui ho sussurrato tutti i miei segreti. Mi ricordo che la foto aveva ora colore, un solo colore: il rosso .Appariva così denso e reale da poterlo toccare, tutto, anche per un solo secondo, sembrò vero e reale. Camminai per ore intere arrivando da nessuna parte e alla fine tornai dove tutto iniziò. Eran le due del pomeriggio della vigilia di natale e la biblioteca era vuota. Oltre a noi due solo il rumore elettrico della macchinetta dei caffè e del bibliotecario nessuna traccia. Mentre camminavo in mezzo ai libri mi tornò in mente quel maledetto sorriso e un'idea mi attraversò come un pugnale. Finalmente avevo capito il perché di quella malvagia felicità. Solo alla fine del suo viaggio riuscì davvero a accettarmi come suo figlio. Le avevo dimostrato d'esser capace dell'unica arma contro questo mondo tremendo: La rabbia. Solo questa sgorga dalla verità come un fiume, solo dalla menzogna si può trarre consolazione; come quella foto , come tutte le bugie che mi disse su “mio padre”. Forse, mentre la sgozzavo, lei fu pure felice di veder quel povero cucciolo di cane finalmente diventar lupo. Che fosse tutta una bugia per rendermi più forte? Chissà. Forse, il vero amore non è che negar l'amor stesso per paura delle disillusioni che creerà, ma allora tutto il dolore che ho passato, che senso ha avuto? Io mi sento debole. Il bianco, il nero e il grigio, solo questo dovrebbe esistere. Invece il mondo non è che il rosse il nero , come quel vecchio romanzo dove tutti ci rimanevano fregati. Riuscì ad essere perfido. Riuscì ad essere suo figlio, per questo sorrise. Ero ad un solo passo dall'abisso e da esso mi sentivo osservato. Mi sentivo come un piccolo burattino che non aspetta altro di finir il suo spettacolo. Le risate che provoca non lo confortano più. In un giorno che non si ricorda neanche più egli, il burattino, ha intravisto i propri fili nei riflessi degli sguardi felici degli altri e solo questo gli è bastato per impazzire. Nella felicità immensa dei bambini sui spettatori ha scovato una terrificante verità e tutto, tutto d'un tratto, non ha avuto più senso. Il rosso di quel sangue mi perseguitava dappertutto e la fantasia si mischiò alla realtà, ma d'altronde, quando mai non lo aveva fatto? Nei riflessi dei vetri rivedevo il suo volto sfregiato. Dai libri sugli scaffali iniziarono a cadere pagine rosse. Sui palmi ,prima rosei ,vidi scorrere cascate di sangue e ,cercando d'annegarmici, mi ci buttai dentro. Era la fine eppure il sipario non calò. Ma il mare comparse dal nulla. Azzurro e cristallino come un cielo senza nuvola. Limpido e chiaro come una sorgente di montagna , tranquillo e felice, se ne stava seduto, con i suoi occhioni blu, in compagnia di una sola pagina bianca e una matita. Anche lui mi guardava con un sorriso magnifico. Esprimeva tranquillità e pur stando seduto davanti al suo foglio sembrò come se mi stesse abbracciando. Mi apparì bello perché in pace. Ora doveva esser il mio turno d'insegnarli qualcosa. Forse ,dalla mia storia ne avrebbe tratto qualcosa, qualcosa di buono, di bello. Chissà ,forse avrebbe imparato pure a scrivere. Pensavamo di aver risposte, per questo scrivevamo, ma nessuno dei due avrebbe mai più avuto il coraggio di porre le domande. Eravamo due scrittori e stavamo dove dovevamo stare.
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