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Pagare per lavorare e lavorare gratis


Siccome sono stanca di sentirmi dire “devi fare così”, “devi fare cosà” chiariamo un paio di cosette relative alla pubblicazione a pagamento e alla pubblicazione senza retribuzione.

Nel primo caso abbiamo un editore che, per farti pubblicare, ti chiede una più o meno cospicua somma di denaro e cerca di convincerti che in Italia o paghi o non pubblichi, che pagare per pubblicare è giusto e che non esistono altre vie, perché l’editore è povero, il mercato è duro e tante altre brutte cose che costringono l’editore a chiederti soldi. Per chi si sintonizzasse in questo momento: balle. Queste sono tutte balle inventate dagli editori per giustificare la loro politica editoriale. Politica editoriale che è legalissima, è questo il bello: non fanno nulla di criminoso/illegale/immorale/immondo ma sentono comunque il bisogno di giustificarsi. E se ti permetti di dire “Pinco Panco Editore pubblica a pagamento” si incazzano pure. Vabbè.
Dicevo: questo è pagare per lavorare, e come tale è privo di senso. Nel dizionario italiano, il termine “lavoro” ha due significati: il primo è “l’occupazione retribuita”. Il secondo lo vediamo poi.

Nel secondo caso abbiamo un editore che ti pubblica gratis, senza chiederti un soldo, ma che per ragioni varie ti dice “non ti pago i diritti d’autore”. I diritti d’autore, lo ricordo, ammontano al 5 o al 10% del prezzo di copertina, ovvero a pochi centesimi. Una scelta discutibile, vero; io stessa non la approvo e non la condivido, anche in virtù del fatto che il primo significato di lavoro è “occupazione retribuita”. Questo è lavorare gratis, e qui veniamo al secondo significato della parola lavoro: “l’azione del lavorare e il prodotto così ottenuto”. Non si fa menzione di retribuzione (e al primo furbo che cercherà di rigirarla a suo favore dicendo “allora anche l’editore a pagamento non ti retribuisce” faccio notare che non c’è scritto da nessuna parte, in nessuna parte del mondo, che il lavoratore deve pagare la persona a cui fornisce il prodotto) e il lavoro non pagato lo possiamo trovare nel volontariato, negli stage, nelle collaborazioni gratuite, nei portali come il Writer’s Dream, che lavorano senza chiedere un soldo a nessuno.
L’editore che non ti paga non ti prende in giro, non cerca di rigirarti la frittata, non ti fa credere che non ci siano alternative: ti dà semplicemente un’opzione.

Per questo motivo, le liste non cambiano né cambieranno mai i criteri: gli editori che non pagano – per contratto – i diritti d’autore e non chiedono soldi rimangono nella lista free. Reclami, contestazioni e altro saranno bellamente ignorati: il sito è gestito secondo i miei criteri, non secondo quelli del primo che passa per strada.
E scusate se vi sembra una cosa antipatica, ma ve l’ho detto: sono stanca della gente che ha la verità in tasca. Tenetevela, io non la voglio.

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5 Comments
  • Reply

    Più che altro è profondamente ingiusto. Il fatto che lo stage sia l’uso corrente non vuol dire che non sia lesivo dei diritti del lavoratore. E che il lavoratore debba essere contento e grato per aver trovato qualcuno che lo faccia lavorare gratis.
    Quando ho iniziato il mio impiego attuale gli stage non erano ancora in voga, si chiamavano internships ed erano una novità statunitense. Eppure si lavorava lo stesso. Con la formazione lavoro, l’apprendistato, la ritenuta d’acconto. Ed era soltanto dodici anni fa. Forme di contratto ancora in vigore, ma che le aziende non applicano perché tanto ci son gli stage che son gratis. Siamo tornati molto, ma molto indietro.
    Un grande in bocca al lupo per la tua ricerca! Mi auguro che trovi il lavoro che più ti piace, e che sia retribuito :)

  • Reply

    Io come esempio avevo in mente le collaborazioni gratuite che si fanno con aziende a scopo di lucro, in realtà: pensa ai redattori di Fantasy Magazine. Lavorano gratis, in un lavoro continuativo, in una testata che i suoi introiti li ha.
    E sono suoi, per l’appunto.
    Oppure ai selezionatori di manoscritti per i piccoli editori (ecco, qui è allucinante, e l’ho fatto pure io giusto per far curriculum).
    Gli stage sono un modo per accumulare esperienze buone per il curriculum: il 99% delle imprese ti assume solo se hai esperienza nel campo. E come te la fai l’esperienza se non ti lasciano lavorare, in quel campo? Lo stage è l’unica risorsa.
    E’ seccante, è frustrante; ne sono consapevole. Anche perché sono giorni che distribuisco il mio curriculum in giro 😀

  • Cochise
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    “non mi sono mai lasciata influenzare dall’amicizia nemmeno nella vita reale, figurati qui”.
    Contentissimo di sapere che la mia impressione era sbagliata.
    “E dire che è pure in grassetto nel testo…”
    Vero, ma successivamente hai equiparato la cessione gratuita dei diritti d’autore con la collaborazione a un sito o un’attività di volontariato. Quest’ultima è la parte che non condivido.

  • Reply

    “È una scelta discutibile, vero; io stessa non la approvo e non la condivido”.
    E dire che è pure in grassetto nel testo…
    Cochise, non mi sono mai lasciata influenzare dall’amicizia nemmeno nella vita reale, figurati qui. Poi pensate quel che vi pare, le mie ragioni sono esposte sopra.

  • Cochise
    Reply

    Ciao Linda. Hai detto delle cose giustissime: non è corretto equiparare case editrici a pagamento e case editrici che non pagano i diritti d’autore. E sono d’accordo con te che le seconde, se sono free, in tale categoria debbano rimanere; anche perché i requisiti sono chiari.
    Sono molto meno d’accordo con te quando parli di lavoro non retribuito come se fosse una cosa giusta o giustificabile. Nella definizione di lavoro, tu dici, non si fa menzione alla retribuzione. Vero: posso dire che sto lavorando per impacchettare la mia roba per traslocare. E sicuramente non sarà un lavoro retribuito. Posso lavorare anche per dare una mano al mio vicino a traslocare. E’ una cortesia, non gli chiederei certo soldi. Ma se il mio vicino avesse una ditta di traslochi e mi dicesse di andare a impacchettare la roba di qualcun altro che lo paga per questo… bè, non lo farei gratis.
    Tutto ciò che citi come esempio di collaborazione gratuita, a parte gli stage che sono una mostruosità partorita dai nostri tempi (anche il ragazzo di bottega dei tempi andati veniva retribuito. Poco, ma veniva retribuito. Questo perché gli artigiani avevano un proprio onore e una propria dignità e non accettavano di avere garzoni che lavoravano gratis); tutti gli esempi che hai portato, dicevo, hanno come presupposto la gratuità del servizio. Hai mai visto qualcuno fare volontariato per aziende con fini di lucro? Non lo so, vai a chiedere quanti volontari lavorano alla FIAT. Il WD e i portali non sono forse gratuiti?
    Milioni di persone nel mondo partecipano alla scrittura di Linux. IBM, SUN, Canonical e moltissime altre aziende usano il lavoro gratuito di queste persone per fare proprie distribuzioni del prodotto MA NON LE FANNO PAGARE. Le distribuiscono anch’essi gratis facendo pagare l’assistenza, configurazione ecc. ecc.
    Tutto ciò per dire che il lavoro gratuito è giustificabile negli esempi che hai fatto (tranne lo stage che è una grande presa per il culo) ma non quando si lavora per qualcuno che VENDE ciò che TU hai fatto. Anche se, come dici tu, sono centesimi; o come diceva qualcun altro sono due caffè. Che poi, togliendo l’iva al prezzo di copertina di un libro, mediamente l’importo su cui calcolare il 10% è di 10 euro, quindi diciamo 1 euro a copia, che per 200 copie (tanto per fare un esempio) sono 200 euro. Che è vero che sono 20000 centesimi, ma sono anche tre mesi di bollette della luce, mezzo cambio gomme, un tagliando, un bollo auto più una pizza, venti libri, mezzo affitto, cinque mesi di ADSL, un monitor LCD da 20 pollici eccetera eccetera. I concorsi per racconti che si fanno pagare 5 euro a novella raccolgono magari 400 euro (ipotizzando 80 partecipanti) cioè soltanto 40000 centesimi, o 4 caffé. Potrebbero anche loro non far pagare quei 5 euro, o no?
    Detto questo, non è che ci sia dietro un imbroglio. Nei contratti sarà specificato che l’editore acquisisce (ma non acquista… occhio alle parole) i tuoi diritti (anche questa è una parola da sottolinerare: diritti) d’autore in cambio di un sorriso e una stretta di mano. Tutto legale e certamente molto più conveniente di un editore a pagamento! Ma dal punto di vista deontologico siamo sullo stesso piano.
    In ultimo, la mia impressione è che gli editori non paganti debbano ringraziare la tua simpatia per Carlotta e Andrea. Senza di essa sarebbero tutti quanti nella lista doppio binario, dove tu stessa avevi messo Las Vegas prima del tuo precipitoso ripensamento.

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