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Quando tornano i ricordi (2/2)


9 risposte a questa discussione

#1 Unius

Unius

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Inviato 18 aprile 2011 - 17:21

Paolo sorrise vedendole. Le guardò con attenzione, perché per tanti anni aveva lavorato con quelle macchine da scrivere, redigendo verbali, relazioni, richieste, domande e inventari dei più svariati materiali. Toccò alcune macchine, ritrovando la loro forma affusolata, ne sollevò un paio, in una vide che c’era ancora il nastro per scrivere, nero e rosso.
Era una vita che non scriveva con quella macchina. A casa ne aveva una portatile, ma la usava raramente, giusto per scrivere qualche domanda di indennizzo o richieste di arretrati sulla sua buona uscita e di qualche collega in pensione come lui, che veniva a chiedergli il favore.
Mise la macchina da scrivere su un angolo di tavolo polveroso, sgombro di materiali. Avvicinò al tavolo una sedia da ufficio d’altri tempi, simile se non uguale a quelle della sua vecchia caserma. Con eccitazione si ricordò che nella sua borsa, tra le altre cose, aveva sempre diversi fogli di carta bianca, formato A4.
Perché non provare a fare qualche battutina? Giusto così.
Estrasse i fogli dalla borsa e ne infilò due nel carrello, facendolo scorrere un po’ a fatica. Bisognava sempre infilare due fogli, altrimenti le battute delle lettere potevano alla lunga rovinare il rullo, non tutti lo sapevano.
Ah, che sensazione ritrovarsi davanti a quella macchina da scrivere, dentro una caserma!
Cominciò a battere la solita intestazione centrale: Tenenza di… Comando Stazione Carabinieri di… Nurabò lì 17.02.19…
Le sue dita si muovevano veloci, nel frattempo, a ogni battuta, gli ritornavano alla mente, come echi lontani, gli anni trascorsi.
Ricordava quando, nonostante avesse solo il grado di appuntato, fu nominato comandante interinale di stazione, perché non si trovava nessun sottufficiale disposto a trasferirsi per lunghi anni in quel piccolo paese della Sardegna. Aveva l’alloggio proprio sopra la caserma e suo figlio Alberto scendeva spesso a fargli compagnia durante i pomeriggi e le sere che montava di piantone.
Come comandante non avrebbe dovuto fare quel servizio, ma essendo pochi carabinieri, lui si inseriva nel turno.
Suo figlio aveva allora una decina d’anni, gironzolava nella caserma, grande, scura e misteriosa come una cattedrale, negli uffici vuoti che sapevano di legno, di carta e di fumo di sigarette e lo osservava mentre scriveva qualcosa a macchina, nel grande ufficio pieno di scrivanie, con quella macchina. Voleva provare anche lui a scrivere e Paolo gli inseriva due fogli nel rullo, sempre due, altrimenti il rullo si poteva incidere, e lo faceva scrivere.
Il bambino usava un dito alla volta, poi due, alla fine era diventato bravo, non per nulla oggi era uno scrittore, pensava Paolo commuovendosi. E ricordava quelle sere di maggio e di giugno, poco prima di portare la sua famiglia in vacanza dai nonni, che trascorreva lunghi periodi assieme al figlio in caserma, sempre quando non c’era nessuno, ovviamente.
A volte Alberto faceva i compiti o disegnava sopra il tavolo della sala tv, mentre lui guardava il telegiornale, con le finestre aperte per il caldo già estivo. Le loro ombre gigantesche si proiettavano sul muro della casa di fronte alla caserma, e Paolo si divertiva a proiettare ombre cinesi raffiguranti una moltitudine di animali, imitandone i versi, salvo a darsi immediatamente un contegno quando nella strada passava qualcuno, un uomo, una vecchina che guardavano allibiti quelle ombre uscire dalle finestre della caserma.
Ricordava che il figlio amava molto la sua divisa, specialmente quella estiva, che ora non esisteva più, dal colore kaki coloniale inglese, che trovava uguale a quella dei soldati messicani dei film western di allora.
Ricordava, nel cortile, quando spaccava la legna per il caminetto della cucina della caserma e si preparava con i colleghi e le loro famiglie qualche cena in particolari occasioni.
Si era d’inverno, sotto Natale, si toglieva la giacca e in maniche di camicia maneggiava con forza la scure. Eh! Era forte allora!
Alberto gli diceva che con i pantaloni neri a bande rosse e la camicia bianca a maniche rimboccate assomigliava alle giubbe rosse dei fumetti di capitan Miki e gli faceva vedere le tavole colorate dei giornalini che collezionava a scatole… lui guardava quei disegni, effettivamente era così, ma guarda un po’.
Ricordava le cene in quella cucina quando si era relativamente liberi dal servizio.
La festa del patrono, le sfilate in costume dei bambini, il prete con l’incenso e i chierichetti dietro, le donne che cantavano, il servizio d’ordine in grande uniforme ai lati della statua del Santo, portata in processione sopra un carro di buoi addobbato a festa.
Quella grande, grandissima aria di gioia per Pasqua, di aria limpida e frizzante, con tutto il paese che si riempiva di gente, di bancarelle di torroni e giocattoli, dell’autoscontro, di immensi scoppi artificiali…
Si potevano vedere miriadi di stelle bianche la notte in quel piccolo paese dimenticato, tanto che si aveva l’impressione di essere al centro del mondo, e lui vi aveva prestato servizio per tanti anni, descrivendone i fatti belli e meno belli con quella macchina da scrivere, sotto forma di resoconti da inviare al comando, al prefetto, ai giudici.
Paolo continuava a battere i tasti, con lo sguardo trasognato, ricordando la sua vita passata… ne avrebbe parlato quella sera a sua moglie, quando sarebbe ritornato a casa. Sarebbe stata contenta anche lei di rievocare quei lontani anni felici…
Lo trovarono seduto al suo posto, la borsa ai piedi, la testa dolcemente reclinata sulla tastiera e un braccio penzoloni.
Sembrava dormire. Un sorriso sereno, soddisfatto sotto i baffoni bianchi, assolutamente fiducioso, come se stesse ancora pensando e in procinto di rivelare i suoi pensieri.
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#2 Nautilus

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    Scribacchino

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  • ProvenienzaCittà Eterna

Inviato 18 aprile 2011 - 20:28

Ah, c'è già anche la seconda parte!

Riguardo il linguggio direi che non ci sono cose degne di nota, a parte:

quando nella strada passava qualche passante o qualche vecchina

"il passante che passava" non mi suona molto bene, io cambierei la frase "quando qualcuno passava per la strada o qualche vecchina..." o qualcosa del genere.


Per il resto, l'ho trovato quasi commovente, pieno di nostalgia e bei ricordi. Direi che mi è piaciuto.
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#3 Unius

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Inviato 18 aprile 2011 - 21:39

Ti ringrazio Nautilus per aver letto entrambe le parti.
Ho già apportato la variazione che mi hai indicato.
Mi ha fatto piacere che ti sia piaciuto.
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#4 Spora

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  • ProvenienzaTra Busto Arsizio e R'lyeh

Inviato 20 aprile 2011 - 16:48

ad ogni battuta

d eufonica

a fargli compagnia i pomeriggi e le sere che montava di piantone.

meglio dire NEI o DURANTE i pomeriggi e le sere...

non per nulla oggi era uno scrittore pensava Paolo, commuovendosi.

manca una virgola dopo scrittore

sotto natale,

Natale con la N maiuscola

I periodi a volte sono un po' confusi e mi sono sentito letteralmente travolto dall'ondata di ricordi che affluiscono dalla mente di Paolo, tanto che a un certo punto ho avuto difficoltà a distinguerli l'uno dall'altro. Il racconto comunque si è rivelato interessante e toccante in certi punti, inoltre hai fatto un gran lavoro nel rendere l'umanità e la semplicità di un pensionato, di un uomo comune che voleva semplicemente rivivere quelli che considerava gli anni migliori della sua vita.
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#5 Unius

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Inviato 21 aprile 2011 - 19:42

Ti ringrazio per la lettura e il commento, Altair.
Ho apportato le correzioni che mi hai indicato, suona meglio.
Ti ringrazio per aver gradito e trovato interessante questa piccola storia, un riassunto diciamo, di qualcosa di più vasto che ho in mente da tanto tempo.
Non è facile scrivere del proprio padre che non c'è più.
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#6 Spritz

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    Sbadato cronico

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  • ProvenienzaOltrepò pavese

Inviato 22 aprile 2011 - 10:32

di bancarelle di torroni


A prima vista mi sembra un po' pesante, il doppio uso di "DI"...

di immensi scoppi artificiali


meglio d'immensi

Si potevano vedere miriadi di stelle bianche la notte in quel piccolo paese dimenticato,

prova a sistemarla, così per esempio: "La notte, in quel piccolo paese dimenticato si potevano vedere miriadi di stelle bianche"

rievocare quei lontani anni felici


meglio "quegli anni lontani e felici"


Dunque, a parte qualche minuscola imprecisione, devo ammettere che hai fatto un bel lavoro. Il testo mi è piaciuto, ottima la successione dei ricordi, che facevano trasparire bene le emozioni del vecchio.
Il finale suscita tenerezza e lo trovo molto azzeccato.
Ho letto pochi testi, fino a ora, ma questo è senz'altro il migliore.
  • 0

#7 Unius

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Inviato 22 aprile 2011 - 14:59

Ti ringrazio Musso per il tuo apprezzamento e per i consigli, di cui terrò conto per una nuova stesura.
  • 0

#8 Bradipi

Bradipi

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Inviato 28 aprile 2011 - 22:31

Non so se prefrerisco i tuoi racconti o i tuoi commenti OT, forse i secondi, come quello sulle stanze d’albergo.

Questo mi sembra più un brano di diario, che un racconto di fantasia.
L’azione importante è in questo pezzo, la prima parte solo un prologo per giungere qui alla macchina da scrivere meccanica.

nero e blu.

Io li ricordo o monocolore o nero e rosso, non ne ricordo nero e blu.

Bisognava sempre infilare due fogli, altrimenti le battute delle lettere potevano alla lunga rovinare il rullo, non tutti lo sapevano.

gli inseriva due fogli nel rullo, sempre due, altrimenti il rullo si poteva incidere, e lo faceva scrivere.

Concetto ripetuto.

la legna per il caminetto della cucina della caserma

Parli di una cucina economica a legna come questa
Immagine inserita
o di un vero caminetto
Immagine inserita

di immensi scoppi artificiali…

È voce dialettale per fuochi d’artificio?
Gli scoppi naturali sono solo quelli vulcanici e poche persone ne hanno esperienza diretta (per fortuna).

Ti leggo sempre, ma non sempre trovo qualcosa da commentare.
Ti rinnovo i complimenti.
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#9 Unius

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Inviato 30 aprile 2011 - 16:19

Ciao Bradipo, grazie per il commento {SMILIES_PATH}/icon_smile.gif
Hai ragione circa il nastro della macchina da scrivere: è sempre stato nero e rosso, un mio sbaglio il blu, ho corretto subito;
giusto anche il concetto ripetuto due volte sul rullo, dovrò rivedere...
per "caminetto" intendevo proprio un vero camino, come la seconda foto che hai inserito, forse "caminetto" è dialettale, dalle mie parti vengono anche chiamati così;
Idem per "scoppi artificiali", fin da piccolo li chiamo così i fuochi d'artificio, mi sembrava naturale per me scriverne allo stesso modo, ma riconosco che è dialettale;
Questo racconto è un pochino come un pezzo di cronaca effettivamente, anche se frutto di fantasia (ma fantasia calcolata, basata su fattori possibili, attuabili, conoscendo profondamente qell' ambiente).
Mi fa piacere, veramente, che tu apprezzi anche qualche mio intervento OT e che mi leggi sempre.
Per i complimenti che dire, mi fanno piacere, non so se li merito veramente.
Per me scrivere è più difficile degli altri, per quanto sia una fonte di felicità e apprendimento continui.
  • 0

#10 Bradipi

Bradipi

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Inviato 30 aprile 2011 - 16:31

Caminetto è perfetto italiano, ero io in dubbio che si cucinasse sul caminetto, come in Biancaneve, ma se questo è il tuo ricordo nulla da dire.
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