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Kamikaze I/II


4 risposte a questa discussione

#1 nerinacodamozza

nerinacodamozza

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Inviato 10 giugno 2012 - 01:58

Commento: Premio mib
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Un raggio di luce penetra dalla fessura. Lo gnomo, che non si toglie il cappello neanche per dormire, apre gli occhi al sole forte dei tropici. Si stiracchia senza abbandonare il giaciglio di foglie di palma intrecciate e avverte un dolore al fondo della schiena. Sta invecchiando e ancora non si è abituato all'umidità delle piogge torrenziali. Cerca di flettersi in avanti, congiungendo le mani e distendendo le braccia. Una smorfia gli sale alla bocca quando le sue giunture producono un cric poco rassicurante.
Si alza e trova sul tavolo una conchiglia piena di latte di cocco. Ai piedi del tavolo è poggiata la sacca preparata la sera precedente, con il necessario per partire. E vicino, l'anima gentile che gli ha preparato la colazione ha lasciato del rum nella buccia vuota di un salak, e uno sformato di datteri. Sorride mentre si passa una mano lungo la barba arrotolata che gli arriva oltre l'ombelico. La gentilezza è una dote che ogni gnomo possiede ed è capace di rendere una mattina più luminosa di quanto già non lo sia.
Lo gnomo beve il latte, si sciacqua le ascelle con l'acqua raccolta in un guscio e si strofina le mani bagnate sul viso. Esce ad asciugarsi al sole e fatta una decina di passi si libera la vescica in una buca nella sabbia.
È pronto a partire. Si gira verso il mare e resta a contemplare l'azzurro tranquillo del mattino. Il grido di un albatro arriva da lontano. Lo gnomo pensa che questo sarà l'ultimo viaggio, non ha più le forze della gioventù.
Torna alla capanna, sistema i doni nella sacca e se la mette in spalla. Vorrebbe salutare la sua tarantola, ma non ha idea di dove si trovi, e non gli piace nel momento della partenza vedere i volti preoccupati dei suoi compagni, perciò si mette in cammino senza nessun clamore, se non un fischio breve, ripetuto due volte.
Lo sentirà il suo topo e lo raggiungerà sulla spiaggia. Insieme lo sentiranno anche gli altri gnomi e sapranno che è partito.

Un lungo tunnel attraversa questa zona dell'oceano Pacifico collegando l'isola con la piattaforma di rifiuti. Sono stati gli gnomi a costruirlo con tubi di plastica che il mare portava loro, cementati da carbonato di calcio che gli organismi marini hanno prodotto, crescendo in colonie lungo i collegamenti. È mimetizzato con le valve, le alghe e da un pizzico di magia di occultamento. Lo gnomo sposta alcune foglie e apre la botola. Prima di introdursi nel tubo che scende a picco per poi addolcire la pendenza, aggancia a una corda i sacchi con le provviste e li fa calare un poco. Il topo l'ha raggiunto e si lascia mettere docile l'imbragatura, lo gnomo indossa anche la sua e con un piccolo saltello incomincia la discesa.
Il tunnel scende per decine e decine di metri, le sue pareti in quel tratto sono opache e impenetrabili alla vista, ma lo gnomo sa di trovarsi già in acqua. Poi il raggio di sole che spunta dalla cima si spegne. Qualcuno deve aver richiuso la botola.
È nel buio, solo con il suo topo. Scende con velocità crescente, per attutirla si aggrappa alla corda e frena la corsa del gancio. Senza riuscire a vedersi le mani, le gambe o la barba è quasi come se la sua unicità fosse messa in dubbio. Come se i suoi confini sfumassero e fosse fatto di buio diffuso quanto di carne e ossa.
Infine ritorna la luce, tenue ma sufficiente affinché le alghe all'interno del tubo trasparente rendano l'aria respirabile. I suoi occhi, come le piante, riescono a catturarla.
Gnomo e topo arrivano in piano; il primo slaccia l'imbragatura dell'animale e la propria. Prendono a camminare, affondando i piedi nel rivolo d'acqua in basso. Camminando qualche goccia cade dall'alto, acqua dolce, che evapora dal fondo e condensa sulla volta.
Il rumore dei loro passi bagnati è l'unico che essi stessi sentono, insieme al proprio, prezioso, respiro.
Per gli gnomi tutto è prezioso. Il tesoro è questo, pensa lo gnomo ammirando l'immensità che lo circonda mentre attraversa il corridoio in mezzo al mare.
Da sotto arriva il bagliore intermittente dei sifonofori.
Carica sulla groppa del topo la sacca con gli attrezzi e vi sale anche lui. Faranno più in fretta.

La notte si fermano a dormire sul giaciglio umido preparato per la sosta. Topo e gnomo si accucciano vicini e si scaldano con i propri corpi. Lo gnomo si è bevuto un po' del rum e ha diviso lo sformato di datteri con l'animale. Al mattino è una goccia di condensa a svegliarli, come pioggia, o rugiada. Lo gnomo ha la schiena dolorante, l'umidità la fa scricchiolare di nuovo quando si rialza. Riprendono il cammino nel tubo di plastica, la piattaforma è ancora distante.
I pensieri si disfano, si rincorrono e creano agglomerati. Ricordi d'infanzia, qualche centinaio d'anni prima, vagiti, sorrisi, paure, tutto gli danza intorno nelle ombre delle alghe che fluttuano nel mare. Il viaggio attraverso l'acqua crea illusioni, porta la tentazione di sfondare la parete con un attrezzo appuntito e lasciarsi ingoiare, credendo che i polmoni non avranno bisogno d'aria, immaginando che si crei un equilibrio fra l'acqua nel proprio corpo e quella esterna, o un sistema branchiale.
Lo gnomo si sfiora le tempie: è lì che immagina gli cresceranno, filtri del pensiero e di ossigeno.
Più avanza, più gli sembra di passare attraverso le vene gonfie dell'utero di una grossa madre. La stessa che permette di vivere sopra alla sua pelle – l'isola, le colline – di nutrirsi dei suoi capelli – palme e steli d'erba, frutti zuccherini, liquori amari – gli svela ora la profonda e invitante quiete del suo ventre. L'istinto di scendere ancora più in basso, verso il cuore, negli abissi bui e freddi, morire probabilmente, ma ricongiungersi con il principio di creazione. Lo gnomo si ferma, poggia le mani sulla parete e si guarda intorno.

E se adesso, come se avessimo una telecamera, la puntassimo sul naso dello gnomo, aprendo il campo, indietreggiando, vedremmo i suoi occhi vecchi, ma brillanti e lucidi d'acqua. Acqua dentro e intorno. Poi la sua testolina, il cappello rosso a punta, l'amico topo, il tubo, il mare, e se continuassimo a salire, tornando in superficie, vedremmo la distesa d'acqua, e andando ancora più su la terraferma, il verde e l'azzurro della sfera, il profilo dei continenti e la grande massa del mare. Fino a non vedere più che un punto nel buio. E andando ancora oltre troveremmo i fluidi organici del cervello, i neuroni e le vene, la materia cerebrale, le ossa del cranio e fuori da esso i capelli biondicci, schiariti dal sole, del bambino che gioca sulla sabbia e dice ai suoi compagni d'avventura – un orso di pezza guercio e ammuffito dalla vita sulla barca e la Signora Conchiglia – che bisogna scavare per arrivare al mare.

Protesta l'Orso Guercio che non ama l'acqua, mentre entusiasta gioisce la Signora Conchiglia. Metterli d'accordo è sempre difficile, pensa il bambino. Poi si gratta la testa e sente fra i capelli e l'unghia la sabbia. Si alza e si dà una scrollata. La madre lo chiama, gli offre da mangiare e lui corre verso di lei urlando:
– Ho sete!
La madre gli passa un bicchiere e mentre lui beve lo ricopre di carezze alla crema solare. Lo rendono bluastro e unto, la sabbia residua gli graffia la pelle, ma è solo un solletico, niente di più. Lei è una biologa marina e questa è l'estate più bella per il bambino.
Il piccolo finisce il bicchiere d'acqua e si siede sull'asciugamano.
– A cosa stai giocando? – gli chiede lei porgendogli un sandwich.
– Devo scavare. – Risponde il bambino portando l'attenzione al polso materno. Le vene verdi percorrono la pelle che ha preso una tonalità di un marroncino chiaro. Allunga una mano a toccarle. – Ti passa l'acqua dentro – le dice.
La madre sorride.
– Come un acquario. – Specifica il bambino. – Un mare piccolo.
Affonda gli incisivi nel pane e ne strappa un pezzo, ammorbidendolo con la saliva e pestandolo con i molari. Il pomodoro lascia il succo fresco che sa di terra e sole.
– Ci sono anche i pesci, mamma?
– Nelle mie vene?
– Sì. Ci sono le colonie di sifonofori che luccicano?
La madre ride ancora.
– Tu che ne dici?
– Di sicuro ci sono. Anche le seppie e le rane saltatrici. E gamberetti. E i cavallucci.
Mentre parla sale con la mano sul braccio della madre e arriva al collo e alla testa.
– Qua è alto, qua allora ci sono gli uccelli del cielo.
– I gabbiani?
– Gli albatri – dice il bambino e morde ancora il panino. Poi si stufa e torna a giocare.
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#2 sefora

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    NonnaH

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Inviato 10 giugno 2012 - 11:03

Scrittura gradevole e accattivante. Ho trovato una sovrabbondanza di particolari all'inizio (risveglio dello gnomo), poi scorre bene. Quanto alla storia, leggerò il resto prima di formulare un giudizio.
Pochi difettucci:

si libera

, come " si è bevuto" seguiti dal complemento oggetto sono colloquiali, ma poco corretti. Li eviterei.

si scaldano con i propri corpi.

Pesantino, direi "l'un l'altro" o simili

Fino a non vedere più che un punto nel buio. E andando ancora oltre troveremmo i fluidi organici del cervello, i neuroni e le vene, la materia cerebrale,

Tutto il pezzo mi sembra un po' forzato...

Messaggio modificato da sefora, 10 giugno 2012 - 11:04

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#3 nerinacodamozza

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Inviato 10 giugno 2012 - 14:00

Grazie Sefora, ti aspetto nel finale perché non è una storia nata divisa e quindi va letta nell'insieme, e mi segno gli appunti che hai fatto :)
  • 0

#4 Bradipi

Bradipi

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Inviato 12 giugno 2012 - 17:43

il giaciglio di foglie di palma

Esistono centinaia di palme, lo so, ma per me le palme hanno foglie dure e pungenti in punta, leggendo mi si è accapponata la pelle.

le sue giunture producono un cric poco rassicurante

Un solo cric tutte le giunture insieme? Io mi immagino una serie di cric.

sistema i doni nella sacca e se la mette in spalla.

aggancia a una corda i sacchi con le provviste

Un sacco/a o più di uno?

ma lo gnomo sa di trovarsi già in acqua.

È all’asciutto, non è in acqua. Sotto il livello del mare? Sott’acqua?

e se continuassimo a salire, tornando in superficie, vedremmo la distesa d'acqua, e andando ancora più su la terraferma, il verde e l'azzurro della sfera, il profilo dei continenti e la grande massa del mare. Fino a non vedere più che un punto nel buio. E andando ancora oltre troveremmo i fluidi organici del cervello, i neuroni e le vene, la materia cerebrale, le ossa del cranio e fuori da esso i capelli biondicci, schiariti dal sole, del bambino che gioca sulla sabbia

Aiuto! Ti perdo per la seconda volta, la prima sugli occhi bionici, non ho capito perché chi guarisca da una grave invalidità, come la cecità, abbia voglia di tornare con il pensiero alla propria malattia e chiedere cosa vedessero prima quelli che ora sono i suoi occhi e ora qui. Io ho capito che lo gnomo e tutto il suo universo sono un atomo del corpo del bambino, mentre poi scopro che l’albatro kamikaze esiste nell’universo del bambino.
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#5 nerinacodamozza

nerinacodamozza

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Inviato 12 giugno 2012 - 18:01

Grazie Bradipo gli appunti sono sensati vedrò di correggere però non ho capito l'ultima cosa che hai scritto:

[color=#282828][font=helvetica, arial, sans-serif]Aiuto! Ti perdo per la seconda volta, la prima sugli occhi bionici, non ho capito perché chi guarisca da una grave invalidità, come la cecità, abbia voglia di tornare con il pensiero alla propria malattia e chiedere cosa vedessero prima quelli che ora sono i suoi occhi e ora qui.[/font][/color]


ma ti riferisci a un altro racconto? Perché qua dico che gli occhi dello gnomo possono catturare anche poca luce (tipo gatto) però mi pare che tu ti riferisca ad altro, qua non ci sono malattie (nel caso fosse quello l'idea non è che ne ha voglia è che il pensiero ci torna. Perché sono quegli occhi cresciuti sui pesci che mantengono una memoria. Scientificamente è una cazzata, lo so, però avevo letto di alcune persone che con un cuore trapiantato sostenevano che fosse cambiato qualcosa nel loro modo di essere e non solo perché passare attraverso un'esperienza del genere ti cambia, ma proprio anche in piccolezze come apprezzare sapori che prima non amavano, come se fosse rimasto qualcosa della persona precedente)

[color=#282828][font=helvetica, arial, sans-serif]Io ho capito che lo gnomo e tutto il suo universo sono un atomo del corpo del bambino, mentre poi scopro che l’albatro kamikaze esiste nell’universo del bambino. [/font][/color]

esatto è così, è come quei disegni di scale illogici, ed era la mia idea di anima che è qualcosa che è sia dentro che fuori, qualcosa di inconoscibile davvero, l'anima è nei neuroni? O ci illudiamo di sapere chi siamo quando poi siamo solo parte di qualcosa di più grande? L'anima è la capacità di immaginare? E mille altre domande marzulliane, ma suppongo dato il tenore dei commenti che sia un'ulteriore cacchiata :asd:

Grazie ancora
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