Non ascoltare Plaza des Almas (1/2)
#1
Inviato 16 maggio 2012 - 19:44
http://www.writersdr...11175-la-festa/
«Buona fortuna», disse con un sorriso triste il brigadiere della Guardia Real rivolto al soldato Stajjhoon, che annuì senza parlare, con un lieve sorriso. Non voleva parlare più.
Dalla prigione uscirono alla luce accecante del sole di mezzogiorno nel cortile della caserma. Tutto il reggimento era schierato e rullava un tamburo. Stajjhoon aveva le catene, indossava la camicia bianca a maniche larghe e i pantaloni turchini della sua uniforme dentro gli stivali lucidissimi, alti fino al ginocchio.
Non era stato facile trovarlo; dicono che non può mai portare bene perdersi in Plaza des Almas, certamente è la fine se uno si ritrova. O viene ritrovato, come successe a lui.
Plaza des Almas, nel quartiere della Santeria de Aba Caliente.
Sempre qualcuno si è perso o si è voluto perdere lì. Come Stajjhoon.
Non è tanto grande la Plaza, forse più piccola del cortile della caserma della Guardia Real dove adesso andava al patibolo a passo di marcia.
Ma le vie intorno alla Plaza che si dipanano come una fitta ragnatela sono un labirinto impossibile da disegnare, perché impossibile capire dove veramente iniziano e dove, forse, finiscono.
Strade e viottoli bui in penombra perenne, sormontati da altissime mura dove sporgono cime di alberi scuri. Strade bianche in pieno sole che si arrampicano sulla montagna, si perdono in infinite piccole piazze, alcune grandi come una stanza, altre vaste come una campagna, sottopassaggi lastricati, portici e viuzze cieche, circondate da muri con aperture ad arco, scalinate interminabili che finiscono nel buio, portoni borchiati, invecchiati da tempo immemore, che si aprono su piccoli cortili sormontati da finestre che penetrano in candide stanze dai mobili neri.
Si vedevano oltre i muri imbiancati a calce tetti rossi a forma di cipolla, cime di piante, spaccati di piccoli orti rigogliosi e profumatissimi.
Nel pomeriggio il calore del sole è enorme, sale l’odore della pietra, l’odore delle piante, l’odore dell’acqua che sembra non esistere, ma che c’è, racchiusa in preziosi pozzi e cisterne.
Nella Plaza è mercato eterno. C’è tutto quello che si vuole. E che non si vuole. Non importano i soldi, ad Aba Caliente li usano solo i coloniali, i locali vivono della natura. E di magia, sensazioni, istinti, ricordi e desideri ancestrali. E sono molto, molto capaci a inculcarli in anime straniere deboli, o forse solo sensibili a quei richiami, a quei retaggi sconosciuti.
Stajjhoon, con le catene che strisciavano a terra sollevando una polvere giallastra e impalpabile, socchiudeva gli occhi all’ultimo sole della sua vita nel cortile di quella che era stata la sua caserma e guardava il reggimento schierato ai lati. Quei soldati gli sembravano degli sconosciuti.
E prima era stato uno di loro, gli piaceva la monotonia di quei giorni tutti uguali, la scoperta di un niente già scritto, nessuna variazione alla giornata, tutto uguale, eppure tutto così diverso, una novità ogni giorno.
Sempre gli stessi camminamenti sugli spalti chiusi al mondo, i lunghi corridoi immacolati delle camerate, il posto branda con le coperte grigie, la rivista armi con l’odore dei fucili e della polvere da sparo, la mensa gravida di sentori d’infanzia, la chiesa dove raccogliersi nella penombra inebriante profumata d’incenso.
Gli sembrava un modo di vivere tranquillo benché non l’amasse, visto che era stato condannato a trascorrere tutta la sua vita a servire nella Guardia Real, alternativa ai lavori forzati nelle miniere in patria.
La patria non lo aveva mai amato, era figlio delle fogne della capitale e lui non aveva mai amato la patria.
Indossare la divisa da coloniale. Una condanna e una fortuna.
«Non guardare e non ascoltare troppo nella Plaza des Almas», gli dicevano gli altri soldati.
«E perché?»
«Alcuni si sono persi. Belle donne, ma non solo. Sai... guarda. E poi, per noi che non abbiamo niente, qui possiamo trovare...»
«Trovare una donna?»
«Qui la gente non è come nelle altre parti.»
Stajjhoon aveva cominciato ad andare con la ronda di pattuglia in Plaza des Almas. Guardava tutto, interessato e divertito, godendosi gli sguardi alteri delle donne, degli uomini e dei ragazzi, ostentando la sua aria feroce per burla, avvicinandosi ogni giorno sempre di più alle tende multicolori del mercato. Sempre di più Quelle tende dal colore di porpora sapevano di salato, di mare sotto il sole, di sabbia calda del deserto. La processione delle donne vestite di nero con catenelle dorate sulla fronte, gli orecchini a pendaglio delle ragazze sorridenti dalle labbra di corallo che portavano le brocche d’acqua sulla testa, i carri pieni di ortaggi e frutta dai colori accesi, dall’odore penetrante, i suoni dei campanelli sul collo delle bestie, gli sguardi da angeli perduti di ragazzi seminudi e abbronzati dai lunghi capelli neri, che si aggiravano dappertutto, sinuosi come lucertole al sole.
E uno di quei ragazzi un giorno gli parlò, mostrandogli dove abitava, parlandogli nella sua lingua.
«Come sai la mia lingua?»
«Non è difficile. Vuoi vedere un giardino, soldato? Un giardino infinito, una vasca di pietra di vulcano, mia madre che fa i tappeti e mio padre i cestini di asfodelo della tua mensa?»
Stajjhoon rideva. Tutto questo il pericolo? A questo bisognava stare attenti?
Non gli importava nulla di quelle piccole stupide cose.
Ma tornava a incontrare il ragazzo tutti i giorni sulla sua strada. Ora si conoscevano. Il ragazzo lo guardava, parlava con le donne, lo indicava a loro e le donne gli sorridevano portando l’acqua nelle brocche. Alcune andavano alla casa del ragazzo, scomparendo dentro un grande portale ombroso, sormontato da figure di animali scolpite nella pietra, che guardavano beffarde sulla piazza.
Stajjhoon guardava anche lui e si avvicinava alla casa, abbandonando i margini della Plaza, ogni giorno di più. Sempre di più.
«Lascia perdere Stajjhoon, rimani qui», dicevano i suoi compagni.
«Ci fosse almeno qualcosa di interessante, non capisco di cosa abbiate paura», rispondeva lui divertito, eccitato dalla Plaza.
«Non lo sappiamo. Di questo abbiamo paura.»
«Nemmeno io lo so. Per questo lo voglio sapere.»
Si avvicinò al ragazzo, era quasi diventata un’abitudine, per non dire un’ossessione: il suo sguardo sapeva e capiva molte cose, il suo odore ricordava una struggente provenienza, una remota possibilità.
Ogni giorno parlavano. Sempre più a lungo.
Nessuno sentiva cosa si dicessero.
#2
Inviato 17 maggio 2012 - 11:17
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[color=#000000]«Buona fortuna», disse con un sorriso triste il brigadiere della Guardia Real rivolto al soldato Stajjhoon, che annuì senza parlare, con un lieve sorriso. Non voleva parlare più.[/color]
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[color=#000000]Rosso: Superfluo. Se mi dici solo "lui annuì", so già che non parla. Quindi, se non fa qualcosa.. perché scriverlo? (:
E poi se il PoV è di Stajjhoon, lui non penserebbe mai come al “soldato”.[/color]
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[/color]Dalla prigione uscirono alla luce accecante del sole di mezzogiorno nel cortile della caserma. Tutto il reggimento era schierato e rullava un tamburo.
[color=#000000]Prima frase: Il periodo è un po’ pesante, rivedi la punteggiatura o taglia qualcosa.
Seconda frase: forse rullavano “i tamburi” u.u mica tutti i soldati del reggimento hanno un solo tamburo xD[/color]
[color=#000000]
[/color]Stajjhoon aveva le catene, indossava la camicia bianca a maniche larghe e i pantaloni turchini della sua uniforme dentro gli stivali lucidissimi, alti fino al ginocchio.
[color=#000000]Se il PoV (ah, a scanso di equivoci, se non sai cosa è il PoV: Point of View.) e di Stajjhoon, non penserebbe mai di indossare la camicia bianca ecc. Voglio dire, se mi stessero portando a morte, sarebbe l’ultimo dei miei pensieri xD[/color]
[color=#000000]Inoltre, evita l’imperfetto se puoi, e usa il passato remoto.
Esempio:
Nella frase “Stajjhoon aveva le catene”, se tu scrivessi “Stajjhoon si trascinò le catene, sollevò la polvere”, mostri di piu’ la scena, no? (:[/color]
[color=#000000]
[/color]Non era stato facile trovarlo; dicono che non può mai portare bene perdersi in Plaza des Almas, certamente è la fine se uno si ritrova. O viene ritrovato, come successe a lui.
[color=#000000]“Non era stato facile trovarlo”: ecco, stai parlando della situazione di ‘sto povero cristo e te ne esci con la sua storia u.u
Forse sarebbe meglio metterla prima, no? Il lettore si sente spiazzato, così. Stai parlando di lui che sta per essere condannato a morte e all’improvviso descrivi i suoi pensieri…[/color]
[color=#000000]
[/color]Plaza des Almas, nel quartiere della Santeria de Aba Caliente.
Sempre qualcuno si è perso o si è voluto perdere lì. Come Stajjhoon.
Non è tanto grande la Plaza, forse più piccola del cortile della caserma della Guardia Real dove adesso andava al patibolo a passo di marcia.
Ma le vie intorno alla Plaza che si dipanano come una fitta ragnatela sono un labirinto impossibile da disegnare, perché impossibile capire dove veramente iniziano e dove, forse, finiscono.
Strade e viottoli bui in penombra perenne, sormontati da altissime mura dove sporgono cime di alberi scuri. Strade bianche in pieno sole che si arrampicano sulla montagna, si perdono in infinite piccole piazze, alcune grandi come una stanza, altre vaste come una campagna, sottopassaggi lastricati, portici e viuzze cieche, circondate da muri con aperture ad arco, scalinate interminabili che finiscono nel buio, portoni borchiati, invecchiati da tempo immemore, che si aprono su piccoli cortili sormontati da finestre che penetrano in candide stanze dai mobili neri.
Si vedevano oltre i muri imbiancati a calce tetti rossi a forma di cipolla, cime di piante, spaccati di piccoli orti rigogliosi e profumatissimi.
Nel pomeriggio il calore del sole è enorme, sale l’odore della pietra, l’odore delle piante, l’odore dell’acqua che sembra non esistere, ma che c’è, racchiusa in preziosi pozzi e cisterne.
Nella Plaza è mercato eterno. C’è tutto quello che si vuole. E che non si vuole. Non importano i soldi, ad Aba Caliente li usano solo i coloniali, i locali vivono della natura. E di magia, sensazioni, istinti, ricordi e desideri ancestrali. E sono molto, molto capaci a inculcarli in anime straniere deboli, o forse solo sensibili a quei richiami, a quei retaggi sconosciuti.
[color=#000000]Ecco, tutto questo pezzo, come dicevo, andrebbe messo prima. Perché altrimenti mi interrompi la scena.
Comunque ti basterebbe una semplice rilettura per rivedere i periodi (alcuni sono troppo lunghi!) e la punteggiatura.
Attento ai tempi verbali (non usare presente-imperfetto, mi confondi u.u).[/color]
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[color=#000000]Sempre qualcuno si è perso o si è voluto perdere lì. Come Stajjhoon.[/color]
[color=#000000]
[color=#000000]Se lo metti prima come ti ho consigliato, è inutile che ti dica di togliere la presenza di Stajjhoon e introdurla dopo, quando inizia la scena (:[/color]
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[/color]Stajjhoon, con le catene che strisciavano a terra sollevando una polvere giallastra e impalpabile, socchiudeva gli occhi all’ultimo sole della sua vita nel cortile di quella che era stata la sua caserma e guardava il reggimento schierato ai lati. Quei soldati gli sembravano degli sconosciuti.
[color=#000000]Di nuovo raccontato. Ripeto, per mostrare la scena, usa piu’ che puoi il passato remoto evitando il gerundio, e l’imperfetto SOLO per le descrizioni (sempre se la storia si svolge al passato, s’intende).
Se tu scrivessi “socchiuse gli occhi all’ultimo sole della sua vita” (a proposito, bella questa espressione!) e “guardò il reggimento schierato addosso alla parete” (“ai lati” mi sembra un po’ generico) mi immedesimo di piu’.[/color]
[color=#000000]Ok, per il resto se hai capito le mie correzioni penso che potresti anche rivederlo da solo.
Nel complesso è buono, le capacità per trasformarlo in qualcosa di piu' scorrevole ce le hai e la trama è interessante.
Ciao
#3
Inviato 17 maggio 2012 - 16:56
Per alcune tue notazioni sono daccordo con te, sei un'acuta osservatrice. E' vero quello che dici circa il fatto che se uno annuisce senza parlare non c'è bisogno di dire che non parla. Subito dopo ci ho messo che il soldato non voleva proprio parlare più, in quanto volevo rimarcare questo fatto molto particolare.
Il PdV o PoV so cos'è molto bene. Non è mai quello del soldato, ma del narratore, quindi esterno, quindi pensa a lui anche come al "soldato".
Si, ti do ragione per il periodo pesante e per il tamburo. Potrebbe anche essere uno, ma intendevo di più, effettivamente.Citazione
Dalla prigione uscirono alla luce accecante del sole di mezzogiorno nel cortile della caserma. Tutto il reggimento era schierato e rullava un tamburo.
Prima frase: Il periodo è un po’ pesante, rivedi la punteggiatura o taglia qualcosa.
Seconda frase: forse rullavano “i tamburi” u.u mica tutti i soldati del reggimento hanno un solo tamburo xD
Si, mostro più la scena, ma trascinare le catene implica uno sforzo, una sofferenza andando verso l'esecuzione, come un qualsiasi galeotto e non volevo incentrare l'attenzione solo su quello perchè nel mio intento il soldato non ha paura di morire e non è un delinquente; per lui la morte forse è una liberazione o un ritornare a qualcosa, ecco perchè ho messo indirettamente le catene e mi sono concentrato sui relativi particolari dell'uniforme.Nella frase “Stajjhoon aveva le catene”, se tu scrivessi “Stajjhoon si trascinò le catene, sollevò la polvere”, mostri di piu’ la scena, no? (:
Citazione
Non era stato facile trovarlo; dicono che non può mai portare bene perdersi in Plaza des Almas, certamente è la fine se uno si ritrova. O viene ritrovato, come successe a lui.
“Non era stato facile trovarlo”: ecco, stai parlando della situazione di ‘sto povero cristo e te ne esci con la sua storia u.u
Forse sarebbe meglio metterla prima, no? Il lettore si sente spiazzato, così. Stai parlando di lui che sta per essere condannato a morte e all’improvviso descrivi i suoi pensieri…
Nei corsi di scrittura insegnano che si può iniziare a raccontare anche partendo "In medias res", ad avvenimenti già in corso, senza preamboli. Non si può e non sempre piace o è opportuno narrare i fatti dall'inizio.
E' una questione di gusti o di mode in effetti. Se ci pensi, l'Odissea inizia dalla fine, con Ulisse che racconta le sue avventure già passate.
Riconosco di usare diversi tempi in brevi ambiti di una stessa frase, in quel momento mi suonano più consoni.
Per esempio se dico: "Amo quegli oceani infiniti; quando vi navigavo, li vedevo assumere i colori della notte dopo il temporale..."
mi sembra più significativo che usare solo un tempo verbale che non esplica appieno tutto il pensiero.
Io "amo" qualcosa ricordando quando "ero" presente in quel dato posto, non quando ci sono.
Questo secondo me. Sarebbe un discorso interessante.
Qui il narratore parla in forma discorsiva, usando il soldato come esempio.Citazione
Sempre qualcuno si è perso o si è voluto perdere lì. Come Stajjhoon.
Se lo metti prima come ti ho consigliato, è inutile che ti dica di togliere la presenza di Stajjhoon e introdurla dopo, quando inizia la scena (:
Citazione
Stajjhoon, con le catene che strisciavano a terra sollevando una polvere giallastra e impalpabile, socchiudeva gli occhi all’ultimo sole della sua vita nel cortile di quella che era stata la sua caserma e guardava il reggimento schierato ai lati. Quei soldati gli sembravano degli sconosciuti.
Di nuovo raccontato. Ripeto, per mostrare la scena, usa piu’ che puoi il passato remoto evitando il gerundio, e l’imperfetto SOLO per le descrizioni (sempre se la storia si svolge al passato, s’intende).
Se tu scrivessi “socchiuse gli occhi all’ultimo sole della sua vita” (a proposito, bella questa espressione!) e “guardò il reggimento schierato addosso alla parete” (“ai lati” mi sembra un po’ generico) mi immedesimo di piu’.
Si, ti do ragione. effettivamente il passato remoto coinvolge molto di più. Lo terrò presente.
Ancora grazie per lettura e preziosi consigli.
#4
Inviato 17 maggio 2012 - 21:40
Non è mai quello del soldato, ma del narratore, quindi esterno, quindi pensa a lui anche come al "soldato".
Capito, quindi è un narratore esterno.
Ma allora, se è un narratore esterno, non può stare dentro i pensieri di Stajjhoon, dunque non puoi cominciare a scrivere “Non era stato facile trovarlo” o cose simili, perché a questo punto stai esprimendo il pensiero del protagonista. I
l narratore esterno guarda e descrive la scena, senza esprimere pareri.
O forse tu per narratore esterno intendi “onnipresente”, cioè che conosce tutte le sensazioni di tutti?
Se così fosse, è ok, però ti darei un cosiglio: cambialo e utilizza il PoV in terza persona a penetrazione profonda. Fidati, è l’opzione migliore.
Sei nella testa del protagonista però racconti la storia in terza persona.
Si, mostro più la scena, ma trascinare le catene implica uno sforzo, una sofferenza andando verso l'esecuzione, come un qualsiasi galeotto e non volevo incentrare l'attenzione solo su quello perchè nel mio intento il soldato non ha paura di morire e non è un delinquente; per lui la morte forse è una liberazione o un ritornare a qualcosa, ecco perchè ho messo indirettamente le catene e mi sono concentrato sui relativi particolari dell'uniforme.
E’ vero, implica uno sforzo, ma se tu dovessi trascinare delle catene pesanti, ti sforzeresti o no? Al di là del mostrare o meno la sofferenza dei suoi pensieri, per quello potresti risolverla con una semplice descrizione delle espressioni o non so, fai tu.
Quello che volevo farti capire è che al di la del fatto che “aveva le catene” non mi suona molto elegante come espressione, piu’ descrivi un’azione con il passato remoto, meglio è.
Inconsciamente, in lettore si immedesima di piu’.
Nei corsi di scrittura insegnano che si può iniziare a raccontare anche partendo "In medias res", ad avvenimenti già in corso, senza preamboli. Non si può e non sempre piace o è opportuno narrare i fatti dall'inizio.
E' una questione di gusti o di mode in effetti. Se ci pensi, l'Odissea inizia dalla fine, con Ulisse che racconta le sue avventure già passate.
Riconosco di usare diversi tempi in brevi ambiti di una stessa frase, in quel momento mi suonano più consoni.
Per esempio se dico: "Amo quegli oceani infiniti; quando vi navigavo, li vedevo assumere i colori della notte dopo il temporale..."
mi sembra più significativo che usare solo un tempo verbale che non esplica appieno tutto il pensiero.
Io "amo" qualcosa ricordando quando "ero" presente in quel dato posto, non quando ci sono.
Questo secondo me. Sarebbe un discorso interessante.
Si si, infatti l’inizio in medias res sarebbe una possibile risoluzione, io te l’ho buttata lì perché, secondo il mio gusto personale, avrei scritto così.
Ma la critica che ti ho rivolto era dovuta al fatto che tu, mentre stavi descrivendo la situazione di Stajjhoon, hai cominciato a parlarmi della sua storia e della conformazione della città.
Quindi potresti risolverla in tre modi diversi: o fai finire la scena e metti lì quel pezzo (ma non credo che renderebbe allo stesso modo), o la metti prima come ti ho detto (ma ho capito che non intendevi cominciare il racconto in medias res, quindi lascia stare) oppure, diciamo, “mescoli”.
Ecco io penso che la tua intenzione fosse rivolta alla terza opzione: forse tu miravi a mostrare la scena di Stajjhoon e nel mentre, lui cominciava a ricordare per pensare ad altro, a ripensare alla sua città ecc.
Se è così, ti consiglio di fare una cosa: allontanati lentamente dalla scena, perché tu hai fatto un vero e proprio taglio netto.
Non so, mentre il soldato si avvicina al patibolo “Abbozzò un sorriso, scorse lo sguardo sulla polvere; ci hanno messo un po’, a trovarmi.”
Usare dialoghi e pensieri fanno comprendere di piu’ la personalità del protagonista e avvicinano il lettore. Quindi, se lui pensa alla sua storia, alla sua situazione ecc, fa’ cominciare il tutto con un pensiero, così mentre il lettore si trova ancora nella scena, tu, narratore, puoi cominciare a parlare d’altro.
Della città, della sua storia, e così via. Come un flashback.
E quando devi ritornare alla scena,adesso si che ti puoi permettere di fare un taglio netto nella narrazione e “saltare”.
Spero di esserti stata utile, ciao
#5
Inviato 18 maggio 2012 - 22:06
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