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Le infinite vie dell’editoria a pagamento


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C’è stato un tempo in cui capire chi era un editore a pagamento e chi no era molto semplice: l’editore a pagamento ti scriveva chiaro e tondo nel contratto che tu, per pubblicare con lui, dovevi pagare. Cosa, quanto, come e perché era variabile: c’era chi ti faceva comprare un determinato numero di copie, chi ti addebitava i costi dell’editing, chi della pubblicazione, chi della stampa e così via.
Chi non era a pagamento era altrettanto facilmente riconoscibile: non ti domandava soldi. Punto.

Da sette anni ci occupiamo di editoria a pagamento, in tutte le sue forme e le sue sfaccettature.
Ne abbiamo viste di ogni tipo: da chi accettava manoscritti fasulli elogiandoli come estremi capolavori a chi si faceva pagare la pubblicazione in ebook, passando per chi tentava la prenotazione online, mettendo il libro in prevendita (senza che il libro esistesse realmente) e pubblicandolo solo se raggiungeva un determinato numero di prenotazioni.

Pensavamo di averle viste tutte. Pensavamo che fosse sufficiente avere una clausola contrattuale per definire tal editore a pagamento.

Poveri illusi, siamo stati.

Le vie dell’editoria a pagamento sono infinite, molteplici, sfaccettate e oscure, oggi più che mai. Ripetiamolo, ché non fa mai male: l’editoria a pagamento non è illegale, pagare per pubblicare non è illegale. Non è nemmeno immorale.
Banalmente, è stupido – soprattutto vista la molteplicità di opzioni che ci sono oggi a disposizione.

Ma torniamo a noi.
Oggi non è più così facile distinguere chi è un EAP da chi non lo è.

Poniamo caso di avere a che fare con l’editore Ombrello A Pois: è un editore – apparentemente – free, espone anche orgogliosamente il logo NO EAP sulla sua homepage, dichiara di non chiedere alcun tipo di contributo.
Il proprietario della casa editrice Ombrello A Pois* ha anche un’agenzia letteraria, la Mucca Salvadanaio**.
Mucca Salvadanaio offre un sacco di servizi meravigliosi: valutazione, editing, rappresentanza. Il nostro scrittore, tale Ermenegildo Ciprilanzando, invia il suo manoscritto a Mucca Salvadanaio.
Nel giro di qualche mese l’agenzia letteraria risponde: splendido lavoro, ha giusto bisogno di un piccolo editing a una cifra piuttosto modica; dopodiché, dicono, saremo pronti a rappresentarla, signor Ciprilanzando.
Ermenegildo accetta, paga la modica somma, e dopo qualche altro mese l’agenzia letteraria comunica di aver iniziato la ricerca dell’editore.
E presto la proposta arriva: una splendida proposta, completamente free, dall’editore Ombrello A Pois.

Questa, signori miei, è editoria a pagamento. Pura e semplice.
Solo che, contrariamente a chi lo dichiara in maniera esplicita, qui non è possibile dimostrare alcunché. Come dimostrare che la pubblicazione è vincolata al passaggio tramite l’agenzia – anche se i proprietari o i soci sono gli stessi? Il contratto è “pulito”: non prevede alcun esborso da parte dell’autore.
Tanto, ha già sborsato all’agenzia letteraria.

È importante comprendere questi meccanismi perché sono estremamente sottili e molto difficili da provare, dimostrare e mettere in luce. Se prima era sufficiente avere un contratto ora diventa, nei fatti, impossibile dimostrare che un editore che adotta tale pratica è un EAP.
Paradossalmente, sono da rispettare molto di più quegli editori che ammettono con chiarezza la loro politica editoriale, che dicono “noi chiediamo un contributo” e non rinnegano le loro scelte.
Questi sotterfugi sono viscidi. Sono scorretti.

Come difendersi? Prestando attenzione. Molta, molta più attenzione di prima.
Informandosi. Sempre. Costantemente. Rimanendo sempre aggiornati, condividendo le proprie esperienze, senza mai tacere e senza mai aver paura di dire la propria.
La nostra mail e il nostro forum sono sempre a vostra disposizione per le vostre testimonianze.
Oggi come sette anni fa, siamo sempre qui per combattere l’odiosa pratica dell’editoria a pagamento.

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*Ho controllato, non esiste alcun editore con questo nome. Non mi potete denunciare, mi dispiace.

**Avevo una crisi creativa e ho posato lo sguardo sul mio salvadanaio a forma di mucca. Sì, lo so.

L’#editoriachevorrei (o anche: l’inchiesta sull’editoria free)


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(Per chi non ha voglia di leggersi l’introduzione: vogliamo avviare un’inchiesta sulle scorrettezze editoriali. Potete saltare direttamente qui.)

L’#editoriachevorrei, al momento, non esiste. Non è certamente solo per l’esistenza della famosa (famigerata?) editoria a pagamento, sul quale in questi sei anni di militanza abbiamo speso migliaia o forse milioni di parole.

Per un certo periodo di tempo si è diffusa l’idea che fosse valida l’equazione editore free = editore buono. Tante persone, non appena ricevevano un contratto di edizione che non richiedesse un esborso da parte dell’autore, si buttavano a capofitto sulla firma del contratto, dicendo cose come “e quando mi ricapita più?” e giustificando eventuali mancanze da parte delle case editrici con altre cose tipo “l’editore non mi ha chiesto soldi, che altro posso pretendere?”

Che paghi i diritti d’autore, per esempio.

Che rispetti i termini contrattuali, per esempio.

E che i termini contrattuali non siano cose come “a me editore vengono tutti i diritti letterari, digitali, cinematografici, di traduzione fino alla vendita della 5milionesima copia e tu, autore, fino ad allora non vedrai una lira. In più sarai vincolato a me per i prossimi vent’anni, dovendo sottopormi ogni singola produzione che uscirà dalle tue ditina sante e, nel caso in cui non volessimo pubblicarti o ricevessi proposte più vantaggiose della nostra, dovrai attendere il nostro via libera. Che, ovviamente, ci riserviamo di NON darti, né ora e né mai. Per i successivi vent’anni, come detto sopra.”
(Sì, esistono contratti di questo genere e sì, ci sono persone che li firmano.)

Ma negli anni le cose non sono migliorate, anzi. Sebbene gli autori abbiano iniziato a controllare con un po’ di attenzione in più quello che firmano – anche grazie a meritevolissime iniziative come quella di Scrittori in Causa – le case editrici che non rispettano i termini contrattuali o che propongono contratti che definire svantaggiosi è eufemistico sono aumentate.
E contrariamente a quel che si potrebbe pensare la cosa non è limitata alle piccole e medie case editrici, ma si allarga anche a editori famosi e di grandi dimensioni.

A tutto questo occorre sommare un’altra cosa, di cui abbiamo già parlato in passato: ovvero che la produzione di tante piccole/medie case editrici non a pagamento è tutt’altro che eccelsa – quando, teoricamente dovrebbero essere “baluardi della cultura e della qualità”.

La lotta contro l’editoria a pagamento non è che la punta dell’iceberg. Il proposito di Writer’s Dream è sempre stato quello di fare informazione corretta e documentata sull’editoria, il quanto più completa possibile.

A sei anni di distanza, in una situazione di profonda crisi del sistema editoriale, limitarsi a dire no all’editoria a pagamento non basta più.

L’inchiesta sull’editoria non a pagamento e sulle scorrettezze editoriali


È per questo che intendiamo avviare un’inchiesta sull’editoria non a pagamento, sui comportamenti delle case editrici, contrattuali ma non solo: vogliamo raccogliere tutte le esperienze negative, a 360°.

Sappiamo che fare nomi spaventa e (spesso) porta guai. Io stessa ne sono stata vittima (e poiché non ve ne ho mai parlato nel dettaglio ma ho lasciato parlare gli altri per un anno presto vi racconterò personalmente i dettagli di quella vicenda).

Per partecipare all’inchiesta e fornire la propria testimonianza sarà sufficiente contattarci privatamente – tramite mail, Facebook o messaggio privato sul forum – esponendoci dettagliatamente la vostra esperienza. Noi la riporteremo integralmente, ma rendendo totalmente irriconoscibili sia voi che la casa editrice (o agenzia letteraria) in questione. Questo tenendo anche conto della recente sentenza della Cassazione che sancisce l’esistenza del reato di diffamazione anche qualora non vengano fatti nomi ma si renda riconoscibile la “parte lesa”.
Come abbiamo sempre fatto con ogni testimonianza, tuttavia, rispetteremo alla lettera il diritto di cronaca:

  • che la notizia sia vera (“verità del fatto esposto”);
  • che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale (“rispondenza ad un interesse sociale all’informazione”, ovvero requisito della pertinenza);
  • che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività (“rispetto della riservatezza ed onorabilità altrui”, ovvero “correttezza formale della notizia o della critica”).

Denunciare le scorrettezze è un passo fondamentale per uscire da questa situazione di stallo e di malessere che affligge l’editoria. Pertanto, contattateci nel modo che ritenete più opportuno e iniziamo a costruire un’editoria nuova. 

Conta più il gesto o l’importo?


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Dopo averne parlato tanto e dopo aver affrontato l’argomento da ogni punto di vista, non possiamo negare che ancora oggi in rete ci siano delle difficoltà ad afferrare cosa sia l’Editoria a Pagamento: un fenomeno non illegale  (e le persone lo possono accettare o meno), e che si sostanzia nella prassi di chiedere all’autore che vuole essere pubblicato la corresponsione di un pagamento, da utilizzarsi per le più disparate finalità. I casi più comuni (ma che non racchiudono la totalità delle richieste che conosciamo):
Contributo alle spese di produzione del libro: l’editore ti richiede una cifra X per contribuire alla produzione generica del materiale cartaceo/digitale;
Contributo con acquisto copie: l’editore vincola la pubblicazione all’acquisto di n X copie a prezzo di copertina (o scontato) sempre per sopperire alle spese di gestione e produzione del tuo lavoro;
Contributo per l’editing: l’editore ti pubblica, ma il tuo testo per essere pubblicato va editato (come di norma) e i costi del lavoro di editing sono a carico dell’autore;
Contributo per la promozione: l’autore si obbliga a procurarsi X presentazioni o X eventi o corrisponde una quota per il patrocinio delle attività promozionali all’editore;
Contributo di lettura: l’editore per leggere e valutare il tuo manoscritto si fa pagare,
Contributo di acquisto altrui opere:  ti richiede di acquistare tot libri dal suo catalogo e di dimostrarne l’acquisto per rientrare nei costi, prassi che se fosse a mo’ di invito (perché di norma un esordiente farebbe bene a leggere un libro degli editori che individua per rendersi conto del loro genere e del tipo di lavoro che svolgono) non ci sarebbe nulla da eccepire, nel momento in cui mi si obbliga, mi spiace, ma stai andando contro le leggi della libera lettura consapevole (e su questo, ci torneremo nella prossima puntata).

E via dicendo…

Fino a qui, tutto sembra liscio. Il problema nasce nel momento stesso in cui si quantifica il costo: molte persone infatti sostengono che esiste editoria ed editoria: se il contributo richiesto è elevato, si può esprimere un giudizio anche di non accordo, se il contributo invece è irrisorio, 10 € , 5 € o anche 1 cent, non possiamo “condannare” l’editore e anzi, non è editoria a pagamento.

Ecco, in fondo noi siamo dei sognatori, come tutti gli emergenti di questo mondo. Nell’universo che ci piace immaginare, noi crediamo che un editore che ti pubblica, si accolla, in qualità di azienda, i rischi del mestiere e, in quanto tale, non chieda nulla all’autore che già presta il suo lavoro con il suo manoscritto. Pagare per pubblicare non è un reato, ma nel nostro mondo editoriale immaginario, preferiamo pensare che l’autore non debba sborsare soldi e che anzi l’editore si assuma il rischio di impresa, come è giusto che sia nelle regole di mercato o, se ciò non è possibile, che non ti pubblichi e basta.
Per cui, per noi, non c’è differenza tra 10.000 o 10 euro in fondo, perché ciò che qualifica l’editoria a pagamento non è l’importo ma il gesto di chiederli i soldi, che per noi significa semplicemente una cosa: il tuo è un bel lavoro, ma io come impresa, non ci credo. E pertanto devi aiutarmi finanziariamente a crederci, anche se solo con 1 € o un libro del mio catalogo.

Cerchiamo di capirci, dunque: pagare per pubblicare è un fenomeno complesso, che esiste e che nessuno può cancellare: noi non siamo d’accordo, ma auspichiamo che vi sia almeno l’onestà di ammettere che chiedere soldi per pubblicare un sogno, a qualsiasi titolo e di qualsiasi entità, sia riconosciuto come editoria a pagamento.

Chiedo i tuoi soldi, ma non dirlo a nessuno


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Questo non sarà un post che darà delle risposte, perché a dire il vero, non ne ho. Ho frugato bene tra le mie tasche e, a parte qualche moneta (poche, perché siamo in tempo di crisi), non ho trovato la soluzione ai miei quesiti. Qui ci sono solo domande, magari.
Siamo nell’anno 2013 (lungi da me dire se di Buddha o del Signore), mese di agosto, caldo bestiale (almeno qua da me). E io mi barcameno tra i drammi del piccolo esordiente con tanta voglia di vedere le proprie parole stampate su carta (d’albero o elettronica, ha poca importanza, no?).
Di fatto, senza rigirarci troppo intorno, non posso negare di essermi anche io imbattuto nel fenomeno delle EAP.
Tranquilli: ne abbiamo parlato a dismisura, di cosa sia l’editoria a pagamento e su quanto possa essere concepito un fatto moralmente accettabile o meno.
Io ho una mia teoria al riguardo ma, siccome sono un sadico mancato, ve la svelerò solamente alla fine.

Partiamo da un presupposto fondamentale: d’accordo o non d’accordo, l’editoria a pagamento esiste, ed è legale. Non esiste nessuna legge che vieti a un’azienda di chiedere soldi per pubblicare l’autore, e l’autore è libero di scegliere se mettere mano ai cordoni della propria borsa e pagarsi il libro nel vano convincimento che così fan tutti. Perché, che esistano delle alternative, ormai dovrebbero saperlo anche le pietre. Eppure i sedicenti editori a pago continueranno a dire che esordire è difficile, che è indispensabile investire sul proprio lavoro, e rataplan pim pum pam. Il contributo può essere diversificato: devi pagarti l’editing, la promozione, devi comprarti le tue copie obbligatoriamente, oppure compartecipare ai costi dell’ebook fino ad arrivare anche all’acquisto di almeno due libri del catalogo. 10.000 o 2 euro, fa poca differenza. Se devo pagare, è editoria a pagamento. Poi ci sono anche quei modi fantasiosi, l’ultimo in ordine di serie è quello dove, dato che il mio libro non va bene, per una cifra modica di millemila euro l’editore mi propina un ghost writer che scriva al posto mio il mio romanzo (dico sul serio, è successo anche questo, e mi chiedo ancora adesso come possano pensare che un esordiente sconosciuto paghi per farsi scrivere un romanzo da un terzo e piazzarci il proprio nome sopra… altra domanda senza risposta?).
Però, spesso alla richiesta di danaro si nasconde l’insidiosa trappola del silenzio, ripetuto, o spesso imposto.
Guai a dirlo in giro, ancora peggio, non provateci nemmeno a catalogarmi come Editore a Pagamento. Le conseguenze, per il solo dire che ci sono esordi gratis con marchio editoriale e altri no, senza nemmeno arrivare alla creazione delle liste di informazione (che al Writer’s Dream abbiamo appena ripristinato) di solito, da parte degli editori a pagamento e dei suoi autori paganti, scatena una levata di scudi, se non una vera e propria rivoluzione.
Piovono minacce, chiarimenti, diffide, imposizioni, trolling postale, accuse di spionaggio e di diffusione di dati personali. Ecco.
La domanda a questo punto, è lecita.
Abbiamo detto che pagare per pubblicare, e richiedere soldi agli autori, non è reato.
Abbiamo detto anche che spesso la prima scusa addotta per la richiesta di danaro sta nel difficile mondo editoriale e nel credere ai propri sogni tanto da mettere mano al libretto degli assegni per  realizzarli. Addirittura diciamo che in realtà non c’è editore che non chieda soldi e autore che non  paghi e che chi non li chiede guadagna da altre fonti (sì, adesso la moda imperante degli EAP è sostenere che o l’editore chiede soldi o ha altre attività collaterali per sopravvivere. Tutto secondo certosine ricerche nel web con tanto di incrocio dei dati di indirizzo. Ho sentito affermare di editori che avessero un negozio di alimentari per sostenersi e sopravvivere, perché magari avevano lo stesso numero civico).
Allora mi spiegate perché non dobbiamo dirlo in giro, che i soldi li chiedo? Perché, davvero. Perché mi minacci se lo divulgo, parlandomi anche di tentativo di infangare la tua immagine aziendale? Perché quindi alla mia certezza che sia necessario farti pagare per pubblicare il tuo libro, non si accompagna la responsabilità del gesto compiuto e soprattutto la responsabilità di tutto quello che sostengo a corredo della richiesta di soldi.
Come vi dicevo, io non ho risposte, le pretendo semmai, da voi.
Se l’azienda che mi chiede i soldi mi impone però di farlo in silenzio, senza dirlo, magari c’è qualcosa che non va. E non parlo del contratto tra lettore e autore, dove il lettore andrebbe perlomeno informato del fatto che sta leggendo un libro a pago o no, ma semplicemente di una politica aziendale che porto avanti e che, dovrei, aver scelto di applicare. Capite bene che se contestualmente penso che debba essere un segreto e che infanghi la mia immagine come azienda, ci sia qualcosa che non torni… e che forse chiedere i soldi non sia proprio una prassi moralmente accettabile.
A voi, le conseguenti riflessioni.

Ah sì, dimenticavo. Vi avevo promesso di dire cosa penso io, Francesco Mastinu, piccolo autore esordiente, dell’editoria a pagamento.
Visto che siete arrivati sino alla fine del mio sermone, eccolo!
Io sono convinto che scrivere è, per tanti, un sogno da realizzare. E non una soddisfazione, ma un grande sogno col botto che, possibilmente, faccia di noi dei professionisti.
Ora, io credo che se desideriamo essere assunti dalla profumeria, non andiamo nel negozio a pagare il titolare per farci un contratto o che ci venga richiesto, per essere assunti, di comprare almeno 20 boccette di prodotti. Come anche, se vogliamo essere riconosciuti come dei veri latin lover, non andiamo a fare sesso a pagamento. Per cui, se voglio scrivere e voglio emergere, il mio compito è impegnarmi, studiare, a volte sputare sangue per migliorarmi.
Ma i sogni non hanno prezzo. E i titoli universalmente riconosciuti al di fuori di parenti, amici e conoscenti, non li compro pagando il datore di lavoro.
Per nessun motivo al mondo.

Perché è ancora importante parlare di editoria a pagamento – #noeap


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È dal 2008 che Writer’s Dream porta avanti la battaglia contro l’editoria a pagamento; eppure, dopo cinque anni di attività di informazione, le persone ci contattano ancora chiedendoci se accettare o meno la proposta di quello o di questo editore a pagamento.

I non addetti ai lavori, le persone “normali” che non bazzicano siti e blog dedicati all’editoria – o, più in generale, tra chi non bazzica proprio la rete – non conoscono il fenomeno dell’EAP; ogni tanto salta fuori qualcuno che contesta il fatto che se ne parli da tanto tempo e in tutti i modi possibili.
“Basta parlare di EAP!” dicono. “Ormai tutti conoscono la cosa, se ne parla da anni!”. 

In linea teorica potrebbe essere così, ma vi racconto un episodio successo giusto qualche giorno fa: sto chiacchierando con una persona conosciuta al lavoro, che fa la giornalista ed è anche molto attiva online – partecipa a un progetto che si occupa di catalogare le aziende dividendole in virtuose o meno a seconda di principi ben definiti (posti di lavoro e utili generati e cose simili). Le parlo di Writer’s Dream e della campagna di informazione che conduciamo contro l’editoria a pagamento, si dichiara pienamente concorde con la nostra idea. Dopodiché, mi parla di una casa editrice che conosce e che reputa molto buona. Io apro le liste, controllo e la trovo tra quelle a pagamento.
Glielo dico, e lei mi guarda in silenzio per qualche istante, rispondendomi poi “purtroppo lo fanno tutte le case editrici”.

NON È LA CONSUETUDINE PAGARE PER PUBBLICARE

E a parte questo, due secondi prima la persona in questione si era dichiarata d’accordo con me. Andando a toccare una CE che conosce le cose cambiano? Non metto in dubbio che la CE in questione possa lavorare benissimo: EAP non è sinonimo di truffa o di mancanza di professionalità (che poi la maggioranza delle case editrici a pagamento, invece, non siano affatto case editrici ma semplici stampatori è un altro paio di maniche). Tuttavia, perché nascondersi dietro a un dito pur di “difendere” qualcuno?

In questi giorni si sta discutendo in rete anche dell’approccio del lettore all’EAP. Per quanto – a causa della natura stessa dell’editoria a pagamento, che ha come target di vendita l’autore stesso e non il lettore – sia abbastanza difficile per un lettore venire a contatto con un libro pubblicato a pagamento, è anche vero che chi paga per pubblicare si pubblicizza e si spamma in ogni dove e con ogni mezzo, aumentando così le probabilità di incontro.
Ed è giusto che il lettore sappia che potrebbe spendere i suoi soldi per un libro che nessuno ha valutato, selezionato (ricordate il manoscritto tarocco che ricevette la proposta di pubblicazione?) editato, ma che ha semplicemente stampato mettendoci una copertina.

È per questo che, anche dopo cinque anni, è ancora importante parlare di editoria a pagamento: per fornire agli autori, ai lettori, a chi scrive e a chi legge, gli strumenti per fare le sue scelte. Ognuno dei suoi soldi fa quel che vuole, ma è corretto che le dinamiche siano chiare e limpide. Dopotutto, come dicevo prima, l’EAP non è illegale. Quindi, dov’è il problema?

Parliamoci chiaro: l’editoria italiana è vittima di un malcostume generale ben più profondo e più grave. Ma non per questo bisogna smettere di parlare anche di questo problema; piuttosto, vanno affrontati tutti, con calma e consapevolezza.

kLit, il Festival dei Blog Letterari a Thiene


kLit

Ne sentite parlare già da un po’, ma oramai siamo agli sgoccioli: il primo festival in Europa dei blog letterari si terrà a Thiene sabato 7 e domenica 8 luglio. L’ingresso è gratuito, così come la partecipazione a tutte le attività (tranne alcune, ma sarà espressamente indicato.)

Si tratta di un evento unico nel suo genere: “Non saranno conferenze, non saranno monologhi, sarà come entrare in un caffè letterario d’un tempo a sbirciare una chiacchierata informale sui temi caldi dell’attualità, intervallati da un turbinio di attività artistiche.” È questa la filosofia che sta dietro a kLit.

Writer’s Dream a kLit

Vi stavate chiedendo se noi ci saremmo stati? La risposta è !

L’appuntamento è per domenica 8 luglio dalle 17.30 alle 18.00 in Piazza Chilesotti. Io e Andrea Malabaila (oramai ci stiamo prendendo gusto) di Las Vegas Edizioni parleremo di editoria a pagamento.

Ecco le cose che vi serviranno:

– Il programma definitivo;

– Come arrivare a Thiene, le location dell’evento e le mappe;

– Il programma serale, kLit by night;

– La Crociera Letteraria, in collaborazione con Pachamama Viaggi e MSC Crociere, dal 22 al 28 ottobre 2012.

Altri riferimenti li trovate in questo post di Sul Romanzo e, naturalmente, sul sito ufficiale di kLit.

#cenap, #noeap e le case editrici su Twitter


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Da poco tempo, diciamo da fine marzo, il sito Librisulibri ha lanciato su Twitter l’hashtag #cenap, che sta per Censimento Editori Non A Pagamento. Censimento del quale su Finzioni s’è parlato in toni che lasciavano presupporre si trattasse di un’iniziativa alquanto nuova.

Del fatto che Writer’s Dream se ne occupi da quattro anni – abbiamo festeggiato il compleanno 10 giorni fa, ricordate? – e che abbia stilato (e continui a stilare) una lista che conta oltre 270 case editrici, suddivise in ordine alfabetico e per genere di pubblicazione non si è parlato. Ma non è questa la cosa che non mi è piaciuta – non solo, almeno.

Non mi è piaciuto il #cenap in sé, perché oltre a fare un inutile reboot di un lavoro che va avanti da anni limita il censimento a 140 caratteri su Twitter. A dichiarazione di editori e autori – che possono essere vere come no – sul fatto che questo o quell’altro editore non chiedano soldi. Dato che nella nostra lista ogni editore è collegato a una discussione sul nostro forum dove autori e lettori e persone che hanno avuto a che fare con la casa editrice portano la propria testimonianza e opinione, direi che la differenza è sostanziale: come si può “mappare”, “censire” le case editrici senza le testimonianze di chi con l’editore c’ha avuto a che fare?

Così, ho scritto una mail a Finzioni, per chiarire il mio punto di vista – e chiedendo una risposta, non scrivo mail per interloquire con l’etere. Fatto sta dopo tre giorni non ho ricevuto risposta, e ho re-inviato la suddetta mail, pensando che si fosse dispersa tra qualche filtro antispam particolarmente solerte. Invece, mi è stato detto che la mail era già arrivata il giorno stesso in cui l’avevo spedita, ma non mi è stato detto perché non mi fosse stata data risposta. Boh. La replica continuava invece dicendo “se decideremo (cosa probabile) di fare un approfondimento su questi censimenti, allora riporteremo le tue osservazioni e ti citeremo”.

Cosa che Finzioni ha effettivamente fatto ieri, in quest’articolo. Dove, sarò pignola e brontolona e incontentabile e aggiungete tutti gli aggettivi di vostro gradimento, a mio parere la questione viene dipinta come un bisticcio tra bambini che vogliono il primato. Anzi, i capricci di un bambino che si lamenta perché viene escluso dai giochi.

E così, viene detto che Writer’s Dream – anzi,  io – ho lanciato l’hastag #noeap qualche giorno fa, in risposta a #cenap, per concorrenza. E Camilla Cannarsa di Librisulibri commenta che “#noeap mi sembra una presa di posizione. “No editoria a pagamento” lo dice qualcuno che è contro l’editoria a pagamento.”  E fin qui non fa una piega: #noeap esiste da molto, molto, molto tempo, e non è un hashtag lanciato da Writer’s Dream, ma usato da Writer’s Dream quando pubblica e condivide articoli contro l’editoria a pagamento.

Camilla Cannarsa, nei suoi commenti, prosegue così: “#cenap è soltantro una lista (consultabile ed embeddabile da tutti) che elenca le case editrici non a pagamento, e cioè che svolgono la normale attività di editori (selezione, cura, editing e promozione delle opere).”
E qui sorge un altro problema, derivante da una falsa voce diffusa qualche tempo fa da brava gente: secondo questa voce, la nostra lista non è consultabile, non è condivisibile, non è linkabile e nessuno di noi vuole che venga diffusa. Praticamente, ci mettiamo davanti alla lista abbaiando e ringhiando contro chiunque si avvicini.  Il motivo per cui la compiliamo è oscuro, a questo punto, e non si capisce cosa sia successo negli ultimi quattro anni quando siamo stati riempiti di minacce, insulti e diffide: se le liste sono ssseggggrete perché siamo stati vittime di uno scassamento di balle inimmaginabile?

Le nostre liste sono talmente nascoste e inaccessibili e non vogliamo che nessuno le legga che ci siamo presi la briga, il 30 agosto 2010, di  farne una versione suddivisa per generi aggiornata manualmente [nota dell’1/11/2012: da oggi è aggiornata in automatico] (sapete cosa significa suddividere manualmente per generi 270 editori, di cui praticamente nessuno pubblica un solo genere?). Così, per divertimento.

(Seriamente, ma chi diavolo l’ha messa in giro questa voce? E come ha fatto a farsi credere da chicchessia?)

Finzioni, in ogni caso, chiude così l’articolo: “Pertanto, #cenap o #noeap che sia, chiunque voglia segnalare la più o meno corretta attività di un editore è libero di farlo nel modo che più preferisce. Più le informazioni giuste girano, meglio è per tutti.”

Permettetemi qualche piccola precisazione:

1. Abbiamo appurato che #noeap non è un hashtag nato per contrapporsi a #cenap per contribuire al mappamento delle case editrici non a pagamento italiane. Chiunque voglia segnalarci la sua esperienza lo fa via mail o sul forum.

2. Pensare di censire le case editrici italiane in 140 caratteri è totalmente impossibile. Non ci sono approfondimenti, non ci sono verifiche, non c’è niente perché è totalmente impossibile condensare un’esperienza editoriale in 140 caratteri, perché se anche l’esperienza fosse riassumibile in “è stata sublime” o “ha fatto schifo a livelli stellari” personalmente – e i membri della nostra community – vogliamo sapere il perché. Sapete quanta gente è arrivata dicendo “il mio editore è uno stronzo, picchiatelo!” e si è scoperto che l’autore in questione pensava che la casa editrice l’avrebbe tradotto in quindici milioni di lingue ed esportato su Alfa Centauri?

3. Più le informazioni giuste girano, meglio è per tutti. Appunto, informazioni giuste. Perché nella lista compilata da Librisulibri errori ce ne sono più di uno. Non è nostra intenzione emulare i furboni che da anni arrivano da noi dicendo “ci sono un sacco di errori, mancanze e cose da sistemare” e alla domanda “ovvero?” sparivano, ma non abbiamo né il tempo né la voglia di indirizzare sulla giusta via un reboot di un lavoro che portiamo avanti con un team di persone che se ne occupano costantemente e che per la sua stessa natura – 140 caratteri su Twitter – è e rimarrà superficiale e non approfondito.

Infine, la frase di intermezzo dell’articolo dove si dice “due progetti identici dove ciascuno coltiva il proprio orticello senza interloquire con l’altro, o due progetti distinti per natura e scopi pur trattando uno stesso tema? ” non mi è piaciuta poi tanto, e per tanti motivi: perché non è uno scontro né una gara a chi ha l’orto più verde, perché Writer’s Dream non è un piccolo orticello ma una delle più grandi community italiane sull’argomento, e perché è da quando ho aperto questo posto che personalmente cerco la collaborazione con chi ha progetti simili al mio e/o che suscitano il mio interesse.

Dato che dicevo che Finzioni ha risposto alla mia mail solo dopo aver sollecitato la risposta con un secondo invio, è giusto riportare anche che ho contattato anche Librisulibri per discutere della questione “reperibilità delle liste”, ma non ho ottenuto risposta. Giusto per ricordare che parlare con l’etere non è simpatico.

Tremate, tremate, le liste son tornate


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AGGIORNAMENTO DEL 5 LUGLIO 2013: LE LISTE SONO DI NUOVO ONLINE SU WRITER’S DREAM. Maggiori informazioni le trovate qui.

 

Sono passati diversi mesi da quando abbiamo annunciato che le liste A pagamento e Doppio binario sarebbero state rimosse dal WD. L’abbiamo fatto a malincuore, perché nonostante le motivazioni pubbliche ce n’erano altre, legate alle solite diffide, querele, minacce che dal 2008 ci hanno accompagnato.

Ora, grazie a Loredana Lipperini, le liste sono tornate. Aggiornate e complete, le trovate sul suo blog, alla pagina Liste editori a pagamento e doppio binario. Tutti noi ringraziamo di cuore Loredana, che ci permette di continuare il nostro lavoro e di supportare di nuovo pienamente gli autori emergenti.

Paolo Di Stefano sull’editoria a pagamento


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“Io sono contrario alla pubblicazione a pagamento, perché un editore “vero” è il primo filtro critico indispensabile a qualunque scrittore. Pubblicare a pagamento è un gesto solitario che finisce per soddisfare il proprio narcisismo senza sottoporlo a nessuna mediazione critica. Editore vero significa: lettura, confronto, giudizio, scontro, verifica, rilettura eccetera. Tutti passaggi essenziali a chiunque voglia dirsi uno scrittore.”

 

Paolo di Stefano – Corriere della Sera

Self publishing VS Editori a pagamento


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Nel web italiano c’è questa querelle, abbondantemente condita dall’ignoranza – e talvolta dalla cattiva fede – di chi scrive sulla questione, che confonde gli autori italiani e aspiranti tali.

“Autopubblicarsi è come pubblicare a pagamento”, proclamano. E dato che oltre ai proclami puntano il ditino verso chi consiglia il self publishing – e tra quel qualcuno ci siamo anche noi – facciamo luce sull’argomento e spieghiamo una volta per tutte perché autopubblicarsi è tutt’altra cosa rispetto alla pubblicazione a pagamento. Una nota, prima di cominciare: sentirete molti blogger cianciare di etica compromessa in egual modo dal self publishing e dall’editoria a pagamento. Noi, francamente, ce ne freghiamo: in questo sito non si è mai parlato di etica, né si è mai ragionato secondo i suoi criteri. Sicuramente, non inizieremo a farlo ora. Se vi si sconsiglia l’editoria a pagamento non è perché non è etica: è perché è una pratica assurda, equiparabile solo a stipendiare il proprio capo pur di lavorare per lui. Dell’etica e delle questioni morali non ce ne frega niente.

Passiamo dunque allo sfatare i falsi miti messi in circolazione dai sedicenti guru e consiglieri dell’editoria:

1. “Per autopubblicarsi è necessario pagare, come nell’editoria a pagamento”
Completamente falso. Ci si può autopubblicare senza spendere un centesimo, lavorando personalmente su testo, grafica e promozione. Per la copertina, ad esempio, ci sono migliaia di immagini gratuite utilizzabili a scopi commerciali, pronte per essere usate e permettere anche a chi non sa usare un programma di fotoritocco o non sa disegnare di farsi la sua copertina. Inoltre, in giro per il web ci sono molte iniziative gratuite che permettono all’autore di avvalersi di servizi di editing ecc. gratuitamente.

2. “Ma per avere un buon libro occorre investirci e assumere dei professionisti: tanto vale pagare un editore a pagamento”
La prima parte della frase è parzialmente vera: infatti, grazie alla moltitudine di community nella rete, è possibile trovare persone competenti disposte ad aiutare con editing, correzione bozze (nel mondo delle fanfiction queste figure sono numerosissime, lavorano totalmente gratis e si chiamano beta reader) o realizzano copertine e illustrazioni gratuitamente in cambio di pubblicità. In ogni caso, qualora vogliate rivolgervi ad agenzie di servizi, ce ne sono a bizzeffe, per tutti i gusti e per tutte le tasche, anche le più malandate. “Ma allora tanto vale pagare un EAP!” Decisamente no, per due motivi. Il primo è puramente economico: rivolgersi a un’agenzia costa molto, molto meno. Il secondo è che la maggioranza degli EAP non fa niente di ciò che vi promette e vi vende: l’editing non esiste, la grafica fa pena e la promozione è nulla.

3. “In entrambi i casi però l’autore paga. Quindi non c’è differenza”
La differenza c’è eccome, ed è grande quanto una cattedrale. Autopubblicandosi, l’autore investe sì su sé stesso, ma diventa anche il proprio editore e assume il ruolo di un piccolo imprenditore, con tutti i rischi e benefici che questo comporta. È come un libero professionista che si crea da sé il proprio lavoro. Pubblicare a pagamento, invece, significa pagare per lavorare: non solo non guadagnare nulla sul proprio lavoro, ma addirittura pagare per poterlo fare. È il famoso idraulico che viene a casa vostra, vi aggiusta il lavandino e vi dà pure 100€ per ringraziarvi e scusarsi per il disturbo. Esiste, un idraulico così?

4. “Comunque, sia se ci si autopubblica che se si paga per pubblicare, non c’è selezione”
Ancora una volta, nient’affatto. Nel self publishing a fare la selezione è direttamente il lettore, il quale sa che quel libro è offerto direttamente dall’autore e non è stato filtrato da nessuno. Con una pubblicazione a pagamento, invece, il lettore la selezione se l’aspetta: pur essendo un EAP è pur sempre un editore, e l’editore funge da filtro tra il creatore dell’opera e i suoi usufruenti. In altre parole, nel primo caso il lettore è consapevole di ciò che va a leggere e l’autore è trasparente (questo dovrebbe interessare a chi tanto ciancia di etica); nel secondo, il lettore viene imbrogliato.

5. “In entrambi i casi l’autore non avrà lettori”
Falso, falsissimo e stra falso. Se l’autore che si autopubblica gestisce un blog o un sito web di qualità, con uno zoccolo affezionato di lettori (bastano un migliaio di visite al giorno, non cifre astronomiche) e/o frequenta i canali giusti (siti web e forum seri, non luoghi dove ci si scambiano marchette) e presenta un libro con una buona veste, le possibilità di farsi un pubblico sono infinite. Basti pensare agli americani John Locke e Amanda Hopkins, che hanno venduto un milione di copie dei loro eBook autopubblicati. Siamo, appunto, nell’era degli eBook, dove ogni giorno si aprono nuovi scenari e possibilità prima impensabili. Fino a poco tempo fa chi avrebbe mai pensato che un tizio qualunque, senza nome, senza mezzi economici, senza un editore, potesse vendere un milione di copie del suo libro? Pubblicando a pagamento, invece, le possibilità si riducono a zero: se con l’autopubblicazione c’è la possibilità di farsi notare dalle persone, spingere sul passaparola e venir notati anche dai media tradizionali, con un EAP alle spalle questi scenari sono impossibili. I media tradizionali disdegnano sempre di più le pubblicazioni a pagamento – si sono occupate del caso testate come Repubblica e Il Giornale – i siti web e i blog del settore (quelli seri, s’intende, quelli che hanno un qualche valore) ignorano i libri pubblicati a pagamento e non concedono loro spazio e anche i lettori semplici sono sempre più consapevoli di come funziona l’EAP, e si guardano bene dall’avvicinarcisi. Al contrario, l’apertura a chi si autopubblica è sempre più grande.

Infine, una nota personale che riguarda noi di Writer’s Dream: non è certo per un banner pubblicitario che svendiamo le nostre idee e i nostri ideali. Sul forum abbiamo i banner di ebookVanilla e Youcanprint, due ottimi – a nostro parere i migliori – servizi di self publishing in Italia. Non è certo per i 200€ guadagnati da quei banner che sosteniamo l’autopubblicazione: di possibili acquirenti per gli spazi pubblicitari ne abbiamo a bizzeffe; a noi interessa dare spazio a realtà e possibilità in cui crediamo. Il fatto che questi siti affianchino al servizio gratuito di self publishing e distribuzione un’agenzia di servizi letterari che fornisce editing e altro è perfettamente naturale: non sono servizi obbligatori, sono semplici possibilità offerte all’autore. Non c’è niente di sbagliato, immorale, illegale o qualsiasi altro aggettivo sconclusionato che possa venire in mente ai detrattori del self publishing.

Concludendo: se siete tentati dall’idea di autopubblicarvi fatelo senza timore e soprattutto senza farvi impressionare da chi parla di “etica tradita”, vi paragona agli autori a pagamento e vi assicura che finirete all’Inferno degli autori autopubblicati. Il self publishing sta prendendo piede ogni giorno di più, cresce vertiginosamente con il passare delle settimane e sono tanti quelli che credono si tratti del futuro dell’editoria. Tra quei tanti ci siamo anche noi.

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