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Piccola editoria vs Print On Demand: cosa scegliere?


Prendo spunto da questo articolo di Morgan Palmas per porre una questione che mi gira in testa già da un po’.
Morgan Palmas ci dice che

il dato che emerge dalla più recente sintesi del Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia è che a fronte di 10335 case editrici censite, soltanto 2600 circa hanno una presenza organizzata sul mercato e con almeno un titolo venduto. Sembrerebbe che quasi 8000 case editrici vivano nell’oblio

Conti alla mano, 2600 su 10335 significa solo il 25%.

E ancora, Morgan Palmas ci fa notare che

Nel 1990 le tirature medie di un libro si aggiravano sulle 7000 copie, nel 2000 erano 4910, nel 2007 ancora più giù: 3980. Una discesa continua. I libri pubblicati ogni anno aumentano, ma la tiratura media diminuisce.
Il dato medio di tiratura d’un libro per le grandi case editrici è poco più di 5000 copie. Quindi, piccola curiosità e presa di coscienza: quando sentite uno scrittore famoso bearsi del proprio talento, sappiate che il suo libro avrà probabilmente venduto poco più di 5000 copie, non decine di migliaia o centinaia di migliaia, i fortunati da best seller si contano in poche mani. Spesso il marketing è ingannevole in questi casi.

E in ultimo

le fusioni e le conquiste societarie sono sempre più la regola fra i tre grandi gruppi editoriali italiani: Mondadori, RCS MediaGroup, Mauri Spagnol. Quindi, potere economico uguale potere “politico” (sui canali di distribuzione ovviamente – inutile dire qui che se spesso nelle librerie vedete le case editrici note in bella vista un motivo c’è… e indovinate quale…) uguale maggiore diffusione dei propri libri uguale migliori investimenti.
Un gatto che si morde la coda? Sì. In questa situazione le piccole e medie case editrici – soprattutto le piccole – sono costrette a fare miracoli per non finire in rosso (che la cosa resti fra noi… sono quasi tutte in rosso, ma non diciamolo in giro che qualcuno è permaloso).

La conclusione a cui giunge Morgan Palmas è semplice:

Riprendiamo brevemente i seguenti dati.

1- Circa 8000 case editrici sembrano non attive. Sembrano.
2- I libri pubblicati ogni anno aumentano, ma la tiratura media diminuisce.
3- I grandi gruppi editoriali schiacciano il mercato assottigliando le fette della torta che si dividono la piccola e media editoria.

Secondo voi, tante piccole case editrici apparentemente non attive e altre invece attive che cosa potrebbero fare per rimpinguare le casse?
Bravissimi, avete indovinato: print on demand!

Dopo questo necessario preambolo, vorrei aprire una discussione con voi analizzando la situazione dal punto di vista dell’autore.
Di recente abbiamo esposto le nostre perplessità in merito alle scelte editoriali di molte delle piccole e medie case editrici indipendenti, tirandoci dietro una sequela interminabile di polemiche e insulti più o meno velati.
Probabilmente chi ci ha additati come ignoranti aveva ragione: partivamo da un presupposto sbagliato, ossia che una piccola casa editrice indipendente dovesse necessariamente puntare sulle vendite, e quindi sulla qualità dei propri testi, per sopravvivere.
Alla luce di quanto apprendiamo sul rapporto sempre più stretto tra POD e piccole case editrici, molte delle nostre perplessità potrebbero essere finalmente svelate.
Non è difficile infatti arrivare alla conclusione che tramite l’uso del POD i costi di una casa editrice siano notevolmente abbattuti.
Un editore che usufruisce del POD e non offre un contratto chiaro in termini di distribuzione e promozione (ATTENZIONE, non stiamo dicendo che i contratti siano tutti così, ma sicuramente ce ne sono) abbatte notevolmente i propri costi, potendosi permettere anche di vendere quelle cento/centoventi copie per ogni titolo rientrando abbondantemente delle spese e ottenendo un cospicuo guadagno.
Vengono infatti drasticamente eliminati i costi di distribuzione, perché l’editore farà arrivare le copie in libreria solo se e quando la libreria glieli ordinerà e vengono drasticamente ridotti i costi per la promozione, perché basterà avere una vetrina internet per far sì che il testo sia ordinabile e/o prenotabile.
Passiamo alla seconda riflessione, l’editing, croce e delizia. Quanti libri di piccole CE vengono sottoposti a un editing se non perfetto quanto meno accettabile? Pochi, troppo pochi per giustificare la perdita di guadagno di un autore che decide di affidarsi a una piccola CE piuttosto che autopubblicarsi.
I POD oltre a offrire impaginazione e stampa professionale, ormai offrono quasi tutti anche la possibilità di ottenere l’ISBN, alcuni fanno addirittura servizio di editing applicando una maggiorazione al prezzo di produzione.
E a questo punto mi viene spontanea una domanda.
Considerando che:
– la distribuzione delle piccole CE è scarsa quando non del tutto assente;
– il prezzo di copertina lo decide l’editore, mentre con il POD a decidere è l’autore;
– l’editing di una piccola CE è spesso insufficiente;
– la promozione di una piccola CE si limita agli annunci in rete;
– l’organizzazione delle presentazioni pubbliche con le piccole CE è lasciata quasi completamente nelle mani dell’autore, che spesso è costretto anche a comprarsi le copie per conto suo perché molti editori non le forniscono;
– pubblicando con una piccola CE l’autore ottiene il 10% sul prezzo di copertina (quando va bene) mentre affidandosi a un POD ottiene un guadagno pari al prezzo pieno di copertina;
– comprarsi uno spazio internet dove pubblicizzare il proprio libro costa in media 20 Euro all’anno e usufruire dei social network per la stessa operazione è totalmente gratuito e offre ampia visibilità

la domanda è: se Mondadori, RCS e compagnia bella ci ignorano, mandando in frantumi le nostre speranze di arrivare al grande pubblico, è meglio optare per una pubblicazione con una piccola CE o affidarsi direttamente a un POD?
A voi le risposte.

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33 Comments
  • autore perplesso
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    Salve gente,
    io credo che non ci sia una scelta assoluta che vada bene per tutti gli autori, perciò tra piccola CE e POD bisogna valutare caso per caso il rapporto costi-benefici, e domandarsi dove si vuole andare a parare.
    Detto ciò, se uno scrittore ha la fortuna di imbattersi in un VERO EDITORE, il problema non si pone, ma sappiamo tutti che tra i piccoli ed. è davvero merce rara. Molti sono gli ed. che sono un ibrido tra la tipografia e l’ed.
    La mia esp. diretta, purtroppo, lo dimostra. Ho un contratto in essere con un Ed. e siamo quasi alla rottura, perchè egli ritiene che le modifiche che io intendo apportare per migliorare sia l’estetica sia il contenuto del libro, egli li valuta SOLO come costi ulteriori di produzione e pertanto me li vuole addebitare. Non è che io non possa permettermi di pagare la “penale”, ma l’idea di essere finito in una “catena di montaggio del libro”, non mi piace per niente.
    Io sarò forse ingenuo, e invece penso che produrre narrativa sia diverso che produrre ciabatte; e anzi, a mio parere, l’ed. dovrebbe essere contento di colaborare con un autore che non si accontenta della semplice pubblicazione, ma che punta sulla migliore qualità possibile del prodotto.
    Pertanto sono d’accordo con NayaN:
    1. Se un ed. anche se ti pubblica a sue spese ma non ti fa l’editing nè la correzione delle bozze;
    2. Non ti distribuisce in libreria ma solo online (cosa non preclusa all’autore);
    3. Non fa promozione e lascia a totale carico dell’autore rendere visibile il libro (presentazioni, recensioni, ecc…);
    penso che a tali condizioni l’alternativa dell’autoproduzione sia da prendere in seria considerazione, come sostiene Christian Dilorenzo.

    Autore indeciso(spero non per molto)

  • Reply

    Proprio facendo lo stesso ragionamento e dopo la mia brutta esperienza con una casa editrice locale, ho creato un gruppo su facebook “EXCHANGE – AUTORI IN MOVIMENRO” il cui scopo è proprio quello di far capire agli scrittori che oggi come oggi o si punta alla grande casa editrice o altrimenti la soluzione migliore resta il Book-on-Demand.
    Lo scopo del gruppo è quello di aiutare gli scrittori a trovare i servizi migliori per l’autopubblicazione incentivando la visibilità e quindi l’organizzazione di presentazioni, unico vero canale per vendere il proprio libro.
    Poiché mi occupo direttamente dell’impaginazione di libri, mi preoccupo in prima persona di aiutare altri scrittori a non cadere nella trappola degli editori a pagamento, fornendogli le informazioni migliori per relizzare un libro.

  • Nayan
    Reply

    @stefania, in che senso? O.o

  • Stefania
    Reply

    Ho notato una cosa molto strana nel blog…
    Approfondirò

  • Stefania
    Reply

    Cosa vuoi farci, ormai sarà dura eliminare certi preconcetti, visto il modo in cui sono stati “stampati a fuoco” nelle menti degli esordienti…

  • Silvio Sosio
    Reply

    Scusate, la faccenda della distribuzione mi sembra che non vi sia molto chiara.
    Nessuna casa editrice, neanche Mondadori, può portare in libreria libri che il libraio non ha ordinato. La differenza tra una casa editrice distribuita da un distributore (dal più sfigato locale a Messaggerie, Rizzoli o PDE) e una non distribuita sta semplicemente nel fatto che è il distributore a gestire gli ordini delle librerie invece dell’editore stesso.
    Ovvio che questo comporta comunque un vantaggio, perché il distributore è noto e più affidabile per la gestione delle rese, ha una logistica per rispondere rapidamente agli ordini, ha un sistema centralizzato per fare ordini online, eccetera; diciamo che offre facilitazioni, ma il meccanismo non cambia.
    In sostanza potremmo dire che non è il fatto di essere distribuiti che porta a vendite maggiori, è il fatto di vendere di più che obbliga a servirsi di un distributore per gestire in modo più efficiente la vendita.
    Un editore che pubblica solo libri di esordienti in poche centinaia di copie può mettere i suoi libri a disposizione delle librerie, ma otterrà sicuramente risultati migliori vendendoli online e invitando l’autore a darsi da fare per promuoverli.
    S*

  • Stefania
    Reply

    Ah ah ah… grazie per il complimento Nayan, gradito e inaspettato.
    Tu vedi la cosa da un’altra prospettiva rispetto alla mia, ma ciò non toglie che anche tu abbia ragione, anzi. Semplicemente sono entrambe motivazioni valide e significative, probabilmente complementari. Io, che sono un editore, non ho vissuto quanto voi una certa situazione; voi, che siete lettori e critici, non avete avuto modo di provare a stare da “questa parte”. E dal momento che stai sollevando obiezioni estremamente reali, pur non essendo io in una posizione tale da poter assumere la vostra prospettiva di osservazione, le tue obiezioni sono per me insindacabili. Allo stesso modo dovrebbero essere considerate le mie, perché le une non escludono le altre. Possono essere entrambe il fattore scatenante di questa situazione, una simbiosi esplosiva di fattori che si rafforzano l’un l’altro.
    Secondo me, gli editori che dicono determinate cose del “WD” non hanno torto. Il fatto è che “IL WD” è fatto di persone come te (e come altre, non ultima la mia “amica”), culturalmente elevate rispetto alla media, media che però si mantiene a livelli paurosamente bassi a causa delle centinaia di autentici IGNORANTI che bazzicano lì, nel WD. E la cosa che fa piangere è che chi si eleva dalla massa sono coloro che leggono (ma leggono davvero, però), mentre tutti gli altri, la stragrande maggioranza, cosa fanno? SCRIVONO, NayaN, ma tutti lì siete, tutti lì a formare “IL WD”: belli e brutti, colti e ignoranti, intelligenti e non. Ed è davvero difficile distinguervi, a meno che non vi si segua per un po’ (ma bisogna avere un motivo per farlo).
    E’ come camminare sul marciapiede dove ci sono alcune cacche di cane, due tre, cinque, otto…: le noti e le eviti, ma se non osservi da vicino (forse troppo da vicino) non puoi notare che in una di queste cacche, ben nascosto nel mezzo, c’è un meraviglioso diamante. A prima vista sono tutte uguali: sono cacche e puzzano, meglio stare alla larga (prima di portarne a casa una sotto la scarpa).
    Senza entrare nel politichese, giorni fa Tremonti ha detto che il nord Italia è la zona più ricca d’Europa. I risultati negativi, economicamente parlando, di cui l’Italia gode sono dovuti alla MEDIA, quindi nord, centro e sud. Ma all’estero chi guarda all’Italia non fa differenze: l’Italia è formata da tutti gli italiani, così come il WD è formato da tutti gli utenti, non solo dagli amministratori e da una manciata di critici-collaboratori più o meno attivi.
    E dato che le discussioni che nascono sul WD vengono seguite da tutti e tutti possono intervenire, non essendoci una regola per la moderazione degli strafalcioni (ideologici e grammaticali), chi capita lì dentro senza uno scopo o una funzione precisa (un curioso, per intenderci) e magari ha un livello di cultura che rientra anche solo nella media, non può che farsi una sola opinione (negativa) “del WD”. Frequentandolo un po’, sempre da osservatore, probabilmente dopo qualche mese riuscirebbe a farsi un’idea di chi siano gli utenti che quando scrivono hanno il cervello collegato e chi sono, invece, quelli il cui movimento delle mani sulla tastiera è dovuto a un riflesso incondizionato, non controllato da un cervello troppo piccolo o debole per farlo, che tra l’altro sono proprio i più influenzabili dal carattere forte, aggressivo e carismatico dei “soliti noti” che dirigono il tutto (e che quindi restano “semper fidelis”, come bravi soldatini, contribuendo però ad abbassare il livello qualitativo del forum).
    Converrai con me che questi bravi soldatini sono stati addestrati a tenere un comportamento non propriamente adeguato al proprio livello quando si presentano agli editori, quella categoria “brutta, sporca e cattiva” che nulla ha da pretendere da scrittori “di talento” come loro, ma anzi deve solo ringraziare, riverire e accettare di buon grado qualunque insolenza da parte di questi preziosi e indispensabili elementi che si reputano, più o meno pubblicamente, al di là di ogni dubbio e senza alcuna vergogna, i futuri candidati al Nobel per la letteratura.
    Questo è ciò che si vede dal mio punto di osservazione. E la conclusione è che se con questo comportamento hanno voluto cambiare il mondo dell’editoria hanno raggiunto lo scopo, ma il cambiamento ottenuto non è esattamente quello a cui aspiravano.
    Quindi sì, confermo:”IL WD” inteso come insieme non si eleva certo per cultura o razionalità; fra “I TIPI DEL WD”, invece, ce ne sono alcuni che sono davvero fuori posto lì dentro, ma bisogna conoscerli uno per uno, e per fare ciò è necessario seguire ciò che avviene sul WS per mesi interi.
    In particolare (piccola parentesi)… nessuno ha notato che c’è un membro dello staff che quando interviene procura solo danni che in alcuni casi potrebbero anche avere gravi ripercussioni su TUTTO lo staff? Per fortuna ultimamente non interviene più molto spesso. Se la maggior parte degli utenti ha un cervello, a prescindere da quanto bene e spesso ne usi la piccola parte non atrofizzata, questo “elemento” è più paragonabile a un androide a cui il creatore si è dimenticato di caricare il sistema operativo. E francamente mi meraviglio che nessuno di voi lo abbia ancora SPENTO.
    Comunque, so bene quanto tu ti stia dando da fare per contribuire a dare visibilità alla piccola editoria, e permettimi di ringraziare te e tutti coloro (pochi) che stanno facendo altrettanto, ma resta il fatto che per troppo tempo si sono portati avanti ideali sbagliati, combattute “guerre” ancor più sbagliate, spesso e più ferocemente verso nemici inesistenti. Tutto ciò ha fomentato l’odio nei confronti del “nemico” e ora qualcuno sta cominciando a capire che la piega che stanno prendendo le cose non è esattamente quella che ci si aspettava. Ma temo sia un po’ tardi.

  • NayaN
    Reply

    No Stefania, nessuno ti cazzierà perché quello che dici è molto interessante, e sei l’unica tra gli editori che frequentano questo blog ad avere le palle (scusate il francesismo) di dire quello che molti pensano ma non dicono. Ho chiesto e richiesto in molte occasioni agli editori di fornire delle motivazioni a supporto delle loro tesi, e l’unica cosa che sono stati in grado di dire è che il WD non ha le competenze né le basi per esprimere dei giudizi in merito al panorama degli esordienti.
    Io non credo che il WD abbia mai santificato gli esordienti, e le stroncature sia nelle recensioni che nella sezione Narrativa del forum stanno lì a dimostrare proprio questo. Credo piuttosto che la vanity press e quella parte di piccola editoria free (e non è tanto piccola secondo me) che agisce come ho descritto in questo post, abbia contribuito a diffondere la convinzione che chiunque possa scrivere e possa pubblicare; lo sdegno che molti esordienti manifestano quando ricevono una stroncatura o anche solo una critica è sintomatico di una grande (e immotivata) fiducia nei propri mezzi, che non può derivare solo dai complimenti di amici e parenti.
    Se la motivazione di tanti testi di così bassa qualità non è da ricercarsi nella voglia di fare soldi facili, abbassando i costi di produzione e pubblicando tutto ciò che può garantire un introito di un centinaio di copie, perché magari l’autore è un personaggio di spicco in un determinato settore ed è in grado di garantire (o almeno promettere) vendite significative alle proprie conoscenze, devo pensare che all’interno di molte piccole CE non ci sia personale in grado di discernere un’opera decente da una completamente insufficiente. E ti assicuro che quando ho parlato di spazzatura d’autore ho usato un eufemismo, perché quello che ho letto negli ultimi tempi da diverse piccole CE (0111 non è tra queste, giusto per chiarire) è molto peggio. E tra le due ipotesi non so quale sia la peggiore…

  • Stefania
    Reply

    Aggiungerei anche la massiccia opera di demonizzazione nei confronti di una fazione (piccoli editori) e l’esagerata “santificazione” della parte avversa (esordienti) da parte di qualche forum e blog, che negli anni è riuscita a convincere chiunque sappia battere su una tastiera con due dita di possedere un talento impagabile, accrescendone a dismisura l’ego, le aspettative e la presunzione.
    Se l’obiettivo era quello di cambiare il mondo dell’editoria… be’, ci stanno riuscendo. Se questo vada a danno o a favore degli esordienti/emergenti davvero validi è facile intuirlo.
    Comunque, Nox, credo sia meglio non andare oltre con l’OT, altrimenti qui ci cazziano…!

  • Reply

    @Stefania: scusa un vizio professionale da elenco puntato di agenda di meeting che termina sempre con Any Other Business (varie ed eventuali).

    La mia opinione è che ognuno di quei cofattori si influenzi a vicenda fino a generare una mistura mefitica: la scuola e l’accademia (ci son dentro, lo so) non riescono più a creare menti “ben formate”, piene non tanto e non solo di cultura, ma anche capaci di autocritica, di progettazioni non velleitarie, di percorsi graduali di vita (tutti Autori dell’Anno a 16-20 anni o giù di lì). Sul perché di questo ci si scanna da oltre 10 anni e quindi lasciamo stare.

    Il web 2.0 e la visione da reality show, con i suoi blog, i forum, i social network, la necessità ormai antropologica di dovere esternare ogni cosa di sé, in cui tutti scrivono a profusione, riversando brani, poesie, capitoli, trame, lasciandoli giudicare a un magma inestricabile in cui ci stanno indistinguibili, il 15enne complessato che passa 12 ore davanti al computer che conosce a memoria tutti i manuali di scrittura, ma nient’altro, e il giornalista maturo con una biblioteca accumulata in tutta una vita di letture: e non è detto che l’uno non sappia esprimere un giudizio migliore del secondo, ma comunque sono irriconoscibili, ogni esperienza, ogni punto di riferimento che nella vita vera sono fondamentali per riconoscere il giudizio altrui, restano mascherati dall’anonimità del web. E in ogni caso ricevere l’attenzione dei “pari” crea aspettative, prospettive falsate, affossa istinti creativi meritevoli e eleva le ciofeghe.

    Infine il pull: centinaia di concorsi e concorsini, di eventi, di siti di recensioni, di tristissimi scambi di notorietà fra autori da 100 copie, io-presento-te-tu-presenti-me, di CE e POD affamati di testi, qualsiasi cosa pur di esistere, sopravvivere nel mercato, nel mondo direi.

    Queste tre cose entrano in risonanza e spaccano tutto.

    Poi non so se c’è altro. Forse sì, anzi di sicuro.

  • Stefania
    Reply

    P.S.: cos’è “AOB”?

    Aggiungo a quanto scritto sopra: il perché me lo sono chiesta e mi sono anche data una risposta più che logica e plausibile, ma per i motivi di cui sopra preferisco non esporla qui.

  • Stefania
    Reply

    Perfettamente d’accordo. Specie sui punti 2 e 4.
    Potrei aggiungere anche altro riguardo a ciò che il punto 4 ha scatenato (aumento spropositato di nuove CE e di offerte di servizi editoriali inadeguati), ma si scatenerebbe il putiferio, quindi lo tengo per me.

  • Reply

    Ah ecco, perché chiaramente il web sociale ha di certo aumentato il numero di aspiranti scrittori e quindi pensavo che il numero di opere inviate fosse aumentato in assoluto, portandosi dietro più scarti. E’ lo stesso comunque e faccio la mia ipotesi su perché del fenomeno.
    Il numero assoluto di opere meritevoli dovrebbe essere funzione di:
    1) spinta culturale di un paese (diffusione e qualità della cultura, la cui causale principale è ovviamente il sistema di istruzione)
    2) la metacognizione o la capacità di autovalutarsi (in questo il web sociale ha tutte le sue colpe, ma è argomento per un altro topic, ben più rovente)
    3) numero di abitanti (e qui non dovrebbe essere cambiato nulla)
    4) l’attrazione o il pull culturale, cioè il numero di attrattori che stimolano a scrivere E a spedire (concorsi, eventi, fiere, CE, laboratori, scuole creative, POD, tutte facilitate dal web)
    5) AOB (non me ne vengono in mente altre).
    La diminuizione assoluta (e non percentuale) di opere buone indica che i punti 1,2,4 agiscono in modo negativo.
    Tu che dici? Ti sei chiesta il perchè?

  • Stefania
    Reply

    No Nox, è diminuito. Così come è, infatti, diminuita la quantità di libri che stiamo inserendo a catalogo.
    Di contro, la qualità del prodotto finale è migliorata, ma questo grazie al frequente cambio di politica aziendale adottato al nostro interno, non certo perché quello che valutiamo oggi sia migliore di ciò che abbiamo valutato in passato.

  • Reply

    @Stefania: un attimo, con le percentuali si possono commettere errori di analisi.
    Riformulando la domanda, il numero ASSOLUTO di opere meritevoli giunte in redazione è aumentato? E’ aumentato il numero di opere giunte?
    Penso sia chiaro dove voglio andare a parare, no?

  • Stefania
    Reply

    E’ un’ottima domanda Nayan, e non ho esitazioni nel fornirti una risposta.
    Come è emerso anche dalle risposte degli utenti a questo articolo, prima si prova con le Big, che nel 999,9% dei casi non risponderanno o risponderanno negativamente. Il passo successivo è quello di rivolgersi alle medie, e qui qualcuno ce la fa. Dopo di che si passa alle piccole, dando precedenza a quelle con la “fama” migliore. E anche questa è una tappa per le opere migliori, che spariscono dalla circolazione. Poi si passa alle piccole, magari free, ma di fama un po’ meno buona. E sparisce dalla circolazione un’altra fetta del materiale migliore. Il passo successivo è verso le CE free, ma con PESSIMA fama (autoindotta o AFFIBBIATA da altri per oscuri motivi), che esistono, sono free e si battono per la propria sopravvivenza.
    E qui le percentuali sono così suddivise (non so in casa d’altri, ma da noi è così):
    Facciamo l’esempio su 100 testi che arrivano in redazione.
    Circa il 50% di ciò che arriva viene scartato immediatamente perché ILLEGGIBILE già dalle prime righe (50).
    Circa il 50% di ciò che non è stato scartato viene letto velocemente (le anteprime) per verificare se valga la pena oppure no richiedere il testo integrale in valutazione. In questa fase non ci interessa la validità della trama, che può essere stabilita solo in un secondo tempo, ma valutiamo come scrive l’autore. Il 60% di questo 50% viene scartato, mentre il 40% (20 opere) viene valutato integralmente.
    Di questo 40% solo il 25% circa (dalle 4 alle 6 opere) è giudicato pubblicabile, con valutazioni più o meno alte.
    Vediamo i livelli delle opere classificate come “pubblicabili”, che abbiamo detto essere circa 5 (i giudizi sono riferiti a opere esordienti/emergenti e non possono essere paragonati a opere di autori famosi classificate allo stesso modo)
    Eccellente: circa il 3%
    Ottimo: circa il 10%
    Buono: circa il 20%
    Discreto: 40%
    Resta un 27% (circa) che può essere classificato come “Più che sufficiente”, che viene pubblicato solo se il materiale da inserire a catalogo scarseggia.
    Rispondendo alla tua seconda domanda, e cioè se la qualità di ciò che arriva in redazione negli ultimi tempi è migliorata o peggiorata, posso affermare senza ombra di dubbio che è PEGGIORATA (e di brutto).
    Prima la percentuale delle due fasce intermedie era maggiore, mentre l’ultima fascia (discreto) era certamente più bassa.

  • Xarxes
    Reply

    @Stefania

    Se per tutto il brano si parla di grandi differenze nel lavoro delle piccole CE, che possono andare dall’ottimo al totalemte insufficiente e si pone l’attenzione soprattutto sulle seconde, è ovvio che si stia chiedendo “pur di pubblicare accetteresti il peggiore dei contratti o no?”

    Anche perchè mi sembrerebbe assurdo dire che la pubblicazione con una piccola ma buona CE da un esordiente vada scartata a priori, e non mi pare che al WD si sia mai sostenuto questo.

  • NayaN
    Reply

    Stefania, vorrei farti una domanda; in base a quella che è la tua esperienza, ti sei fatta un’idea del perché la qualità della maggior parte dei testi che arrivano in redazione sia tanto bassa? E hai notato un peggioramento nell’ultimo periodo o il trend è sempre stato più o meno lo stesso? Da profana quale io sono, mi piacerebbe sentire il parere di qualcuno che di manoscritti ne vede in quantità industriale.

  • Stefania
    Reply

    @Xarxes: ““meglio una CE qualunque, anche la peggiore, o autopubblicarsi”, non “meglio la piccola editoria o l’autopubblicazione”.”
    E’ la stessa cosa, Xarxes, solo esposta in altri termini.
    Infatti, a prescindere da quanto contenuto nell’articolo, la domanda finale posta da NayaN è la seguente:

    “è meglio optare per una pubblicazione con una piccola CE o affidarsi direttamente a un POD?”

    e non “è meglio optare per una pubblicazione con una piccola CE che non distribuisce, non promuove, non effettua editing… o affidarsi direttamente a un POD?”

  • Xarxes
    Reply

    ovviamente prima di passare a un qualsiasi tipo di autoproduzione (un POD al massimo lo affincherei all’ebook gratis) proverei con CE grandi, medie e piccole che ritengo valide. D’altronde la questione sollevata dall’articolo è “meglio una CE qualunque, anche la peggiore, o autopubblicarsi”, non “meglio la piccola editoria o l’autopubblicazione”.

  • Stefania
    Reply

    Opinione rispettabilissima, Xarxes. Ma tu stessa dici che, probabilmente dopo aver provato con i Big, PRIMA di passare al POD proveresti con un piccolo gruppo di (piccole) CE di tuo gradimento. Solo dopo opteresti per il POD. E credo che la tendenza sia proprio questa, a prescindere da quanto “piccolo” sia il numero delle CE di proprio gradimento, che per te possono essere due o tre, mentre per altri (come mi è capitato di notare sul forum) quel “numero” comprende tutte, ma proprio tutte le CE, piccole, grandi, belle, brutte, puzzone o profumate che siano (e sono proprio questi che intasano le redazioni di veri e propri aborti).

  • Xarxes
    Reply

    In che senso, Nox?

    CE che lavorano così esistono, e io piuttosto che pubblicare a questo condizioni preferirei regalare l’ebook e buona notte.

    Io non scrivo perchè prima o poi voglio firmare un contratto di pubblicazione e basta, io nel caso vorrei che il mio libro fosse letto da gente che non siano solo amici e parenti, e per fare questo la CE deve saper fare la sua parte.

    Quando avrò un romanzo che reputo bello e l’avrò corretto e ricorretto mi farò la mia lista di piccole e medie CE che trattano quel genere e che lavorano bene. Se nessuno lo accetterà, amen. Ma non mi metterei a cercare una CE purchè sia.

  • Reply

    @xarxes: forse, invece di creare un gedankenexperiment che lascia il tempo che trova, bisognerebbe basarsi su casi concreti, realistici, basati sull’esperienza.

  • Xarxes
    Reply

    @Stefania

    Per quanto un autore sia dovuto ad affinare al massimo il prorpi otesto prima di proporlo a qualcuno, un CE ha l’obbligo di farlo visionare e sistemare a sua volta da un editor professionista.
    Dato che libri di piccole CE o autopubblicati ne leggo, pagare un editor decente non farebbe male nè ai primi nè ai secondi, che ho letto roba veramente oscena che era stata pubblicata gratis. Roba di un livello che mi aspetterei da un romanzucolo autopubblicato alla bell’e meglio, non da una CE qualsiasi.

    Quindi se io avessi molto ma molto ipoteticamente un romanzo valido, corretto e ricorretto prima d’inviarlo , ma nessuna CE di quelle che mi piacciono lo vuole ed è interessato solo Pesce Fritto editore che non mi fa il suo editing, non mi fa arrivare in libreria manco se gli spari, non mi organizza presentazioni, non mi dà copie per portarle a quelle organizzate da me e non fa la minima pubblicità nemmeno in rete… che me ne faccio, se quello che m’interessa è distribuire il più possibile il libro?

  • Reply

    @Stefania: hai ragione.

    POD-dateli tutti. Dio riconoscerà i suoi.

  • Stefania
    Reply

    @Xarxes: Se uno deve editarsi il libro da solo, publicizzarselo da solo e quant’altro tanto vale “pubblicarsi” da soli direttamente.

    Ecco, anche questo tuo intervento non può che sottolineare ciò che ho fatto presente nel mio post. Ma perché chi scrive non si mette intesta che per avere un minimo di considerazione da parte di un editore che deve investire sul suo libro, qualunque sia la dimensione dell’editore, dovrebbe quanto meno sottoporlo in certe condizioni (anche per rispetto a chi deve leggerlo!). E invece non hai idea di cosa arrivi!

    Adesso, imitando un po’ quello che leggo ogni tanto sul blog di un “collega”, posto qui la splendida presentazione che è arrivata qualche giorno fa in redazione: quattro righe… la descrizione era lunga appena QUATTRO RIGHE nel testo email e nonostante ciò…! Non oso descrivervi cosa conteneva il testo (380.000 caratteri di delirio!), che è stato prontamente bocciato! E come questo ne arrivano a centinaia!
    Ecco qui, divertitevi!

    “Per via di un accidente che lo ha “bastonato inopinatamente” Piero Pianina formatosi “quando c’era il comunismo” si muove fisicamente e metaforicamente zoppo tra prima e seconda casa dove indulge a guardarsi nello specchio e si scopre “tutto postmoderno narcisista” nonché “di punto in bianco vecchio”, quanto basta per concepire l’idea di mettersi su carta e marciare con i tempi (“sei parte ormai della stupidità della postmoderna umanità che lei dilaga parla si esibisce”). Dà il via così sedotto dallo spettacolino della propria banalità esistenziale a un suo domestico estemporaneo mite reality monologante”

    TERRIBILE!

  • Xarxes
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    Che sia meglio o peggio dipende dall’obiettivo che l’autore ha.
    Se uno vuole vedersi semplicemente pubblicato il POD non è nemmeno da prendere in considerazione, è tutt’altro servizio.
    Se invece uno vuole distribuire il proprio testo ma non trova una CE che ritiene idonea, un ebook gratis affiancato a un POD lo ritengo meglio. Se uno deve editarsi il libro da solo, publicizzarselo da solo e quant’altro tanto vale “pubblicarsi” da soli direttamente.

  • Stefania
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    Guarda NayaN, se nel tuo articolo avessi anche solo subdorato un lieve tentativo di sollevare polemiche non sarei intervenuta, stai tranquilla. Quello di cui ho meno bisogno è di essere travolta in questo genere di cose, lo sai bene.
    Ho voluto esprimere la mia opinione, che credo sia anche quella di tanti altri piccoli editori. E dal mio punto di vista non riesco proprio a comprendere come si possa essere in dubbio fra l’una e l’altra cosa (scusa, ma sarò tarda – di mente e di età, che vuoi farci). La grande editoria è l’obiettivo di tutti, naturalmente, che ben pochi, però, riescono a raggiungere. Il POD cosa rappresenta, a parte il dare una veste migliore all’equivalente della stampa fatta in casa di un qualcosa scritto al volo con Word? Avete per anni “studiato” a vostro modo il mondo della piccola editoria, pur essendo lontani dall’averlo pienamente compreso (e lo dimostra anche il tuo articolo) e, soprattutto, solo tu e pochi altri vi siete addentrati nei meandri della lettura di ciò che questo settore produce; a seguito di ciò, a modo vostro ne state dipingendo le pecche e, sempre come conseguenza, qualcuno è giunto alla conclusione che il POD è meglio della piccola editoria. E lo afferma senza nemmeno conoscere l’argomento. Perché non provate a spostarvi per un po’ sulle produzioni POD, ma non le letture occasionali, dico proprio passare qualche mese a leggere SOLO opere proposte con il POD. Questo invito è rivolto soprattutto a coloro che sostengono che il POD sia meglio della pubblicazione con un piccolo editore. Poi ne riparliamo, anche se, tutto sommato, vale ciò che ho detto nel mio post precedente, e cioè che se il 95% di chi scrive puntasse subito sui POD, la piccola editoria ne guadagnerebbe economicamente e in immagine.

  • NayaN
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    Stefania, questo articolo non è una polemica; sul forum ultimamente la questione POD è stata ampiamente dibattuta, soprattutto in seguito al post sulla spazzatura d’autore, e ci interessa conoscere quali sono le motivazioni che spingono un autore a rivolgersi a un POD piuttosto che a una piccola CE.
    Questo articolo non vuole essere né un attacco ai piccoli editori, né una presa di posizione del WD, in nessun senso e in nessuna direzione.
    Non ho detto (e l’ho specificato in grassetto) che tutti gli editori e tutti i contratti di edizione siano così; l’articolo riguarda espressamente quegli autori che scelgono di pubblicare con una CE che non effettua distribuzione fisica, non fa promozione e fa un editing insufficiente. Che non sia il caso della tua casa editrice non lo metto in dubbio, ma sappiamo più o meno tutti che di piccoli editori che agiscono così ce ne sono, altrimenti non si spiegherebbero tante cose.
    Sul fatto che a un editore arrivi per il 95% immondizia e che sia costretto a scegliere il meno peggio, non posso che essere d’accordo con te, e l’ho già detto in altre sedi, venendo naturalmente divorata dalle critiche, ma questo è un altro paio di maniche.

  • Reply

    Anch’io sono d’accordo sul rivolgersi al POD piuttosto che ad una piccola casa editrice, soprattutto se di quest’ultima non si ha una conoscenza reale sulla qualità dei servizi che offre nell’ambito dell’editing, distribuzione e promozione, tanto meno se si sa che la qualità in questione non è poi tanto elevata (perché accontentarsi?).
    Non ne faccio tanto una questione di guadagno, perché alla fine con il POD difficilmente lo scrittore si arricchisce, ma tanto non lo farebbe neppure con la piccola CE.
    Non ne faccio neppure un discorso di popolarità, perché essere pubblicato da una piccola CE non necessariamente ti dà un vantaggio in questo senso, anzi, considerando i prezzi eccessivi dei libri delle piccole CE, riuscire a farsi leggere diventa ancora più difficile.
    L’unico punto in favore delle piccole CE (se non sono a pagamento) potrebbe essere il fatto che si suppone che facciano una selezione e quindi l’essere pubblicato da loro potrebbe significare che la propria opera teoricamente sia migliore di una pubblicata in POD; tutto ciò visto, chiaramente, in prospettiva di riuscire a pubblicare in futuro con una grande CE.
    Ma anche qui, al di là del discorso sull’eventuale valore della selezione della piccola CE (bisogna vedere chi fa questa selezione!), definire con precisione l’entità del vantaggio rispetto a chi si rivolge al POD non è affatto facile, poiché la probabilità di approdare ad una grande CE è comunque bassissima ed è legata a meccanismi molto più complessi (conoscenze, agenti letterari ecc..), molti autori quindi non osano neanche sperarlo apertamente e sarebbero ingenui se lo facessero.
    Alla luce di tutto ciò, il discorso diventa un altro: mi chiedo quanto effettivamente mi convenga cedere i diritti della mia opera (al cui valore evidentemente credo) ad una piccola CE, se non sono certa che ne valga VERAMENTE la pena.
    Questo a mio parere è un aspetto cruciale a cui pochi pensano e che invece meriterebbe un attimo di riflessione.
    Chiaramente dipende anche dal tipo di ambizioni dello scrittore e dalla considerazione che ha del proprio valore, oltre che dalle eventuali capacità (che non tutti hanno) di gestire autonomamente la propria promozione, distribuzione ecc…

  • Stefania
    Reply

    Io credo che sarebbe molto meglio per tutti se il 95% di voi si appoggiasse al POD. Ma da subito, però, non dopo aver intasato di porcate inedite gli editori, grandi, piccoli o minuscoli che siano.
    Sapete quanto incidono le valutazioni di tutte queste porcate sui bilanci di una casa editrice, che alla fine ne deve scartare il 95% perché inadeguato? E, di conseguenza, quanto incidono le spese di valutazione su ogni titolo pubblicato? Il che significa che un libro, prima ancora di venire pubblicato, ha già rappresentato un costo. E detto fra noi, di quel 5% la metà viene pubblicata solo per la “sopravvivenza” della casa editrice, che non ha altro di meglio fra le mani.
    Inoltre devo contestare questa frase:
    “[…] potendosi permettere anche di vendere quelle cento/centoventi copie per ogni titolo rientrando abbondantemente delle spese e ottenendo un cospicuo guadagno.”
    E’ il caso di togliere “abbondantemente” e “ottenendo un cospicuo guadagno”. Sì, con un centinaio di copie vendute solitamente si rientra delle spese. Ma né abbondantemente, né tanto meno si ottiene un “cospicuo guadagno”.
    Fosse così, le piccole CE non sarebbero perennemente IN ROSSO, non credete? Considerando che mediamente si vendono 180-200 copie per titolo, il guadagno c’è, ma neanche in questo caso siamo ben lontani dal poterlo considerare “cospicuo”. Senza contare, poi, che alcuni titoli vendono sì e no dalle 20 alle 50 copie e che, di contro, altri superano le 500 o addirittura le 1000 (parlo dei nostri, naturalmente), quindi ciò che potrebbe rappresentare un “cospicuo” guadagno da una parte, va a coprire la “cospicua” perdita dall’altra. Ma la media non si schioda da lì, dalle 180-200 copie per titolo. E per raggiungere questi risultati bisogna sbattersi non poco, ve lo assicuro. E a sbattersi non è solo l’autore, come volete far credere. Le nostre statistiche di vendita sono pubblicate trimestralmente sul sito dell’associazione e vi invito a domandare agli autori, molti dei quali li conoscete, se quei risultati sono stati solo frutto delle vendite effettuate ad amici e parenti o se c’è “qualcosa in più” in quei numeri. Intanto vi rispondo io poi, se vorrete, per voi sarà molto facile chiedere le dovute conferme. Gli sforzi degli autori incidono dal 35 al 60% sul risultato finale, quindi possiamo dire mediamente il 50%. E l’altro 50%? Secondo voi chi si è sbattuto per produrre tale risultato?
    Altra cosa: un editore VERO non stampa MAI in POD! Non potrebbe, perché sulla base dei costi di stampa dovrebbe proporre prezzi di copertina esorbitanti per coprire i costi dei distributori (grandi, piccoli o minuscoli non ha importanza, il COSTO si aggira sempre sul 60%).
    Naturalmente stampano in DIGITALE, ma stampare in digitale non significa stampare in POD. Immagino sia superfluo spiegare la differenza fra stampare in digitale e stampare POD, perché la conoscete tutti, vero?
    Concludendo, non riesco a capire perché stiate battendo ripetutamente su questo argomento. E’ come andare al supermercato e lamentarsi perché il pane prodotto dal piccolo panificio di zona, distribuito localmente, ha lo stesso prezzo di quello prodotto dal panificio industriale, molto famoso e distribuito su tutto il territorio e farsi le paranoie perché non capite come faccia a sopravvivere questo piccolo panificio. E dato che sopravvive vendendo il pane solo in zona, meriterebbe di non esistere (perché tanto c’è la panificazione industriale, che arriva ovunque…).
    Resta il fatto che voi siete liberi di NON COMPRARLO quel pane prodotto artigianalmente dal piccolo panettiere di zona (che secondo la vostra logica non merita di essere considerato un panettiere, ma un MUGNAIO, così come i piccoli editori non meritano di essere considerati tali, ma semplici stampatori, anche se l’unica cosa che NON FANNO è proprio quella di stampare, ma tant’è…).
    Altrettanto, siete liberi di non considerarli proprio i piccoli e microscopici editori e di rivolgervi al POD. Però vorrei vedere, se i piccoli editori non esistessero, come farebbe la maggior parte di voi a pubblicare qualcosa che possa distinguersi dalle 98 porcate su 100 che trovereste negli store dei Print on Demand (e solo lì). Perché, anche così, non verreste comunque considerati dai Big dell’editoria.
    Quindi, concludendo: puntate sul POD, così molti piccoli editori ne trarranno solo benefici.

  • Reply

    Francamente non si capisce perché scegliere una soluzione (il POD) che moltiplica, invece che diminuire, i difetti di cui parla l’articolo (mancanza di editing, mancanza di distribuzione/promozione) dovrebbe essere meglio e non peggio. Voglio dire, certo è meglio 100 che 10, ma meglio 10 che zero.
    Non credo che la scelta della copertina (su cui stenderei un velo pietoso viste le copertine tipiche dei POD) e la percentuale maggiore sul prezzo (come se facesse differenza con quei numeri) possano compensare i vantaggi, anche se ridotti, di una vera CE.

    1) Il ragionamento e le conclusioni sono troppo generiche: fossero anche 500 o 1000 le sole CE virtuose, sarebbero più che sufficienti per sconsigliare il rivolgersi ai POD.

    2) L’analisi di partenza è inficiata da molti lati oscuri (ad es. bisogna vedere il criterio con cui un’organizzazione è classificata come CE e inserita in lista, come può esserlo se non ha nemmeno un titolo venduto? La media da sola, poi, non è un parametro significativo, perché bisognerebbe vedere se è cambiata la media delle prime 100 CE per diffusione.

    Per il bene dei lettori bisognerà cercare di ridurre il numero di libri pubblicati e non moltiplicarli tramite i POD.

    Il POD può avere dei vantaggi in alcuni casi specifici, ma in senso generale, la CE è una scelta migliore.
    Ovviamente si parla di vere CE, grandi piccole o minuscole che siano, editing o non editing approfondito che facciano.

  • Visionnaire
    Reply

    Io sono per la seconda opzione. Ne sono convinto e lo ripeto da sempre.
    Personalmente investirei un po’ di soldi per un servizio letterario come quello offerto da WD: valutazione dell’inedito e successivo editing. Poi mi butterei sul POD.

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