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Les Jours Tristes


5 risposte a questa discussione

#1 enrico_z21

enrico_z21

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Inviato 18 aprile 2012 - 00:23

http://www.writersdr..._20#entry174515


LES JOURS TRISTES



C’è una ragazza. Là, seduta nell’angolo di sole di una panchina. Una cartella di pelle, rigonfia, accanto. Eco-pelle. Una giacca lunga le cinge la vita con una cintura. Sulle gambe accavallate, strette in un paio di vecchi jeans, poggia la sua mano con un libro tra le dita. Un libro ormai letto e riletto, non solo da lei, ha già trovato l’occhio attento di molti lettori ormai, E’ uno di quei libri che si potrebbero ritrovare nelle cantine a impolverarsi. La copertina grigio-verde, sgualcita, coperta da un po’ di plastica per preservare ancora quello che ne rimane.
Le pagine ingiallite serbano gli appunti e i pensieri di tutte le anime che sono sprofondate in quelle righe, come si profonda nell’avvolgente abbraccio del letto nelle mattine d’inverno.
“Nadie puede herirnos salvo la gente que queremos”. E’ Borges. Elogio all’ombra. Anche se ormai è stato aperto tante di quelle volte che le pieghe sulla costa hanno cancellato il titolo.
“Nessuno può ferirci, salvo la persone che amiamo”
Bene. Quella ragazza ero io. Forse rappresento il parallelo dell’uomo affascinante e tenebroso, ma credo che in quest’immagine poetica non ci sia posto per il femminile. E’ una prerogativa completamente di loro uomini. Una ragazza del genere è una “secchiona”, per ritornare indietro alle superiori con la mente. Una futura bibliotecaria. Le donne non sono tenute a leggere. Solo gli uomini hanno questo diritto senza essere considerati degli sfigati, diciamocelo.
E questo è un po’ il motivo per il quale mi sono soffermata su quella frase del poeta. Senza rendermene conto chiudo il libro tenendo il segno con un dito, per volgere lo sguardo al niente. Devo aspettare che i ricordi facciano la loro ondata nel profondo dei miei occhi. Di gente che amavo e amo tuttora c n’era stata. Di gente che mi aveva ferita, forse altrettanta.
Decido di alzarmi, di abbandonare il tenero tepore del primo sole e lascio che la polvere bianca del viale scorra sotto le mie scarpe. Anziani ciclisti trillano con i campanelli, i bambini schiamazzano correndo sui “grilli”. Anch’io cuna volta ci andavo, quando ma nonna mi portava al parco, lasciando qualche lira al signore seduto dietro al banchetto. Sempre cupo, sempre all’ombra dei sempre il solito albero. Intanto le madri apprensive ammonivano i figli.
Io non posso essere così partecipe di un mondo felice. Sento che il mio cuore implora di estraniarsi.
Cerco nel fondo delle tasche un paio di auricolari magistralmente annodati attorno a un cilindro di plastica. Il mio lettore mp3. Quasi ridicola la cosa, contando che tutto il mondo ormai li ha buttati per lanciarsi sul prodotto del momento. Ho cercato, scorrendo i titoli sul puiccolo schermo, una canzone che si addicesse a me in questo momento..
“Le jour tristes”. I giorni tristi. Mi fido. Play.
Una fisarmonica compone note circolari, avvolgenti. Coinvolgenti. Le volute dei miei pensieri danzano verso l’infinito con un’allegria che non riconosco. Non sono giorni tristi, o almeno non mi sembra.
L’energia saltellante di questa musica mi riempie le orecchie, un po’ lo ammetto, mi lascio travolgere, cullare tra le braccia del compositore. Ma so che Borges, dopo questo momento di temporaneo distacco da me stessa, busserà alla mia spalla, io mi volterò a e lui si insinuerà ancora nelle crepe dei miei muri, salirà dal pavimento, picchietterà alle finestre. O meglio, non il poeta in sé, ma l gente maledetta che mi torna in mente.
Anche le canzoni più belle non possono durare all’infinito. E nemmeno del fughe. Specie se sono vigliaccamente slo mentali come la mia. Lae note scemano nel buio primaa del prossimo brano. No basta, non voglio ci sia una nuova canzone. Lo ripongo nella cartella insieme al libro che mi ero dimenticata in mano.
Non mi fermo, proseguo il mio errare sulle strade bagnate e luccicanti di una città a caso. Forse Parigi o fosse New York, farebbe differenza?
A un tratto mi rendo conto di dove sono ripiombando in me stessa. Conosco quella vetrina, quel bar. Mi fermo nel mezzo del ponte. Una difficile deglutita. Fuggo ancora. Accelero il passo: devo lasciare quel tavolino più lontano possibile alle mie spalle mentre il mio cuore si gonfia di sconforto. Ma il ricordo mi insegue testardo, mi attanaglia le caviglie e cado sconfitta nel passato.
Era una giornata di maggio di qualche anno fa. Dovevo trovarmi con un’amica per fare un giro di nessuna importanza particolare. Bucai con la cannuccia il coperchio di un bicchiere di te infimo, mentre fissavo l’aria, fantasticando su questo e quel negozio. Posso solo fantasticare dato che gli studenti non sono famosi per avere i portafogli straordinariamente gonfi. Allungai lo sguardo sull’orologio appeso al muro. Era l’ora stabilita, ma conoscendo le mie amiche c’era ancora un quarto d’ora di bonus, minimo. Le campanelle della porta suonarono facendo entrare un tizio. Lo guardai per un istante. Ok: era un bel ragazzo, ma non c’era motivo di scomporsi. Così tornai a parlare con la mia mente giocando con il bicchiere di plastica. Il ragazzo appoggiato con il gomito al bancone mi stava guardando. D’un tratto, con una risolutezza, che una simile non l’ho mai trovata in me stessa, si sedette vicino a me. Alzai lo sguardo chiedendogli con gli occhi cosa volesse da me. Semplicemente mi disse “Ciao mi chiamo Riccardo” porgendomi la mano. Senza lasciarmi il tempo di rispondere aggiunse “sai ti ho notato subito”. Io, un po’ intimidita da tanta irruenza estroversa accennai a un saluto con la testa stringendogli mollemente la mano. “Anna” risposi a mezza voce. Come se non mi importasse un granché. E in effetti era così. Ma lui era deciso ad uccidere il silenzio del mio tavolino.
Era una notte di un’estate. Lui mi prese la mano tra le sue e mi guardò negli occhi con fare grave. Io non fui capace di sostenere quello sguardo, chinai il capo e piansi. Ma lo nascosi. Non avevo bisogno delle sue parole: sapevo già. Le sue frasi scontate. Il suo discorso tristemente preparato. La mia anima stronza, per quanto io fossi diventata sorda alla sua voce, squarciò il mio cuore e fuggì con la prima folata di vento. Io la rincorsi, senza sapere se lui avesse finito. Camminando, scalza e con la gonna ancora da sistemare, cercavo di recuperarla ovunque fosse finita.
Scaccio questi pensieri con rabbia quando, scorgendo l’insegna T, mi precipito all’interno del negozio. Con foga apro il pacchetto e uscendo me ne accendo una, di sigarette. La brace arde con forza mentre cerco di soffocare il mio male. Il sole era stato rapito e la pioggia mi coglie di sorpresa. Posso ripararmi lì, in quel bar, o sotto quel tendone, o sotto quei portici. Ma non intendo farlo. Sono immobile. Una lacrima calda solca si tinge di nero e solca inesorabilmente il mio viso. Non importa, tanto piove. La pioggia pulisce tutto. Pulisce sempre.

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La musica che descrivo è Les jours tristes di Yann Tiersen (colonna sonora del fantastico mondo di Amelie), volevo chiedervi inoltre se vi sembra che abbia scritto adeguatamente di questa canzone in particolare.

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#2 Tiferet

Tiferet

    Scribacchino

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Inviato 18 aprile 2012 - 09:11

Ciao Enrico. Ti devo dire che il racconto ha una buona atmosfera e una malinconia avvolgente, ma i numerosi refusi impediscono di goderselo appieno.
Te li segnalo:

i lettori ormai, E’ uno

refuso, o io punto al posto della virgola, come io penso sia, o "è" minuscolo.

come si profonda nell’avvolgente

refuso: sprofonda

E’ una prerogativa

È non E'

tuttora c n’era stata.

refuso: ce n'era

Anch’io cuna volta ci andavo,

refuso: una

sempre all’ombra dei sempre il solito albero.

refuso: all'ombra del solito albero
Intanto le madri apprensive ammonivano i figli.

sul puiccolo schermo,

refuso: piccolo

una canzone che si addicesse

a me in questo momento..

una canzone che mi si addicesse

a me in questo momento..

O uno o tre punti di sospensione

io mi volterò a e lui si insinuerà

altro refuso: c'è una "a" in più

ma l gente maledetta

refuso: la

E nemmeno del fughe.

e nemmeno le fughe

slo mentali come la mia. Lae note

solo mentali come la mia. Le note

buio primaa

prima

un bicchiere di te infimo


mi disse “Ciao mi chiamo Riccardo”

disse: "Ciao...

aggiunse “sai ti ho notato subito”

aggiunse: "Sai...

deciso ad uccidere

d eufonica errata

solca si tinge di nero e solca inesorabilmente

refuso

Sulla trama poco dire, è un "non racconto", nel senso che non succede niente o quasi, incentrato sui pensieri della protagonista. Quindi logicamente è molto statico e risulta un po' duro da leggere. Ma, te l'ho scritto sopra, l'atmosfera è resa molto bene. Forse l'unica pecca è l'eccesso di aggettivi, che appesantiscono la narrazione. Mi è piaciuto l'alternare frasi secche a periodi lunghi, anche se in qualche caso eccedi con le virgole, sopratutto nella prima parte, quella descrittiva.
Nel complesso una buona prova, a rileggerti :flower:
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#3 enrico_z21

enrico_z21

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Inviato 18 aprile 2012 - 10:55

ahahah sono un dattilografo pessimo :)
comunque ora lo sistemerò. Odio considerare finite le cose, comunque molte grazie per i consigli :)
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#4 Unius

Unius

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Inviato 18 aprile 2012 - 20:19




Un bel pezzo. Dovresti rivedere alcune battute erronee, certamente dovute alla fretta, ce ne sono troppe.
L'atmosfera, l'ambiente che rendi fra le righe mi piace, qualcosa di 'ombroso' di 'decadente', seppure ambientato ai nostri giorni, segno che è possibile parlare ancora di luoghi e di persone che non siano necessariamente vampiri adolescenti o intellettuali sbandati o giovani annoiati, tossici e assassini.
Un'atmosfera 'pulita', quasi raffinata, con questa ragazza 'anomala' per il suo ambiente, che ama la lettura ed elucubrazioni intellettuali profonde, legge l'immortale Borges addirittura, sfiderei parecchia gente a dirmi qualcosa del Maestro senza cercare su google.
I pensieri di Anna occupano quasi per intero il racconto, ma non lo appesantiscono, perché interagisce con quello che la circonda, cose materiali ed esseri umani, altalenando fra ricordi di vita vissuta e presente.
Se ho ben capito, è fuggita dal tipo che l'aveva 'agganciata', non certo interessato dalla sua mente.
Il particolare della gonna da sistemare mi fa pensare, sono all'antica, che il 'peggio' sia però avvenuto.
Anna è un'anima rara, forse non soffre se a farle del male, perché usare una donna per divertimento o passatempo è fare del male checché se ne voglia dire, se a farle del male è uno sconosciuto, parafrasando la citazione di Borges. Ma rimane fermo il fatto che può esserle stato fatto del male.
Correggimi se sbaglio, mi sono dedicato tutto a quel particolare non irrilevante della gonna da sistemare che fa galoppare la fantasia.
In quanto alla musica del fantastico mondo di Amelie, devo dire che mi sembra adeguata allo stile del racconto, anche perché aiuta a immergersi nel particolare stato d'animo della protagonista e nell'atmosfera.
Solo i francesi, a mio avviso, sono capaci di produrre una musica così struggente, che evoca nostalgie, tristezze e allegrie, ma allegrie 'sommerse' che devono fare i conti con molti passaggi d'anima e turbamenti.
Non sono musiche fini a se stesse, per quanto io di musica non me ne intenda.
In sintesi, il tuo racconto si differenzia da altri per, mi ripeto, la sua atmosfera apparentemente retrò, bellissima, seppure ambientata ai nostri giorni.
Complimenti anche per il linguaggio, in quanto non vi sono espressioni volgari.
In un epoca in cui usare simili espressioni sembra sia la norma, non trovarne in un pezzo, per di più interessante, fa colpo.

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#5 Frà

Frà

    Moderatore Gioconda

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Inviato 18 aprile 2012 - 20:34

Il pezzo è intimo, vibrante, rendi a perfezione il pensiero della protagonista, il suo stato d'animo. Ecco, è come una pagina che rimane sospesa, dove il ritmo viene dettato dal flusso di coscienza della sua mente. Ecco, l'emozione vibra, si percepisce. Un consiglio che ti do è quello in ogni caso di revisionare il testo, ci sono svariati errori di distrazione e battitura, oltre a qualche espressione un po' infelice, ma ho notato che ti sono già state segnalate. Sarei curioso di leggere qualcos'altro di tuo, magari accompagnando i pensieri con delle vicende, giusto per sapere cosa ne uscirebbe fuori. Potresti piacevolmente stupirmi :) per cui, a rileggerti :la:
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#6 enrico_z21

enrico_z21

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Inviato 18 aprile 2012 - 23:25

beh non posso che ringraziarvi di cuore per quello che avete detto del mio racconto. Ne sono molto felice e lusingato. Grazie.
Per il particolare della gonna, ovviamente non è stato messo a caso come non a caso è scalza, ovviamente è la discriminante tra una relazione finita e una storia carnale da un lato e sentimentale dall'altro - quello di Anna - che è finita, come se non fosse abbastanza nel più bieco dei modi, un istante dopo aver consumato, per tentare di essere fini. E il fatto che fosse comunque vestita salvo le scarpe è un altro segnale che non è stato nulla più che una 'sveltina'.
Nella mia versione in word ho già prontamente provveduto a limare gli spigoli di questo scritto.
Ad ogni modo in cuor mio spero, in futuro, di poter appagare le aspettative di Frà.
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