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Diritto di critica e dovere di recensire


Perché fare una recensione è un dovere, ma è anche un diritto.
Al suo interno bisogna essere capaci di dosare tutti gli elementi oggettivi e soggettivi della tua lettura, di quello che pensi, dei confronti con argomenti simili e, soprattutto, di ciò che l’esperienza con quel dato libro ti ha dato.
I requisiti minimi per recensire un testo senza ridicolizzarsi agli occhi di chi ti leggerà (ed è il più grande inganno in cui tutti cascano, soprattutto quando si è insolenti o supponenti) sono pochi, ma irrinunciabili:

Sincerità: non puoi dire b per a. Non puoi valutare bene qualcosa che non ti è piaciuto, o non leggere per intero un libro (anche se ne estrapoli gli estratti, tutti delle prime 40 pagine) e poi raccontare di quanto è pessimo tutto il prodotto. I lettori non sono scemi, e nemmeno quelli che cercano consigli. Se ne accorgono quando dici le bugie, e rischi di essere svergognato.

Lettura: Sì. Perché tutti sanno leggere, ma non tutti sono in grado di raccontare e analizzare la loro esperienza. Se non te la senti, non sei obbligato a farlo. Leggere è in primo luogo un’esperienza intima, totalizzante. Rimane a te. Per trasferire quello che senti agli altri, devi essere capace di trasmettere.

Oggettività: Devi scordare che stai leggendo qualcosa di qualcuno che conosci. Che ami o che odi. Devi dimostrare che non ti sei fatto condizionare da quello che pensavi prima di leggere. Il gusto personale deve incidere, è ovvio, ma non può diventare il tuo unico metro di giudizio. Proprio perché alla fine rischi di non giudicare un testo sul bene e sul male, ma solo sul mi piace/non mi piace. Mi spiego: non è che se l’autore non traveste i propri protagonisti di glitter e swarosky e non li fa vivere nella società americana, un testo non vale la pena di esistere. Chiediamoci sempre perché sono d’accordo o in disaccordo con il contenuto di quello che leggo. Sono io… o realmente non va?

L’opera: Mai, in alcun modo, devi giudicare l’autore nel personale e nel suo complesso da un testo. Sia che lo faccia in maniera sottile o in modo palese. È una prassi squallida, che mostra soltanto agli altri quanto tu sia invidioso.

Critica Costruttiva: Quello che dici, anche se negativo, va sempre inserito in un’ottica di miglioramento, di suggerimento, di dimostrare gli ostacoli che l’autore deve superare. Fai attenzione a non travalicare il limite, perché rischi che alla fine non stai recensendo, ma dileggiando qualcuno e il suo lavoro. E sono pochi quelli che possono permettersi un lusso del genere, soprattutto se consideri che, ahinoi, tanti autori hanno l’ego di cristallo.

Ma, infine, il mio preferito è sempre uno:

L’autorevolezza. Perché, se non fosse chiaro a chi scrive e a chi legge, il primo punto su cui non discutere (e non fare sconti) è la sovranità del lettore, il cui potere di giudizio non va patteggiato. Può essere mediato, oggetto di confronto se possibile, ma non contestato. Mettiamoci in testa una buona volta che il parere del lettore è sacrosanto, e che è autorevole in quanto tale. Per cui piantiamola di schermarci dietro ai titoli, o dietro a presunte esperienze sul campo che di fatto possono essere smentite dal primo che sta a un gradino sopra di te. Il lettore è autorevole perché legge, va rispettato perché si dedica a te, ti regala il suo tempo e ha diritto di poter dire se questo tempo lo ha usato bene o male con il tuo libro, senza che tu, autore, lo attacchi.  Così come, quando recensisci, non spacciarti per chi non sei. Rischi di diventare lo zimbello per chi magari scopre che non è vero nulla, anche quando il tuo branco osanna le tue esperienze. Perché prima o poi qualcuno ti rimette al posto tuo, sollevando il velo su quello che non sei.

Non è chiaro?
È un po’ come dire di essere esperti in tematica letteraria LGBT e di aver addirittura fatto attivismo, e poi dimenticarsi di aver dichiarato in precedenza di  non sapere nemmeno chi sia Genet, o di non aver letto il De Profundis, di non vedere gli albori della tematica in Alice nel paese delle meraviglie, di non conoscere ma disprezzare Tondelli o ancora di parlar male di un Gastaldi o un Carrino che coi loro esordi hanno segnato indelebilmente l’evoluzione della narrativa post gay nel nostro paese.
È lo stesso principio, che io sostengo da anni, che vale per gli scrittori o presunti tali: pubblicare non ti dà un titolo. Quello te lo devi guadagnare con impegno, umiltà e sudore. Scrivere piace a tanti, ma non tutti lo sanno fare, e non tutti quelli che riescono ad avere un marchio su una copertina a proprio nome, possono sentirsi scrittori (e magari guardare gli altri dall’alto in basso).

Ah. Io ora mi preparo per andare al mare, in compagnia di un buon libro.
Auguro “Buon relax” anche a tutti voi. 😀

 

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