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Con il self-publishing, gli editori perdono ancora


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Penguin Random House ha di recente venduto la sua divisione self-publishing Author Solutions. Al di là delle controversie legali di cui la piattaforma è stata oggetto fin da subito, con l’accusa di voler fare soldi dagli autori piuttosto che per gli autori, la decisione del gruppo nasce dall’intenzione di tornare ad occuparsi esclusivamente di libri, nel senso più tradizionale.

La cessione non è che l’ennesimo fallimento del tentativo di una casa editrice di introdursi nel bussiness del self-publishing. Dopo il fallimento di HarperCollins con Authonomy, secondo il Financial Times Penguin Random House ha perso una buona percentuale dei 116 milioni di dollari spesi per l’acquisto di Author Solutions nel 2012.

Anche in Italia, esperimenti simili non hanno avuto un esito migliore; alcuni dei servizi che le case ditrici spacciano per self-publishing, in realtà poco hanno a che vedere con l’autopubblicazione.

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L’industria dei falsi scrittori su Kindle Store


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E’ notizia di pochi giorni fa la causa intentata da Amazon contro più di mille utenti accusati di aver pubblicato false recensioni. Non è la prima volta che Amazon deve fare i conti con questo fenomeno, niente di eclatante quindi, se non fosse che il Washington Post ha messo in risalto una tendenza ben più inquietante, quella degli imprenditori che spacciandosi per esperti di scrittura e marketing, fanno soldi sfruttando il Kindle Direct Publishing (e l’ingenuità di buona parte degli utenti).

Il processo, spiega il giornale, segue sempre gli stessi passaggi: dopo l’assunzione di un freelance che scrive l’ebook, questi cosiddetti imprenditori lo mettono in vendita sotto falso nome, e poi comprano o barattano recensioni di almeno 4 stelle. Al termine della procedura, sono in grado di mettere in piedi un vero e proprio negozio di bestseller sul Kindle.

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Amazon Publishing arriva in Italia: ecco i criteri di selezione


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Frenate gli entusiasmi e riponete di nuovo i manoscritti nel cassetto, perché al momento Amazon non accetta proposte di pubblicazione, ha soltanto annunciato l’arrivo in Italia dei primi libri tradotti sotto il marchio proprietario AmazonCrossing.

Lanciato nel 2010, con lo scopo di aiutare gli autori autopubblicati a proporsi sul mercato internazionale, AC è uno dei 14 marchi che fanno parte della casa editrice Amazon Publishing. Dopo i primi test sul mercato francese e tedesco, da novembre è attivo anche sullo store italiano con una serie di titoli scelti in base al successo riscontrato nella loro versione originale.

Si tratta per lo più di romanzi di genere, romantico, fantasy, thriller, con ottime recensioni e un alto livello di valutazioni, che di conseguenza hanno ottenuto il benestare della casa editrice alla traduzione e diffusione sui mercati esteri.

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“Mondazzoli” e la tentazione del self-publishing


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Dalla mia pagina Fecebook ho dato il benvenuto ad Andrea De Carlo nel meraviglioso mondo del self-publishing. Lui era stato uno dei firmatari, insieme ad altri 48 autori, tra cui Umberto Eco, dell’appello contro la fusione Mondadori – Rizzoli Libri.
Appello caduto nel vuoto, poiché l’accordo è avvenuto e prevede l’acquisizione da parte del gruppo della famiglia Berlusconi di Rizzoli, Bur, Bompiani e Marsilio, per più di 127 milioni di euro.

Alla fine dei giochi la Mondadori potrebbe arrivare a coprire ben il 38% di tutto il mercato editoriale italiano. Con quali conseguenze, oltre al probabile abuso di posizione predominante, su cui dovrà pronunciarsi l’Antitrust?

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Oyster chiude, ma l’ebook non è morto


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Ho seguito con attenzione la vicenda Oyster: startup per la vendita di ebook in abbonamento, annunciata sul mercato come la NetFlix dei libri, chiude dopo appena due anni e molti dei suoi dipendenti vengono assunti da Google, cosa che ha dato adito a speculazioni sul possibile interesse del colosso per lo streaming dei contenuti.

Ma perché tutto questo dovrebbe interessarci?

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Da Amazon a Facebook, cosa sta accadendo nel mondo dell’editoria digitale indipendente


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Avrete sicuramente letto le notizie riguardanti la clamorosa battuta d’arresto delle vendite di ebook. Tutti parlano di una rivincita della carta stampata, ma il dato riguarda soprattutto i grandi editori, Hachette, HarperCollins, Simon & Schuster, che dopo aver preteso di rimanere esenti dagli sconti imposti dagli store di Amazon, ne hanno poi subito le conseguenze.

Per fortuna, il mercato degli ebook non è fatto solo dai grandi marchi. Secondo AuthorEarnings, i titoli autopubblicati generano su Amazon un fatturato di quasi mezzo miliardo di dollari, rappresentando il 38% del totale degli ebook scaricati. Quest’anno il più venduto sullo store è stato proorio l’ebook autopropdotto dallo svedese Carl-Johan Ehrlin, “The Rabbit Who Wants to Fall Asleep”.

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LeRecensioniCattive: Bugie – L’essenza delle ombre


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Ormai è noto che il self publishing è diventato l’alternativa alla pubblicazione tradizionale, attraverso editore, e personalmente non ho niente in contrario; credo infatti che molti testi che sarebbero meritevoli vengano scartati, per ragioni che non c’entrano niente con la qualità, e mi fa sempre piacere dare una chance ad autori che hanno magari la ‘colpa’ di scrivere su argomenti poco commerciali, di avere uno stile particolare, di non avere accettato compromessi. Certo il rischio di trovare anche spazzatura è alto, ma quando ho trovato in cima alla classifica di Amazon l’intera trilogia di Elisa Gentile, ho pensato di fare un colpo sicuro.
In vetta alle classifiche, primo, secondo e terzo posto! Recensioni entusiastiche, a decine e decine! Sono così tante da farmi escludere che si trattasse delle solite marchette di amici. Ho quindi acquistato gli ebook, che hanno dalla loro il vantaggio di costare davvero poco (Il primo costa 1,96 euro, i seguenti 99 centesimi) e ho deciso di tuffarmi in una lettura estiva, leggera e piacevole.
L’esperienza si è purtroppo rivelata completamente negativa, sotto ogni punto di vista: che la guardi come esperienza letteraria, come esperienza emotiva, come esperienza didattica, come esperienza di evasione, non ho trovato assolutamente nessun lato positivo in questi ebook autoprodotti. A tratti mi sembrava di leggere il vademecum ‘tutto quello che uno scrittore non dovrebbe fare mai’, ma più spesso era puro trash, a tratti divertente, ma in linea di massima fastidioso. Non ho chiesto il rimborso su Amazon soltanto per correttezza, perché i files mi sono arrivati integri, e che la trilogia sia stata un’esperienza di lettura completamente negativa non è colpa dello store.
Ma analizziamo quest’opera più a fondo.
La vicenda ruota intorno alla storia d’amore tra Jayden Stewart, ricchissimo, bellissimo, dotatissimo eccetera eccetera, e Selvaggia Pirelli, ricchissima, bellissima, purissima, buonissima eccetera eccetera, e a tutte le avversità che i due dovranno superare per stare insieme. Bugie si propone come descrizione esauriente (a tratti estenuante) degli stati d’animo dei due protagonisti, sfruttando una narrazione alternata dei capitoli, che passano dal punto di vista di Jayden a quello di Selvaggia. La Gentile tratteggia i due personaggi come opposti, forse con l’intenzione di farli apparire complementari, ma il risultato è che la vicenda, da storia d’amore, diventa qualcosa di raggelante: andando avanti nella lettura appare chiaro che si tratta di una storia di abusi, violenza, priva di qualsiasi pretesa di verosimiglianza, nella quale la vittima e il carnefice convivono, e questo dovrebbe passare per amore.
Già dall’incipit ci si accorge che qualcosa non quadra: un prologo in media res, che si propone di aggiungere pathos a una vicenda che altrimenti avrebbe un avvio forse troppo tranquillo, per i gusti dell’autrice (incontro al parco dopo che lui l’ha stalkerata per un paio di settimane). Jayden è disperato, la sua amata è in coma, forse non si sveglierà mai più, ma anche se si svegliasse, sicuramente non vorrebbe più saperne di lui, che è un fallito, un disgraziato, aveva un tesoro e se l’è lasciato scappare, è pentito, ma è troppo tardi. È così pentito che, mentre si dispera in questo modo, fa sesso con una prostituta nella casa dove viveva con Selvaggia.
Sì, esatto: l’amata è in sospeso tra la vita e la morte e lui, a casa, fuma, beve, la tradisce. Però è tanto pentito di averla trattata male, eh. Vorrebbe uccidersi, ma è troppo codardo per farlo, quindi vai di alcol, droghe, prostitute. Una reazione normalissima, chi di noi non l’ha fatto, se per disgrazia la persona amata ha tentato il suicidio per colpa nostra?
Come non si può affezionarsi da subito a un eroe tragico di tale spessore e levatura morale?
Come dubitare che, alla fine, l’amore trionferà, Selvaggia si sveglierà dal coma, lo perdonerà per cose di poco conto come abusi e violenza, e vivranno sempre insieme felici e contenti?
Mi riesce difficile, se non impossibile, evitare giudizi di valore a riguardo. Le cronache sono piene di storie di ‘amore’ come questa, che sfociano in tragedie annunciate, e lanciare il messaggio che al proprio compagno si possa, anzi debba, perdonare tutto, lo trovo irresponsabile. Quindi ritengo più opportuno passare oltre. Basti dire che, in tutta la trilogia, Jayden si comporta da idiota quando va bene, da pazzo completo nella norma, è un alcolizzato e un tossicodipendente, ma sia chiaro, lui smette quando vuole. E tutti gli credono, perché non dovrebbero? Lui è bellissimo, ricchissimo, e ha un… vabè ci siamo capiti.
Selvaggia, dal canto suo, è una ragazzina di sedici anni, un’ereditiera della famiglia Pirelli (domanda: non è illegale utilizzare persone e parentele realmente esistenti, senza autorizzazione? La dicitura ‘questo romanzo è frutto di invenzione’, che compare su ogni seconda di copertina, cosa ci sta a fare?), bellissima, ricchissima, bravissima, buonissima oltre i limiti di demenza consentiti. Il suo tragico passato consiste nell’essere stata trascurata dai genitori e nell’avere avuto tutto tranne il loro affetto. A riguardo l’autrice ci regala perle di un’involontaria comicità che ha dell’irresistibile:

«Loro hanno divorziato quando io ero molto piccola, avevo appena sei anni. Ma hanno tenuto l’atto legale per loro, senza farlo sapere ai media.» la lascio continuare, corrugando però la fronte. «Mio padre non voleva perdere la stima dei soci, e mia madre teneva troppo alla sua facciata di donna d’affari, madre affettuosa e moglie perfetta. […] «Mia madre aveva molti amanti, qualcuno anche nella servitù. Molti soci di mio padre sono finiti nel suo letto.»

Non so che tipo di soci avesse mr. Pirelli, ma secondo me se avesse annunciato il divorzio l’avrebbero rispettato di più. Di certo ha contribuito a rendere molto allegri i suoi consigli di amministrazione, e spero che la sala avesse un soffitto molto alto, se capite cosa intendo.
Già che siamo in tema di analisi semantica, preferisco passare a quest’ultima, lasciando il resto dell’intreccio alla fine.
Dunque. La storia è ambientata a Manhattan, sono tutti milionari se non miliardari, Jayden può permettersi tutti i vizi che vuole – ma sia chiaro, smette quando gli pare – viene ribadito di continuo quante e quali griffe i personaggi indossino, i luoghi esotici che hanno visitato, la bella vita che fanno… salvo, durante la lettura, constatare che la Gentile è caduta nell’errore tipico dello scrittore che parla di cose che non conosce, solo perché ‘fa figo’.
Mi permetto di asserire senza tema di smentita che la Gentile non solo non è mai stata a Manhattan, ma nemmeno negli States, che non si è documentata minimamente su come sia la vita dell’alta società newyorkese, e che si sia limitata a trasporre la propria esperienza di vita italiana in un contesto patinato oltreoceano.
Gli esempi sarebbero infiniti, ne segnalo solo alcuni tratti dal primo libro: Selvaggia è minorenne, ha solo sedici anni, Jayden è trentenne. Devo forse ricordare io, come lettrice, quanto siano rigide le leggi statunitensi sull’adescamento dei minori? Devo forse andare avanti nella lettura chiedendomi perché nessuno dei personaggi coinvolti mai, neanche una volta, durante tutta l’agghiacciante relazione di abusi e violenza che vede coinvolta una minorenne circuita da un uomo adulto, pensi a sporgere denuncia? Selvaggia è minorenne. Minorenne. MINORENNE. Anche se Jayden la rispettasse e la trattasse come una regina, potrebbero sorgere dei problemi (ok, essendo sfondati di soldi li metterebbero a tacere subito, ma un pensiero andrebbe dedicato a questo fatto fondamentale). Per come si mettono le cose, il protagonista maschile dovrebbe finire in carcere.
Sempre su Selvaggia, che come detto è minorenne, ha sedici anni. Va ancora a scuola. Giusto. Ogni volta che lui la chiama, lei è a casa china sui libri. SBAGLIATO. A sedici anni, signora Gentile, le ragazze di famiglia ricca sono all’high school, nel campus. Non stanno a casa a studiare la sera per il giorno dopo. Selvaggia dovrebbe essere in un campus, di quelli che costano sessantamila dollari al mese, più le donazioni di cui questi college vivono. Ripeto: Selvaggia non può essere a casa sua, a quell’età. Se è ricca, si trova in qualche high school stradispendiosa, non certo a studiare da sola, come una qualsiasi liceale italiana che ha l’interrogazione il giorno dopo.
Altro esempio: nel loro primo appuntamento, Jayden la porta a fare colazione in un bar esclusivo di Manhattan. Leggiamo come lui ponderi bene dove portarla, e dopo tanto sforzo neurale, non trovaidi meglio che andare dove lavora una sua ex, ma tralasciamo. Si vede che a Manhattan ci sono pochi posti dove andare, occorre adattarsi. In questo bar esclusivo, forse per far vedere che lui è uomo di mondo e conosce tutti, la Gentile inscena uno scambio imbarazzante di battute con il gestore del locale, che conclude con ‘buon appetito, ragazzi!’ dopo avere portato loro muffin e caffelatte.
Ma stiamo scherzando, vero?
Un locale esclusivo di Manhattan dove la cameriera con cui hai fatto sesso ti si siede in braccio davanti alla nuova fiamma e il proprietario si comporta come il barista della piazza del paese?
Un supermercato di Manhattan che ha un CORRIDOIO dedicato alle scatole di pomodori pelati?
Signora Gentile, ma non faceva prima ad ambientare la storia in Italia, invece di piazzare nomi stranieri a casaccio su quello che è CHIARAMENTE un contesto di provincia italiana?
È l’errore basilare dell’aspirante scrittore, e questa trilogia lo rispecchia in pieno. Se volete trovare un minimo di senso, fate conto che sia ambientata a Ferrara, però non la Ferrara bene, la Ferrara dei liceali e dei fancazzisti dell’università. Credere che questa gente sia l’alta società newyorkese è, in una parola, impossibile.
Il lessico adottato non aiuta. La Gentile ha problemi con la consecutio, e nella stessa frase gli eventi sono narrati al presente e al passato – la forma basilare scelta è prima persona al presente – ma soprattutto risente dell’utilizzo di termini gergali e dialettali che stridono in maniera fastidiosa con il contesto. I capelli ‘ingellati’, il top ‘paillettato’, sono i primi che mi vengono in mente. Ma le cose sono un po’ più serie di così.
Tra una descrizione di guardaroba e uno sfiancante elenco dell’ennesimo locale in cui Jayden porta l’amata, ecco che troviamo svarioni inaccettabili. Non refusi, i refusi scappano, e soprattutto in un’autoproduzione, possono e devono essere perdonati, ma qui si parla di italiano. Si parla di un’autrice che non conosce le parole che usa, tanto da sbagliarle clamorosamente.

“La grande camera per gli ospiti si apre su un piccolo angolo di Manhattan, dove si può
ammirare uno squarcio di Central Park.”

Squarcio? Ho proprio letto squarcio? È caduto un meteorite a Central Park mentre la Gentile descriveva nei dettagli l’arredamento della casa di Jayden e ce lo dice così? D’accordo che tutte le invasioni aliene partono da lì, ma penso che dopo ogni contrattacco dei supereroi, ci siano degli addetti che aggiustano tutto. Non penso lascino squarci aperti sulle piste da jogging.
Forse, ma non sono sicura, la Gentile intendeva dire ‘scorcio’. Che non è uno squarcio, sono due parole diverse che esprimono concetti profondamente diversi. Scrivere squarcio per scorcio vuol dire non sapere cosa si sta scrivendo.
Insomma, come esperienza letteraria, Bugie – l’essenza delle ombre è stata completamente fallimentare. L’intera trilogia risente di errori marchiani di questo tipo, non c’è una sola pagina che ne sia esente.
Come esperienza didattica, anche peggio. Apro un breve inciso: un lettore è, per definizione, una persona che sta imparando. Anche quando legge un romanzo d’evasione, lo stato mentale del lettore è di apertura e assimilazione, sta apprendendo qualcosa, che è diverso per ciascuno, ma sfido chiunque a chiudere un libro e dire di non averne ritenuto niente, fosse soltanto la sensazione di avere sprecato il proprio tempo. Non è possibile leggere un libro senza questa predisposizione mentale, e la Gentile spreca completamente l’occasione di creare un’esperienza di questo tipo, dimostrando di essere, nei fatti, meno acculturata del lettore medio. Non ci siamo, per niente.
Chiuso l’inciso.
Passiamo all’intreccio, vera nota dolente di una trilogia che, ahimè, già a questo punto ha parecchie ossa rotte e il resto a scricchiolare. Dunque, Jayden e Selvaggia si amano tanto, lui è un disgraziato che si redimerà per amore di lei (ovvero, smetterà di tradirla, non aspettatevi chissà che cambiamento), lei è l’angelo che lo salverà, e come finirà lo sappiamo tutti.
Questo non è un punto debole in linea generale. Si tratta di un romance, e in fondo quello che ci aspettiamo è proprio che l’amore vinca ogni ostacolo e si imponga sulle brutture che vorrebbero estinguerlo. Va bene.
Quello che non va bene, per niente, è volere far passare il messaggio che una persona che subisce abusi gravissimi debba tornare con il suo carnefice. Questo, mi spiace, non è ammissibile. Non è ammissibile che passi il messaggio che tante rose e tante promesse possano aggiustare cose inaccettabili come il tradimento, la violenza, l’aborto. Se il messaggio era ‘l’amore vince tutto’, mi spiace signora Gentile, quello che ha trasmesso è invece ‘non importa se lui è un delinquente, tu devi rimanere con lui e redimerlo’.
Ma anche no, ma anche no, ma anche no assolutamente.
Non si pretendono chissà che analisi sociologiche da un romance d’evasione, e tuttavia questa è una mancanza di rispetto imperdonabile, nei confronti di tutte le donne che si trovano davvero intrappolate in simili relazioni, che vivono nella paura del loro compagno, e che magari gli abusi spaventosi subiti da Selvaggia li hanno vissuti sul serio.
Questo non è un amore tormentato, è una storia di violenza che doveva concludersi con una denuncia.
Gli ostacoli posti sul cammino dei due innamorati sono risibili. Poteva essere una storia effettivamente tormentata, per via della differenza di età e delle leggi americane, ma la scelta della Gentile è stata di far tornare alla carica l’ex di Jayden, che si presenta come una persona infida e sgradevole (ma, naturalmente, figa da paura), che mette in atto teatrini e commedie che, nella vita reale, susciterebbero ilarità, ma che da Jayden vengono presi così sul serio da indurlo a rinnegare la figlia che Selvaggia – ribadisco, una minorenne – attende. Selvaggia, invece di rifilargli il calcio nel culo che meriterebbe e la denuncia che sarebbe sano fargli recapitare, tenta il suicidio. D’altra parte, parliamo della persona che, visto un tatuaggio enorme e tamarissimo sul braccio dell’amato, e chiestogli quando se l’è fatto, ride come un’oca alla sua spiegazione di non ricordare niente, perché troppo ubriaco e strafatto per averne ricordi.
Ragazze, la Gentile non ve l’ha detto, ve lo dico io: se un uomo vi dice che si è tatuato in stato di coscienza alterata da droghe e alcol, non ridete. Non fate come Selvaggia. Scappate come fulmini. Soprattutto se siete belle e ricche, troverete di meglio, ma anche se siete bruttine e squattrinate, tranquille che avrete di meglio, rispetto a questo essere agghiacciante, che crede a tradimenti basati su fotografie fatte su controfigure.
Sono cose che ho letto nei manga quando avevo quindici anni, solo che nei manga il personaggio maschile, assorbito un attimo lo choc della sorpresa, si riprende, si rende conto che l’amata non è quel tipo di persona, si accorge che qualcosa non quadra, e torna subito sui suoi passi, prima che l’amata decida che lui è troppo idiota per meritarla. Jayden, intellettualmente, si colloca al di sotto del personaggio medio di manga per liceali.
Gli altri personaggi sono cliché da telenovela: il padre e la madre troppo presi da se stessi per ricordarsi della figlia, l’ex che insidia la felicità della coppia (mi verrebbe da dire, ci vuol poco), l’amica perfida dell’ex che fa da supporto, il nuovo possibile amore che Selvaggia rifiuta perché il suo cuore è tutto per il carnefice, amici e parenti vari, tutti bellissimi, tutti . Non sono precisamente il punto debole della trilogia, come già detto, leggendo questo tipo di romanzi, ci si aspetta di avere a che fare con dei cliché. Certo, non aiutano a sollevare le sorti.
L’erotismo presente non merita che qualche riga: monotono, meccanico, descritto sempre con gli stessi termini. A tratti, piuttosto disgustoso – per la scelta dei termini adottati, le copule in sé sono tutte uguali – quando non si tratta di violenza vera e propria, fatta passare come atto d’amore, da parte di un uomo talmente passionale che non può fermarsi di fronte alla ritrosia dell’amata. L’erotismo è un’altra cosa.
Passaggi come questo:

“[Jayden] Mi trafigge e mi impedisce di muovermi senza provare dolore. I suoi testicoli sono schiantati contro le mie natiche, tendo i piedi e li metto sulle punte, cercando così di alleviare il dolore e magari spostarlo su altro.”

Non sono erotici, sono trash. E schiantare i testicoli deve fare un gran male, suggerisco ai lettori all’ascolto di non provarci a casa. Leggere:

“Esce da me con uno scatto veloce, lasciandomi vuota e dolorante. Ancora in mezzo alle mie gambe si afferra l’asta, schizzando il proprio piacere lungo le lenzuola di raso.”

È la morte di qualsiasi erotismo possa essere sopravvissuto ai vari ‘cazzo’, ‘piccola’, ‘bambola’ con cui Jayden infarcisce puntualmente ogni suo discorso rivolto alla compagna.
Infine, un appunto sulla struttura stessa di questa trilogia: l’incipit del primo volume anticipa una situazione che viene chiarita solo nel secondo, e che si scioglie nel terzo. Parrebbero essere un libro unico, suddiviso per ragioni di praticità. Può starci. Il problema è che, così facendo, quell’incipit non ha nessun senso, l’arco narrativo si interrompe senza dare compiutezza alla vicenda, e il lettore arriva all’ultima pagina del primo libro senza avere, di fatto, completato la lettura. Sì, qualcosa si immagina, ci sono continui salti temporali che fanno capire più o meno tutto, ma un romanzo non è strutturato così. Il fatto che molte case editrici seguano questa linea, per assicurarsi i lettori anche dei volumi successivi, non rende giusta una scelta sbagliata.
Insomma, credevo di andare a colpo sicuro con Bugie, dato che si trova sul podio di Amazon e a quanto pare è una storia molto amata, ma ho trovato qualcosa di molto diverso da quello che mi aspettavo.
Purtroppo, non in meglio.
Il self publishing può e deve offrire prodotti qualitativamente migliori di questo, se vuole uscire dal ghetto dei romanzi scartati dalle case editrici perché troppo scadenti per essere pubblicati.

 

EDIT: Per gentile segnalazione ho corretto ‘college’ con ‘high school’.

Adotta un eBook


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Ci aggiungiamo agli altri blog che hanno già diffuso quest’iniziativa nata sul blog di Alessandro Girola che a sua volta ha modificato l’idea di Gianluca Santini.

Lo scopo di quest’iniziativa? Dare visibilità a tutti quegli eBook autoprodotti che meritano d’avere un po’ di sana pubblicità che permetta loro d’essere conosciuti, le regole per partecipare sono semplici:

Poche ed essenziali:

Scegliete un singolo ebook, che sia un racconto, un romanzo, un saggio o un’antologia e dedicategli un post sul vostro blog (o sui social network). Anche se l’avete già fatto in passato, anche se lo avete già recensito.

L’ebook deve essere, come ho già specificato, autoprodotto. Niente case editrici, tranne quelle di semplice “parcheggio” (Lulu, Simplicissimus etc). Gratuito o a pagamento, non importa. Non importa nemmeno se alla realizzazione dell’ebook hanno collaborato più persone. Ciò che importa è soltanto – lo ribadisco – l’autoproduzione del testo in questione.

Potete anche scegliere un vostro lavoro. Forse è poco politicamente corretto ma a noi piace così.

La regola numero quattro è la più importante: passate parola.

Noi non sappiamo ancora a quale eBook dare spazio (un’idea c’era ma a quel testo stiamo già dedicando un concorso e tanto vale fare le cose per bene e scegliere più di un testo piuttosto che sempre lo stesso, no?) ma non appena lo sapremo lo vedrete sulle nostre pagine.
Questo è quanto, forza gente, diffondete l’iniziativa!

Self publishing VS Editori a pagamento


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Nel web italiano c’è questa querelle, abbondantemente condita dall’ignoranza – e talvolta dalla cattiva fede – di chi scrive sulla questione, che confonde gli autori italiani e aspiranti tali.

“Autopubblicarsi è come pubblicare a pagamento”, proclamano. E dato che oltre ai proclami puntano il ditino verso chi consiglia il self publishing – e tra quel qualcuno ci siamo anche noi – facciamo luce sull’argomento e spieghiamo una volta per tutte perché autopubblicarsi è tutt’altra cosa rispetto alla pubblicazione a pagamento. Una nota, prima di cominciare: sentirete molti blogger cianciare di etica compromessa in egual modo dal self publishing e dall’editoria a pagamento. Noi, francamente, ce ne freghiamo: in questo sito non si è mai parlato di etica, né si è mai ragionato secondo i suoi criteri. Sicuramente, non inizieremo a farlo ora. Se vi si sconsiglia l’editoria a pagamento non è perché non è etica: è perché è una pratica assurda, equiparabile solo a stipendiare il proprio capo pur di lavorare per lui. Dell’etica e delle questioni morali non ce ne frega niente.

Passiamo dunque allo sfatare i falsi miti messi in circolazione dai sedicenti guru e consiglieri dell’editoria:

1. “Per autopubblicarsi è necessario pagare, come nell’editoria a pagamento”
Completamente falso. Ci si può autopubblicare senza spendere un centesimo, lavorando personalmente su testo, grafica e promozione. Per la copertina, ad esempio, ci sono migliaia di immagini gratuite utilizzabili a scopi commerciali, pronte per essere usate e permettere anche a chi non sa usare un programma di fotoritocco o non sa disegnare di farsi la sua copertina. Inoltre, in giro per il web ci sono molte iniziative gratuite che permettono all’autore di avvalersi di servizi di editing ecc. gratuitamente.

2. “Ma per avere un buon libro occorre investirci e assumere dei professionisti: tanto vale pagare un editore a pagamento”
La prima parte della frase è parzialmente vera: infatti, grazie alla moltitudine di community nella rete, è possibile trovare persone competenti disposte ad aiutare con editing, correzione bozze (nel mondo delle fanfiction queste figure sono numerosissime, lavorano totalmente gratis e si chiamano beta reader) o realizzano copertine e illustrazioni gratuitamente in cambio di pubblicità. In ogni caso, qualora vogliate rivolgervi ad agenzie di servizi, ce ne sono a bizzeffe, per tutti i gusti e per tutte le tasche, anche le più malandate. “Ma allora tanto vale pagare un EAP!” Decisamente no, per due motivi. Il primo è puramente economico: rivolgersi a un’agenzia costa molto, molto meno. Il secondo è che la maggioranza degli EAP non fa niente di ciò che vi promette e vi vende: l’editing non esiste, la grafica fa pena e la promozione è nulla.

3. “In entrambi i casi però l’autore paga. Quindi non c’è differenza”
La differenza c’è eccome, ed è grande quanto una cattedrale. Autopubblicandosi, l’autore investe sì su sé stesso, ma diventa anche il proprio editore e assume il ruolo di un piccolo imprenditore, con tutti i rischi e benefici che questo comporta. È come un libero professionista che si crea da sé il proprio lavoro. Pubblicare a pagamento, invece, significa pagare per lavorare: non solo non guadagnare nulla sul proprio lavoro, ma addirittura pagare per poterlo fare. È il famoso idraulico che viene a casa vostra, vi aggiusta il lavandino e vi dà pure 100€ per ringraziarvi e scusarsi per il disturbo. Esiste, un idraulico così?

4. “Comunque, sia se ci si autopubblica che se si paga per pubblicare, non c’è selezione”
Ancora una volta, nient’affatto. Nel self publishing a fare la selezione è direttamente il lettore, il quale sa che quel libro è offerto direttamente dall’autore e non è stato filtrato da nessuno. Con una pubblicazione a pagamento, invece, il lettore la selezione se l’aspetta: pur essendo un EAP è pur sempre un editore, e l’editore funge da filtro tra il creatore dell’opera e i suoi usufruenti. In altre parole, nel primo caso il lettore è consapevole di ciò che va a leggere e l’autore è trasparente (questo dovrebbe interessare a chi tanto ciancia di etica); nel secondo, il lettore viene imbrogliato.

5. “In entrambi i casi l’autore non avrà lettori”
Falso, falsissimo e stra falso. Se l’autore che si autopubblica gestisce un blog o un sito web di qualità, con uno zoccolo affezionato di lettori (bastano un migliaio di visite al giorno, non cifre astronomiche) e/o frequenta i canali giusti (siti web e forum seri, non luoghi dove ci si scambiano marchette) e presenta un libro con una buona veste, le possibilità di farsi un pubblico sono infinite. Basti pensare agli americani John Locke e Amanda Hopkins, che hanno venduto un milione di copie dei loro eBook autopubblicati. Siamo, appunto, nell’era degli eBook, dove ogni giorno si aprono nuovi scenari e possibilità prima impensabili. Fino a poco tempo fa chi avrebbe mai pensato che un tizio qualunque, senza nome, senza mezzi economici, senza un editore, potesse vendere un milione di copie del suo libro? Pubblicando a pagamento, invece, le possibilità si riducono a zero: se con l’autopubblicazione c’è la possibilità di farsi notare dalle persone, spingere sul passaparola e venir notati anche dai media tradizionali, con un EAP alle spalle questi scenari sono impossibili. I media tradizionali disdegnano sempre di più le pubblicazioni a pagamento – si sono occupate del caso testate come Repubblica e Il Giornale – i siti web e i blog del settore (quelli seri, s’intende, quelli che hanno un qualche valore) ignorano i libri pubblicati a pagamento e non concedono loro spazio e anche i lettori semplici sono sempre più consapevoli di come funziona l’EAP, e si guardano bene dall’avvicinarcisi. Al contrario, l’apertura a chi si autopubblica è sempre più grande.

Infine, una nota personale che riguarda noi di Writer’s Dream: non è certo per un banner pubblicitario che svendiamo le nostre idee e i nostri ideali. Sul forum abbiamo i banner di ebookVanilla e Youcanprint, due ottimi – a nostro parere i migliori – servizi di self publishing in Italia. Non è certo per i 200€ guadagnati da quei banner che sosteniamo l’autopubblicazione: di possibili acquirenti per gli spazi pubblicitari ne abbiamo a bizzeffe; a noi interessa dare spazio a realtà e possibilità in cui crediamo. Il fatto che questi siti affianchino al servizio gratuito di self publishing e distribuzione un’agenzia di servizi letterari che fornisce editing e altro è perfettamente naturale: non sono servizi obbligatori, sono semplici possibilità offerte all’autore. Non c’è niente di sbagliato, immorale, illegale o qualsiasi altro aggettivo sconclusionato che possa venire in mente ai detrattori del self publishing.

Concludendo: se siete tentati dall’idea di autopubblicarvi fatelo senza timore e soprattutto senza farvi impressionare da chi parla di “etica tradita”, vi paragona agli autori a pagamento e vi assicura che finirete all’Inferno degli autori autopubblicati. Il self publishing sta prendendo piede ogni giorno di più, cresce vertiginosamente con il passare delle settimane e sono tanti quelli che credono si tratti del futuro dell’editoria. Tra quei tanti ci siamo anche noi.

Piccola editoria vs Print On Demand: cosa scegliere?


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Prendo spunto da questo articolo di Morgan Palmas per porre una questione che mi gira in testa già da un po’.
Morgan Palmas ci dice che

il dato che emerge dalla più recente sintesi del Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia è che a fronte di 10335 case editrici censite, soltanto 2600 circa hanno una presenza organizzata sul mercato e con almeno un titolo venduto. Sembrerebbe che quasi 8000 case editrici vivano nell’oblio

Conti alla mano, 2600 su 10335 significa solo il 25%.

E ancora, Morgan Palmas ci fa notare che

Nel 1990 le tirature medie di un libro si aggiravano sulle 7000 copie, nel 2000 erano 4910, nel 2007 ancora più giù: 3980. Una discesa continua. I libri pubblicati ogni anno aumentano, ma la tiratura media diminuisce.
Il dato medio di tiratura d’un libro per le grandi case editrici è poco più di 5000 copie. Quindi, piccola curiosità e presa di coscienza: quando sentite uno scrittore famoso bearsi del proprio talento, sappiate che il suo libro avrà probabilmente venduto poco più di 5000 copie, non decine di migliaia o centinaia di migliaia, i fortunati da best seller si contano in poche mani. Spesso il marketing è ingannevole in questi casi.

E in ultimo

le fusioni e le conquiste societarie sono sempre più la regola fra i tre grandi gruppi editoriali italiani: Mondadori, RCS MediaGroup, Mauri Spagnol. Quindi, potere economico uguale potere “politico” (sui canali di distribuzione ovviamente – inutile dire qui che se spesso nelle librerie vedete le case editrici note in bella vista un motivo c’è… e indovinate quale…) uguale maggiore diffusione dei propri libri uguale migliori investimenti.
Un gatto che si morde la coda? Sì. In questa situazione le piccole e medie case editrici – soprattutto le piccole – sono costrette a fare miracoli per non finire in rosso (che la cosa resti fra noi… sono quasi tutte in rosso, ma non diciamolo in giro che qualcuno è permaloso).

La conclusione a cui giunge Morgan Palmas è semplice:

Riprendiamo brevemente i seguenti dati.

1- Circa 8000 case editrici sembrano non attive. Sembrano.
2- I libri pubblicati ogni anno aumentano, ma la tiratura media diminuisce.
3- I grandi gruppi editoriali schiacciano il mercato assottigliando le fette della torta che si dividono la piccola e media editoria.

Secondo voi, tante piccole case editrici apparentemente non attive e altre invece attive che cosa potrebbero fare per rimpinguare le casse?
Bravissimi, avete indovinato: print on demand!

Dopo questo necessario preambolo, vorrei aprire una discussione con voi analizzando la situazione dal punto di vista dell’autore.
Di recente abbiamo esposto le nostre perplessità in merito alle scelte editoriali di molte delle piccole e medie case editrici indipendenti, tirandoci dietro una sequela interminabile di polemiche e insulti più o meno velati.
Probabilmente chi ci ha additati come ignoranti aveva ragione: partivamo da un presupposto sbagliato, ossia che una piccola casa editrice indipendente dovesse necessariamente puntare sulle vendite, e quindi sulla qualità dei propri testi, per sopravvivere.
Alla luce di quanto apprendiamo sul rapporto sempre più stretto tra POD e piccole case editrici, molte delle nostre perplessità potrebbero essere finalmente svelate.
Non è difficile infatti arrivare alla conclusione che tramite l’uso del POD i costi di una casa editrice siano notevolmente abbattuti.
Un editore che usufruisce del POD e non offre un contratto chiaro in termini di distribuzione e promozione (ATTENZIONE, non stiamo dicendo che i contratti siano tutti così, ma sicuramente ce ne sono) abbatte notevolmente i propri costi, potendosi permettere anche di vendere quelle cento/centoventi copie per ogni titolo rientrando abbondantemente delle spese e ottenendo un cospicuo guadagno.
Vengono infatti drasticamente eliminati i costi di distribuzione, perché l’editore farà arrivare le copie in libreria solo se e quando la libreria glieli ordinerà e vengono drasticamente ridotti i costi per la promozione, perché basterà avere una vetrina internet per far sì che il testo sia ordinabile e/o prenotabile.
Passiamo alla seconda riflessione, l’editing, croce e delizia. Quanti libri di piccole CE vengono sottoposti a un editing se non perfetto quanto meno accettabile? Pochi, troppo pochi per giustificare la perdita di guadagno di un autore che decide di affidarsi a una piccola CE piuttosto che autopubblicarsi.
I POD oltre a offrire impaginazione e stampa professionale, ormai offrono quasi tutti anche la possibilità di ottenere l’ISBN, alcuni fanno addirittura servizio di editing applicando una maggiorazione al prezzo di produzione.
E a questo punto mi viene spontanea una domanda.
Considerando che:
– la distribuzione delle piccole CE è scarsa quando non del tutto assente;
– il prezzo di copertina lo decide l’editore, mentre con il POD a decidere è l’autore;
– l’editing di una piccola CE è spesso insufficiente;
– la promozione di una piccola CE si limita agli annunci in rete;
– l’organizzazione delle presentazioni pubbliche con le piccole CE è lasciata quasi completamente nelle mani dell’autore, che spesso è costretto anche a comprarsi le copie per conto suo perché molti editori non le forniscono;
– pubblicando con una piccola CE l’autore ottiene il 10% sul prezzo di copertina (quando va bene) mentre affidandosi a un POD ottiene un guadagno pari al prezzo pieno di copertina;
– comprarsi uno spazio internet dove pubblicizzare il proprio libro costa in media 20 Euro all’anno e usufruire dei social network per la stessa operazione è totalmente gratuito e offre ampia visibilità

la domanda è: se Mondadori, RCS e compagnia bella ci ignorano, mandando in frantumi le nostre speranze di arrivare al grande pubblico, è meglio optare per una pubblicazione con una piccola CE o affidarsi direttamente a un POD?
A voi le risposte.

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