mio commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/9871-il-gorilla/page__view__findpost__p__147295
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Come ho scritto nella mia presentazione, questo e altri racconti sono nati e sviluppati di getto, senza far troppo peso alla grammatica. considerateli come un pezzo di marmo con una forma che ha bisogno di martello e scalpello per essere reso meno grezzo!
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[color=#000000]Mancava più o meno mezzora alle sei di una fresca mattina di agosto, quando la puntualissima sveglia naturale di Stan lo fece alzare come ogni mattina più o meno da 30 anni, cioè da quando era andato in pensione e aveva chiuso la sua piccola libreria nel centro della città.
Stan non era mai stato sposato, nè innamorato. Era innamorato solo della cultura e dei libri della sua libreria, ma non aveva avuto figli a cui lasciare l’attività, nè parenti che la volessero. Suo nipote, cioè il figlio di sua sorella, l’aveva rifiutata perchè aveva già un lavoro che gli faceva guadagnare bene. Eppure secondo Stan, una vita di corsa tra consulenze, grafici a torta e pranzi a base di panini e bibite da quattro soldi, era quanto di più lontano dalla sua. Ogni tanto si trovava a discutere con il suo unico nipote, ma finivano sempre per alzare la voce entrambi. L’appunto più grande che Stan rivolgeva al nipote era che la sua vita non gli permetteva di godersi una bella giornata di sole al parco, o un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino accompagnati da un bicchiere di vino rosso per pranzo, o aspettare che il sonno ti raggiunga mentre ti trovi in ogni era storica o in ogni situazione possibile, tra la prima e l’ultima pagina di un libro.
“Tu sei un sognatore, zio!” gli ripeteva spesso il nipote “Mi stupisce che tu non abbia trovato una donna con cui passare il resto della tua poetica vita!”
Una donna c’era stata: l’aveva conosciuta quando aveva 20 anni e se n’era innamorato dal primo istante.
Si trovava accanto a lui al bar in cui Stan era solito fare colazione e avevano chiacchierato del tempo e della situazione politica, dopodichè lei aveva accettato di dare un’occhiata alla sua libreria.
Mentre Susan, così si chiamava, passeggiava tra gli scaffali e guardava incuriosita i titoli e le copertine dei libri esposti, Stan la guardava avidamente: i suoi lunghi capelli rossi, con una grossa treccia che le si appoggiava dolcemente su una spalla, i suoi occhi verdi e grandi, le sue labbra carnose e morbide. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.
Dopo un paio di ore di piacevoli conversazioni, lui le diede il suo indirizzo, così che potesse trovarlo a casa sua, qual’ora non potesse tornare a trovarlo in libreria, e rimase un po’ deluso che la donna non gli diede il suo, “ma tanto la vedrò domani o nei prossimi giorni!” pensava allegro Stan.
Invece non la rivide più. Nè nei giorni successivi, e neppure negli anni a seguire. Sparita nel nulla.
Stan ne rimase così deluso che non cercò più l’amore e passò il resto della sua vita lavorativa, vivendo sempre le stesse giornate, ma godendosi le letture serali prima di andare a dormire.
Con gli anni la ferita della delusione si rimarginò, e Stan iniziò a godere di giornate all’aria aperta, di pranzi e cene al ristorante (quando poteva permettersele) e di altre piccole cose. Ma non voleva più godere dell’amore.
Nessuno aveva mai saputo nulla di Susan, e Stan non ne parlò più, tanto che per un certo periodo aveva pensato di essersi immaginato tutto.
Da quando era andato in pensione, conduceva una vita regolare, solitaria e decisamente monotona.
Ogni mattina andava al solito bar a bersi un caffè decaffeinato – per colpa di qualche problema di cuore -, un cornetto alla crema e un bicchiere di acqua del rubinetto. Dopodichè si incamminava verso il parco, accendendosi una sigaretta che fumava lentamente, lasciandola consumare da sola spesso e volentieri. Nel tragitto si fermava a osservare diversi lavori in corso e a commentare l’incapacità degli operai nella sua mente. Poco prima di mezzogiorno faceva tappa a un altro bar sotto casa sua e lì beveva un paio di bicchieri di prosecco. Poi pranzava e nel pomeriggio tornava al parco a giocare a carte con altri anziani, o meglio, osservava gli altri anziani giocare a carte. Preferiva starsene in disparte e partecipava al gioco solo se lo chiamavano con insistenza molesta.
Verso le quattro del pomeriggio andava al terzo bar della giornata per bere altri due bicchieri di bianco, prima di andare a cena a casa sua, passando prima per la sua vecchia libreria, diventata un negozio di abbigliamento per ragazzi. La sua giornata di concludeva con una lettura nel letto che durava fino a quando non si addormentava, più o meno verso mezzanotte.
In quella calda giornata di agosto però, tutto era destinato a cambiare per il vecchio Stan: infatti, mentre passava vicino alla sua vecchia libreria, vide una vecchia donna, con i capelli grigi e una coda che si appoggiava alla sua spalla destra.
Il cuore di Stan cominciò a battere forte, come non ricordava più, come non pensava potesse ancora battere il suo vecchio e malato cuore.
Eppure non fece un passo. Non disse nulla. Non chiamò la donna. Sicuramente non era Susan e, anche se lo fosse stata, probabilmente non lo avrebbe riconosciuto: era un vecchio solitario, senza una persona accanto, mentre lei presumibilmente si era sposata e aveva una famiglia.
Stan osservò la donna con la treccia ancora qualche istante, poi se ne andò a casa per un’altra via.
Quella sera mangiò poco e non riusciva a concentrarsi sulla lettura. Fece anche fatica a prendere sonno.[/color][/font][/color]
Il Vecchio - Capitolo I
Iniziato da maures, gen 03 2012 21:55
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