Questa poesia nasce più come altro come una sorta di "canzone", la scrissi anni fa come libero flusso di pensieri quando ancora mi stavo avvicinando alla scrittura. E' dura e cruenta e un pò pulp, tra l'altro alcune frasi sono state prese da poesie del 700-800 come tributo ad alcuni autori e sono state quindi rimaneggiate e riviste ed amalgamate al resto. Lo stile è molto semplice, preferirei che non vi soffermaste sulle parole in sé e sulle regole grammaticali che io tanto odio, preferirei leggeste dentro le parole, che in fondo è quello il vero obiettivo di uno scrittore. Aggiungo che non essendo per nulla poeta, questa "poesia" in verità si avvicina di più alla prosa e non segue alcuno schema. Buona lettura.
Elettra si fa di coca ogni giorno, delusa dal mondo.
Fuma e dorme negli ostelli, i suoi neuroni ormai sulle stelle.
Si fa di acido e vede gli angeli, parla con i gatti che ormai sono morti.
Prigioni e castelli, trenta russi in fila
l’aspettano per giocare con lei.
Elettra non dorme la notte perché la notte si lavora,
una strada ai suoi piedi e i gatti neri la guardano distesi sui bidoni
con le mosche sullo stomaco.
Si tampona il sangue con la sua sciarpa,
i russi sono crudeli, la picchiano ma lei non piange.
Elettra si inventa, diventa uomo all’evenienza, col trucco pesante
che le si sbava sulle guance. Catene di metallo e frusta di amianto,
forse pratica pure sadomaso per divertimento.
Le piace vedere il suo amore soffrire, cento anni e continua a voler morire.
Rinasce ogni volta con l’amaro in bocca.
Elettra è stupida e scrive poesie sulla carta igienica con inchiostro di seppia e veleno.
Si veste succinta, di pelle e si scapiglia.
Elettra aveva un desiderio e lo realizzò.
Le si fracassò la testa, vuotata un’occhiata, sfiancate le reni – e qui spirò.



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