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Della crisi editoriale


Sabato sera sono stata in libreria con un’amica, una a cui piace leggere ma che dell’editoria se ne sbatte – giustamente – alla grande. Una lettrice a cui interessano i libri che vengono pubblicati, che va in libreria per comprarli, che si dispiace della chiusura delle librerie, che ne vorrebbe di più.

Mi ha detto che fatica a trovare bei libri. Troppa confusione, troppi titoli tutti uguali, mi dice. Non sa dove orientarsi e come farlo, perché tra strilli di fascette, passaparola ambigui e marketing selvaggio i libri belli, quelli con una trama e un titolo diverso da “I magici segreti dei profumi perduti della cannella e del cioccolato fuso nella cucina segreta chiusa nella biblioteca misteriosa”  non sono proprio facilissimi da trovare. Devi scavare tra gli scaffali, per poter recuperare qualcosa di interessante.
Per dire, persino i librai lo fanno: quando chiedo un determinato titolo – narrativa contemporanea, niente cose astruse che giustifichino una ricerca complessa – si devono praticamente tuffare in apnea e cercare per mezz’ora. Ormai, andare in libreria è un passatempo da archeologi.

Tornando a noi, la discussione con la mia amica mi ha fatto riflettere. Pochi giorni fa c’è stata la Buchmesse, la Fiera del libro di Francoforte, da cui sono arrivati sconfortantissimi dati sullo status dell’editoria italiana (intendiamoci, nulla che già non sapessimo; però vedere che hanno finito di ficcare la testa sotto la sabbia e dire “siamo ottimisti” fa capire che ormai siamo arrivati a destinazione): il calo delle vendite è spaventoso, si parla di -14% nel giro di due anni.
Si è attribuito questo crollo alla crisi che sta attanagliando non solo l’Italia, ma tutto il mondo; si faceva anche notare, però, come l’editoria abbia sempre dimostrato di essere anticiclica, di crescere nei momenti di crisi e di stagnare nei momenti buoni.

Si diceva, fino a qualche tempo fa, che la crisi dell’editoria poteva essere attribuita al costo “folle” dei libri; poi, però, siamo stati invasi da edizioni iper economiche: 14,90€, 9,90€, 5,90€. Siamo arrivati a 0,99€ con la collana Live della Newton Compton. Dispiace, ai lettori? In teoria no: una marea di libri, prezzi più basse, edizioni cartonate. Evviva, una festa! O no?
No. Perché questi libri così economici, con le copertine cartonate, con le sovraccoperte patinate dai colori brillanti e le immagini e i font tutti uguali (le distinguete più le case editrici una dall’altra? Dove diavolo sono finite le linee editoriali?) sono tutti assolutamente identici.
Tutte le fascette strillano al caso editoriale dell’anno, del mese, della settimana, o acclamano l’autore come l’erede di qualsiasi grande autore possibile. Ormai tutti i grandi autori hanno, stando alle fascette e al marketing, almeno una dozzina di eredi a testa. Accidenti, siamo invasi dai Grandi Narratori!

In realtà siamo solo invasi dai cloni. Centinaia di libri tutti dannatamente uguali, fotocopie l’uno dell’altro su titoli, temi, trama (quando va bene e una trama c’è); gli editori cercano di sfruttare i filoni d’oro, prima col paranormal romance, poi col giallo svedese – cos’è, se un thriller o un giallo non lo scrive uno svedese o un nordico non va più bene? – poi con la narrativa erotica, poi… Poi non importa.
Le case editrici hanno cercato la gallina delle uova d’oro, hanno considerato i lettori un po’ dei mentecatti, credendo che non si accorgessero che stavano propinando l’oro porcheria riciclata di volta in volta.
Si sono dimenticati, in breve, che a reggere il mercato editoriale, in Italia, sono i lettori forti. E i lettori forti non sono quelli che comprano il libro della conduttrice o del conduttore del momento, o l’ennesimo “caso editoriale”.

E giusto per rendere il tutto più grottesco, i libri che non sono figli del marketing, quelli con una loro dignità, quelli che puoi davvero trovare belli e interessanti, continuano a costare 17, 18, 20€ in edizione brossurata.

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8 Comments
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    Prima domanda: ma siete poi sicuri che si legga di meno? In realtà nessuno lo sa. Si sa solo che le vendite di libri cartacei o di altro tipo sono diminuite e che le librerie chiudono. Nessuno sa se si legge di meno e io anzi credo che si legga molto di più per i motivi che dirò poi.
    Seconda domanda: perché perdete tempo a discutere di un cadavere? Il cadavere in questione è a mio avviso l’editoria cartacea, arrivata al capolinea, anche se ci vorrà ancora qualche anno per decretarne la fine e anche se in qualche caso l’editoria cartacea ride, sghignazza e sembra contenta come i partecipanti al gran ballo sul Titanic. Un solo dato, esiste una barriera insuperabile, in tema di fascino per l’acquirente, tra un oggetto che costa venti o solo dieci centesimi e uno che è gratis. Quale pensate che sia la differenza di fascino tra un prodotto che costa spesso venti euro (e anche di più) e uno che è gratis a casa tua due con due click? Il prodotto gratis in questo caso sarebbe l’ebook e non devo dire in che modo ce ne si può procurare uno. Probabilmente la differenza che c’è tra un libro cartaceo e un ebook e la stessa differenza che passa tra un cd di venti euro e un mp3 che scarichi dalla rete. Se nessuno può calcolare la massa di ebook fruiti nel web, nessuno può ovviamente dire che si legga di meno.
    Dico qualche altra cosa su questo argomento in questo mio post: http://penultimi.blogspot.it/2013/10/lebook-il-diritto-alla-cultura-libera.html

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    Vero, esiste l’analfabetismo di ritorno, ma quasi tutti sanno leggere. L’analfabetismo di ritorno non può essere paragonato a quello reale dell’Ottocento. Per fortuna la scuola pubblica è obbligatoria fino ad una certa età, quindi a leggere si impara.
    Per rispondere alle tue domande, beh, basta ascoltare quello che dice Briatore in un intervista: “Se mi lazo alla mattina e non ho letto un libro non penso affatto che sia una giornata sprecata”. Magari non sono le parole esatte, perché vado a memoria, ma il senso è questo. L’ha detto nel suo programma televisivo. Ora quell’elit lì, un tempo era quella che leggeva più di tutti, oggi non legge affatto. il vero analfabetismo di ritorno è quello!
    Seconda domanda: no affatto, la crisi centra solo in concomitanza con altri fattori come “giustificazione” del calo delle vandite nel settore editoriale. Ma la classe media, quella che legge, è indubbiamente quella più duramente tartassata dalla crisi. Almeno, questa è l’idea che mi sono fatto.

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    Provo a dire la mia, come divoratore di libri e aspirante -aspirantissimo- scrittore. In una settimana vado si e no un paio di volte in libreria, una volta è per le tanto acclamate “nuove” (leggi vecchie) uscite, l’altra per farmi un giro e sentirne l’odore. E si, le vendite sono crollate. Se il sabato la libreria era stracolma ora, il sabato, ci sono le dipendenti che ti salutano con gli occhi scintillanti perché sei il primo visitatore in quattro ore. Curioso davanti a questo fenomeno ho chiacchierato un po’ con le dipendenti e un ragazzo nei paraggi, giusto per saperne di più. Ebbene si, i lettori più accaniti sono stufi dei libri tutti uguali, per questo preferiscono convertirsi alle serie tv o a rispolverare i classici che hanno in casa. Questo provoca inevitabilmente un calo della lettura e quindi delle vendite. In più ci si lamenta, ed io condivido, delle strategie commerciali degli editori, ossia: pubblicare gente quasi analfabeta solo per far soldi. Può pubblicare Pirlo, Conte, D’Urso, Signorini, Ibrahimovic, Corona, la Parodi, Enzo Miccio, tutti, tutti, tutti. Questo, sempre nel sentire le dipendenti, fa innervosire i clienti, e il sottoscritto. Entrare e vedersi una piramide di libri scritti da questi tipi provoca un conato di vomito e fa uscire la gente. Ugualmente per i titoli sempre uguali, trame sempre uguali. Ormai la gente non è più abituata ad emozionarsi “Ma si, proviamo questo libro”. Ecco la filosofia che a lungo andare stanca e, secondo me, contribuisce alla crisi. Non c’è più l’attesa, l’emozione di correre in libreria. I libri che si vendono, oltre ai fedelissimi, sono le uscite degli autori ormai affermati. E poi, cavolo, le persone si sono stancate del “libero inchiostro”: tutti possono scrivere. Sei una casalinga disperata ed hai da raccontare la tua tragedia? Scrivi. Sei un ex alcolizzato, un po’ analfabeta, ma comunque vuoi raccontarti? Scrivi! Su questo ho un’esperienza diretta: una signora sulla sessantina, entra in libreria e va sparata verso l’area riservata alle nuove uscite. Conosce quel posto a memoria, la seguo per curiosità. Prende un libro, non faccio nomi. Lo rigira, legge la trame una paio di volte, e poi il prezzo, solo dopo. Il suo commento: “Anche questo qui ha scritto un libro? Che diavolo di trama è? E’ pure sgrammaticato! A questo punto che li compro a fare i libri se anche io posso mettermi lì a scrivere? Mha..son cambiati i tempi, adesso tutti hanno la presunzione del saper fare, del poter emozionare.” Risultato? Ha messo giù il libro ed è uscita, senza preoccuparsi di ricercare qualcosa che forse meritava la sua attenzione. Immaginiamo questo comportamento adottato da più persone ed ecco che in una settimana, una libreria famosa e posizionata sulla via principale della città, riesce a vendere una quarantina di libri, se gli dice bene.

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    Si pensava che il mercato di massa aprisse grandi possibilità, sia per fare soldi, sia per fare contenuti. Vendere ad un pubblico più vasto significa vendere di più. Vendere di più significa avere un profitto più alto, ma anche un budget più alevato da investire. Invece? Invece no, hanno scoperto che il mercato di massa ha solo creato più concorrenza, più pattume e, in sostanza, un appiattimento dei contenuti. Prima si giustificava la cosa sostenendo che era “necessario stare sul mercato”, poi è arrivata la crisi e con essa una nuova scusa… Tuttavia io non credo nella crisi dell’editoria. Nell’Ottocento si vendevano più libri in Italia rispetto ad oggi? Non credo, se le statistiche sul tasso di analfabetismo sono corrette. Però allora le persone che sapevano leggere e si potevano permettere questo lusso leggevano sul serio. Oggi, che il tasso di alfabetizzazione è quasi vicino allo zenit assoluto, chi ha soldi da investire nei libri semplicemente non legge. Gli stessi dati citati dall’articolo dicono che le persone che leggono meno, tra quelli che possono permetterselo (cioè che a fine mese non hanno problemi di budget) sono i manager, i professionisti, gli imprenditori, ecc. Insomma se nel secolo scorso, pardon, se due secoli fa era proprio l’elit sociale a leggere molto, oggi è solo la “classe media” a farlo e la classe media è in crisi!

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      In realtà c’è un alto tasso di analfabetismo, nel nostro Paese. Si parla di analfabetismo di ritorno. Non ho i link sottomano, ma puoi trovare le varie ricerche e le statistiche con una volata su Google.
      Due domande: perché l’élite non legge più? Essendo élite dovrebbe avere una cultura sopra la media – oltre che più soldi da investire nella lettura. La seconda: siamo davvero sicuri che la gente non compri libri solo per la crisi economica?

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    Cosa dire? L’editoria è in crisi? C’è da considerare anche un cambio di costumi nell’Italia odierna, cui quasi nessuno dagli anni ’80 in poi è stato immune. L’avvento della televisione ha lentamente portato a dei cambiamenti sostanziali nella vita degli italiani, i quali hanno trovato un metodo di svago immediato e poco impegnativo. E se un tempo le fatiche quotidiane potevano essere ripagate dalla lettura di uno o due capitoli di un buon libro prima di andare a dormire, oggi cosa si fa? Nel migliore dei casi lo spettatore guarda un film o una puntata di una serie tv. Nel peggiore resta ipnotizzato e imbalsamato come una mummia in programmi privi di spessore e senso. Chi comincia a leggere un libro non ha la pazienza necessaria per portarlo a termine e la frase più odiosa e insensata che abbia mai sentito dire e “Poi mi vedo il film!”. Perché perdere un mese nella lettura di un romanzo quando in due ore, o poco più, si può avere a disposizione tutta la storia? Credo che questo sia un passaggio chiave nell’analisi della “gioventù” (tra virgolette perché questa gioventù può arrivare tranquillamente ai 50 anni) odierna. Chi legge un libro e poi vede un film sa bene che le differenze sono spesso abissali. E poi la soddisfazione di essere registi di una storia dove è andata a finire?
    Credo che questo aspetto debba essere sommato a tutti gli altri problemi descritti in questo articolo. L’editoria è in crisi per una questione economica? In parte è vero. Io stesso devo lesinare sui miei acquisti, ma il problema è che l’Italia assume sempre più i connotati di un barbaro reality show, dove i libri lasciano spazio alle telecamere.
    I libri sono tutti uguali? Certo ed è un discorso molto simile alla musica. Hit simili tra loro. Perché cambiare visto che funziona?
    I colossi dell’editoria non possono rischiare un flop, quindi puntano sempre sullo stesso genere, sulle stesse trame. Se cambiassero e fallissero anche con un solo libro per aver deciso di puntare su qualcosa di più originale ci sarebbero delle perdite ingenti. Una volta creata la moda (il famoso “giallo svedese”) si punta per lo più su di essa.
    Siamo un paese di conservatori, forse per cultura, forse a causa della politica. La nostra è una mentalità attendista. Non si rischia più. Questo porta una sensazione di sicurezza nel breve periodo, ma a lungo termine cosa accadrà? E se perdessimo quel 14% ogni due anni già da qui al 2020?
    E se stessimo perdendo qualcosa di fondamentale?

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      Non condivido il tuo paragone tra musica e libri, non in questo caso. È una semplice questioni di numeri: chi ascolta musica è un pubblico molto, molto più vasto di quello di chi legge libri.
      Gli ascoltatori che si possono “irretire” con musica sempre simile a sé stessa, con testi sempre uguali sono molto di più, ed è anche più facile che un motivetto orecchiabile, per quanto possa essere banale o scontato, abbia successo. Tieni anche presente che la musica costa molto meno di un libro e che per ascoltarla non occorre lo “sforzo” (fisico e mentale) che necessita il leggere.
      Per i libri è diverso.
      Se ti trovi ad ascoltare una canzone che sì, è uguale a tutte le altre ma è ascoltabile, ti rimane in testa, è piacevole ti scoccia un po’ la mancanza di novità ma d’altronde non ti trovi di fronte a un prodotto infimo. Inoltre una canzone dura pochi minuti.
      Se devi leggere un libro mal scritto, uguale ai duecento che hai preso in mano poco prima, che non solo non ti dice nulla di nuovo ma lo fa anche male, costringendoti pure a spenderci dei bei soldi… Beh, la questione cambia.
      Aggiungici che il mercato librario non è in mano al lettore occasionale ma a quello forte e vedi quanto possiamo essere nei guai.

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        il mio paragone con la musica riguarda proprio il meccanismo che è simile, cioè dare al fruitore quello che si aspetta…ciò che già conosce. Come tu stessa hai sottolineato “scoccia un po’ la mancanza di novità”. Il termine “irretire” credo sia abbastanza corretto in questo caso e credo valga, purtroppo, per la maggior parte delle cose che ci circondano. Per quanto concerne i libri forse i lettori sono sprovvisti di una certa consapevolezza. Sperimentare di tanto in tanto qualcosa di nuovo potrebbe essere una buona idea. Condividere e far girare la propria opinione dovrebbe essere la regola per cercare di invertire in qualche modo questa tendenza.
        Io non sono un assiduo visitatore del Writer’s Dream, ma devo dire che nel suo piccolo è riuscito a smuovere qualcosa in questi anni. Una goccia che deve essere affiancata da tante altre (tanto per usare una banale metafora). Bisogna prendere consapevolezza del valore dei libri, a mio giudizio.

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