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Perché è ancora importante parlare di editoria a pagamento – #noeap


noeap

È dal 2008 che Writer’s Dream porta avanti la battaglia contro l’editoria a pagamento; eppure, dopo cinque anni di attività di informazione, le persone ci contattano ancora chiedendoci se accettare o meno la proposta di quello o di questo editore a pagamento.

I non addetti ai lavori, le persone “normali” che non bazzicano siti e blog dedicati all’editoria – o, più in generale, tra chi non bazzica proprio la rete – non conoscono il fenomeno dell’EAP; ogni tanto salta fuori qualcuno che contesta il fatto che se ne parli da tanto tempo e in tutti i modi possibili.
“Basta parlare di EAP!” dicono. “Ormai tutti conoscono la cosa, se ne parla da anni!”. 

In linea teorica potrebbe essere così, ma vi racconto un episodio successo giusto qualche giorno fa: sto chiacchierando con una persona conosciuta al lavoro, che fa la giornalista ed è anche molto attiva online – partecipa a un progetto che si occupa di catalogare le aziende dividendole in virtuose o meno a seconda di principi ben definiti (posti di lavoro e utili generati e cose simili). Le parlo di Writer’s Dream e della campagna di informazione che conduciamo contro l’editoria a pagamento, si dichiara pienamente concorde con la nostra idea. Dopodiché, mi parla di una casa editrice che conosce e che reputa molto buona. Io apro le liste, controllo e la trovo tra quelle a pagamento.
Glielo dico, e lei mi guarda in silenzio per qualche istante, rispondendomi poi “purtroppo lo fanno tutte le case editrici”.

NON È LA CONSUETUDINE PAGARE PER PUBBLICARE

E a parte questo, due secondi prima la persona in questione si era dichiarata d’accordo con me. Andando a toccare una CE che conosce le cose cambiano? Non metto in dubbio che la CE in questione possa lavorare benissimo: EAP non è sinonimo di truffa o di mancanza di professionalità (che poi la maggioranza delle case editrici a pagamento, invece, non siano affatto case editrici ma semplici stampatori è un altro paio di maniche). Tuttavia, perché nascondersi dietro a un dito pur di “difendere” qualcuno?

In questi giorni si sta discutendo in rete anche dell’approccio del lettore all’EAP. Per quanto – a causa della natura stessa dell’editoria a pagamento, che ha come target di vendita l’autore stesso e non il lettore – sia abbastanza difficile per un lettore venire a contatto con un libro pubblicato a pagamento, è anche vero che chi paga per pubblicare si pubblicizza e si spamma in ogni dove e con ogni mezzo, aumentando così le probabilità di incontro.
Ed è giusto che il lettore sappia che potrebbe spendere i suoi soldi per un libro che nessuno ha valutato, selezionato (ricordate il manoscritto tarocco che ricevette la proposta di pubblicazione?) editato, ma che ha semplicemente stampato mettendoci una copertina.

È per questo che, anche dopo cinque anni, è ancora importante parlare di editoria a pagamento: per fornire agli autori, ai lettori, a chi scrive e a chi legge, gli strumenti per fare le sue scelte. Ognuno dei suoi soldi fa quel che vuole, ma è corretto che le dinamiche siano chiare e limpide. Dopotutto, come dicevo prima, l’EAP non è illegale. Quindi, dov’è il problema?

Parliamoci chiaro: l’editoria italiana è vittima di un malcostume generale ben più profondo e più grave. Ma non per questo bisogna smettere di parlare anche di questo problema; piuttosto, vanno affrontati tutti, con calma e consapevolezza.

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8 Comments
  • f
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    Ciao Ayame,
    purtroppo la situazione è anche peggiore di come la descrivi tu. Non è affatto vero che è “abbastanza difficile per un lettore venire a contatto con un libro pubblicato a pagamento”. Molti editori a pagamento fanno le fiere di Roma, Torino ecc., vengono ampiamente recensiti dai giornali, sono distribuiti da Pde, Messaggerie e via dicendo, riempiono gli scaffali delle librerie Feltrinelli.
    Ho contribuito anche io a far inserire un paio di nomi nella famigerata lista nera inviandovi alcune bozze contrattuali in cui si richiedeva l’acquisto copie. Si tratta di editori piuttosto potenti nel campo della saggistica.
    Quindi, sì, è importante parlare ancora di editoria a pagamento, perché molti di quei libri li abbiamo in casa, ne parliamo, ne scriviamo, comunque si vendono e portano anche firme autorevoli. Bisogna anzi essere ancora più espliciti nel combattere e segnalare gli “stampatori”, altrimenti le persone non sapranno mai che genere di libro hanno in mano.

    buona battaglia e grazie.

  • Fra
    Reply

    Gentile Editore, della situazione specifica, per la quale aveva già mostrato in passato di volerne discutere, non lo può fare nel topic che vi riguarda?

  • Reply

    RIPETO CHE, SE NON SI FOSSE CAPITO BENE DAL POST PRECEDENTE, ANCHE SE IBUC SVOLGE PARTE DELL’ATTIVITA’ NATURALMENTE ONEROSA DELL’AGENZIA LETTERARIA, A TUTT’OGGI NESSUINO DEGLI AUTORI PUBBLICATI HA PAGATO ALCUNCHE’. E CIO’ IN QUANTO IBUC HA UNA STRATEGIA SUA CHE LO HA GIUSTIFICATO. NEL FUTURO CIO’ NON E’ DETTO CHE SUCCEDA ANCORA SEMPRE, COME E’ SUCCESSO SEMPRE FINORA.

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    Writer’s Dream esprime delle funzioni utili. Anche a IBUC è stato utile nell’indirizzare scrittori e opere, anche se non abbiamo pescato molto nel loro mare.
    Invece, trovo molto superficiali la conoscenza della situazione reale del mercato editoriale italiano.
    Così, forse per ingenuità, sembra puntare sulle illusioni degli scrittori e su una vuota polemica materialista, col rischio di alimentare uno dei vizi gravi della nostra situazione editoriale italiana: il conflitto tra scrittori veri ed editori seri, che fanno il loro mestiere come si deve in Italia, cioè ad esempio compongono (eroicamente come IBUC) le due fasi della catena del valore editoriale, in altri mercati proprie di 1. “Agenzia letteraria” (non in Italia, sono realtà prive di ruolo significativo e opportunistiche) e di 2. “Publisher”.
    E’ noto che le “Literary Agency” nei mercati di lingua inglese, spagnola, portoghese, francese e tedesca svolgono l’attività preparatoria del testo (revisione testuale, quella che facciamo noi in IBUC, ben diversa dal semplice editing cosiddetto) e il suo inoltro ai canali strettamente industriali e commerciali gestiti dal “publisher” (nel caso di IBUC sempre noi). Questa attività viene fatta pagare agli scrittori, o attraverso denaro (ovviamente proporzionato al lavoro da fare sul testo, tramite preventivo giustamente dettagliato) o attraverso la condivisione dei diritti o altre forme composite delle due modalità. Anche quando il committente del lavoro dell’agenzia è il publisher, all’estero l’agenzia fa pagare all’autore la voce “revisione testuale”: e non è sbagliato, dal momento che gli scrittori non possono pretendere di avere gratuita la correzione di errori macroscopici che si trovano su quasi tutti i testi (ne sappiamo qualcosa in IBUC) di tipo lessicale, grammaticale e sintattico. Per non parlare del piano drammaturgico, come se mettersi lì per un anno o due delirando di successione di parole in un testo significhi avere “fatto letteratura”… “Scritto” di sicuro, fare letteratura è un po’ diverso.
    Dunque, non può essere fraintesa la attività di un editore che incorpora, come quasi sempre in Italia, la fase di “Agenzia letteraria” (DECISAMENTE, GIUSTAMENTE E PROPORZIONATAMENTE ONEROSA per l’autore, in un modo o nell’altro) con quella di chi NON LA SVOLGE O NON E’ IN GRADO DI SVOLGERLA. Questo “fare di tutte l’erbe un fascio” e riferirsi a una troppo semplice categorizzazione:
    • FREE, editore cosiddetto non a pagamento, bravo buono e bello, in realtà spesso più orrendo degli altri perché (a differenza di IBUC, che pure non ha mai fatto pagare nulla) NON sa lavorare sul testo e NON ha una strategia perché NON conosce il mercato della letteratura italiana NE’ la sua funzione anche sociale in Italia – la fabbrica della lingua – E NEMMENO culturale all’estero…
    oppure
    • EAP (Editore A Pagamento), spesso perché incorpora l’attività NATURALMENTE ONEROSA dell’Agenzia Letteraria, quanto meno sul piano della revisione testuale (se la sa fare!), e quindi a volte meno orrenda di molti FREE,
    E’ UNA SEMPLIFICAZIONE ECCESSIVA PER UN SITO DI ORIENTAMENTO AGLI SCRITTORI, quando poi si permette di accogliere commenti offensivi come alcuni di quelli scritti là su una realtà onestissima e cristallina come la nostra. Inoltre, rischia di incoraggiare gli scrittori che si fermano alla vanità di vedere libri stampati e all’opportunismo di aver ottenuto gratis del lavoro da qualcun altro, ad esempio da una struttura editoriale che svolge con qualità il lavoro di revisione testuale, senza accorgersi di essere molto imperfetti nel proprio lavoro di scrittura.

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      Invece, trovo molto superficiali la conoscenza della situazione reale del mercato editoriale italiano.

      Per carità, liberi di trovare superficiali quel che vi pare, ma… Anche no. Ci viviamo, nel mercato editoriale italiano.

      FREE, editore cosiddetto non a pagamento, bravo buono e bello, in realtà spesso più orrendo degli altri perché (a differenza di IBUC, che pure non ha mai fatto pagare nulla) NON sa lavorare sul testo e NON ha una strategia perché NON conosce il mercato della letteratura italiana NE’ la sua funzione anche sociale in Italia – la fabbrica della lingua – E NEMMENO culturale all’estero…

      Ah, e poi siamo noi che cadiamo in facili generalizzazioni? Secondo questa frase la totalità degli editori free non è in grado di lavorare su un testo.

      Nessuno ha mai accomunato l’attività di agenzia letteraria a quella di editore: gli editori che offrono, separatamente dall’attività di pubblicazione, dei servizi editoriali non sono stati inseriti in liste differenti da quella Free – a patto che, ovviamente, non chiedano contributi per pubblicare.

      Se un editore non svolge il lavoro di editing sul testo, nonché tutti le altre attività che vanno eseguite pre e post pubblicazione è un pessimo editore. Se queste attività le svolge solo a pagamento (ovvero: se l’autore non paga l’editing lo mando in stampa senza farlo) è un editore a pagamento. Punto.
      Non c’è nulla di semplicistico, è solo molto semplice.

      Infine: di commenti offensivi qui non ce ne sono, a meno di non considerare tale il vostro stesso commento che ci attribuisce una serie di aggettivi tutt’altro che simpatici e lusinghieri.
      Siete invitati, in vostri futuri ed eventuali interventi, a evitarli.

  • Venexia Castri
    Reply

    Non so voi, ma io considero una forma di editoria a pagamento non troppo mascherata mascherata anche il print-on-demand, soprattutto quando dichiara che bastano un isbn e un marchio registrato (il loro), per trasformare un’autopubblicazione in una pubblicazione classica. Ho scoperto “una casa editrice” che è solo un print-on-demand, il cui titolare, bontà sua, si fa chiamare “editore” (e mi pare che non sia vietato) e che organizza pure una fiera dell’editoria (sic!) indipendente. Con il Gruppo Albatros tra gli ospiti. La mia è solo un’opinione, è chiaro, ma non credo che la parola “indipendente” si debba usare con tanta leggerezza. Indipendente significa non soggetto a vincoli, autosufficiente. Cosa c’è di autosufficiente nel farsi pagare per pubblicare? Nel non fare alcun genere di selezione? E scusate lo sfogo.

  • fabio painnet blade
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    Scopro tardi questo spazio interessantissimo con cui mi ritrovo a condividere i temi di una piaga del sistema editoriale opportunisticamente sottovalutato, vigliaccamente marginalizzato e occultato nelle sue vere forme da una classe giornalistica e intellettuale (ma forse sarebbe meglio dire di ‘addetti ai lavori’ ) compiacente .
    Il problema non è affatto superato perché non sembra esserci una coscienza comune matura in grado di comprendere i risvolti della faccenda: il sntimento di vanità prevarica ogni raziocinio, per questo è stato fatto materia di scambio, ovvero di mercificazione. Ed intanto all’orizzonte si profilano oscuri gruppi ‘consorziati’ ben equipaggiati sul piano comunicativo (sempre gerarchicamente organizzati a una struttura di ‘riverbero mediatico’) a cavalcare l’onda e a spremere la marea di illusi che ancora non hanno acquisito il significato più elementare del paradosso comunicativo. E meno male che ci troviamo nell’epoca cd della ‘comunicazione di massa’…
    Le soluzioni al problema tuttavia esistono e non sono nemmeno così complesse. Occorre però un barlume di umiltà e di conoscenza delle cose prima di affrontarle, perché la questione prim’ancora che letteraria è da considerarsi più profondamente artistica, culturale e, per certi versi, strettamente legata alla logica degli attuali meccanismi politici. Troppo difficile? Vabbè, allora mi fermo qua!

  • Reply

    Se l’Aie facesse il suo dovere oltre a fare… be’ a dire… insomma, qualcosa pur faranno! Comunque, l’Aie dovrebbe rendere obbligatoria una sorta di carta d’identità delle CE in cui siano chiarite le politiche editoriali di ciascun editore. In modo limpido e rispettoso di tutti. E poi a ciascuno la sua scelta, lettura, opinione… E come sempre: grazie per il vostro lavoro.

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