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LeRecensioniCattive: Bugie – L’essenza delle ombre


l'essenza delle ombre

Ormai è noto che il self publishing è diventato l’alternativa alla pubblicazione tradizionale, attraverso editore, e personalmente non ho niente in contrario; credo infatti che molti testi che sarebbero meritevoli vengano scartati, per ragioni che non c’entrano niente con la qualità, e mi fa sempre piacere dare una chance ad autori che hanno magari la ‘colpa’ di scrivere su argomenti poco commerciali, di avere uno stile particolare, di non avere accettato compromessi. Certo il rischio di trovare anche spazzatura è alto, ma quando ho trovato in cima alla classifica di Amazon l’intera trilogia di Elisa Gentile, ho pensato di fare un colpo sicuro.
In vetta alle classifiche, primo, secondo e terzo posto! Recensioni entusiastiche, a decine e decine! Sono così tante da farmi escludere che si trattasse delle solite marchette di amici. Ho quindi acquistato gli ebook, che hanno dalla loro il vantaggio di costare davvero poco (Il primo costa 1,96 euro, i seguenti 99 centesimi) e ho deciso di tuffarmi in una lettura estiva, leggera e piacevole.
L’esperienza si è purtroppo rivelata completamente negativa, sotto ogni punto di vista: che la guardi come esperienza letteraria, come esperienza emotiva, come esperienza didattica, come esperienza di evasione, non ho trovato assolutamente nessun lato positivo in questi ebook autoprodotti. A tratti mi sembrava di leggere il vademecum ‘tutto quello che uno scrittore non dovrebbe fare mai’, ma più spesso era puro trash, a tratti divertente, ma in linea di massima fastidioso. Non ho chiesto il rimborso su Amazon soltanto per correttezza, perché i files mi sono arrivati integri, e che la trilogia sia stata un’esperienza di lettura completamente negativa non è colpa dello store.
Ma analizziamo quest’opera più a fondo.
La vicenda ruota intorno alla storia d’amore tra Jayden Stewart, ricchissimo, bellissimo, dotatissimo eccetera eccetera, e Selvaggia Pirelli, ricchissima, bellissima, purissima, buonissima eccetera eccetera, e a tutte le avversità che i due dovranno superare per stare insieme. Bugie si propone come descrizione esauriente (a tratti estenuante) degli stati d’animo dei due protagonisti, sfruttando una narrazione alternata dei capitoli, che passano dal punto di vista di Jayden a quello di Selvaggia. La Gentile tratteggia i due personaggi come opposti, forse con l’intenzione di farli apparire complementari, ma il risultato è che la vicenda, da storia d’amore, diventa qualcosa di raggelante: andando avanti nella lettura appare chiaro che si tratta di una storia di abusi, violenza, priva di qualsiasi pretesa di verosimiglianza, nella quale la vittima e il carnefice convivono, e questo dovrebbe passare per amore.
Già dall’incipit ci si accorge che qualcosa non quadra: un prologo in media res, che si propone di aggiungere pathos a una vicenda che altrimenti avrebbe un avvio forse troppo tranquillo, per i gusti dell’autrice (incontro al parco dopo che lui l’ha stalkerata per un paio di settimane). Jayden è disperato, la sua amata è in coma, forse non si sveglierà mai più, ma anche se si svegliasse, sicuramente non vorrebbe più saperne di lui, che è un fallito, un disgraziato, aveva un tesoro e se l’è lasciato scappare, è pentito, ma è troppo tardi. È così pentito che, mentre si dispera in questo modo, fa sesso con una prostituta nella casa dove viveva con Selvaggia.
Sì, esatto: l’amata è in sospeso tra la vita e la morte e lui, a casa, fuma, beve, la tradisce. Però è tanto pentito di averla trattata male, eh. Vorrebbe uccidersi, ma è troppo codardo per farlo, quindi vai di alcol, droghe, prostitute. Una reazione normalissima, chi di noi non l’ha fatto, se per disgrazia la persona amata ha tentato il suicidio per colpa nostra?
Come non si può affezionarsi da subito a un eroe tragico di tale spessore e levatura morale?
Come dubitare che, alla fine, l’amore trionferà, Selvaggia si sveglierà dal coma, lo perdonerà per cose di poco conto come abusi e violenza, e vivranno sempre insieme felici e contenti?
Mi riesce difficile, se non impossibile, evitare giudizi di valore a riguardo. Le cronache sono piene di storie di ‘amore’ come questa, che sfociano in tragedie annunciate, e lanciare il messaggio che al proprio compagno si possa, anzi debba, perdonare tutto, lo trovo irresponsabile. Quindi ritengo più opportuno passare oltre. Basti dire che, in tutta la trilogia, Jayden si comporta da idiota quando va bene, da pazzo completo nella norma, è un alcolizzato e un tossicodipendente, ma sia chiaro, lui smette quando vuole. E tutti gli credono, perché non dovrebbero? Lui è bellissimo, ricchissimo, e ha un… vabè ci siamo capiti.
Selvaggia, dal canto suo, è una ragazzina di sedici anni, un’ereditiera della famiglia Pirelli (domanda: non è illegale utilizzare persone e parentele realmente esistenti, senza autorizzazione? La dicitura ‘questo romanzo è frutto di invenzione’, che compare su ogni seconda di copertina, cosa ci sta a fare?), bellissima, ricchissima, bravissima, buonissima oltre i limiti di demenza consentiti. Il suo tragico passato consiste nell’essere stata trascurata dai genitori e nell’avere avuto tutto tranne il loro affetto. A riguardo l’autrice ci regala perle di un’involontaria comicità che ha dell’irresistibile:

«Loro hanno divorziato quando io ero molto piccola, avevo appena sei anni. Ma hanno tenuto l’atto legale per loro, senza farlo sapere ai media.» la lascio continuare, corrugando però la fronte. «Mio padre non voleva perdere la stima dei soci, e mia madre teneva troppo alla sua facciata di donna d’affari, madre affettuosa e moglie perfetta. […] «Mia madre aveva molti amanti, qualcuno anche nella servitù. Molti soci di mio padre sono finiti nel suo letto.»

Non so che tipo di soci avesse mr. Pirelli, ma secondo me se avesse annunciato il divorzio l’avrebbero rispettato di più. Di certo ha contribuito a rendere molto allegri i suoi consigli di amministrazione, e spero che la sala avesse un soffitto molto alto, se capite cosa intendo.
Già che siamo in tema di analisi semantica, preferisco passare a quest’ultima, lasciando il resto dell’intreccio alla fine.
Dunque. La storia è ambientata a Manhattan, sono tutti milionari se non miliardari, Jayden può permettersi tutti i vizi che vuole – ma sia chiaro, smette quando gli pare – viene ribadito di continuo quante e quali griffe i personaggi indossino, i luoghi esotici che hanno visitato, la bella vita che fanno… salvo, durante la lettura, constatare che la Gentile è caduta nell’errore tipico dello scrittore che parla di cose che non conosce, solo perché ‘fa figo’.
Mi permetto di asserire senza tema di smentita che la Gentile non solo non è mai stata a Manhattan, ma nemmeno negli States, che non si è documentata minimamente su come sia la vita dell’alta società newyorkese, e che si sia limitata a trasporre la propria esperienza di vita italiana in un contesto patinato oltreoceano.
Gli esempi sarebbero infiniti, ne segnalo solo alcuni tratti dal primo libro: Selvaggia è minorenne, ha solo sedici anni, Jayden è trentenne. Devo forse ricordare io, come lettrice, quanto siano rigide le leggi statunitensi sull’adescamento dei minori? Devo forse andare avanti nella lettura chiedendomi perché nessuno dei personaggi coinvolti mai, neanche una volta, durante tutta l’agghiacciante relazione di abusi e violenza che vede coinvolta una minorenne circuita da un uomo adulto, pensi a sporgere denuncia? Selvaggia è minorenne. Minorenne. MINORENNE. Anche se Jayden la rispettasse e la trattasse come una regina, potrebbero sorgere dei problemi (ok, essendo sfondati di soldi li metterebbero a tacere subito, ma un pensiero andrebbe dedicato a questo fatto fondamentale). Per come si mettono le cose, il protagonista maschile dovrebbe finire in carcere.
Sempre su Selvaggia, che come detto è minorenne, ha sedici anni. Va ancora a scuola. Giusto. Ogni volta che lui la chiama, lei è a casa china sui libri. SBAGLIATO. A sedici anni, signora Gentile, le ragazze di famiglia ricca sono all’high school, nel campus. Non stanno a casa a studiare la sera per il giorno dopo. Selvaggia dovrebbe essere in un campus, di quelli che costano sessantamila dollari al mese, più le donazioni di cui questi college vivono. Ripeto: Selvaggia non può essere a casa sua, a quell’età. Se è ricca, si trova in qualche high school stradispendiosa, non certo a studiare da sola, come una qualsiasi liceale italiana che ha l’interrogazione il giorno dopo.
Altro esempio: nel loro primo appuntamento, Jayden la porta a fare colazione in un bar esclusivo di Manhattan. Leggiamo come lui ponderi bene dove portarla, e dopo tanto sforzo neurale, non trovaidi meglio che andare dove lavora una sua ex, ma tralasciamo. Si vede che a Manhattan ci sono pochi posti dove andare, occorre adattarsi. In questo bar esclusivo, forse per far vedere che lui è uomo di mondo e conosce tutti, la Gentile inscena uno scambio imbarazzante di battute con il gestore del locale, che conclude con ‘buon appetito, ragazzi!’ dopo avere portato loro muffin e caffelatte.
Ma stiamo scherzando, vero?
Un locale esclusivo di Manhattan dove la cameriera con cui hai fatto sesso ti si siede in braccio davanti alla nuova fiamma e il proprietario si comporta come il barista della piazza del paese?
Un supermercato di Manhattan che ha un CORRIDOIO dedicato alle scatole di pomodori pelati?
Signora Gentile, ma non faceva prima ad ambientare la storia in Italia, invece di piazzare nomi stranieri a casaccio su quello che è CHIARAMENTE un contesto di provincia italiana?
È l’errore basilare dell’aspirante scrittore, e questa trilogia lo rispecchia in pieno. Se volete trovare un minimo di senso, fate conto che sia ambientata a Ferrara, però non la Ferrara bene, la Ferrara dei liceali e dei fancazzisti dell’università. Credere che questa gente sia l’alta società newyorkese è, in una parola, impossibile.
Il lessico adottato non aiuta. La Gentile ha problemi con la consecutio, e nella stessa frase gli eventi sono narrati al presente e al passato – la forma basilare scelta è prima persona al presente – ma soprattutto risente dell’utilizzo di termini gergali e dialettali che stridono in maniera fastidiosa con il contesto. I capelli ‘ingellati’, il top ‘paillettato’, sono i primi che mi vengono in mente. Ma le cose sono un po’ più serie di così.
Tra una descrizione di guardaroba e uno sfiancante elenco dell’ennesimo locale in cui Jayden porta l’amata, ecco che troviamo svarioni inaccettabili. Non refusi, i refusi scappano, e soprattutto in un’autoproduzione, possono e devono essere perdonati, ma qui si parla di italiano. Si parla di un’autrice che non conosce le parole che usa, tanto da sbagliarle clamorosamente.

“La grande camera per gli ospiti si apre su un piccolo angolo di Manhattan, dove si può
ammirare uno squarcio di Central Park.”

Squarcio? Ho proprio letto squarcio? È caduto un meteorite a Central Park mentre la Gentile descriveva nei dettagli l’arredamento della casa di Jayden e ce lo dice così? D’accordo che tutte le invasioni aliene partono da lì, ma penso che dopo ogni contrattacco dei supereroi, ci siano degli addetti che aggiustano tutto. Non penso lascino squarci aperti sulle piste da jogging.
Forse, ma non sono sicura, la Gentile intendeva dire ‘scorcio’. Che non è uno squarcio, sono due parole diverse che esprimono concetti profondamente diversi. Scrivere squarcio per scorcio vuol dire non sapere cosa si sta scrivendo.
Insomma, come esperienza letteraria, Bugie – l’essenza delle ombre è stata completamente fallimentare. L’intera trilogia risente di errori marchiani di questo tipo, non c’è una sola pagina che ne sia esente.
Come esperienza didattica, anche peggio. Apro un breve inciso: un lettore è, per definizione, una persona che sta imparando. Anche quando legge un romanzo d’evasione, lo stato mentale del lettore è di apertura e assimilazione, sta apprendendo qualcosa, che è diverso per ciascuno, ma sfido chiunque a chiudere un libro e dire di non averne ritenuto niente, fosse soltanto la sensazione di avere sprecato il proprio tempo. Non è possibile leggere un libro senza questa predisposizione mentale, e la Gentile spreca completamente l’occasione di creare un’esperienza di questo tipo, dimostrando di essere, nei fatti, meno acculturata del lettore medio. Non ci siamo, per niente.
Chiuso l’inciso.
Passiamo all’intreccio, vera nota dolente di una trilogia che, ahimè, già a questo punto ha parecchie ossa rotte e il resto a scricchiolare. Dunque, Jayden e Selvaggia si amano tanto, lui è un disgraziato che si redimerà per amore di lei (ovvero, smetterà di tradirla, non aspettatevi chissà che cambiamento), lei è l’angelo che lo salverà, e come finirà lo sappiamo tutti.
Questo non è un punto debole in linea generale. Si tratta di un romance, e in fondo quello che ci aspettiamo è proprio che l’amore vinca ogni ostacolo e si imponga sulle brutture che vorrebbero estinguerlo. Va bene.
Quello che non va bene, per niente, è volere far passare il messaggio che una persona che subisce abusi gravissimi debba tornare con il suo carnefice. Questo, mi spiace, non è ammissibile. Non è ammissibile che passi il messaggio che tante rose e tante promesse possano aggiustare cose inaccettabili come il tradimento, la violenza, l’aborto. Se il messaggio era ‘l’amore vince tutto’, mi spiace signora Gentile, quello che ha trasmesso è invece ‘non importa se lui è un delinquente, tu devi rimanere con lui e redimerlo’.
Ma anche no, ma anche no, ma anche no assolutamente.
Non si pretendono chissà che analisi sociologiche da un romance d’evasione, e tuttavia questa è una mancanza di rispetto imperdonabile, nei confronti di tutte le donne che si trovano davvero intrappolate in simili relazioni, che vivono nella paura del loro compagno, e che magari gli abusi spaventosi subiti da Selvaggia li hanno vissuti sul serio.
Questo non è un amore tormentato, è una storia di violenza che doveva concludersi con una denuncia.
Gli ostacoli posti sul cammino dei due innamorati sono risibili. Poteva essere una storia effettivamente tormentata, per via della differenza di età e delle leggi americane, ma la scelta della Gentile è stata di far tornare alla carica l’ex di Jayden, che si presenta come una persona infida e sgradevole (ma, naturalmente, figa da paura), che mette in atto teatrini e commedie che, nella vita reale, susciterebbero ilarità, ma che da Jayden vengono presi così sul serio da indurlo a rinnegare la figlia che Selvaggia – ribadisco, una minorenne – attende. Selvaggia, invece di rifilargli il calcio nel culo che meriterebbe e la denuncia che sarebbe sano fargli recapitare, tenta il suicidio. D’altra parte, parliamo della persona che, visto un tatuaggio enorme e tamarissimo sul braccio dell’amato, e chiestogli quando se l’è fatto, ride come un’oca alla sua spiegazione di non ricordare niente, perché troppo ubriaco e strafatto per averne ricordi.
Ragazze, la Gentile non ve l’ha detto, ve lo dico io: se un uomo vi dice che si è tatuato in stato di coscienza alterata da droghe e alcol, non ridete. Non fate come Selvaggia. Scappate come fulmini. Soprattutto se siete belle e ricche, troverete di meglio, ma anche se siete bruttine e squattrinate, tranquille che avrete di meglio, rispetto a questo essere agghiacciante, che crede a tradimenti basati su fotografie fatte su controfigure.
Sono cose che ho letto nei manga quando avevo quindici anni, solo che nei manga il personaggio maschile, assorbito un attimo lo choc della sorpresa, si riprende, si rende conto che l’amata non è quel tipo di persona, si accorge che qualcosa non quadra, e torna subito sui suoi passi, prima che l’amata decida che lui è troppo idiota per meritarla. Jayden, intellettualmente, si colloca al di sotto del personaggio medio di manga per liceali.
Gli altri personaggi sono cliché da telenovela: il padre e la madre troppo presi da se stessi per ricordarsi della figlia, l’ex che insidia la felicità della coppia (mi verrebbe da dire, ci vuol poco), l’amica perfida dell’ex che fa da supporto, il nuovo possibile amore che Selvaggia rifiuta perché il suo cuore è tutto per il carnefice, amici e parenti vari, tutti bellissimi, tutti . Non sono precisamente il punto debole della trilogia, come già detto, leggendo questo tipo di romanzi, ci si aspetta di avere a che fare con dei cliché. Certo, non aiutano a sollevare le sorti.
L’erotismo presente non merita che qualche riga: monotono, meccanico, descritto sempre con gli stessi termini. A tratti, piuttosto disgustoso – per la scelta dei termini adottati, le copule in sé sono tutte uguali – quando non si tratta di violenza vera e propria, fatta passare come atto d’amore, da parte di un uomo talmente passionale che non può fermarsi di fronte alla ritrosia dell’amata. L’erotismo è un’altra cosa.
Passaggi come questo:

“[Jayden] Mi trafigge e mi impedisce di muovermi senza provare dolore. I suoi testicoli sono schiantati contro le mie natiche, tendo i piedi e li metto sulle punte, cercando così di alleviare il dolore e magari spostarlo su altro.”

Non sono erotici, sono trash. E schiantare i testicoli deve fare un gran male, suggerisco ai lettori all’ascolto di non provarci a casa. Leggere:

“Esce da me con uno scatto veloce, lasciandomi vuota e dolorante. Ancora in mezzo alle mie gambe si afferra l’asta, schizzando il proprio piacere lungo le lenzuola di raso.”

È la morte di qualsiasi erotismo possa essere sopravvissuto ai vari ‘cazzo’, ‘piccola’, ‘bambola’ con cui Jayden infarcisce puntualmente ogni suo discorso rivolto alla compagna.
Infine, un appunto sulla struttura stessa di questa trilogia: l’incipit del primo volume anticipa una situazione che viene chiarita solo nel secondo, e che si scioglie nel terzo. Parrebbero essere un libro unico, suddiviso per ragioni di praticità. Può starci. Il problema è che, così facendo, quell’incipit non ha nessun senso, l’arco narrativo si interrompe senza dare compiutezza alla vicenda, e il lettore arriva all’ultima pagina del primo libro senza avere, di fatto, completato la lettura. Sì, qualcosa si immagina, ci sono continui salti temporali che fanno capire più o meno tutto, ma un romanzo non è strutturato così. Il fatto che molte case editrici seguano questa linea, per assicurarsi i lettori anche dei volumi successivi, non rende giusta una scelta sbagliata.
Insomma, credevo di andare a colpo sicuro con Bugie, dato che si trova sul podio di Amazon e a quanto pare è una storia molto amata, ma ho trovato qualcosa di molto diverso da quello che mi aspettavo.
Purtroppo, non in meglio.
Il self publishing può e deve offrire prodotti qualitativamente migliori di questo, se vuole uscire dal ghetto dei romanzi scartati dalle case editrici perché troppo scadenti per essere pubblicati.

 

EDIT: Per gentile segnalazione ho corretto ‘college’ con ‘high school’.