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Tre sere soltanto


7 risposte a questa discussione

#1 baba jaga

baba jaga

    Imbrattatore

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1

Inviato 15 aprile 2012 - 09:17






Ornella Colombo
Tre sere soltanto




Eclissi


Eppure ci sono stati momenti felici in questa mia ingarbugliata esistenza. Ne sono certa, perché li ricordo.

La bimba correva ridendo. La casa era ampia e luminosa. C’era il sole, c’era sempre il sole. Dalla finestra della cucina si vedeva solo la parete rocciosa della montagna, e quella montagna faceva male alla mamma, le procurava tristezza. Lo diceva sempre la mamma che quella montagna la opprimeva e che avrebbe voluto tornare a casa. Ma la bimba non capiva, era piccola. Per lei la casa era quella. Capiva solo che la mamma ogni tanto spariva. Si ritrovava sveglia nella notte più buia del nero, e chiamava la mamma. – La mamma non c’è - rispondeva suo padre - la mamma è all’ospedale.
La bimba non ci credeva. E nel buio nero e spaventoso riusciva a intravedere la mamma sulla porta grazie alla tenacia del suo desiderio. La vedeva in vestaglia, una vestaglia bianca. Era bella la sua mamma, com’era bella, sempre sorridente, le braccia protese.
– Mamma, mammina - chiamava in silenzio la bimba - mammina ti prego vieni qui e dillo tu a papà che è un bugiardo, o che forse ha sognato. Mamma vieni da me.Ma la mamma non veniva. La bimba non dormiva e aspettava caparbia. Papà si addormentava, lo sentiva respirare profondamente col respiro di chi dorme. Invece lei rimaneva sveglia, testarda, a fissare la porta aspettando la mamma. Al mattino papà non sapeva che la sua bambina era rimasta sveglia per tutta la notte, e che solo nel respiro addormentato di suo padre aveva trovato la forza di continuare a credere che la mamma fosse lì. La luce del mattino spegneva l’illusione.
– Voglio andare dalla mamma.
– I bambini non possono entrare in ospedale.
– Ma io voglio la mia mamma.
– Fai la brava… sei sempre stata una brava bambina, non fare i capricci. Ora stai quieta che io vado a lavorare e quando torno ti preparo un risottino speciale! Tra pochi giorni la mamma torna, sta ancora un po’in ospedale così i dottori la curano e lei guarisce bene.

Avevo solo cinque anni, e l’unico tempo che conoscevo era il presente.

La mamma correva ridendo. La bimba la inseguiva e poi insieme si buttavano per terra. Abbracciate si facevano il solletico. La sua mamma era più bella di una regina di quelle dei libri di fiabe, la più bella del mondo! Ed era buona e dolce e amorevole. Prendeva in braccio la bimba e le raccontava fiabe bellissime. Sapeva sempre accogliere, amare, sgridare e perdonare. La bimba pensava: – Se muore la mamma voglio morire anch’io. Oppure la faccio imbalsamare. La tengo lì con me nella mia cameretta e la accarezzo tutto il giorno, e la abbraccio e la stringo forte, e staremo sempre insieme.

Era trascorso qualche anno e imparavo a giudicare il mondo.

Papà era intelligente. Sapeva tutto. Papà era forte e potente, e le avrebbe sempre protette da qualsiasi pericolo. Lo diceva la mamma, e la bimba ci credeva. Papà c’era, ma la bimba non lo vedeva. A lei bastava stare con la mamma. E poi papà aveva tanto da fare. Papà era un uomo.
Ma gli uomini non sono al mondo solo per proteggere le donne, come le aveva sempre fatto credere la mamma. Gli uomini a volte sarebbe meglio che non ci fossero. Questo, la bimba l’aveva capito da sé. Quel giorno la mamma piangeva. Papà l’aveva offesa umiliata maltrattata. Aveva gli occhi gonfi e rossi la mamma, e anche il naso rosso.
– Mammina…
– Cosa c’è piccolina?
– Perché piangi?
– Non è niente, stai tranquilla; adesso vai da papà. Tienilo di là, non voglio che capisca che ho pianto Vai, di corsa, che poi arrivo anch’io!
– E’ cattivo papà – pensava la bambina. E intanto che scappava in soggiorno riusciva a sussurrare alla mamma: – Mamma metti il borotalco sul naso, metti il borotalco!
E alla mamma, tra le lacrime, scappava una risata.

Il tempo passò, e finalmente capii quanto avessi bisogno di mio padre e quanto lo amassi, e quanto anche lui amasse me.

Un giorno la bimba non fu più una bimba. Nel suo piccolo mondo ora c’era posto anche per altre persone che non fossero la mamma. Scopriva la gioia di avere delle amiche, e i primi ragazzi che le facevano battere il cuore, ma che glielo potevano anche spezzare.
Lui era alto e bello, gli occhi scuri e profondi, e le parlava con dolcezza: – Sei bella sai?
No che non lo sapeva. A dire il vero non ci aveva mai neppure pensato. – Sei molto bella – le disse, e la strinse a sé sfiorandole le labbra con un bacio. Per la prima volta la ragazza fu consapevole di non essere semplicemente una persona, ma una femmina. E le fu inevitabile innamorarsi perdutamente di colui che glielo aveva rivelato, così come fu inevitabile piangere per lui le sue prime lacrime di donna. Era una sera di novembre. Lui stava appoggiato con la schiena al parapetto del lungolago; lei di fronte , le mani sprofondate nelle tasche del montgomery blu, la testa china.
– Non posso mettermi con te - le aveva detto - sei troppo giovane, sei ancora una bambina.
Lei deglutì. Sentì male dentro il petto e una stretta nella pancia. Non lo guardò neppure e fuggì via di corsa, proprio come una bambina. Credeva che sarebbe morta di dolore. Ma il mondo le si offriva così grande e così tutto da scoprire che ben presto il ricordo di quel ragazzo si disperse nel vento di primavera.
Al telegiornale si vedevano immagini di guerra. Si parlava dell’atroce conflitto in Vietnam. Si ascoltavano Bob Dylan e Joan Baez. E la domenica a messa si cantava “We shall over come” sopra gli accordi di una chitarra, non dell’ organo. Un giorno suo padre le pose tra le mani “Delitto e castigo” ed altri libri di Dostoevskij.
Leggi – le disse – e capirai perché in Russia c’è stato il comunismo. C’era troppa miseria troppa ingiustizia. Ma leggi, capirai da sola.
Il mondo le appariva duro, ingiusto e crudele. La vita la spaventava e al contempo la affascinava. Dentro le vene le pulsava forte la voglia di esplorare l’universo oltre ogni confine. E la tentazione di abbracciare sfrenatamente il rischio, forse solo per la voglia di assaporarne il brivido.

Poi, quasi senza accorgermene, abbandonai ogni velleità adolescenziale per diventare moglie e madre.

Ora era una mamma paziente, dolce e innamorata dei suoi figli. Non era più attratta dall’abisso. Si sentiva felice nella sua ordinaria quotidianità. Le sembrava così bello andare al mare ogni anno coi suoi bimbi e i suoi genitori. Era così bella la normalità.
Quel pomeriggio i bambini dormivano e suo padre leggeva il giornale quando la madre d’un tratto le chiese: – Scusami. Ma… va tutto bene tra te e tuo marito?
Il padre levò gli occhi dal giornale, entrambi la interrogavano con lo sguardo. Lei sentì freddo. Null’altro. Il corpo e l’anima irrigiditi, la mente svuotata. Poi le parole sgorgarono da sole, asettiche e lontane:
– Mio marito… ha un’altra. Abbiamo già avviato le pratiche per la separazione.

La mia più grande angoscia consisteva nel pensiero di quanto avrei fatto soffrire i miei figli. Non ero stata capace neppure di tenermi un marito. Sopravvissi com’ero capace.

Oramai l’infanzia era lontana. Ora amava suo padre e sua madre d’identico amore. A lei era grata per l’allegria e le carezze, per quel furore di sangue di carne di voglia di vivere, e per la capacità di sopportare. Le aveva insegnato l’essenza della femminilità, sua madre. Le aveva insegnato la capacità d’amare come solo le donne sanno.
A lui era riconoscente perché le aveva regalato l’amore per i libri, la fede nel suo credo politico e il coraggio di essere agnostica. Ma anche tenerezza eccesso teatralità, forza d’imprecare e bestemmiare, e di esser corpo senza averne vergogna. Le aveva insegnato la potenza, suo padre. Potenza, non potere! Era potente grazie a suo padre che era stato capace di insegnarle sia ad obbedire che a trasgredire, a guadagnarsi il pane e ad esserne fiera. E a dire no quando il no è giustizia.

Avevo più di quarant’anni, e certo la vita la conoscevo bene. Eppure non sempre la sapevo affrontare come la gente di solito sa fare a quell’età.

La donna aveva spesso paura. Era così spaventata che a volte non riusciva ad alzarsi il mattino perché la giornata le appariva troppo lunga e faticosa da poterla sopportare. Era una donna sola che lottava ogni giorno contro lo sforzo e la miseria del vivere quotidiano. Aveva bisogno di carezze, e la notte piangeva abbracciando il cuscino e pensando a quell’amore che era stato, e che oramai non c’era più. Talvolta non sapeva se valesse la pena di far tanta fatica per vivere o se invece non sarebbe stato meglio schiantarsi con l’auto contro un muro. E al diavolo i vecchi genitori e al diavolo i figli! Se la sarebbero cavata anche senza di lei. Anzi, magari meglio.

Non mi schiantai contro alcun muro. Sapevo soffrire, ma anche gioire di un sorriso, o della prima primula ogni anno a primavera.

La donna guardava il cielo, aspettava l’eclissi di luna. Non voleva perdersi quello spettacolo.
– Eccola, è rossa!
Un brivido le percorse la schiena. Telefonò a sua madre:
– Mamma, l’hai vista l’eclissi? Dillo anche a papà. Ora è proprio nel pieno!
Guardò la luna per un attimo ancora, poi tornò in casa. Il turbamento si fece più denso:
– La prossima sarà tra vent’anni.
Lo sapeva, quando aveva telefonato ai suoi. E aveva pensato che per loro sarebbe stata l’ultima occasione.
Ancora una volta sentì tanto freddo. Raggomitolata e quasi persa nel suo letto troppo grande per una persona sola, pianse. E sapeva con certezza che anche suo padre e sua madre stavano piangendo, ognuno per proprio conto. Ognuno coi suoi ricordi e i suoi rimpianti. Ognuno da solo di fronte all’ ultima eclissi di luna.







Formaggio

Il coltello pareva improvvisamente strumento inadeguato a tagliare quel formaggio che si offriva morbido e cremoso allo sguardo affamato e voglioso della donna che pensava: - Ecco ciò che resta del mio eros, del mio culto del corpo e del piacere…
Taleggio. Ma che taleggio! Stagionato al punto giusto, sicuramente dolce ma saporito a giudicare dall’aroma che sprigionava. La crosta superiore e quella inferiore tendevano ad avvicinarsi per lasciare spazio al libero impercettibile movimento di quella crema compatta e leggermente profumata che andava oltre i confini e si espandeva, nel calore della giornata di luglio, sulla carta oleata dell’involucro. Decise di abbandonare il coltello gettandolo nel lavandino, e impugnò un cucchiaino da tè, che affondò subito con delicato movimento, quasi reverenziale, dentro quel molle delizioso nettare che il suo palato già pregustava.
A fatica, e con un lungo allenamento aveva imparato ad amare la sua solitudine. Prima c’era stato l’inferno. Dopo un’infanzia felice e un’adolescenza tormentata, la giovinezza fu tradita da un amore sbagliato che aveva dato vita a quattro figli, l’ultimo dei quali morto a due anni per una diagnosi sbagliata di un medico saccente e incompetente. Viveva ancora dentro di lei, il suo bambino morto, più ancora più degli altri tre che pure non le facevano mai mancare la loro affettuosa presenza. Viveva con lei ogni istante, di giorno e di notte, anche nel sonno. Non se ne andava mai. E lei talvolta non sapeva se ne era felice oppure vergognosamente infastidita. Si è madri per sempre, diceva. Con orgoglio, con gioia, o con rimpianto? Da ragazza aveva sognato e desiderato con tutta se stessa una famiglia sua. Una famiglia vera, come quelle di una volta, con tanti figli da accudire, non come lei che era stata figlia unica. Una casa in campagna e un marito innamorato da coccolare ma anche da sedurre. Non fu così. Suo marito era un brav’uomo, ma delle sue sottovesti audaci non sapeva che farsene. I figli nacquero grazie alla sua prepotente fertilità, nel corso di quei rari e trasandati rapporti avvenuti nel buio della camera da letto, in fretta, con il mero scopo di concepire. E lui che si girava di spalle e dormiva, da solo. E lei che piangeva, da sola. Ma questo ormai era il “passato remoto”.
Aveva chiesto la separazione poco prima che, nel giro di pochi giorni impazziti, morisse il suo bambino. Non aveva nulla da rimproverare a suo marito; aveva sempre provveduto al mantenimento della famiglia, non aveva mai alzato la voce né con lei né con i bambini, era stato un padre amorevole e dolce. I bambini lo adoravano. Lei ormai lo odiava. Aveva tradito il suo sogno d’amore, non meritava perdono. Aveva sempre voluto essere sua moglie, non sua sorella. Quando scoprì che lui aveva un amante, un suo giovanissimo dipendente, capì tutto. Una luce improvvisa diede un significato e una risposta a tutto il dolore e a tutte le domande che sino a quel momento erano rimaste prive di risposta. Decise di lasciarlo e con coraggio inaudito affrontò tutto l’iter burocratico da sola.
Lui la lasciava fare, a patto di non coinvolgerlo. Era un debole, un pigro, un codardo? No, non poteva essere un codardo, era fatto così.
Fai quello che vuoi - le diceva - fai tutto tu, ma non rompermi le scatole. Ai bambini voglio bene, tanto bene, lo sai. Per me può andare avanti così per sempre. Sei tu che non vuoi più stare con me. Se ti do fastidio me ne vado, ma io non muovo un dito. Arrangiati.
Lei si arrangiò. Nel frattempo morì l’ultimo nato. Per un breve periodo si era sentita così a pezzi che aveva pensato di rinunciare a separarsi. Aveva un assoluto immediato urgente bisogno di conforto. Suo marito appariva affranto e disperato quanto lei di fronte a quel dolore indicibile; piangeva, la abbracciava…anche lei aveva bisogno di abbracci, le sembrava di non avere più la forza neppure di respirare. Desiderava solo di morire a sua volta. Talvolta si abbandonava incosciente tra le braccia di quell’estraneo, perché troppo forte era il bisogno di calore umano, troppo forte il bisogno di un corpo vivo che la stringesse mentre pensava al corpo morto di quel bambino che non sarebbe più tornato tra loro. Di questo non si capacitava. L’aveva visto vivo e, dopo pochi minuti, morto. Era ancora lo stesso bambino. Lo accarezzava, gli parlava, lo chiamava. Era lui, era uguale, era il suo bambino! Cos’è che era fuggito via da quel corpo? Cos’era quel mistero terribile e incomprensibile che da un secondo all’altro aveva trasformato il suo bambino da un corpo vivo a un cadavere? Chi se lo portava via? Cos’è la morte? E perché, perché?
Ma dopo pochi istanti si allontanava da quell’abbraccio che non riusciva a darle nulla. Nulla.Era il nulla. Soffrivano entrambi, ma il loro dolore non potevano comunicarselo. Erano divisi per sempre.
Dove trovò la forza chi lo sa; forse la sostenne l’amore per gli altri tre figli, già troppo provati per la loro giovane età. L’amore materno ebbe il sopravvento, l’animalesca furia difensiva della prole le diede il coraggio di continuare il percorso intrapreso. Venne la separazione, venne il divorzio. Suo marito, troppo perbenista, viveva da solo per non far parlar la gente, ma continuava beatamente a frequentare il suo giovane amante. Pareva non gli importasse più nulla né dei figli vivi né di quello morto. Stava bene. Provvedeva puntualmente a versare l’assegno di mantenimento per i ragazzi, ma non cercava mai un incontro con loro, sembrava appartenessero ad una vita ormai finita per lui.
Con l’amore della madre talvolta oppressivo, con l’aiuto economico del padre assente, i tre ragazzi divennero adulti, come tutti. Qualche trauma, qualche bel ricordo e via, si parte. Come tutti se la cavarono. Come tutti trovarono la loro strada. Solo l’ultimo non c’era riuscito semplicemente perchè era morto a due anni senza un motivo e senza un perché, solo per la negligenza di un dottore presuntuoso e incosciente. Eppure lui continuava a vivere - eterno bambino immacolato – nel cuore della sua mamma ormai quasi anziana. Ancora bella a sessant’anni suonati, la donna curava il suo aspetto fisico con meticolosa costanza per piacere al suo bimbo eterno: doveva essere per lui una mamma pulita e ordinata a cui potersi accoccolare in ogni momento del giorno e della notte. La donna passava ore ed ore a sfogliare le fotografie del suo bambino, accarezzava con delicata reverenza quelle immagini a lei sacre, e talvolta ancora piangeva ripercorrendo quei gesti usuali. Ma il più delle volte si riprendeva in fretta. Soffriva, ma non si disperava. La bella signora, per sempre madre di un bimbo di due anni, aveva attraversato altri dolori, come ad ogni essere umano accade.
Il cucchiaino si immerse nella crema di taleggio ed ecco, di colpo, la donna ricordò quel gesto in un inaspettato deja-vu.
Era bambina, andava per le strade della città aggrappandosi stretta alla mano amorevole della sua mamma, e la mano di mamma rispondeva ferma e rassicurante. Il sabato mattina andavano al mercato. C’erano odori, suoni e colori che ricordava immutati a distanza di anni. Era odore di famiglia, suono di sicurezza, colore d’infanzia. Mamma alla bancarella comprava il formaggio, quello che piaceva a papà. Mezze forme di taleggio stagionato, morbido e filante.
Tornate a casa, nel preparare la tavola, madre e figlia non resistevano alla golosità: tra sorrisi e parole e promesse non dette, tra biondi capelli gettati all’indietro e scherzi e risate di complicità, le due affondavano un cucchiaino da tè nella pasta cremosa di quel formaggio tanto amato da papà, e lo gustavano con piacere condiviso sperando che, grazie al caldo di luglio, la crema fuoriuscisse ancora velocemente dalla crosta, oltrepassasse in tempo i confini , così che anche papà ne potesse godere.
Stava per immergere il cucchiaino nel taleggio, quando le era tornato alla mente il volto giovane e gioioso di sua madre in quelle mattine di sabato, dopo il mercato. La mano si bloccò. Ricordò in una sola immagine, come per magia, tutte le cose belle che aveva avuto nel corso della vita: la sua mamma, il suo papà, la sua infanzia, la sua bellezza, i suoi splendidi figli e il suo bambino eterno…cercò di essere grata alla vita per quei doni preziosi, così come aveva sempre fatto.
La cremosità del formaggio accarezzò la sua lingua e il suo palato. E si sentì bene, semplicemente bene. E’ cominciato al meglio questo sabato sera, pensò. E sorrise.




Mantis, mantidos

La donna stava seduta su una di quelle seggioline basse impagliate che una volta le ragazze usavano per ricamare. In giardino, assaporava il sole mite del crepuscolo. Aveva sempre amato questo frammento del giorno, tra tutti il più quieto e il più dolce. Rievocava la sua giovinezza. Tanti momenti così repentinamente consumati scorrevano ora confusi nella sua memoria, intrecciandosi tra loro fino a perdersi di nuovo nell’oblio da cui erano venuti. Era lì, sola, a gustarsi la sua sera.
Sentì un tocco improvviso sulla mano. Aprì gli occhi. – Cos’è? Sembra… è una mantide! –
Cercò di non muovere neppure un nervo: non voleva che le scappasse via. La guardava ammirata e stupita. – Mantide religiosa – sussurrò. E le tornò alla mente, nitido come fosse lì, quel momento di un passato ormai così lontano; quando era una giovane insegnante in un liceo di un’indimenticabile città del centro-nord, di cui aveva sempre amato le strade e le piazze ma soprattutto la gente, saggia e gioviale, forte e allegra, accogliente e dignitosa.
Era una calda mattinata di un caldo maggio. I ragazzi avevano urlato:
- Prof! C’è una cavalletta! - e l’avevano accolta in classe come un piacevole diversivo in quegli ultimi stanchi giorni di scuola.
– E’ una mantide - spiegava la professoressa – e il suo nome deriva dal greco mantis, mantidos che significa indovino, profeta; per via delle zampe anteriori, guardatele bene, guardate che posa particolare assume questo animaletto! Le sue zampette così poste evocano le braccia di chi prevede il futuro. Perciò si chiama così. Mi piace la mantide, la trovo quasi aristocratica anche se a molti appare crudele. Dopo la copula divora il maschio col quale si era appena accoppiata. Eppure si chiama mantide religiosa, questo è il suo nome completo. Religiosa divenne per volontà di qualche entomologo che, in contrasto con la similitudine espressa dagli antichi Greci, giudicava la posizione delle zampe anteriori palesemente affine all’atteggiamento di chi prega.
Intanto la mantide stava lì immobile sulla mano della vecchia, immobile a sua volta. Quell’ insetto le aveva fatto rivivere per un attimo uno dei momenti più felici della sua esistenza, quando era ancora una ragazza piena di entusiasmo e di progetti. Ora trascorreva la gran parte del suo tempo a sonnecchiare nel giardino, presso il muro di pietra , e quel piccolo essere era riuscito a risvegliarla dal suo rassegnato pacato torpore.
Alzò l’indice con uno scatto e, con medesima determinazione, la mantide spiccò il salto.
- Orazio! - chiamò la donna alzandosi a fatica dalla sedia troppo bassa - vieni in casa che è tardi, è ora di cenare.
Come sempre, obbediente e mansueto, il gatto la seguì.







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#2 Bradipi

Bradipi

    Supercritico

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Inviato 15 aprile 2012 - 09:30

Ornella, prima di mettere un testo (postare) devi commentarne un altro o in narrativa (in qualunque delle tre sotto-sezioni: racconti, frammenti racconti a capitoli) o in poesia. Nel regolamento trovi uno schema indicativo di commento.
Per ora chudo il topic, dopo aver commentato invia un messaggio privato (vedi la bustina in basso acconto a Baba Jaga?) a un qualunque membro dello staff.

Edit: link del commento: http://www.writersdr...764#entry173764
topic riaperto.
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#3 enrico_z21

enrico_z21

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Inviato 16 aprile 2012 - 21:15

riguardo al primo racconto:
Per quanto riguarda la trama direi che non è male, ma sono fotografie di vita che, essendo tanto dense, credo che andrebbero ampliate. Non capisco però come mai a volte si parla della protagonista in prima persona e a volte in terza, a seconda dei paragrafi, supponendo che lo volessi e che non sia un errore, perchè hai optato per questa scelta?
Sinceramente mi sembra una frase senza punto questo scritto, come se non fosse finito, come se mancasse un perché. Perchè questa donna tira le somme della sua vita? e questa vita si chiude nella triste rassegnazione come gli Indifferenti, o il tuo intento era un altro? Se l'obiettivo è una mesta rassegnazione di una vita, credo, ordinariamente fallita, forse dovrebbero passare di più le emozioni della protagonista e non si dovrebbe chiudere in un pianto, ma in una accettazione.
Comunque l'idea di questo racconto mi piace, solo che la svilupperei ancora, fossi in te :)
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#4 baba jaga

baba jaga

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Inviato 17 aprile 2012 - 15:37

Nella versione originale, le parti scritte in prima persona erano in corsivo. Scelta, non casualità. Ho optato per questa strategia per distinguere le riflessioni, i pensieri del presente, rispetto al ricordo del passato.Come dici tu, i miei racconti sono fotografie di momenti, dove nulla accade, dove solo si provano emozioni, come spesso accade nella vita. Non era mia intenzione far tirare le somme della sua vita alla protagonista; volevo solo narrare un momento, una sera, un'emozione; senza nulla di definitivo. Mi piace narrare i momenti così semplicemente per come ci si presentano perchè mi pare un'esperienza diffusa. Perciò amio parere il finale col pianto ci sta. Rifletterò invece molto sul fatto che il racconto appare incompleto, non finito. è ovvio che chi lo scrive non si renda conto di come in realtà venga recepito da chi lo legge. perciò grazie davvero, ben vengano le critiche come la tua! é questo che vado cercando qui, oltre alla possibilità di leggere e ampliare le mie conoscenze/competenze. Grazie di cuore.
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#5 enrico_z21

enrico_z21

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Inviato 17 aprile 2012 - 16:01

con questa premessa delle fotografie di vita allora mi trovo d'accordo e capisco il racconto. Per amor di comprensione allora ti consiglio di riutilizzare il corsivo per differenziare i due momenti, il presente e il passato, così da fugare ogni dubbio
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#6 baba jaga

baba jaga

    Imbrattatore

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Inviato 17 aprile 2012 - 16:30

Grazie! Ed è un grazie che viene dal cuore. Le critiche costruttive mi son sempre benvenute. Il problema vero è che ho grosse difficoltà con gli strumenti informatici. Copio file che poi vengono trascritti in altri formati. Perchè io sono una bestia in questo campo, davvero. Ogni tanto mi autoperdono pensando che sono nata nel
1956, e che la televisione l'ho vista per la prima volta all'età di cinque anni. Ho iniziato ad usare il computer dieci anni fa, e quel pochissimo che so fare l'ho imparato da sola. i miei figli mi prendono in giro, ma loro sono nati "con il telecomando in mano". Abbiate un po' di comprensione per noi vecchietti per favore, e aiutateci più che potete, se potete!
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#7 Vlibero

Vlibero

    Scribacchino

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  • Provenienzadal regno del silenzio

Inviato 17 aprile 2012 - 19:40

[color=#5A5A5A][font=tahoma, helvetica, arial, sans-serif]La bimba correva ridendo. La casa era ampia e luminosa. C’era il sole, c’era sempre il sole. Dalla finestra della cucina si vedeva solo la parete rocciosa della montagna, e quella montagna faceva male alla mamma, le procurava tristezza. Lo diceva sempre la mamma che quella montagna la opprimeva e che avrebbe voluto tornare a casa. Ma la bimba non capiva,[/font][/color]
- Leggendo questa prima parte ho come l'impressione ci siano tre persone e non due. Non la mamma e la bimba, ma qualcuno che si riferisce alla bimba e parla della sua di madre. Forse se tu mettessi sua prima di mamma farei meno fatica a capire. Solo in queste due righe ho trovato diverse ripetizioni. Non solo nella parola mamma che usi veramente a iosa, ma addirittura una stessa frase. L'hai modificata ma il senso è lo stesso, secondo me è superfluo. Forse dovresti rivederla. Ma è solo un opinione.
[color=#5A5A5A][font=tahoma, helvetica, arial, sans-serif] Papà si addormentava, lo sentiva respirare profondamente col respiro di chi dorme[/font][/color]
- Anche qui. Da come scrivi sembra che ci siano più persone. Cerchiamo di chiarire, il narratore non è la bambina. Allora perché continui a scrivere mamma o papà la dove servirebbe un sua madre o suo padre oppure la madre o il padre. Mi crei confusione. Gli articoli ti vengono in aiuto se li usi :) :)
[color=#5A5A5A][font=tahoma, helvetica, arial, sans-serif]Al mattino papà non sapeva che la sua bambina era rimasta sveglia per tutta la notte, e che solo nel respiro addormentato di suo padre aveva trovato la forza di continuare a credere che la mamma fosse lì. La luce del mattino spegneva l’illusione.[/font][/color]
- Ti ho sottolineato la frase proprio per farti capire il commento che ti ho fatto prima. Se tu mettessi il prima di papà sarebbe corretto.
[color=#5A5A5A][font=tahoma, helvetica, arial, sans-serif]Avevo solo cinque anni, e l’unico tempo che conoscevo era il presente.[/font][/color]
- Ecco, questa frase mi ha spiazzato. L'impressione che mi ero fatta all'inizio viene confermata. Dici che avevi solo cinque anni, questo dovrebbe significare che la bambina sei tu. Purtroppo da come hai impostato la trama, almeno fino a questo punto io non lo leggo. Per me la bambina è un altro personaggio in più.

A questo punto devo essere sincera. Ho provato ad arrivare alla fine del racconto ma, le troppe ripetizioni, mamma, papà, bimba, mi hanno rallentato la lettura. Leggo passando da una storia all'altra senza trovarvi un nesso, sicuramente è colpa mia che non riesco a inserirmi nella trama. Non ho trovato un senso alla trama della prima parte. Troppi giri di parole mi hanno causato confusione.
La trama per quanto riguarda il testo nel suo intero l'ho trovata confusa, dici tante cose ma non portano a qualche cosa di definitivo. Questa è una mio opinione.
Sinceramente io rivedrei il testo. Prova a rileggerlo come utente e dimmi cosa vedi. Mi dispiace essere così scontata, non sono un granché con i commenti. Mi auguro di rileggerti presto.
Ricorda che tutto è opinione personale non prenderla come critica offensiva. Spero di averti aiutato e non complicato le cose. :flower: :flower:
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#8 Unius

Unius

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  • ProvenienzaSardegna

Inviato 17 aprile 2012 - 21:41



Ho letto tutto e mi pare di aver capito che chiaramente ti riferisci alla stessa persona, in vari momenti della sua vita. Ho capito anche i vari passaggi dei tempi verbali, che cambiano la visione in maniera un po' repentina a dire la verità, ma una volta capito lo schema tutto appare chiaro e plausibile, forse un tantino sperimentale, ma indubbiamente funzionale.
Usi i tempi verbali come le riprese di una telecamera, presente e passato si alternano nella constatazione della realtà attuale e presente e nel riandare indietro con ricordi.
Sono anche io della tua generazione, apprezzo lontani ricordi, rimpianti.
Forse asciugherei, limerei un po' il testo, dai molto spazio ai sentimenti, alle persone e questo va bene, ma alla fine diventa faticoso questo movimento continuo di corpi, dovresti inserire a mio parere anche qualche scarno particolare ambientale.
La protagonista confida solo in se stessa e nella vita, che considera fatta solo di corpi e sentimenti che fuoriescono da questi corpi, come la luce da una pila elettrica che si scarica lentamente e stop.
Durante questa luce, questa vita, accadono diversi fatti, belli e meno belli, ma sono nella descrizione fine a se stessi, si dovrebbero analizzare alcuni episodi.
Ad esempio perché il padre fa del male alla madre? Un motivo, anche sbagliato, perché è sempre sbagliato fare del male, bisognerebbe evidenziarlo.
Perché il marito della bambina diventata adulta (se male non ho capito) si cerca un amante in un suo giovane dipendente? E' un amore particolare, ci vuole un motivo particolare, una predisposizione, esplicare eventuali sentori di questa scelta non sarebbe male anche se, mi rendo conto, occorrerebbe scrivere molto di più nella descrizione e penetrazione psicologica dei personaggi.
La protagonista, come dice lei stessa, è fiera del suo agnosticismo, amore della conoscenza di tutto, ma non di Dio, che in epoche non ancora intasate dall'attuale tv era ancora presente nella memoria, ritenendo che non fosse necessario vederlo e toccarlo perché si ritenesse vero.
Ecco, alla fine, fatte salve alcune tracce di revisione o approfondimento che ti ho appena accennate, alla fine, ma solo per mia convinzione personale, vedo che traspare una donna si onesta, si che ha sofferto, si che si è sacrificata, ha creduto ed è stata disillusa, ma questa donna non ha nessuna speranza, nemmeno nei suoi affetti più cari, confidando solamente sulle cose che può vedere, toccare, sentire.
Nessun anelito non dico al paradiso o al purgatorio, che nemmeno i teologi sanno cosa siano e se ci siano, ma uno sguardo al cielo, una vaga speranza in qualcos'altro... qualcosa che lenisca l'anima, una preghiera come balsamo non del corpo ma dell'anima... di questo non c'è traccia e uno come me che cerca di credere in qualcosa lo rileva in maniera eclatante lungo ogni riga.
Però, ripeto, può non essere affatto importante, effettivamente.





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