Illusioni
#1
Inviato 15 aprile 2012 - 17:19
Illusioni
Sono seduto davanti al caminetto, ci getto dentro un ciocco e mi accendo un'altra sigaretta. È sempre inverno in questa stanza, il fuoco non basta mai: ti brucia la faccia e ti lascia la schiena gelida.
Guardando attorno trovo i soliti muri: ne conosco ogni centimetro, ogni buco, ogni macchia, come se ci avessi perpetuato sopra le mie meditazioni in un'eterna attesa, come se la mia esistenza si fosse congelata qui dentro giorno dopo giorno. Purtroppo tutto succede senza che il tempo mi risparmi. Come potrebbe? Non risparmia nessuno.
Così vivo la mia prigione, e non si tratta di una stanza da cui posso uscire quando voglio, e nemmeno di questa casa o di questa città: basterebbe poco, solo qualche piccolo movimento. Vivere dovrebbe servire a questo, a imparare come muoversi in modo sempre nuovo, senza timori. Ciò che davvero mi frena è il pensiero, è il mio odioso carcere fatto di circonvoluzioni rituali che depositano polvere sulle mie parole mai pronunciate lasciandomi solo sterpaglie, deserto e arsura.
Si avvicina un gatto che non ha ancora un nome, ha freddo. Si accoccola sul mio bacino, quasi mi impedisce di fumare. È talmente intirizzito che nemmeno il fuoco pare riscaldarlo. Aggiungo altra legna nel caminetto costringendo il gatto a spostarsi. Fra poco tornerà, come sempre. I soliti ricordi e le solite fantasie affiorano come un dolore rinnovato ogni giorno.
La memoria processa le immagini di un passato ormai remoto: un altro gatto con un uccellino imprigionato tra i denti, ferito, forse morente. Agguanto il gatto, lascia la preda di colpo; non fugge, sa che non potrei mai fargli del male. Mi osserva mentre raccolgo la povera bestiola. È un passerotto, impaurito tra le mie mani; si muove a stento. Lo chiudo in una scatola da scarpe bucata con dell'acqua e qualcosa che la mia mente bambina considera cibo per uccelli.
Passata qualche ora sembra più vispo: non ha né mangiato né bevuto, ma almeno si muove, zampetta confuso nella scatola. Vorrei proteggerlo ancora. Tenta un volo goffo. Eppure gli mancherebbe così poco, forse devo solo fare quello che una brava madre farebbe col suo pulcino ormai cresciuto. Devo spingerlo fuori dal nido. Così, dopo essere arrivato in terrazza al primo piano, apro la scatola lasciando libero il passerotto. Si avvicina alla ringhiera, con un balzo si lancia oltre. L'uccellino cade in verticale battendo malamente le ali. Si schianta nell'erba del giardino e io corro a cercarlo.
Sta morendo: ha la testa rivolta verso di me, gli occhi aperti, pieni di un rimprovero che non comprendo, che non potrò mai dimenticare. Mi condanna e poi mi lascia nel silenzio.
Getto un altro ciocco sul fuoco: la stanza si popola di fantasmi. Chiudendo gli occhi rivedo quel passerotto. Mi parla, mi chiede cos'è la libertà. Cosa mai potrei rispondergli?
"Una parola di cui abusiamo ogni giorno credendoci liberi."
"Perché l'hai fatto? Avevo bisogno di essere libero in quel momento?", ribatte.
"Non capivo”, rispondo. “Avrei dovuto trattenerti più a lungo. Ma un bambino non capisce parole come libertà, responsabilità... che colpa avevo?"
"Adesso lo rifaresti?"
"Bisognerebbe liberare sé stessi oppure imprigionare chi si ama. In certi casi non c'è nemmeno differenza."
"Lo credi veramente?"
Mi assalgono i soliti dubbi. Abbozzo un "Sì", appena sussurrato. A volte do una risposta diversa.
"Avresti dovuto farlo allora."
Apro gli occhi. La stanza è un po' più fredda di prima. Ripenso al passato.
Rivedo una donna, i miei presunti errori, le accuse degli infiniti dialoghi con me stesso. La vedo partire; è distante da me, ma non dai voli della mia fantasia.
Sono di nuovo ad occhi chiusi. Il suo volto ora riempie le mie visioni.
"Dimmi, cos'è la libertà?"
"La libertà? È la prigione che ognuno si costruisce attorno per rendere liberi gli altri. Vive nelle cose non dette, nei mille momenti in cui scolpisco il tuo volto nell'aria con le dita impaurite, nel mio amore che vola per poi venire a morire in silenzio, chiuso in questa stanza."
Poi riapro gli occhi e il suo volto scompare.
Vedo un ragazzo che accarezza la panca su cui si adagiano memorie di lei. Dei capelli gli si impigliano tra le dita. Prende quei capelli e li sistema nelle pagine del libro in cui vivono i suoi eroi preferiti, destinati a perdere ogni volta, seppur con l'onore delle armi. Ingenuamente, i suoi eroi sono sempre puri di cuore. Sento una voce femminile. "Abbiamo sbagliato. Vedi, siamo troppo diversi, non può funzionare. Ma non voglio perderti, tengo troppo a te."
Vedo la faccia delusa del ragazzo. Annuisce, dice di comprendere. Poi vedo dei capelli estratti dalle pagine di un libro, gettati nella spazzatura in un attimo di rabbia; se ne pente poco dopo. Si aggrappa alla memoria di qualcosa che è passato troppo velocemente per non fargli del male, come un uragano che passa e lascia soltanto un disordine destinato a rimanere rinchiuso. Altre parole gli suonano in testa. "Se ti avessi fatto del male, non me lo potrei mai perdonare."
Parole che nutrono illusione e tormento. Sento una frase di quel ragazzino. "Non ti preoccupare, passa. Tutto passa col tempo."
Quel ragazzino ha mentito.
Mi scorrono davanti agli occhi altri giorni e il ricordo un furto innocente. Vedo il ragazzo che cammina per strada e stringe tra le mani un elastico che prima raccoglieva in una coda capelli uguali a quelli una volta custoditi dentro un libro. Non ha voglia di separarsene, porta quel fermacapelli al cuore come se stringesse un'anima, il suo amore silenzioso e impossibile.
"Che senso ha parlarle di cose che ormai vivo soltanto io, e che se dicessi mi impedirebbero di starle vicino per quel poco che posso?"
Subito dopo osservo il fermacapelli volare verso l'asfalto in un attimo di disattenzione, e quel ragazzino si lancia sulla strada per recuperarlo, affranto e impaurito. Sento uno stridore di gomme. Il ragazzo è al terreno, ha il simbolo del suo desiderio stretto nella mano destra, lo infila in tasca affinché non lo veda nessuno un attimo prima di precipitare nell'incoscienza.
E dopo vedo solo bianco tutto attorno, pareti bianche, camici bianchi e volti pallidi che spuntano dal bianco. Un ragazzo in un letto bianco, e tutto attorno parole bianche, "Coraggio", "Vedrai che andrà tutto bene", "Devi solo aver pazienza". Il ragazzo cerca un viso che non è presente: c'era il giorno prima e non ci sarà più per lungo tempo.
Richiudo gli occhi e la memoria cede alla fantasia.
Immagino di vagare a volo d'uccello sulla città: un campetto da calcio, l'angelo sul castello, un campanile. Piccole case basse, un condominio. Sfioro un camino e sorvolo altri edifici per arrivare al solito posto, al quarto piano, in un appartamento ordinato. Ci trovo una donna affaccendata a curare i suoi due figli. Il suo volto non è poi così cambiato da quello che conosceva e amava il ragazzino. Un uomo la saluta con un bacio dopo aver abbracciato i bambini. Sembrano tutti felici.
Poi un trillo interrompe tutti i miei pensieri. Mi sposto ad aprire la porta di casa.
Una donna mi viene a trovare, con suo marito e i suoi figli. Mi trattengo a parlare, a sorridere, a scherzare con quei magnifici bambini. Tento di guardare la donna in faccia il meno possibile. Nei pochi istanti in cui incrocio il suo volto mi accorgo dei suoi primi capelli che imbiancano, dei segni del tempo sul viso, e il cuore mi si riempie di una tenerezza infinita. Vorrei correre allo specchio e guardare se ci trovo gli stessi segni, se tutto scorre identico anche per me, ma è solo il pensiero di un momento e rimango a parlare con loro. Mi salutano, mi dicono che verranno a trovarmi quando possono. Passerà qualche mese, ormai ci sono abituato.
Sono di nuovo solo, il fuoco s'è spento, la stanza è sempre più fredda. Il gatto mi balza di nuovo sulle gambe.
La libertà? A volte penso che sia soltanto una scusa per amarla e amarmi nell'unico modo che mi posso concedere, per chiudermi nel silenzio dei sogni e farle dire quelle cose che ho sentito troppo poco, che avrei tanto voluto sentire ancora, che non sentirò mai più. È il pretesto che adopero per credere di essere più vicino ai miei eroi, per fingere che lei sia stata libera anche per merito mio, per cullarla nel sonno durante i miei voli notturni e vedere il mio silenzio come parte della sua libertà. Tutto il resto non conta.
Sto quasi soffocando: c'è troppo fumo in questa stanza, troppe memorie. Vorrei smettere di pensarci sopra. Forzo le gambe a sollevarsi ma qualcosa non funziona. Mi scappa una risata nervosa. Ho bisogno sempre di un po' di tempo per calmarmi, giusto quello che occorre per ricordare chi mi ha criticato per la mia testardaggine, per tutti questi anni che non mi hanno ancora insegnato qualcosa. Solo allora giro la mia sedia a rotelle e mi dirigo altrove, preceduto dai miei fantasmi. Cerco un po' di pace ma il fumo sembra avermi seguito fino alla camera da letto, e mi fa bruciare gli occhi.
#2
Inviato 15 aprile 2012 - 20:38
#3
Inviato 16 aprile 2012 - 05:06
Immagino che sia questa la chiave di lettura dell’intero racconto. Nella versione comunemente accettata si dice che la libertà di ciascuno finisce dove comincia la libertà degli altri. Tu cerchi di esplorare questa linea di confine, il che è molto interessante."La libertà? È la prigione che ognuno si costruisce attorno per rendere liberi gli altri.
Un uomo vecchio e invalido fa i conti col proprio passato, rivivendo proprio i momenti in cui si è trovato alle prese con questo limite: ritirarsi, lasciare il prossimo libero di decidere, è sempre la cosa giusta?
L’episodio dell’uccellino sembra indicare chiaramente che no, non lo è sempre. Anche le regole che sembrano averre un valore assoluto vanno poi considerate nel loro contesto prima di essere applicate.
Tuttavia non sempre quello che racconti è così nitido come nell’episodio dell’uccellino. A volte sembri oscillare tra il quasi didasalico e l’allusivo. Per esempio la storia del suo rapporto con la ragazza che, si suppone, è stato l’amore della sua vita, è poco contestualizzato, almeno da come l’ho percepito. Mi manca di sapere cosa sia effettivamente successo. Lui era già invalido? Sembrerebbe di poter dire di si, se il protagonista della tua storia è lo stesso bambino che ha l’incidente stradale. Ma i ricordi si accavallano ed è difficile mettervi ordine. È chiaro che si tratta di una forma di mimesi, hai cercato di riprodurre in modo realistico il flusso dei pensieri nella mente del vecchio. Però la mimesi non può essere troppo spinta, bisogna trovare il modo di far passare le informazioni che servono senza darlo a vedere. Non sempre ti riesce, quando avviene sono le parti migliori.
Ti segnalo qualcosa:
Questa frase la toglierei. Oltre a non aggiungere nulla al testo è piuttosto faticosa. "l’odioso cercare fatto di circonvoluzioni rituali" lo mostri con molta più efficacia nel testo, non c’è bisogno che lo dichiari esplicitamente, secondo me. Inoltre, in un racconto pieno di richiami al freddo l’irruzione dell'aridità e dell’arsura appare immotivata e spiazzante.Ciò che davvero mi frena è il pensiero, è il mio odioso carcere fatto di circonvoluzioni rituali che depositano polvere sulle mie parole mai pronunciate lasciandomi solo sterpaglie, deserto e arsura.
Non si getta un ciocco nel camino, il ciocco è un pezzo di legno piuttosto grande, va deposto con una certa cura, se non si vuole che il resto della legna si sparpagli tutta in giro tra scintille e cenere. Inoltre se lui è su di una sedia a rotelle avrà dei problemi a raccoglierlo.ci getto dentro un ciocco e mi accendo un'altra sigaretta.
Non metterei i due punti, anche perché li hai già usati nella frase precedente. Meglio una virgola o un punto e virgola.trovo i soliti muri: ne conosco ogni centimetro
Ripetizione passato/passa. Si può togliere: come un uragano che lascia soltanto un disordine (magari toglierei anche "un").Si aggrappa alla memoria di qualcosa che è passato troppo velocemente per non fargli del male, come un uragano che passa e lascia soltanto un disordine
Forse sarebbe più naturale "e che se le dicessi".cose che ormai vivo soltanto io, e che se dicessi mi impedirebbero di starle vicino
Alla fine la scoperta dell’invalidità del protagonista è un po’ troppo una sorpresa. Sembra motivata esclusivamente dal fatto che in un racconto ci deve essere un qualche tipo di ribaltamento finale. Può darsi che sia anche giusto, ma se vuoi utilizzare questa tecnica dovresti fare qualche accenno, anche vago, in modo che il lettore, alla fine, si ritrovi a ripensare hai segnali che hai lasciato in precedenza. Qualcosa come una frase che dica "La sedia scivolò cigolando all’indietro" o un’altra simile. Uno legge e mette da parte, quando arriva alla fine dice "Ah, ecco". Altrimenti l’effetto sorpresa suona artificioso.
Messaggio modificato da Nanni, 16 aprile 2012 - 05:09
#4
Inviato 16 aprile 2012 - 07:05
Grazie per il commento (anche a chinotto).
#5
Inviato 16 aprile 2012 - 07:36
Sostituirei "bacino" con "grembo".Si accoccola sul mio bacino
Credo che manchi la preposizione davanti a "un furto".Mi scorrono davanti agli occhi altri giorni e il ricordo un furto innocente.
Racconto interessante, ma un po' appesantito, secondo me, da un'esposizione che spesso non si preoccupa di far capire al lettore quello che si racconta. Non è una questione strettamente formale, perché il linguaggio è corretto (anche se personalmente non l'ho trovato scorrevole; ma questa potrebbe persino essere una caratteristica che hai cercato apposta). Piuttosto il problema sta nell'esposizione dei concetti. I ricordi del protagonista sono fumosi, a volte mi danno poco l'impressione di essere ricordi, per la totale assenza di elementi concreti. Mi spiego meglio: quando io ricordo qualcosa del mio passato, spesso ci associo delle sensazioni specifiche, o dei colori, delle visioni, qualcosa che insomma posso sentire (in senso largo). Nel tuo racconto non è così. Ricorri di continuo al verbo "vedere", ma in effetti il protagonista vede poco, tutt'al più qualche gesto. Ecco, secondo me avresti dovuto rivolgere maggiore sforzo nel rendere i ricordi vividi, soprattutto considerando il fatto che hanno segnato molto il tuo protagonista, e che probabilmente continua a ripeterseli ogni giorno. Per come sono presentati sono ricordi concettualizzati; tanto per dire, la scena dell'uccellino, che si colloca perfettamente nel quadro di quello che volevi esprimere, presenta pochissimi spunti che la rendano davvero una scena vissuta; è una visione evanescente, che sembra provenire da un flusso nel quale nessun ricordo ha particolare importanza. Che magari è proprio l'effetto che volevi ottenere; però io resto del parere che scene più vivide avrebbero ottenuto un effetto migliore.
Una nota sul finale: non c'è vera sorpresa. Questo non è un giudizio di valore, però, perché penso che non fosse tuo interesse reale ottenere la sorpresa. E' più come una rivelazione attesa, quindi può andare come conclusione.
#6
Inviato 16 aprile 2012 - 11:56
#7
Inviato 16 aprile 2012 - 16:30
Personalmente avrei posto lo stridio delle ruote che frenano dopo il recupero del fermacapelli, anche se per come è posto adesso sembra che si eviti l'incidente e successivamente poi il lettore si rende conto che non è così. Queste sono scelte.
Io, nel leggerlo, forse per mia disattenzione, non avevo capito subito che anche la donna che arriva alla porta di casa fosse un altro ricordo.
Ultima cosa: mi sembra di aver notato che è il gatto che salta in grembo al protagonista a farlo ritornare alla realtà. Ma un disabile si accorgerebbe di un gatto che gli balza sulle gambe? Secondo me è una di quelle cose che noterebbe dopo aver riaperto gli occhi.
Comunque complimenti.
#8
Inviato 16 aprile 2012 - 17:19
Se dovessi usare sarcasticamente un'espressione per riassumere quello che ho tentato di fare, sarebbe questa: ho cercato di pulire un escremento. Lo dico col sorriso sulle labbra, sapendo bene quali sono i motivi dell'esistenza di questo racconto e la sua importanza per me. Proporre alcuni lavori piuttosto particolari è anche un modo per riconciliarmi con cose faticose da affrontare e la cosa mi piace molto più di quel che credevo; al contempo traggo suggerimenti utilissimi per altre cose, specialmente per esplorare i limiti narratologici di ciò che scrivo. Sono contento così, per molte buone ragioni che hanno a che fare con me stesso e non con la qualità del racconto.
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