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Cosa vale la pena di raccontare?


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49 risposte a questa discussione

#1 Poldo

Poldo

    Scribacchino

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  • ProvenienzaTorino

Inviato 16 agosto 2012 - 22:12

Non so se esiste già un topic simile, ho provato a cercare ma non l'ho trovato, eppure la domanda mi sembra fondamentale per cui forse non ho cercato bene.
Comunque, quello che mi chiedo e che vi chiedo è: se lo scrivere è in primo luogo comunicare, ovvero far transitare contenuti, informazioni, emozioni e quant'altro da chi li esprime a chi può recepirli, quale vorremmo che fosse il contenuto di questa comunicazione?
Potrei ad esempio raccontare una storia qualsiasi; perché sto raccontando proprio quella storia? C'è un messaggio che voglio far passare raccontando quella storia? Le storie che racconto hanno qualcosa in comune relativamente a questo messaggio? Oppure mi guida solo la sensazione, la suggestione del momento? Magari vorrei stupire o divertire o spaventare qualcuno? Non so se ho reso l'idea.
Credo che le motivazioni per raccontare qualcosa siano le più disparate e tutte legittime, ma quello che mi interessa sapere è: per voi, cosa vale la pena di raccontare? E perché?
Ovviamente devo essere io il primo a rispondere alla mia stessa domanda.
Diciamo così: quello che mi piacerebbe essere capace di raccontare sono quelle intuizioni che a volte capitano nella vita e ti fanno vedere improvvisamente le cose da un altro punto di vista, in qualche misura quelle storie che contengono un cambiamento, un percorso che potrebbe essere allo stesso tempo di un personaggio oppure di una situazione che può indurre il lettore a modificare il proprio giudizio.
Mi rendo conto di avere delle pretese molto ambiziose, per questo dico che mi piacerebbe esserne capace; quando ho letto qualcosa che ha potuto darmi queste intuizioni ho provato un senso di profonda gratitudine nei confronti di chi le aveva scritte.
Questo è per me ciò che soprattutto vale la pena di raccontare, poi ci sono tante altre cose che posso raccontare con piacere, ma quando scrivo qualcosa è questo che cerco di fare.
E voi?
  • 1

#2 Bee

Bee

    Incompleta

  • Banned
  • StellettaStellettaStellettaStellettaStellettaStellettaStellettaStelletta
  • 2192 messaggi
190

Inviato 16 agosto 2012 - 22:35

Prendendo in considerazione i romanzi (haha) direi che punto sui sentimenti. Qualcosa che vorrei gli altri vivessero, se non conoscono, o che ricordassero, se hanno già vissuto. Ma non mi riesce, infatti libri finiti non ne ho.
Però prendendo in considerazione i racconti, direi che mi piace mostrare la realtà sotto un punto di vista inaspettato, inconsueto. Come dire, il mio messaggio è: guarda, questa cosa potrebbe essere anche diversa, se la guardi da un altro lato.
Forse ho un obiettivo ancora più ambizioso del tuo, ovvero stimolare la fantasia, far attivare neuroni, ampliare gli orizzonti :blush:
  • 1

#3 Unius

Unius

    Supercritico

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  • ProvenienzaSardegna

Inviato 16 agosto 2012 - 22:49

E' molto interessante questo topic, forse esisteva qualcosa di simile, ma era una conseguenza indiretta delle tante motivazioni allo scrivere, non mi pare fosse posto in forma così diretta come l'hai messa tu.
La mia motivazione, non so se sia normale, eventualmente potrai dirmelo, per quel che mi ricordo fin da bambino (e mi ricordo bene purtroppo) è di evadere.
Non mi è mai piaciuto il mio mondo, il contesto dove vivevo, le persone che avevo intorno.
Intendiamoci: ho avuto genitori splendidi, ma io fin da piccolo ero un divoratore di libri e mi ero fatto un mio mondo, mondo del quale non potevo parlare con loro, gente buona e semplice che non aveva troppa dimestichezza con i libri.
Allora cercavo di condividere la mia passione e i miei sogni con i miei coetanei: per carità, asini calzati e vestiti, insensibili persino alle avventure dei pirati di Mompracem o ai tre moschettieri, dei quali ero in grado fin dalle elementari di parlare e scrivere per ore.
Non trovai soddisfazione nemmeno nei professori a scuola. Ricordo ancora, un ricordo bruciante, che alle medie ci facevano fare dei riassunti in prosa dell'Iliade e Odissea.
Ebbene io andavo molto oltre i compiti assegnati, traducendo interi libri e commentandoli anche con mie notazioni. Un giorno portai questo "lavoro" alla professoressa di italiano, tutto orgoglioso e immaginando il suo stupore e la sua contentezza e lei mi sgridò davanti a tutti dicendomi che non avevo capito fino a che pagina dovevo tradurre e che avevo lavorato per niente. Nemmeno guardò la mia "opera", fra le risate dei miei compagni, pardon, degli asini calzati e vestiti.
Fu da allora che mi chiusi in me stesso ancora di più (fin da piccolo amavo stare solo comunque) e cominciai a scrivere per crearmi mondi e personaggi diversi da quelli che avevo intorno. Credo che la cosa mi aiutò, avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa di superiore a quello che mi circondava, per spirito di sopravvivenza.
Purtroppo negli anni, certamente per la mia riottosità, metti anche sfortuna e seguito di circostanze, non sono riuscito a crearmi intorno un mondo reale come avrei voluto e ho continuato a immaginarlo, immaginare ogni tipo di siuazione e personaggio.
Scrivendo mi sento bene, sono davvero in un altro posto, più bello, "pulito", felice.
E' come brindare con un buon vino (la carta, la penna, la tastiera) non a qualcosa che è stato o che sarà, ma a qualcosa che avrebbe potuto essere.
Un pò la storia della mia vita (non vorrei apparire megalomane o patetico, ma a volte lo sono).
  • 1

#4 cicciuzza856

cicciuzza856

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  • ProvenienzaTorino

Inviato 16 agosto 2012 - 23:32

Mi piacerebbe raccontare, attraverso il traino di una trama interessante, i miei valori. Per esempio mi picerebbe raccontare qualcosa di sociale, di politico. Sono affezionata a un mio racconto pubblicato qui dove parlavo di una ragazza che non riusciva ad avere il proprio posto perchè veniva superata da una raccomandata. O mi piace parlare di impegno, di lavoro, di etica o di come si può affrontare la malattia. O di disagio. In qualche modo vedo la scrittura come un veicolo di qualcosa di mio da raccontare agli altri che però non sia autoreferenziale. Che possa essere un elemento nel quale anche gli altri lettori si possno riconoscere.
E' un piano ambizioso e non è che mi riesca facilmente così non sono molto prolifica.
Ciò vale sia per il racconto che per il romanzo.
A volte però, mi piace raccontare quacosa di divertente, qualcosa di pura evasione.
E questi due parametri sono gli stessi che mi guidano nella lettura.
  • 0

#5 Lem Ramsay

Lem Ramsay

    Pura malvagità

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Inviato 17 agosto 2012 - 09:05

Per quanto mi riguarda, lascio volentieri ad altri gli scopi didattici, educativi o culturali del raccontare storie, perché non è quello il mio obiettivo. Quello che voglio raccontare l'ha spiegato molto bene Ende ne La Storia Infinita:

Non gli piacevano i libri in cui di malumore e con la luna di trasverso si raccontavano le vicende qualsiasi della vita qualsiasi di persone terribilmente qualsiasi. Ne sentiva già abbastanza nella realtà di tutti i giorni, a che scopo stare anche a leggerle? Inoltre se c'era una cosa che non poteva soffrire, era accorgersi che si cercava di catturarlo. E in questo genere di libri si doveva sempre, più o meno chiaramente, essere catturati a qualche scopo.
I libri che Bastiano prediligeva erano quelli emozionanti o divertenti, o che facevano sognare. Libri in cui personaggi inventati vivevano avventure favolose e in cui si poteva immaginare tutto ciò che si voleva.


  • 2

#6 Jack Shark

Jack Shark

    Guerriero di cristallo

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Inviato 17 agosto 2012 - 09:10

Io mi faccio guidare molto dall'istinto.

Mi piace raccontare storie che trasmettano l'importanza di certi valori, quali l'amore, l'amicizia, la famiglia, ma anche la sofferenza attraverso tragedie come il tradimento, l'inganno e la morte.

Mi piace trasmettere da una parte i valori sui quali baso la mia esistenza (rispetto, fiducia, affetto), e dall'altra mettere in guardia sulle conseguenze del voler vivere attraverso certi valori. (le inevitabili inculate)
  • 0

#7 nerinacodamozza

nerinacodamozza

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Inviato 17 agosto 2012 - 09:55

Ci ho pensato parecchio e al momento direi che vale la pena di raccontare quello che stupisce. Anche se mi piacerebbe raccontare qualcosa di epico (epico per come lo intendo io, non fantasy) e sociale, qualcosa come Cecità o Furore, ma non ne sono in grado. Raccontare la storia dei minatori del Sudafrica avrebbe un senso di sicuro, così come mi piacerebbe narrare di una famiglia rovinata dai debiti, dalle banche, cose reali e ingiuste, ma non ne ho le capacità. Finirei per creare stereotipi o banalità. (Anche se ci ho provato con degli zombie nordcoreani).
Le uniche idee che invece mi capita di veicolare, perché sono alla base del mio modo di sentire sono quelle sull'antispecismo. Ma in generale lascio i grandi romanzi sociali ha chi ha uno sguardo più acuto del mio. Me la cavo meglio con le piccole situazioni, gli stati d'animo o forse neanche con questi.
Vado a istinto pure io, racconto quello che prima di tutto stupisce me, e che sento di riuscire a gestire.
  • 1

#8 Vale

Vale

    Collezionista di gatti

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  • ProvenienzaDivano.

Inviato 17 agosto 2012 - 09:57

Ecco, io finirò per fare la figura della megalomane o della matta... :sss: :asd:

Ho iniziato a scrivere come Unius per evadere dalla realtà. Le nostre esperienze infantili sono state simili, Unius, la cosa diversa è che io mi tenevo tutto per me. Non mi piaceva giocare con gli altri bambini (o cazzeggiare con gli altri ragazzi più tardi) l'unica cosa che mi piaceva era leggere. Leggevo di tutto, ma più che i romanzi, prediligevo i manuali di biologia, storia naturale e geografia. Ho iniziato a scrivere storielle sulla falsariga di Finding Nemo della Pixar, ma non avevo nessuna intenzione di farli leggere agli altri, li scrivevo solo per colmare il vuoto che c'era nella piccola biblioteca di classe :asd:

Oggi io sono una di quelli che scrive proprio per mandare un messaggio. Sto tentando di scardinare - per quanto mi è possibile - l'antropocentrismo dalle storie. Mi interessa parlare del rapporto fra uomo e natura, ma anche dei disastri che stanno facendo i sapiens, dei guai che hanno causato secoli di concezione cristiana (e scusatemi, non ce l'ho con i credenti, ma con chi ha detto "uomo, il mondo è tuo, fanne ciò che vuoi") e il capitalismo, ovvio. La stessa cosa ho notato che la fa una come Scarlett Thomas, che però spesso diventa pesante e pedante. Ci sto riuscendo, non ci sto riuscendo? Non so, ci sto provando.
  • 1

#9 Memory of Dream

Memory of Dream

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Inviato 17 agosto 2012 - 10:47

Ho già detto in altra sede che se dovessi definirmi in qualche modo preferirei definirmi un narratore più che uno scrittore, in inglese il termine rende ancora di più l'idea: storyteller.
Per me vale la pena di raccontare delle storie, di qualsiasi tipo. Logico che quando si narra una storia al suo interno ci saranno dei valori, ma non è detto che ad avere "la meglio" siano quelli importanti per chi scrive. Pensate al film di Totò "siamo uomini o caporali" (che ho rivisto proprio ieri) la fine non è certo educativa (ma terribilmente realistica).
Lo stesso può avvenire in un racconto o in un romanzo, dove i valori di chi scrive ne escono con le ossa rotte.

A me però questo interessa relativamente poco, a me piace narrare storie. Preferisco lasciare ad altri le storie dove c'è un prescelto per via di qualche profezia (non che le trovi brutte, ma non sono nelle mie corde) deve salvare il mondo. Al massimo i miei personaggi si ritrovano a lottare (a volte per scelta a volte no) per se stessi, o per chi amano, o per la loro gente. Mai per salvare tutto (e tra l'altro non è sempre da loro che dipende l'esito dello scontro).

Amo narrare le storie dei personaggi che in altre storie sarebbero delle comparse, la carne da cannone.
È interessante narrare dell'eroe in un mondo fantasy, ma per me lo è di più narrare del contadino a cui viene messa a forza un'armatura di cuoio, viene data una spada di pessima fattura e affiancato ad altri 10000 uomini come lui, che tanto preferirebbero essere nel letto con le loro mogli o a togliere le erbace dall'orto.
O della prostituta a cui la vita non cambia a prescindere da chi vince, o della schiava con cui l'eroina parla di quanto sia pesante il suo ruolo e di come preferirebbe fare a cambio con lei, ecc.
  • 3

#10 Sanguy

Sanguy

    Pennuto

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Inviato 17 agosto 2012 - 11:00

Appoggio Lem al mille per cento.
  • 0

#11 Agave

Agave

    vagante ~

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Inviato 17 agosto 2012 - 12:49

Ho cominciato a scrivere per far colpo sul ragazzino che mi piaceva alle medie. :blush:
Quindi no, nessun nobile ideale, direi. :asd:
Scrivevo storie di fantasia che catturassero il lettore con la loro trama ballerina, e le scrivevo per il puro gusto di divertirmi e di far divertire.
(Inutile dire che le storie scritte allora non hanno nessuna possibilità di essere pubblicate: le rileggo adesso, a volte, per ridere un po' di me, per imparare a prendermi meno sul serio :saltello: ).

Poi, a sedici anni, ho scritto il primo romanzo "consapevole", il primo che avesse uno scopo, che volesse comunicare qualcosa.
Mi trovavo in un periodo della mia vita in cui erano crollate molte certezze, non avevo un'idea precisa di me stessa, avevo paura del futuro. Il mio romanzo è ancora una storia di fantasia, ma è una storia di formazione, nella quale ho reso attraverso delle metafore molti dei difetti e delle paure dell'adolescenza. Il protagonista percorre questo mondo di "metafore" finché non raggiunge la propria identità. E lo scopo per cui l'ho scritto è piuttosto ambizioso: se è servito a me per trovare la mia identità, forse servirà ad altri adolescenti per trovare la propria.
  • 0

#12 Lem Ramsay

Lem Ramsay

    Pura malvagità

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Inviato 17 agosto 2012 - 13:10

Ho già detto in altra sede che se dovessi definirmi in qualche modo preferirei definirmi un narratore più che uno scrittore, in inglese il termine rende ancora di più l'idea: storyteller.
Per me vale la pena di raccontare delle storie, di qualsiasi tipo. Logico che quando si narra una storia al suo interno ci saranno dei valori, ma non è detto che ad avere "la meglio" siano quelli importanti per chi scrive. Pensate al film di Totò "siamo uomini o caporali" (che ho rivisto proprio ieri) la fine non è certo educativa (ma terribilmente realistica).
Lo stesso può avvenire in un racconto o in un romanzo, dove i valori di chi scrive ne escono con le ossa rotte.

A me però questo interessa relativamente poco, a me piace narrare storie. Preferisco lasciare ad altri le storie dove c'è un prescelto per via di qualche profezia (non che le trovi brutte, ma non sono nelle mie corde) deve salvare il mondo. Al massimo i miei personaggi si ritrovano a lottare (a volte per scelta a volte no) per se stessi, o per chi amano, o per la loro gente. Mai per salvare tutto (e tra l'altro non è sempre da loro che dipende l'esito dello scontro).

Amo narrare le storie dei personaggi che in altre storie sarebbero delle comparse, la carne da cannone.
È interessante narrare dell'eroe in un mondo fantasy, ma per me lo è di più narrare del contadino a cui viene messa a forza un'armatura di cuoio, viene data una spada di pessima fattura e affiancato ad altri 10000 uomini come lui, che tanto preferirebbero essere nel letto con le loro mogli o a togliere le erbace dall'orto.
O della prostituta a cui la vita non cambia a prescindere da chi vince, o della schiava con cui l'eroina parla di quanto sia pesante il suo ruolo e di come preferirebbe fare a cambio con lei, ecc.


Storyteller, mi piace.
E personalmente mi piace anche molto prendere l'eroe del mondo fantasy, tutto preso dalla sua sacra missione, e fargli fare un bel bagno di realtà che lo faccia vergognare. Una cosa tipo "Ah, vorresti essere al mio posto, padroncina? La scorsa notte i tuoi fratelli mi hanno violentata a turno, e stamattina, siccome non mi sono svegliata all'alba, l'intendente mi ha presa a calci, per questo zoppico, oggi. Tiè, ecco la mia paletta per raccogliere la fuliggine. Quand'è che mi passi i tuoi gioielli e la tua spada magica?"
Però devo ammettere che le storie con l'eroe che si lamenta del suo triste destino di figosissimo salvatore del mondo sono di defeault quelle pessime. Gli scrittori seri hanno un minimo di decenza, sotto questo aspetto. Certo, non quelli che vogliono solo parlare del loro ombelico, che rappresentano il pericolo peggiore, per chiunque voglia narrare/leggere una storia.
  • 2

#13 crazycat

crazycat

    Gatto pazzo, pazzo gatto

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Inviato 17 agosto 2012 - 13:34

Cosa vale la pena di raccontare? Non lo so, ma io scrivo quello che mi passa per la testa. Non lo faccio per qualcuno, lo faccio per me stessa. Scrivo perché ne ho voglia. Quello che spesso comunico sono le emozioni, la voglia di evadere e soprattutto l'idea che nessuno è perfetto, che non esiste un vero confine tra bianco e nero, ma non con una pretesa in particolare, più che altro per capacitarmene.
  • 0

#14 Nicolaj

Nicolaj

    Supercritico

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Inviato 17 agosto 2012 - 13:41

Per me vale la pena leggere e scrivere qualcosa se ci sono dei personaggi con psicologie curate che affrontano la vita (e non intendo necessariamente la vita quotidiana, ma anche quelle situazioni che magari in tutta una vita manco si verificano, o si verificano eccezionalmente). Per questo per esempio amo le storie corali e le piccole situazioni, gli stati d'animo, i dettagli intimi che mi permettono di entrare davvero in contatto con un personaggio.
E' anche vero che tendo ad appassionarmi più facilmente se questi elementi vengono calati in un contesto situazionale interessante (obiettivi contrapposti, situazioni difficili... insomma, in maniera abbastanza ovvia tutto ciò che esalta le relazioni e le interazioni fra personaggi).
Però dev'esserci profondità. Si nota subito se un'opera del genere arriva a toccare qualche corda profonda dell'animo oppure resta sulla superficie e fallisce. Anche se non ho capito ancora in base a quali elementi di preciso questo "contatto" avvenga.
  • 0

#15 enoch

enoch

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Inviato 17 agosto 2012 - 15:02

Sarà che non sono in grado di inventare storie e personaggi, per cui non mi resta che parlare di me. Ma non è per megalomania autoreferenziale :asd:. Insomma una sorta di esegesi, di scavo archeologico sulla psicologia dell'unico personaggio che conosco bene (forse); una catarsi tragicomica.
  • 2

#16 Poldo

Poldo

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Inviato 17 agosto 2012 - 23:39

Ho trovato estremamente interessanti le vostre risposte.
Ovviamente ognuno nello scrivere rispecchia il proprio mondo interno e in modo più o meno diretto comunica qualcosa di sè; chi più scopertamente, ponendo in primo piano i propri valori, la propria visione del mondo, la ricerca di una propria identità, chi invece ricercando un contatto emotivo, evocativo, fantastico, ma che comunque parla delle proprie emozioni e delle proprie fantasie.
Il primo materiale della nostra scrittura sta sempre dentro di noi, questo va da sè e sembra perfino un concetto banale.
A volte sento l'espressione "scrivere per sè stessi", ci ho riflettuto. E' un modo per ricercare qualcosa dentro sè stessi un po' come dice Enoc?

Insomma una sorta di esegesi, di scavo archeologico sulla psicologia dell'unico personaggio che conosco bene (forse)

Oppure la necessità di correggere un mondo che non ci soddisfa come dice Unius?

Purtroppo negli anni, certamente per la mia riottosità, metti anche sfortuna e seguito di circostanze, non sono riuscito a crearmi intorno un mondo reale come avrei voluto e ho continuato a immaginarlo, immaginare ogni tipo di siuazione e personaggio.
Scrivendo mi sento bene, sono davvero in un altro posto, più bello, "pulito", felice.
E' come brindare con un buon vino (la carta, la penna, la tastiera) non a qualcosa che è stato o che sarà, ma a qualcosa che avrebbe potuto essere.

O semplicemente per soddisfare l'impulso del momento come dice Cazycat?

Non lo so, ma io scrivo quello che mi passa per la testa. Non lo faccio per qualcuno, lo faccio per me stessa. Scrivo perché ne ho voglia.

Ma se scrivo, se immagino un ipotetico lettore, se quello che dico lo posso dire solo immaginando di dirlo a qualcuno, come mi rappresento questo qualcuno? Questo interlocutore a cui sto donando una parte di me stesso? In che modo immmagino di mettermi in relazione con lui? Di far sì che mi stia ad ascoltare?
Perché se autenticamente sto parlando di me, anche se lo faccio attraverso una storia o dei personaggi o quant'altro, gli sto dicendo qualcosa che per me è prezioso e che vale la pena di essere raccontato e in qualche modo dovrei convincere il mio interlocutore che vale la pena di ascoltarmi.
Si dice che ormai è stato scritto di tutto ed è quasi impossibile trovare un tema veramente originale, ma da questo punto di vista credo che la vera originalità stia nel modo in cui chi scrive si mette in gioco dando quel tanto di personale che può rendere unica una storia già scitta mille volte.
Che ne pensate?
  • 0

#17 Nanni

Nanni

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Inviato 18 agosto 2012 - 06:35

Ma se scrivo, se immagino un ipotetico lettore, se quello che dico lo posso dire solo immaginando di dirlo a qualcuno, come mi rappresento questo qualcuno? Questo interlocutore a cui sto donando una parte di me stesso? In che modo immmagino di mettermi in relazione con lui? Di far sì che mi stia ad ascoltare?

Questo per me è il punto essenziale. Scrivere è comunicare, innanzi tutto. Va bene scavare dentro se stessi, dare sfogo alla propria fantasia, seguire gli impulsi del momento eccetera ma, alla fine, si è da soli col proprio lettore. Di cui per lo più si sa molto poco ma con cui bisogna instaurare un dialogo, capire quale sia il suo linguaggio, sia in senso stretto che più generico, catturarne l'attenzione e sperare di avere un feedback in uno dei tanti modi in cui lo si può ottenere.
Altrimenti non faremmo leggere a nessuno quello che scriviamo.
Aggiungo che non credo che sia stato tutto già scritto. È solo un luogo comune. La realtà si evolve continuamente e noi siamo trascinati dalla sua onda. DIsvelarne il divenire significa creare nuove storie. Sostenere che siano sempre le stesse significa affermare che, dopotutto, l'uomo non fa altro che nacere, crescere, mangiare, bere, accoppiarsi, intrecciare relazioni più o meno conflittuali e viaggiare.
Il che è vero, ma lo spazio che ci lascia per creare è immenso.
  • 0

#18 Memory of Dream

Memory of Dream

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Inviato 18 agosto 2012 - 07:27

Ma se scrivo, se immagino un ipotetico lettore, se quello che dico lo posso dire solo immaginando di dirlo a qualcuno, come mi rappresento questo qualcuno? Questo interlocutore a cui sto donando una parte di me stesso? In che modo immmagino di mettermi in relazione con lui? Di far sì che mi stia ad ascoltare?


Credo che tutto sommato sia una domanda con una risposta piuttosto semplice. Io non riesco a immaginare lettore diverso da quello che vedo nello specchio, ossia me stesso.
Ci sono tantissimi tipi di lettori, ma alla fine quando si scrive lo si fa per quelli che più ci sono simili.

Faccio un esempio pratico. Nei manuali di scrittura un consiglio è eliminare tutte quelle parti che non hanno utilità ai fini della trama. Personalmente però in un libro non mi accontento di una storia, voglio vedere e respirare il mondo in cui si svolge, eliminare tutto quello che non ha a che fare con la trama significa da un lato avere un ritmo più vivace, ma dall'altro si perde in caratterizzazione dell'ambientazione.
È un difetto che mi capita di leggere in moltissimi libri, così quando scrivo lo faccio pensando a cosa mi piacerebbe leggere.
Eccomi quindi inserire un capitolo dove il protagonista nel suo viaggio si ferma in un paesino in festa che ai fini della trama non serve assolutamente a nulla (piccola puntualizzazione: è logico che un capitolo del genere inserito durante una fuga o in un momento di fretta non va bene, ma se il viaggio procede tranquillo non vedo perché non inserirlo).

Chi apprezzerà questo mio modo di scrivere? Solo persone che la pensano come me, per tutti gli altri sarà un errore.
  • 3

#19 Unius

Unius

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Inviato 18 agosto 2012 - 13:34

Condivido con Poldo che tutto sia stato scritto, analizzato, descritto.
L'unica cosa che fa la differenza è il modo con cui si possono descrivere le stesse situazioni.
Perchè ognuno di noi come individuo è irripetibile, sia come DNA che come percezioni, suo rapportarsi nel mondo e con gli altri, sua visione di un evento, di una sensazione o sentimento.
A me nelle scrivere, (ma anche nel parlare) a volte non piace dire tutto, assolutamente tutto;
detesto dire pane al pane e vino al vino, un linguaggio categorico non sempre va bene, certo non bisogna essere ambigui, ma nemmeno offendere concezioni e sensibilità diverse dalle nostre; lascio però elementi sufficienti, almeno secondo il mio intendimento naturalmente, non è detto che ne sia veramente capace: lascio elementi perchè qualcuno che mi sia affine come pensiero o esperienze o aspettative capisca ugualmente quello che voglio dire, una sorta di "chiave" ancestrale, un paradigma che dovrebbe essere impresso in tutti noi, ma che ritengo lo sia in gradazioni molto diverse.
Devo confessare che difficilmente mi riesce una cosa del genere, ci vogliono grandi capacità, ma le poche volte che ci sono riuscito mi sono detto: "Allora qualcuno sa cosa intendevo; mi ha capito bene, non sono solo!"
Ecco, il desiderio di comunicare il proprio cammino a qualcun altro che lo voglia condividere, rispettare, amare.
  • 0

#20 enoch

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Inviato 18 agosto 2012 - 14:08

lascio elementi perchè qualcuno che mi sia affine come pensiero o esperienze o aspettative capisca ugualmente quello che voglio dire,

Ecco, Unius ha più o meno sintetizzato un mio pensiero.
Suscitare interesse, penso sia questo il quibus. Come fare? Mah, se parlo di me4 susciterò l'interesse di chi più o meno si rispecchia nei contenuti (del tipo "cazzo, è riuscito a descrivere quello che mi succede"), se invento una storia dovrei esser bravo a incuriosire con il mondo che ho creato e un linguaggio che non stanchi ("mi sarebbe piaciuto scriverlo").
Penso si debba giocare sul suscitare una qualche forma di identificazione

Messaggio modificato da enoch, 18 agosto 2012 - 14:09

  • 0




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