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Inversione dei poli


Attenzione: questo post è polemico (molto polemico) e potrebbe farvi alzare la pressione. Se soffrite di problemi di questo tipo, non leggete ché non voglio essere citata per lesioni colpose. Sciò, sciò. Se proseguite, affar vostro.

Quando ho iniziato il cammino (vorrei dire arrampicata sui dirupi, viste le difficoltà che si incontrano, ma poi ci sarebbe qualcuno che se ne uscirebbe dicendo che sono un’arrampicatrice e voglio diventare la nuova capa Mondadori) nel mondo dell’editoria ero completamente dalla parte degli autori e vedevo gli editori quasi come il fumo negli occhi.
Ora le posizioni si sono quasi completamente ribaltate. Perché? Non fate quelle facce, fatevi un esame di coscienza, piuttosto.
Vi spiego tutto, subito.

L’autore – che sia aspirante, esordiente, emergente o chessoio – vuole che tutto sia giusto, pulito, perfetto, limpido e lindo. Vuole che il suo libro sia pubblicato, possibilmente gratis ma non è condizione necessaria – perché sapete com’è, al mondo non si pubblica se non si è raccomandati, se non si è qualcuno, e insomma, tutti fanno così e gli editori che pubblicano gratis non esistono e se esistono non sono mica così affidabili come dicono, mica fanno il loro lavoro nonononono – vuole che sia tradotto in 146 lingue, meglio se 492, ché ad abbondare non si fa mai male; vuole che venda, possibilmente il doppio di tutti i libri di Dan Brown e di tutta la saga di Harry Potter messi assieme, essere ospitato su Canale 5, Rai2, MTV e così via, comparire su Panorama, Il Giornale, Repubblica, Il Corriere della sera e… insomma, ci siamo capiti. L’autore pretende.
Ma, visto che è leggermente difficile ottenere tutto quanto descritto sopra, con un grande atto di umiltà cosa fa? Si accontenta.
Si accontenta del piccolo/medio editore di periferia e passa il suo tempo tra blog, forum, aNobii e Facebook a lamentarsi di come sia difficile essere uno scrittore, di come l’ostruzionismo dei librai sia impossibile da superare, di come i recensori non si trovano, di come… Ci siamo capiti, no?

Ora, mi collego a un fatto recente – recentissimo: la sospensione delle tariffe agevolate per le spedizioni per gli editori. Subito sulla rete è nato un grande movimento, tutti a urlare “ribelliamoci!” (ci ho fatto anche un post) e così via, lamentandosi di come sia possibile soffocare la cultura in questa maniera, già i piccoli editori sono in difficoltà e…
Come? Sì, ho letto giusto: i piccoli e medi editori sono in difficoltà, più precisamente sull’orlo del lastrico. Succede che case editrici formidabili – come Tanit, La Penna Blu, Las Vegas, Villaggio Maori, I sognatori, la mia adoratissima Edizioni XII – siano in via d’estinzione e rischino di crollare.
E’ verissimo. E’ amaramente verissimo.

Ma perché sono sul lastrico? Per quale stramaledettissimo motivo la piccola editoria sta crollando, perché? Perché, su 100 persone che vogliono pubblicare solo 1 è disposta a comprare un libro, anche ogni due o tre mesi, mica uno al giorno, di una piccola/media casa editrice.
Ah. Gli stessi che se ne lamentano sono i responsabili dell’andamento disastroso dell’editoria italiana.
Oh, sto parlando con te che mi stai leggendo, non con un generico “voi, loro”! Al 99% tu, che stai leggendo – magari annuendo convinto – sei uno di quelli contro cui sto puntando il dito! Quindi, non darmi ragione, e se me la dai fa qualcosa per cambiare!

Vi immaginate come sarebbero diverse le cose se ognuno di voi – sì, diamine, VOI – comprasse UN libro ogni mese, ogni due mesi, ogni tre mesi, da un piccolo o medio editore?
Vi rendete conto che, in media, un loro libro costa 10€?

Sinceramente, vale la pena di aiutare gente che piange e geme ma non fa niente di niente per cambiare la situazione per cui frigna? Non lo so più.
Datemi voi una risposta, datemi voi una giustificazione.
Io non ve ne do più.

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39 Comments
  • GiD
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    @Ayame

    Ho già commentato il post “Adesso mi vengono a dire che”, ma anche nel post qui sopra ritrovo questo concetto assurdo:

    “Ah. Gli stessi che se ne lamentano sono i responsabili dell’andamento disastroso dell’editoria italiana.”

    Come (se non sbaglio) dici sempre anche tu, l’editoria è un lavoro come gli altri, la casa editrice è un’azienda come le altre.
    Ora, quando un’azienda va male può essere colpa del direttore, del personale, dei collaboratori, dei prodotti venduti, dei costi di produzione, della concorrenza e via così. Ma mai, MAI, un’azienda può dare la colpa del suo fallimento al cliente che non compra. Discorsi del genere sono ridicoli.

    La vendita del prodotto è la parte essenziale della vita di un’azienda. Vendere il libro pubblicato è parte del lavoro della casa editrice e se non ci riesce non è colpa dei (non)clienti, è semplicemente la casa editrice stessa che non sa fare il proprio lavoro.

  • Reply

    Non riesco a leggere più di 4 libri al mese, quando va bene. Di sicuro ne compro minimo dieci ogni mese. (basta controllare la mia libreria su anobii per rendersene conto) a volte mi chiedo se vivrò abbastanza a lungo per leggerli tutti!
    http://www.anobii.com/purpla/books

    Però purtroppo è vero. Molti di noi non leggono. Per mancanza di interesse, per mancanza di tempo, per … beh anche per superficialità: ho conosciuto persone che scelgono il libro da portarsi in metro, in base a quanto intelligenti può farli apparire!

  • Ayame
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    @Avatar: io penso che sperare di far breccia nel lettore medio se prima non si muove chi ha “le mani in pasta” sia utopia pura. That’s all.
    Ho fatto un nuovo post sull’argomento, perché ho l’impressione che a molti aspiranti scrittori faccia comodo sventolare sempre e solo i propri diritti.
    Ma d’altronde, siamo in Italia: si fanno valere i diritti più stupidi e quando c’è da agire per far valere diritti seri tutti tacciono. Però questa è un’altra storia…

  • avatar
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    @Ayame: questo era chiarissimo, non temere! Ciò che volevo – e voglio – sottolineare è che – per quanto sia brutto/abominevole/schifoso da dire – è che alla fine tutto si riduce a pure cifre.
    Mi spiego: poniamo che i 50.000 esordienti si impongano di spulciare i cataloghi dei piccoli editori in internet prima di andare in libreria, ok?
    Quanti di questi acquisteranno qualcosa che vada loro a genio? Diciamo uno su due? Vabbè, siamo ottimisti!
    Poniamo che ne comprino – che so – 4 all’anno (siamo mooolto generosi, eh!) diciamo che la piccola/media editoria del genere che stiamo considerando vende più o meno 100.000 copie in più, ok?
    Quanti sono gli editori nella categoria? Poniamo un centinaio (ma sono molti di più…): otteniamo di media un migliaio di copie ad editore. In realtà qualcuno finirà affossato comunque e qualcun altro se la caverà un pochino meglio…
    Questo se chi ha un po’ le mani in pasta agisce in questo modo. Tutto da vedere.
    Sarebbe un inizio, magari anche un ottimo inizio, nulla da dire, ma anche nulla di più.
    Quel che voglio dire, è che in qualche modo è il lettore medio che rendersi conto dell’esistenza di altre realtà; che la sopravvivenza della piccola e media editoria non può passare solo per gli esordienti. L’esempio di Salani non l’ho fatto a caso: è vero che hanno rischiato grosso, ma sono riusciti ad avere visibilità a livello nazionale e sono andati oltre la pura sopravvivenza.
    E’ un discorso, questo, difficile e complesso…soprattutto è difficile fare breccia nel lettore medio, che è quello – e vien da dire “purtroppo” – che fa la differenza.
    Questo NON significa gettare la spugna, sia chiaro!
    Spero di avere chiarito bene il mio pensiero.

    ciao

  • Reply

    > Mai e poi mai avrei pensato che ci fossero persone in grado di teorizzare che il suggerimento di acquistare più libri dalla piccola editoria fosse in realtà un modo per spingere all’amichettismo e all’acquisto per partito preso.
    Sconcertante.

    A costo di essere noioso, puntualizzo che, se con queste parole ci si riferiva a me (eppure mi pareva di essermi spiegato), io NON attribuisco volontà alle parole degli altri, indico solo le conseguenze che si rischiano con certi atteggiamenti. Volute o non volute. Capito?
    Pace e bene.

  • Ayame
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    @Avatar: io mi sto rivolgendo esattamente a chi, come me, ha “le mani in pasta”: sto parlando di aspiranti scrittori, non del lettore medio.

  • avatar
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    p.s.: devo precisare cha Alice Sebold è un raro caso di esordiente divenuta subito famosa…ma negli Stati Uniti. Qua in Italia…non dico altro.

    Bye

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    E perchè dovrebbero dare uno sguardo ai cataloghi dei piccoli editori, se manco sanno che esistono?
    Ayame, tu ragioni dal punto di vista di qualcuno che – in qualunque modo – ha le mani in pasta. Sbagli! E non perchè la cosa sia in sè sbagliata, ma perchè quasi tutti non hanno le mani in pasta.
    La maggior parte della gente – quella per intenderci che sbava per “Amici” o per “L’eredità”, quelli che guardano Studio Aperto perchè in 30 minuti di Tg ce ne sono 25 di culi e tette – non sa, non vuole sapere, non ci ragiona. Non GLIENE FREGA NIENTE. Leggono, si fa per dire.
    Non perde tempo in Internet per questo (per altre cose certamente sì), va a farsi il giretto con gli amici/amiche in centro, fanno quattro chiacchiere del tipo: “Hai sentito dell’ultimo libro di xxxx?” “Oddio che figo! E com’è?” “Ah, sapessi !” “Da comprare, guarda!”.

    Best seller: che vende molto, non necessariamente un capolavoro. Ma vende, e vende perchè tutti sanno che c’è. Pubblicità. Visibilità. TV. Giornali. Recensioni da parte del Grande Incensato Critico Che Non Sbaglia Mai.
    Botta di fortuna del tipo: “Amabili resti”, nessuno lo conosceva, ma siccome Peter Jackson ci ha fatto il film (e nientepopodimeno!), allora adesso lo trovi in ogni libreria. Prima, chi fosse Alice Sebold non lo sapevano che 4 gatti, forse.
    E’ solo per questo che un libro vende, anche se è di un esordiente. Anche perchè la gente non ama rischiare, vuole spendere i suoi soldi andando sul sicuro. Anche questo è un diritto del lettore, che sia un esordiente o un semplice fruitore dell’arte della scrittura.

    Capita una volta all’anno – quando va bene – di trovare un best seller nato dal passaparola in internet.
    Capita.
    A volte addirittura una volta all’anno.
    Capita a volte che un libro autoprodotto possa diventare di successo. A volte. Capita.
    Capita sempre, invece, che l’esordiente scriva grandi cose sperando di diventare famoso. Lo vuole e lo pretende, come da te sottolineato.
    Non che abbia torto, è un suo legittimo desiderio, basta che stia con i piedi per terra. Quasi nessuno lo fa.

    E siamo sicuri che il best seller non venda anche perchè è LEGGIBILE? Non scherzo: ho comprato pure io da piccoli editori, ed in generale il livello della narrativa non è poi così elevato.
    Giusto per chiarire: io NON leggo Moccia, Volo, Wilbur Smith, Stephen King, Licia Troisi ed altri che per volume di vendite producono best sellers. E nemmeno Dan Brown.

    ciao

  • Ayame
    Reply

    E anche brutto, cattivo e puzzone? Delizioso, davvero, il “che tu pretenda di farci credere”. Non ero più abituata a certe chicche.

  • Reply

    Sconcertante è, piuttosto, che a te sembri (o che tu pretenda di farci credere) di aver scritto in quest’ultimo post la stessa cosa che nel primo. Perché non è affatto così. L’ultima è un’opinione condivisibile e per niente nuova, tra l’altro. Il post originale era uno j’accuse insensato, immotivato e male argomentato.

  • Ayame
    Reply

    @Cochise: ti rispondo con una citazione di Aldo Moscatelli, che trovo assai eloquente e appropriata.
    “Di fronte agli scarsi riscontri economici degli editori non a pagamento, gli scrittori non vogliono sborsare dieci euro per salvaguardare la propria libertà (la libertà di non acquistare e quindi di non sostenere). Gli editori invece dovrebbero rinunciare ai propri progetti, ai propri percorsi, alle proprie peculiarità, ad anni di lavoro già svolto per unirsi in una collettività, in vista di un progetto altrettanto impegnativo sul piano economico e burocratico.

    Chiedo: per quale strana ragione, davanti a un problema con più soluzioni, e considerata la svogliatezza degli scrittori esordienti, un editore dovrebbe imbarcarsi nell’impresa più difficile? Se gli scrittori non vogliono fare un passo nella direzione del cambiamento, perché gli editori indipendenti dovrebbero tentare un salto (nel vuoto) da record mondiale?”

    @A tutti gli altri: continuate a capire lucciole per lanterne, eh. Ben lungi da me il suggerire gli scambi di favore tra gli autori – sono IO quella che non sopporta le catene di lettura di aNobii perché portano solo recensioni leccaculo – o l’acquisto “per sostegno”: quel che dico io è ben diverso, e lo ribadisco per l’ultima volta perché parlare al vento lo trovo alquanto inutile, capite quel che vi pare e siamo a posto.
    Ascoltatemi bene e seguite quanto dico: LA MIA PROPOSTA E’ QUELLA DI PIANTARLA DI LAMENTARSI CHE GLI ESORDIENTI NON VENDONO E POI LIMITARSI A COMPRARE I BEST SELLERS SENZA MANCO DARE UNO SGUARDO AI CATALOGHI DEI PICCOLI EDITORI.
    Chiaro il discorso? Eì’ LOGICO che si compra quel che piace e non si compra per pietà o compassione o quel che vi pare, ritenevo fosse abbastanza ovvio da non doverlo puntualizzare. Mai e poi mai avrei pensato che ci fossero persone in grado di teorizzare che il suggerimento di acquistare più libri dalla piccola editoria fosse in realtà un modo per spingere all’amichettismo e all’acquisto per partito preso.
    Sconcertante.

  • silvia
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    @ Syllon: sull’argomento “acquisti on line”. Ho il tuo stesso problema, e quando è possibile lo risolvo facendo l’acquisto tramite contrassegno postale. Nenche a me piace usare sistemi che richiedano di fornire i miei dati su internet.

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    Vedo che Cochise esprime un punto di vista molto simile al mio.
    Per quel che mi riguarda, io amo andare in libreria, sfogliare le pagine, vedere come scrive l’autore, leggere l’indice e la presentazione di autore e libro nei risvolti della copertina. Eccetera.
    Per altri è molto più naturale cercare e trovare in Internet.
    Nulla di male: ognuno secondo le proprie inclinazioni. Come detto da Bruno, “se resta internet sarà un peccato, ma non una tragedia”. Concordo.
    Ma se il piccolo editore vuole sopravvivere, ammesso e non concesso che pubblichi prodotti di buona qualità, deve fare in modo si sappia cosa pubblica e lo valorizzi…anche con grande spiegamento di mezzi. E qui si ricasca nel discorso risorse economiche o consociativismo.
    Come sottolineato da più parti (compreso il blog dei Sognatori, tra l’altro con una vena – non molto nascosta 😀 – di sarcasmo) sembra che si voglia insegnare all’editore come fare il suo lavoro.
    Se è così, ognuno fa il suo, giusto?

    Allora…chi era editrice Salani prima che decidesse di buttarsi anima e corpo nel progetto Rowling?
    Praticamente nessuno, parliamoci chiaro. Tendeva a campare e basta.
    Hanno rischiato (e rischiato grosso) per pubblicizzare e far comprare un prodotto (ho detto FAR comprare, CONVINCERE A comprare) che tutto sommato non è un gran capolavoro (anzi!), ma ha funzionato alla grande. A dire il vero ho provato a leggere uno dei libri del maghetto ma non mi è piaciuto. Meno male che non l’avevo comprato io (magari in internet: soldi buttati per qualcosa che non mi interessa).
    E che dire di Mondadori con le storie del mondo emerso (scusate le minuscole)? Ho letto un solo libro di quelli, e non ne leggerò mai più. Però ha avuto successo. Perchè era Mondadori? Perchè è un prodotto di qualità?
    O perchè usano i canali giusti per indirre il pubblico a coamprare?
    Questione di spiegamento di mezzi…
    “Ma mondadori può farlo…”. Vero: loro possono farlo.
    Ma non c’è scritto da nessuna parte che una realtà più piccola non possa: da questo la “geniale” pensata (avversata, derisa, vista come uno scambio di favori, eccetera, vedete un po’ voi) di unire le forze.
    Penso di poter immaginare le vostre risposte a questo intervento…
    Ad ogni modo ribadisco: per quel che mi riguarda è questione di offerta (compro quel che mi interessa semza riguardo alla dimansione dell’editore) e se davvero c’è il capolavoro (o il potenziale capolavoro)fra i manoscritti pubblicati da un piccolo editore, ma il pubblico non lo sa, allora è come non averlo.
    Detto questo, mi ritiro in buon ordine…prometto che in caso di ulteriori interventi mi guarderò bene dallo scrivere certe cose.

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    @ Cochise: a mio modesto parere, così come non si può pretendere che l’aspirante autore legga i libri della piccola editoria a cui manda i manoscritti (si leggessero almeno i classici e sarebbe già un buon risultato, spero che tutti lo facciano), non si può fare molto per cancellare una realtà fatta di sitarelli, piccolissimi editori ecc… che non fanno massa critica. Ognuno ha la propria individualità. Al mio piccolo blog io non rinuncio, semmai cerco di trovare il tempo di collaborare anche con altre realtà più grandi.

    Quanto al pensiero di Ayame:
    “Vi immaginate come sarebbero diverse le cose se ognuno di voi – sì, diamine, VOI – comprasse UN libro ogni mese, ogni due mesi, ogni tre mesi, da un piccolo o medio editore?”

    Ribadisco la mia critica.
    Io sono uno che avrebbe anche le carte in regola perché acquisto spesso dai piccoli editori, avendo scoperto quella cosa miracolosa che è l’e-commerce. E tra parentesi, scusate, m’importa poco della sorte dei piccoli librai che spesso (e nella mia esperienza direi SEMPRE) non offrono nulla in più (quanto a competenza, servizi ecc…) della grande libreria marcata Mondadori o Feltrinelli.
    La libreria fa parte di quella rete di distribuzione che si accusa (mica a torto) di garantire visibilità solo a chi è più potente. Se resterà solo internet, forse sarà un peccato ma non una tragedia.
    Ma, detto questo, comprare dai piccoli editori non lo considero un obbligo morale, né per gli aspiranti autori né per nessun altro.
    A parte che mi chiedo talvolta dove sia la loro professionalità, visto che mi capita così spesso di vedere sulla pagina stampata cataste di errori che si potrebbero mettere a posto con il correttore automatico di word… e non è un’affermazione per sentito dire visto che i libri li compro (e scusami Ayame se ti correggo, ma non ho quasi mai pagato meno di una quindicina di euro).

    Se si lanciasse con successo l’idea che un aspirante deve comprare dalla piccola editoria in breve rischieremmo le situazioni autoreferenziali che ho descritto prima.
    Dal definire un obbligo morale di comprare dai piccoli editori a quel tipo di soluzioni il passo è breve, questo sia detto come spunto di riflessione e (prima che nascano polemiche) senza volere mettere in bocca agli altri quello che non hanno detto.
    Pensate che bello. Io aspirante autore compro da te, quindi tu editore pubblica il mio libro. Io autore 1 compro il tuo libro, se tu autore 2 compri il mio. Allarme, la nostra amata casa editrice x sta per fallire, amici lettori comprate qualcosa (abbonatevi ecc…) altrimenti scompariremo tra un mese.

    Sono tutte cose che non mi piacciono e che non portano da nessuna parte. Che gli aspiranti autori leggano, ma leggano QUELLO CHE GLI PARE.

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    Assurdità? Utopia? Cose che non esistono? Spero tu stia scherzando, Linda! Perché altrimenti non mi spiego cosa siano le cooperative, i consorzi e i gruppi di aziende, che sono modelli di impresa comunissimi nel nostro Paese e in tutto il mondo. Ne abbiamo esempi famosissimi in tutti i settori: il consorzio del crudo di Parma, ad esempio, cos’è? Tanti piccoli produttori di prosciutto, ognuno dei quali vendeva soltanto nella propria zona, che si sono messi insieme, sono diventati ANONIMI e hanno creato il marchio di prosciutto più famoso del mondo. Scrivi “gruppo editoriale” su google e guarda quanti ne esistono. Perché pensi si chiamino “gruppo?”. Vogliamo parlare di banche? Ce n’è una che non si sia unita con altre a formare un gruppo? Le cooperative agricole dell’Emilia Romagna cosa sono? Il consorzio del Chianti in Toscana? Il gruppo FIAT (Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Ferrari, etc. Tanti marchi, stessa governance). Addirittura esistono forme di associazione complesse (il gruppo Monte dei Paschi ha formato un Consorzio fra le banche del gruppo). Posso continuare all’infinito. E tu vuoi dirmi sul serio che è un’assurdità pensare che una casa editrice che fa Fantasy non può consorziarsi con una che tratta soltanto Gialli e una che stampa libri di cucina per formare un marchio con una collana di fantasy, una di gialli e una di ricette?
    La mia non è “una verità in tasca”: ho detto semplicemente come funzionano le cose, come tutti possiamo vedere, adesso e ovunque: lasciando da parte i disonesti che hanno a disposizione capitali che non si sa bene da dove provengano, adesso per ingrandirti devi unirti agli altri. Non vuoi ingrandirti? Liberissimo di farlo. Sono valutazioni che ognuno fa, e sono diverse caso per caso. Ma poi non lamentarti se il tuo giro d’affari è di 300 copie a libro. Quella è la tua dimensione nel mercato italiano. Ora, è un’utopia maggiore voler cambiare le abitudini d’acquisto e culturali di 60 milioni di persone, oppure auspicare che tanti piccoli orticelli di uniscano a formare un bell’appezzamento di terreno?

  • Ayame
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    Devono mettere insieme competenze, capitali e strutture, eliminare i doppioni (5 case editrici che si mettono insieme pagano un solo copertinista, un solo distributore, un solo webmaster eccetera; 5 case editrici separate ne pagano uno ciascuna).

    Ho una domanda. Ma perché se ci sono così tante persone che hanno la verità in tasca non prendono e non provano ad applicare le loro fantasmagoriche teorie?
    Stai dicendo un’assurdità, e ti spiego il motivo. Stai parlando con una persona che, tempo fa, aveva come obiettivo quello di riunire sotto un unico portale tutti i sitarelli e i forumini (seri) di scrittura. Avevo preso contatti con i vari amministratori e abbiamo indetto una riunione.
    Mi sono sentita dire – io, che proponevo lo smantellamento totale anche del mio sito, che era in assoluto il più grande ed efficiente, e lo è anche senza l’aiuto di nessuno e volevo una rifondazione da zero con le idee di tutti – che volevo snaturare le loro piccole realtà ed espandere il mio dominio. A parte un “macheccazz?” generale, è ridicolo.
    In ogni caso, si parla di realtà amatoriali e senza alcuno scopo di lucro, figurati un’azienda.
    E qui sì che sono cazzi amari e che uno ha più che ragione se mette le mani avanti e dice “no, non me la sento”. Perché quando si fonda una casa editrice e si è una casa editrice di qualità (non mi preoccupo degli editori che non raggiungono standard qualitativi perlomeno buoni, creperanno da soli e possono crepare senza problemi) si ha una propria identità, un proprio modo di lavorare e delle proprie idee.
    Quello che proponi tu è realizzabile solo in un mondo utopico.
    Che non esiste.

  • Reply

    Dove l’hai scritto? Bè, qui:
    “Ma perché [le piccole case editrici] sono sul lastrico? Per quale stramaledettissimo motivo la piccola editoria sta crollando, perché? Perché, su 100 persone che vogliono pubblicare solo 1 è disposta a comprare un libro, anche ogni due o tre mesi, mica uno al giorno, di una piccola/media casa editrice”.
    Ribadisco il mio parere: i piccoli sono in crisi perché non hanno i mezzi (e in troppi casi neanche la qualità) necessari per erodere quote di mercato ai grandi. I piccoli senza qualità è bene che spariscano per lasciare spazio e visibilità ai piccoli con qualità. I piccoli con qualità hanno due scelte possibili: o restano nel loro ambito di piccoli e non rischiano (avete presente quelle squadre di calcio che stanno sempre a metà classifica di serie C perché non avrebbero risorse sufficienti per sopravvivere in B?) oppure cercano il salto verso orizzonti più alti. In questo secondo caso, come diceva un altro utente, da soli non ce la possono fare. Devono mettere insieme competenze, capitali e strutture, eliminare i doppioni (5 case editrici che si mettono insieme pagano un solo copertinista, un solo distributore, un solo webmaster eccetera; 5 case editrici separate ne pagano uno ciascuna). Se scelgono la prima, nessuno li biasima, ma non possono pretendere di vendere 20.000 copie a libro.

  • Ayame
    Reply

    Non può comprare solo perché la casa editrice è piccola e indifesa, o solo perché son già due mesi che non compra un libro da un piccolo editore, o solo perché sta pensando di inviare un manoscritto.

    Ma dove ho scritto ciò? Io compro libri perché ho voglia di leggere qualcosa di nuovo, e do per scontato che questa voglia ci sia in chi ama scrivere. L’ho scritto trenta secondi fa in un commento sul sito: se anziché limitare la ricerca di nuovi libri alla libreria la si ampliasse alla rete – i siti non mancano di certo – si troverebbe qualcosa di adatto ai propri gusti nel catalogo di molti piccoli e medi editori.
    Solo che dal lettore medio questo atto viene recepito come molto più faticoso di una normale ricerca in libreria, anche se a conti fatti non c’è nessuna disparità a livello di “fatica” e impegno.

  • Reply

    Cito:”Il fulcro del discorso è che l’esordiente e l’aspirante se ne infischiano della piccola e media editoria.”
    Ma certo che se ne infischiano! Io stesso, quando compro un libro, non lo scelgo in base alla casa editrice, perché non acquisto un libro soltanto per fare un favore all’editore. Lo faccio perché penso che mi possa piacere.
    Ri-cito: “E’ assurdo che si voglia pubblicare con un editore senza aver letto nemmeno uno dei libri che pubblica!”
    Credo che esistano due fasi nell’invio di un testo a un editore: la fase razionale e quella disperata. Suppongo che l’aspirante scrittore dapprima scelga di inviare la sua opera alle case editrici che conosce e preferisce e in seguito ai riufiuti di quest’ultime e di fronte alla prospettiva di non veder pubblicato il proprio scritto (che per ciascuno è bellissimo) si dedichi alla pratica dell’invio “broadcast”. Non è tanto assurdo che si invii un dattiloscritto a un editore che non si conosce. Poco saggio, questo sì, ma non assurdo. Lo scrittore, nel momento in cui si configura come tale nei confronti di una casa editrice, è il fornitore della materia prima (cosa venderebbero gli editori se nessuno scrivesse?). Nel momento – differente – in cui si configura come lettore, diviene acquirente. Sono due momenti distinti, e non è detto che debbano convergere verso lo stesso editore.
    Il discorso legato agli scrittori/lettori, secondo me, è un altro: e cioè che è ovvio che uno scrittore o aspirante tale debba leggere tanto. Deve leggere molto di più di un lettore qualunque e deve leggere cose diverse, cose che spesso non si trovano nei cataloghi dei grandi editori. Questo perché deve aprire la propria mente, farci entrare stimoli differenti, idee nuove, linguaggi non convenzionali. Tutte cose che l’appiattimento verso forme di narrazione più semplici che caratterizza la grande editoria gli impedisce di trovare se non rivolgendosi agli editori indipendenti. La mente di uno scrittore dev’essere un frullatore, un’incubatrice di idee nuove e deve cibarsi di storie alternative. E’ per questo che uno scrittore (o aspirante tale) dovrebbe prediligere i libri di una piccola casa editrice. Ma deve fare una selezione. Deve comunque scremare quello che c’è di buono da quello che non gli piace nel catalogo dell’editore. Non può comprare solo perché la casa editrice è piccola e indifesa, o solo perché son già due mesi che non compra un libro da un piccolo editore, o solo perché sta pensando di inviare un manoscritto.

  • Ayame
    Reply

    @Cochise: questo post non intende affatto identificare il pubblico di una piccola casa editrice con gli aspiranti scrittori. Ho dato i miei consigli di lettura, riferendomi alle case editrici che più preferisco per catalogo, ma il discorso è ben altro e sospetto che tu abbia frainteso.
    Quel che dico è che non si può voler diventare scrittori e leggere solo Dan Brown (e uso Dan Brown per identificare i best sellers) e poi lamentarsi che la piccola editoria non va avanti. Andrebbe bene se fosse una piccola percentuale di aspiranti a far questo, ma non è così.

    Attenzione: parlo di aspiranti, non di esordienti o emergenti. Di quella categoria che spedisce il proprio manoscritto a destra e a manca, senza nemmeno sapere come lavora la casa editrice.
    E’ assurdo che si voglia pubblicare con un editore senza aver letto nemmeno uno dei libri che pubblica! Capisco che per forza di cose sia impossibile comprare libri da ogni casa editrice che si contatta, ma ce ne saranno due o tre particolarmente papabili e che colpiscono per quello che hanno già in catalogo.

    E gli emergenti non sono tanto meglio…

    Il fulcro del discorso è che l’esordiente e l’aspirante se ne infischiano della piccola e media editoria. Vogliono essere letti ma non leggono. E, francamente, è una cosa completamente priva di senso, perché se ci si lamenta che gli esordienti – tutti – sono poco valutati perché non si fa qualcosa di concreto come leggere quei libri che interessano?
    Guarda che il 90% degli aspiranti e degli esordienti non hanno nemmeno idea di cosa pubblichi una casa editrice. Aprono il sito e vanno dritti ai contatti. E la storia non cambia neanche dopo che sono stati pubblicati, continuano a leggere i best sellers e una volta chiuso l’ultimo tormentone aprono FB per scrivere di quanto siano crudeli i lettori che non considerano manco di striscio gli esordienti, la piccola editoria e bla, bla e bla.

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    Non condivido la tesi di questo post, che pretende di identificare il pubblico di una piccola casa editrice con gli scrittori che aspirano a pubblicarvi un proprio testo. Sarebbe grave e triste se fosse così, un po’ come se la FIAT fabbricasse auto per venderle solo ai propri dipendenti. Chiedere, come fa Ayame, agli aspiranti lettori di comprare libri di questa o quella piccola casa editrice è una questua. E’ come se il titolare di una torneria venisse un giorno da me e mi dicesse: “Senti, una volta sei venuto a chiedermi se ti facevo un pezzo al tornio, adesso sono in crisi, devi comprarmi un quintale di perni”. Qui è di mercato che si parla, non di beneficenza, e il mercato parte da un prodotto di qualità, passa per un prezzo ragionevole, per la facilità di approvvigionamento, per una buona promozione. Alcuni piccoli editori hanno prezzi pazzeschi e molti, checché se ne dica, pubblicano delle emerite schifezze, dalla cui lettura spesso si evince sia una scarsa preparazione dello scrittore, sia una scarsa cura da parte dell’editore. Cosa che accade anche negli editori maggiori, beninteso. Ma quelli, in un certo senso, se lo possono permettere. Il nome e la pubblicità e la fascinazione fanno la differenza. Un piccolo editore, invece, NON può permetterselo. Una battuta di Spider di Cronemberg recitava: “L’abito fa l’uomo, e meno c’è l’uomo, più serve l’abito”; di conseguenza, quando viene meno l’abito, serve l’uomo. Chi ha visto Saviano a Che tempo che fa l’altro giorno, ha notato la standing ovation che gli è stata tributata dopo aver raccontato (male) la (insignificante) storia di Messi? Se al posto di Saviano ci fosse stato PincoPalla qualcuno avrebbe applaudito? Il prodotto di chi vuole rosicchiare quote di mercato detenute da altri deve essere più appetibile per il consumatore. Qualsiasi manuale di Economia Politica lo afferma, mentre di sicuro non ci sarà mai scritto: “la questua presso tutti coloro che, anche fortuitamente, entrano in contatto con te, è un buon modo per incrementare le vendite”.

  • vic_mackey
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    mi verrebbe da dre che il problema sta nel fatto che io non compro il libro di una piccola casa editrice semplicemente perchè non lo vedo e dunque non so che esiste! è un cane che si morde la coda. certo che si può ovviare a questo problema comprando su internet, spulciando su internet più che nelle grandi catene di librerie. sono d’accordo con Bruno, si può ricaricare anche solo 30 euro. a me in tanti anni non hanno mai fregato un centesimo. sarà l’ennesima batosta per i piccoli lbrai, ma onestamente sono stati anche loro parte del meccanismo che ha allargato così tanto la forbice tra piccola e grande editoria.

  • syllon
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    @Bruno: Beh, vedi ci sono hacker che riescono a far cose incredibili (chi ti parla è anche un tecnico elettronico che ha visto “nascere” il PC), come attaccare il computer direttamente con virus che penetrano anche se non hai aperto il browser o la posta elettronica. E il firewall non sempre li ferma…
    Per quanto riguarda i 100 euro, per il sottoscritto (che non naviga nell’oro!) 100 euro sono 100 euro! N’est pas?

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    @ Syllon: Ok, ma il problema sicurezza e fila scocciante alla posta lo elimini prendendoti una carta dotata di IBAN, ricaricabile a mezzo bonifico.
    Non voglio fare pubblciità, guardatevi intorno queste possibilità ci sono.
    Comunque se ti fregano 100 euro da una ricaricabile è sempre meno dannoso che subire un accesso diretto al tuo conto corrente tramite una carta tradizionale.

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    Totalmente d’accordo. È come lamentarsi che i dischi non vendono e poi scaricarli con eMule. Per questo gli e-book non cambieranno assolutamente nulla per gli autori esordienti e per questo siamo messi come siamo.
    Ci sarebbe poi da aggiungere che molti aspiranti scrittori proprio non leggono, neppure i best seller.

  • syllon
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    @ Ayme: beh, sul discorso dell’esordiente medio non posso darti torto. Il problema è che molti di essi “credono” di avere la passione dello scrivere, ma non è una vera passione. Mi spiego: uno di questi, su un forum, criticò un mio racconto (pubblicato su una rivista horror e con tanto di editing, ecc. ecc.), facendomi notare un punto esclamativo che avevo usato nella narrazione e affermando che per lui i punti esclamativi andavano bene solo nei fumetti di Paperino… Ti lascio immaginare che uno che fa un’affermazione del genere, non solo non conosce la sintassi italiana, ma non può essere un assiduo lettore. Non mi stancherò mai di ripeterlo: chi vuole scrivere (e molti sognano di farlo per mestiere, di diventare i nuovi Brown o King), DEVE essere stato per anni e anni un assiduo lettore: prima di amare la scrittura, ci s’innamora della lettura. Sarebbe come se uno volesse fare il musicista senza aver mai ascoltato nemmeno una ninna nanna da bambino… E bisogna studiare anche non poco…

    @ Bruno: il problema su internet non è solo la carta di credito. Ma l’affidabilità. Io ogni volta vado a caricare al postapay solo la cifra che mi serve, in questo modo evito “furti” con clonazioni spyware, ecc. sempre in agguato. Ma devo ogni volta fare la fila allo sportello e questo è snervante oltre che scoraggiante… Ayme ha ragione. L’aspirante deve avere “curiosità”, spulciare e scoprire le novità, leggere anche chi non è famoso. Da ragazzo io e i componenti del mio gruppo musicale, ci eccitavamo molto quando usciva un nuovo gruppo rock: volevamo scoprirlo, sentire se e dove era interessante. Poi se non ci piaceva usavamo il disco come sottobicchiere…

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    … e quanto alla provocazione: nessuno legge (compra) i libri. Ovviamente non è una buona cosa, però, però…

    Capisco l’intento polemico, anzi è comprensibile perdere la pazienza con un pubblico che scrive libri e non li legge, ma non so nemmeno se sia auspicabile l’obbligo morale (per così dire) di leggere i libri dei piccoli editori da parte di chi vuol pubblicare o comunque gravita nel mondo dell’editoria.

    Si rischia di creare una di quelle situazioni (e mi sembra di capire che in Italia una o due ne esistano, implicitamente per lo meno) dove un gruppo di “fedelissimi” si consocia per creare una specie di club autoreferenziale. Pensateci un po’. Duecento persone, che scrivono libri e ne leggono, diciamo, uno al mese: libri editi nel loro “giro”. Se sei parte del gruppo ti fai le tue brave letture e poi ti spertichi in giudizi positivi. Ogni tanto tocca a te pubblicare, hai un minimo nucleo di lettori che ti dicono che sei bravo e sei tutto contento.

    Andate su Lulu.com, nel forum: ci sono quelli che fanno lo scambio, compro il tuo libro se tu compri il mio.

    Ora riflettiamoci un attimo: questo vorrebbe dire veramente essere scrittori?

  • Ayame
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    Bruno: lettori e scrittori non sono entità distinte tra loro. Almeno non dovrebbero esserlo.
    Sarebbe come voler fare i pittori odiando l’arte, o i pianisti odiando la musica.

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    @ Ayame: probabilmente molti difetti l’esordiente ce li ha e la gente che parla a sproposito è fin troppa, ma non capisco cosa dovrebbe essere questo “qualcosa” che è in suo potere fare, salvo scrivere (ovviamente) e fare le dovute presentazioni in libreria e attività promozionali: non ha mica la possibilità di cambiare lo stato delle cose, no?

    Quanto ai lettori, e non mi stanco di ripeterlo, anziché basarsi sul limitato assortimento delle librerie dovrebbero munirsi di PC e carta di credito (una prepagata a prezzi ridicoli non te la nega nessuno, ad esempio quella delle Poste) e fare scelte e acquisti per mezzo di internet, dove al posto della copertina possono leggere recensioni e commenti e fare acquisti molto più informati. Altro che andare in libreria, sentire il dolce frusciare delle pagine, l’irrinunciabile odore della carta e quel genere di fregnacce.

  • Ayame
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    Syllon non si capisce perché io e te riusciamo sempre a fraintenderci 😀
    La mia non è una posizione netta, prenderei a bastonate tanti editori, anche seri, per le cazzate che fanno. La mia è una provocazione, ed è polemica – l’ho premesso per un motivo ben preciso.
    Quel che è sicuro è che mentre all’inizio ero davvero completamente dalla parte degli autori, in questo momento, in questo momento qui tendo molto più dal lato delle case editrici.
    Perché l’esordiente medio è egocentrico, vanitoso, maleducato, pieno di boria, arroganza e pretese. Ma non ha nessuna voglia di far qualcosa.
    Indi, vada a quel paese.

  • syllon
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    Non ho mai creduto giusto schierarsi in modo netto come sembri fare tu. O tutta da un “polo” o tutta dall’altro. Vedi, io non ho mai pensato (e sottolineo mai) che tutte le colpe di questa situazione siano degli editori, né penso che siano TUTTE dei lettori o degli aspiranti tali che non leggono. Quando vado in libreria a cercare un bel libro l’UNICA cosa che faccio è leggere la quarta di copertina. Me ne FREGO del nome, me ne FREGO dell’editore. Ora se in libreria trovo quasi esclusivamente libri Mondadori e di firme famose la colpa non è SOLO mia. Però è ANCHE mia, perché potrei chiedere il libro dell’esordiente che ho visto su internet, la cui trama sembrava interessante. Ma ecco che entrano in gioco le difficoltà: “non lo trovo”… “quest’editore non ce l’ho in elenco”… “mi da l’isbn per cortesia?…” “si mi pare, ma ci vogliono tre- cinque giorni…” E stiamo parlando di ME che sono un assiduo lettore e che se voglio un libro aspetto pure un mese con la febbre alta… L’alternativa è comprare su internet. Ma gli italiani (che già leggono poco) quest’abitudine non ce l’hanno ancora! Ergo: lo sconquasso attuale. Spostare tutte le responsabilità da un polo a un altro non mi pare né costruttivo né risolutivo. Molte colpe ce le hanno pure gli editori che sbagliano politica, facendo talvolta scelte sconsiderate… Per esempio: ho visto libri interessantissimi presentati in un modo da far addormentare un cocainomane affetto da schizofrenia acuta, e libri “pallosi” promossi come se fossero più avvincenti dell’ultimo di Stephen King.
    Come disse Califano: “tutto il resto è noia”…

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    Quanto alla disponibilità dei libri, è inevitabile che li si debba cercare online, io abito a quattro passi sia da Feltrinelli che Mondadori, ma di esordienti italiani ci ho trovato pochino.

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    A prescindere che per me vale la regola delle 4 S: Sono Sempre Senza Soldi, ma trovare libri di esordienti sul mio bricco è un’impresa APOCALITTICA.
    Sono andata alla Fnac di Genova il mese scorso e non ho visto un libro che sia uno di una piccola casa editrice o di un esordiente, lo stesso vale per la Mondadori e la Feltrinelli, sempre a Genova.
    Difatti alcune volte, quando non sono nelle 4 S, compro su IBS.
    In verità credo che il problema fondamentale sia l’enorme ignoranza che c’è sull’argomento e che l’autore, invece di lagnarsi su Feisbùk di quanto sia difficile pubblicare, dovrebbe imparare a muovere un po’ il culetto ò_ò Mica c’è subito la pappa pronta ò_ò

    Quindi, figliah, a te il dovere di informare le masse XD

  • Ayame
    Reply

    Bruno, tu sei quell’1 su 100. Per uno come te ce ne sono altri 99 che non comprano niente di niente 🙂

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    Boh? Nessuno legge? Da tre anni più o meno la metà dei libri che leggo sono di esordienti italiani…
    E a me manco mi hanno pubblicato 🙂

  • Ayame
    Reply

    Andrea ma io non ti ho contestato nulla, è questo che vorrei che capissi. Lavorare gratis è molto molto diverso dal pagare per lavorare, e l’ho detto anche sul forum. Non contesto la tua scelta di non pagare gli autori, ne ho solo preso atto e prendendone atto ho dovuto, per forza di cose, cambiare di posto alla Las Vegas. Non è contributo, è esattamente quello che ha detto Luca sul tuo blog. Compresa la parte sul “dove cacchio la ficco, con una questione così fuori dal comune?”
    E’ per questo che ho fatto un post sul blog, per mettere più in chiaro possibile le ragioni che mi hanno portato a questa scelta. Non certo per danneggiare o mettere alla gogna! Anche perché nello stesso post scrivevo che siete una bella casa editrice…

    E sembrerebbe quasi darmi ragione…
    Io non ti ho mai dato torto 😉

    Nessun rancore nemmeno da parte mia, fidati.

  • Reply

    Questo post lo condivido appieno. E sembrerebbe quasi darmi ragione…
    Vedi, Linda, io ci tengo davvero ad essere corretto con le persone con cui collaboro, ma non solo: corretto, in generale, con il prossimo. La cosa che mi dà più fastidio è essere attaccato su questo punto. E’ più forte di me, non lo tollero. Se fosse per me riempirei d’oro tutti quelli che stanno tenendo in piedi il mio sogno che ho chiamato Las Vegas. Ma cosa posso farci se tutti parlano benissimo di noi e i rendiconti rimangono penosi? Ora si mettono pure le poste. A volte mi sembra quasi di fare della beneficenza e mi vengono contestate cose – secondo me – fuori dal mondo (da questo mondo, che ho imparato a conoscere piano piano).
    Tutto qui. Senza rancore (non ne sono capace).

  • Reply

    Sono toatlmente d’accordo con questo post. Non che la mobilitazione su internet passi sempre inosservata, ci sono realtà che l’hanno dimostrato. Però un gesto concreto – come lo scegliere un libro pubblicato da una piccola casa editrice – potrebbe risultare cento volte più d’aiuto. Concretamente.
    Il vero problema delle piccole e medie case editrici è la difficoltà di distribuzione. Non tutti comprano su internet e, a volte, trovare determinati romanzi è davvero un’impresa titanica.

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