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L'iniziazione tebana - Lemuel


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15 risposte a questa discussione

Sondaggio: L'iniziazione tebana - Lemuel (20 utente(i) votanti)

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#1 Lemuel

Lemuel

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Inviato 27 giugno 2012 - 18:44

Sto fermo al centro della stanza e sono un bambino. Sono di nuovo un bambino.
Penso di aver addosso il mio pigiama azzurro, ma non so da cosa derivi questa debole consapevolezza visto che qui regna il buio più nero. Le braccia, le braccia le tengo lungo il corpo e stringo i pugni.
Ogni volta mi pare che la stanza sia più grande. Non sento l’oppressione delle pareti, non mi pesa il soffitto sulla testa, l’aria non è stagnate. Eppure so che ci sono dei muri e che questa è una stanza-gabbia con me, immobile sull’attenti, al centro del vuoto. E se anche non ci fosse questa oscurità so per certo che non vorrei socchiudere gli occhi.
Poi arriva l’odore.
I miei piedi sono nudi e non riesco a tenerne ferme le dita.
C’è di nuovo questo odore di melma morta, di erba marcita.
E se la stanza è chiusa, se non si sente il vento spingere sulle finestre, come mai l’aria inizia a muoversi?
Una voce dentro (ma sono sicuro che sia dentro di me?) mi sussurra: «Canta!»
Cosa devo fare ora?
Viene un’acqua gelida a lambirmi i piedi, come se si stesse alzando lentamente la marea. È di nuovo qui.
Prendo fiato, cerco di riempire i polmoni di aria, ma inizio a tossire. L’odore si sta facendo più acre e sento la decomposizione che mi brucia la gola.
«Canta!»
Sono solo un bambino, penso, e non può prendersela con me. Eppure non termino nemmeno di formulare questo pensiero che un alito ghiacciato mi scorre sulla nuca. È come se una bocca mi si fosse avvicinata alle spalle, come se delle labbra bianche avessero sfiorato i capelli più fini alla base della mia testa. Lo so che è durato un solo istante ma sento i peli sulle mia braccia che si rizzano, la mia schiena che si pietrifica.
Poi tutto torna silenzioso. Nella stanza rimane solo un senso di attesa.
«Canta!»
Io conosco le canzoni dei piccoli, forse qualche motivo di quelli che sento in chiesa. Poco altro.
Provo a schiarire la voce ma subito la sento il raschiare sul fondo della gola. La lingua mi si muove a stento in bocca e la saliva è scomparsa. È l'immagine di un deserto e di sassi che arrostiscono sul suolo arido, delle sterpaglie rotolanti che ogni tanto il vento si preoccupa di sgombrare.
So che devo farlo, se voglio vincere, so che devo stringere ancora di più i pugni ed affrontare questa sofferenza.
Ora qualcosa si sta muovendo intorno a me. In maniera circolare. L'aria ha ripreso a spostarsi ed il movimento riesco a coglierlo meglio. Ecco, è come se ruotasse, come se mi trovassi al centro di un gorgo. Gira, è un lenzuolo nero, lungo, tanto che non riesco ad immaginarne la fine. E sotto il lenzuolo la melma, che segue il movimento del vortice. È più lenta, più densa nella rotazione, lascia quella scia di odore marcio che pare fluttuare. L'acqua ha raggiunto le mie caviglie. Tremo, adesso tremo veramente. Un tappeto di aculei mi tormenta la pianta dei piedi .
Apro la bocca e, di nuovo, l'odore mi da' la nausea. Sto per vomitare, penso, cavolo, ora mi vomito addosso.
Deglutisco, ci provo almeno. In gola mi passa un blocco di aria quasi solido.
«Canta!»
So che, sul lenzuolo nero che gira e galleggia sul fango di questa stanza, appariranno le due fessure rosse. E so che sono occhi.
Il gorgo inizia a stringersi e a chiudersi verso di me. Mi sento al centro di un orrendo buco nero.
«Jingle bells, jingle bells», non canto ma grido, sputo fuori le sillabe, «Jingle all the way».
Pausa, aria nei polmoni.
«Oh what fun it is to rid….».
Inciampo sulla d. Un colpo violento mi fa sussultare mentre alla mia destra sbatte l'anta di una finestra. Mi volto, ma non guardo. Dei vetri esplodono, si polverizzano sul pavimento. Non li apro per niente, gli occhi, ma la mia mente vede che quei frammenti sono denti, piccoli denti da latte di neonati, candidi, che si spargono sul lenzuolo nero e brillano per qualche istante prima che la melma li inghiotta.
L’aria pare tornare silenziosa, ma il tutto dura solo un istante.
Si avvicina ancora qualcosa. Non capisco.
Qualcuno ride lontano?
Chi sta battendo ritmicamente un tamburo funebre?
Eppure lo sento approssimarsi. Un battito che si mescola con il frusciare delle pieghe del lenzuolo, delle rughe che ne increspano la superficie. È un serpente che si avvinghia con le sue spirali alle mie gambe.
«In a one-horse open sleigh.
Jingle bells, jingle bells»
Ripeto l’ultima frase con la melma alle ginocchia. Sto sprofondando e nessuno mi può aiutare. Non ci sono persone buone, qui, intorno a me? Il lenzuolo nero mi prende e nessuno può tendermi una mano?
«Canta!»
La voce insiste e io continuo.
«Oh what fun it is to ride in…»
Sento il lenzuolo che scivola vicino alle mie mani, poi ci arriva il fango e mi rendo conto che rimango solo un bimbo tremante e che non avrò la forza di emergere da tutto questo. Così, all’improvviso, le parole della canzone mi spariscono da mente e lingua.
Le risate lontane si trasformano in voci acute, in frasi strisciate su una lavagna. Non le decifro, almeno non subito, ma alla fine afferro, colgo al volo le sillabe di horse. Ma non posso più cantare la mia canzone ricordando una misera parola. Non la so. Non la so.
Sto piangendo e il fango mi arriva alle spalle. Sento le lacrime che, letteralmente, gocciolano dalle mie guance. Gli occhi rossi del lenzuolo nero ora mi scivolano sul collo, proprio sotto il viso. Non voglio più sentire questo fetore e questo gelo.
Ma il fango sale, mi entra nel naso e subito dopo la bocca ne è invasa. Una sensazione di morte mi gonfia e soffoco nella melma puzzolente che mi arriva in gola. Aiutatemi, vi prego. Ciglia ed occhi chiusi vengono risucchiati e si inabissano per ultimi in questo nero. Immerso come sono, provo a lanciare un ultimo urlo che, però, non riesce ad emergere dalla mia bocca, ma si mescola a tutta la poltiglia fetida che mi ha riempito mentre questa inizia a scendere, unta, come un serpente, nei miei polmoni.

«Va tutto bene?»
«Io… non… non lo so», biascico.
«E’ successo come l’altra volta.»
«C’era di nuovo il buio. Poi il fango e... l’odore.»
Il professore mi porge un asciugamano. «Prenda, si è nuovamente vomitato addosso.»
Mi guardo la camicia ricoperta di vomito giallo. Improvvisamente il mio stomaco si ribella e ho un attacco di nuovi conati che non riesco a controllare. Faccio appena in tempo a sollevarmi su un lato prima di rigurgitare a terra altro liquido denso. Dei fili residui penzolano dalle mie labbra; li fisso mentre rifletto sul fatto che collegano la bocca alla pozza che ho appena riversato sul pavimento. Sono stremato.
Provo a mettermi a sedere, a ripulirmi, ma le mani mi tremano.
«Cerchi di calmarsi, ora.» Mi indica il bagno.
Le vertigini si fanno gioco di me quando cerco di alzami in piedi. Ho paura di vomitare nuovamente. Mi aggrappo allo stipite, alla maniglia e riesco a guadagnare terreno fino al lavandino.
Ed è lì che l’acqua fresca mi fa, letteralmente, risorgere.

Quando rientro nello studio il professore è seduto alla scrivania. La sua assistente deve aver trovato il modo di ripulire tutta la schifezza che ho prodotto. Mi spiace che quella ragazza sia costretta ogni volta a lavare via il mio vomito; cerco di trasmetterle il mio rammarico più sincero quando, dopo ogni seduta, mi fanno passare davanti a lei per uscire, ma quella non solleva nemmeno gli occhi dalla tastiera del suo computer limitando la comunicazione ad un rigido «Buonasera».
«Si è tranquillizzato?», mi chiede il professore indicandomi la sedia spigolosa che tiene di fronte a sé.
«Ora va meglio.»
«Immagino che lei si chiederà se ho colto dei miglioramenti.»
Abbozzo un mezzo sorriso.
Lui prende il suo blocco per gli appunti e lo sfoglia girando all’indietro le pagine.
«Vede,» prosegue,«la sua situazione è un po’ complessa. Il trauma che ha vissuto è ancora troppo vivo ed ha iniziato solo ora ad elaborarlo.»
«Può ben capire quale fosse la mia difficoltà. Mi lasciavano solo.»
«Lo so. Come so che lei se lo aspettava.»
Ogni volta che vedo il professore aggiustarsi gli occhiali sul naso capisco che mi ha appena consegnato un tassello della verità. E infatti non posso che condividere.
«Io, da piccolo, non avevo l’uomo nero, io non avevo i mostri e gli orchi. Io…»
«Lei aveva il terrore di ogni Natale che arrivava. Lei sapeva come sarebbe finita: l'avrebbero abbandonata da qualche parte secondo un rito che per i suoi genitori era una specie di sacra iniziazione.»
Annuisco. «È così.» e mi guardo le mani.
Il professore si alza, scosta una tenda e guarda nel cortile. Attraverso quello spiraglio io riesco solo a cogliere alcuni fiocchi di neve sul cielo grigio.
«In totale è stato lasciato solo dodici volte», riprende, «e l’ultima è stata a quindici anni.»
«E mi lasciavano sempre in qualche centro commerciale. C’era la musica, le luci e un sacco di gente e loro mi lasciavano lì. E io piangevo. Non sapevo come tornare a casa e alla fine iniziavo a cantare come un fenomeno da baraccone. Solo così qualcuno mi guardava e si interessava a me.»
«Però siamo sulla buona strada. Come vede, lei ora ne è consapevole. Il trauma che ha sconvolto la sua infanzia ora è chiaro e ben delineato. Si tratta di iniziare a, scusi il tecnicismo, smontarlo nelle singole parti. L'ipnosi serve a questo.»
Ricordo il terrore che mi prendeva ogni volta che su un calendario vedevo apparire il mese di dicembre. È lo stesso che mi ritrovo addosso, vivo, quasi reale, dopo ognuna di queste sedute. Però bastano poche ore e la mia mente inizia a riporre la paura, quasi riuscisse ad infilarla in una scatola. Sta funzionando davvero, ha ragione lui.
Il professore si avvicina e mi mette una mano sulla spalla.
«Ci vediamo la settimana prossima», me lo dice quasi mi stesse mettendo a parte di un segreto, «Sempre che lei se la senta.»
Però non attende una mia risposta. Sulla sua scrivania, di fianco alla tastiera c'è una pulsantiera verde e il professore pigia uno dei tasti. Dall'interfono proviene la voce fredda della sua assistente.
«Dica, professore.»
«Signorina, li faccia venire. Grazie.»
Ritorna da me, mi aiuta ad alzarmi e, tenendomi per il braccio, mi accompagna verso la porta.
Prima che questa si apra, trova il modo di aggiungere un'ultima considerazione.
«Ora la riporteranno in cella, ma tra una settimana sarà di nuovo qui.» Mentre pronuncia queste parole la sua voce scivola verso il basso, su toni dolciastri: «Magari allora si sentirà di confessarmi in quale centro commerciale ha scelto di abbandonare il suo, di bambino.»
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#2 Carla Barbara

Carla Barbara

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  • ProvenienzaPadova

Inviato 28 giugno 2012 - 16:54

Qualche piccola rifinitura forse ci va, ma l'idea mi entusiasma. Bello il colpo finale!
  • 0

#3 CHIARALAJ

CHIARALAJ

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  • Provenienzasicilia

Inviato 06 luglio 2012 - 08:55

Inaspettata la fine. Complimenti!
  • 0

#4 Manu_SieteTuttiBelliTTTimi

Manu_SieteTuttiBelliTTTimi

    schizopatica mutaforme

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  • ProvenienzaRoma

Inviato 09 luglio 2012 - 13:30

Il racconto mi è piaciuto veramente tanto ... viene resa bene l'atmosfera e almeno io ho avuto fretta di arrivare alla fine per avere tutto più chiaro .. e sono rimasta a bocca aperta! Complimenti sì sì!
  • 0

#5 superlux

superlux

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  • ProvenienzaFirenze provincia

Inviato 10 luglio 2012 - 23:43

Sì, mi è piaciuto, idea buona e scritto bene nient'altro da dire se non bravo/a.
  • 0

#6 Il Sognatore Pazzo

Il Sognatore Pazzo

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Inviato 11 luglio 2012 - 00:34

Uno dei più efficaci letti finora. Ottimi gli elementi "horrorifici" in una storia che, altrimenti, di horror non avrebbe avuto assolutamente nulla. I miei complimenti!
  • 0

#7 Belfagor

Belfagor

    Scribacchino

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  • ProvenienzaSalento

Inviato 11 luglio 2012 - 12:10

Ciao Lemuel,
inizio subito col dirti che l’idea (molto buona) avrebbe meritato un maggior numero di battute per essere sviluppata meglio e per fornire qualche informazione in più. Per esempio, accenni a un rito (l’abbandono nel centro commerciale) al quale l’esaminato sarebbe stato sottoposto dai genitori in tenera età, una specie di sacra iniziazione. Questa cosa mi ha incuriosito molto, ma poi non dici nient’altro.
Quello che l’esaminato dice al professore mi sa di infodump, avresti potuto presentarci il trauma del bambino in un altro modo.
Molto buona la rappresentazione delle scene e delle sensazioni attraverso il mostrare. Nel complesso mi è piaciuto.
  • 0

#8 Lemuel

Lemuel

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Inviato 11 luglio 2012 - 13:38

Grazie a tutti per i commenti e i giudizi.
@belfagor
In realtà avevo ancora spazio per ampliare il racconto (e nella prima stesura era molto più lungo) ma al momento di dare la forma definitiva al pezzo ho preferito tagliare molto e lasciare quello che ritenevo fosse sufficiente per dare un quadro complessivo della situazione. Forse perché puntando sulla brevità ho cercato di enfatizzare l'effetto finale.
Mi è spiaciuto, ad esempio, tagliare un pezzo che ricordava un viaggio in auto prenatalizio del protagonista verso un centro commerciale; lui, ancora bambino, è seduto sul sedile posteriore, guarda le nuche dei genitori, coglie qualche parola tra le canzoni natalizie che rimbalzano nell'abitacolo e sa già cosa gli accadrà. in un momento che per altri è felice per lui si sta consumando un dramma, prima di tutto interiore e in seguito diventerà terribilmente reale. E i genitori, guardando a turno indietro, sorridono amabilmente e cercano di fargli coraggio per affrontare l'iniziazione (e qui stava l'approfondimento delle informazioni sul rito e sui suoi perché, oltre al fatto che il sorriso dei genitori e quello del professore nella scena finale hanno la stessa, sinistra, sfumatura). Però ho dovuto cestinarlo perché non riuscivo ad inserirlo in maniera omogenea nel testo.
Lo stesso vale per il dialogo finale che serve a chiarire gli accadimenti. Anche qui tanti tagli per essere il più sintetico possibile. Grazie per l'analisi sul colloquio col professore, adesso ci rifletto un attimo per capire come potrei migliorare la gestione delle informazioni.
  • 0

#9 DanielTravis

DanielTravis

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Inviato 12 luglio 2012 - 09:13

Nel complesso, un ottimo lavoro - riconfermo che inquietare senza inserire elementi sovrannaturali non è facile, quindi doppi complimenti.

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Mi è spiaciuto, ad esempio, tagliare un pezzo che ricordava un viaggio in auto prenatalizio del protagonista verso un centro commerciale; lui, ancora bambino, è seduto sul sedile posteriore, guarda le nuche dei genitori, coglie qualche parola tra le canzoni natalizie che rimbalzano nell'abitacolo e sa già cosa gli accadrà. in un momento che per altri è felice per lui si sta consumando un dramma, prima di tutto interiore e in seguito diventerà terribilmente reale. E i genitori, guardando a turno indietro, sorridono amabilmente e cercano di fargli coraggio per affrontare l'iniziazione (e qui stava l'approfondimento delle informazioni sul rito e sui suoi perché, oltre al fatto che il sorriso dei genitori e quello del professore nella scena finale hanno la stessa, sinistra, sfumatura). Però ho dovuto cestinarlo perché non riuscivo ad inserirlo in maniera omogenea nel testo.


Cavolo, adesso vorrei leggere anche questa parte *.* [/color]
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#10 nerinacodamozza

nerinacodamozza

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Inviato 12 luglio 2012 - 09:32

Io mi sono un po' persa, e quindi annoiata nella prima parte allucinata. Non sono riuscita a viverla molto. Però il risvolto della trama finale mi è piaciuto molto, pur non amando il finali a sorpresa, questa volta per come è stato costruito il tutto, il finale ci stava alla perfezione.
  • 0

#11 Tinucci

Tinucci

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  • ProvenienzaCi sono notti che non accadono mai (A.Merini)

Inviato 12 luglio 2012 - 10:42

Mi è piaciuto senz'altro, soprattutto il finale che è la parte veramente orrorifica del racconto. L'unico appunto riguarda questa storia dell'iniziazione: intanto perchè "tebana"? A quali riti fai riferimento? Poi non so, mi sembra un rituale quanto meno stravagante per dei genitori, bisogna presuppore una strana forma di follia a due che elabora un rito natalizio di questo genere ai danni del figlio... Boh, non mi ha convinto del tutto.
  • 0

#12 Wesley

Wesley

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Inviato 12 luglio 2012 - 18:21

Sicuramente il colpo di scena finale spiazza il lettore, soprattutto l'ultima frase. Il problema però si trova nella prima parte, in cui si fa riferimento a questo rito che non viene mai motivato o approfondito. Speravo ciò avvenisse nella seconda parte, ma il cambio improvviso non lo permette. In pratica, un'ottima seconda parte che ha però la responsabilità di tenere in piedi anche la prima, compito troppo grande, lasciando così molto di non spiegato. Forse hai abusato troppo nel tagliare perché controllato il numero di caratteri (spazi inclusi) e sono risultati intorno a 10.000 perciò di spazio per approfondire ancora ce n'era. Peccato.
  • 0

#13 Memole

Memole

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Inviato 12 luglio 2012 - 22:52

Inaspettato e coinvolgente.
  • 0

#14 Roberto

Roberto

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Inviato 12 luglio 2012 - 23:27

A parte le d eufoniche, il racconto non è scritto male, la trama è singolare. Forse non è un horror in piena regola, ma il colpo di scena finale è veramente ok!
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#15 Lemuel

Lemuel

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Inviato 13 luglio 2012 - 08:19

@tinucci
@wesley
Il titolo e il testo fanno riferimento ai riti di passaggio che in molte civiltà antiche segnavano per i bambini/ragazzi il momento di inserimento nella società degli adulti. Tale passaggio era segnato da prove che mettessero in evidenza la raggiunta capacità del soggetto di sopravvivere in situazioni estreme (boschi, foreste, stati di abbandono). Da questo ho tratto spunto e dalla paura che sicuramente deve aver attanagliato molti degli iniziati...
I genitori del protagonista del racconto sono però dei fanatici e provocano nel figlio un serio trauma applicando queste idee per introdurlo nella società civile

Il titolo originario si limitava solo a: "L'iniziazione" e cercavo di associargli una città dell'antica Grecia per rendere l'idea del rito antico. Non mi dispiaceva nemmeno "L'iniziazione spartana" ma alla fine leggendo Don Delillo è saltata fuori Tebe. E così mi sono preso la briga di fare pure una citazione.

Grazie per i commenti.
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#16 In_mezzo_alla_segale

In_mezzo_alla_segale

    Sbarcatore di lunario professionista

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Inviato 17 luglio 2012 - 12:18

Ciao Lemuel.

Mi è piaciuto. Forse un po' ripetitivo all'inizio, ma si può rivedere con poca fatica. C'è qualche refuso, poca roba anche quella.
Forse si poteva evitare la strizzatina d'occhio al lettore quando dici "ma non so da cosa derivi questa debole consapevolezza", bastava metterla sull'impersonale.
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