Scrisse: “Il membro, rigido e turgido, premeva contro la cintura dei pantaloni...”
No, non andava. Elena prese da una pila di libri dalle orribili copertine un volume e lo aprì a caso. Si imbatté facilmente nella parola “membro”. Dunque si diceva proprio così. Doveva alludere a una specie di confraternita. Dunque membro, ma turgido? Cosa voleva dire esattamente “turgido”?
Non si era portata un vocabolario, grave errore, perdonabile solo perché era alla sua prima esperienza come autrice. Le avevano detto che sarebbe stato facile ma era in difficoltà già alla prima frase. Aveva preso un biglietto per quella splendida località di villeggiatura e non si stava minimamente godendo la vacanza. Mancava di esperienza, ecco. Ma come poteva farsela stando chiusa nella su stanza? Non aveva voglia di fare esperienza, non quel tipo di esperienza, almeno. Tutto doveva venirle da dentro, dai suoi desideri inappagati, così avrebbe scritto qualcosa di originale. Ma quali desideri?
Turgidezza, turgidità, il concetto continuava a ronzarle in testa senza chiarirsi. Un fiore turgido di rugiada mattutina. Forse si trattava di goccioline, sembrava che a volte gli uomini avessero delle perdite. Suo marito non ne aveva mai. Comunque non trasparenti e brillanti alla luce dell’alba. Era tipico suo marito? Di fatto era l’unico che avesse conosciuto e guardato da vicino.
A parte quel tizio quando andava all’università, ma quello era anormale, doveva essere anormale. Un dolore sordo la prendeva proprio lì, all’attaccatura delle gambe, alla sola idea di essere – come si diceva? – penetrata da quell’affare mostruoso. Per fortuna non era successo. Se quello non era anormale allora Vincenzo...
Vincenzo l’aveva lasciata. Meglio così, era un individuo rozzo, Elena voleva essere una poetessa. Scrivere romanzi porno era solo un espediente per entrare nel mondo delle lettere, così come suo marito era stato un espediente per entrare nel mondo delle donne sposate.
Turgido. Guardò fuori dalla finestra, la spiaggia era bordata da piante di ibisco e il personale, tutti i giorni, metteva fiori di ibisco freschi, rossi e rosa, in un vaso sul davanzale. Erano turgidi quei fiori? Sembravano fatti di carta. Doveva scendere nella hall e informarsi, intavolare l’argomento con degli uomini poteva essere pericoloso. Però non solo – come si chiamavano? - A già, i membri potevano essere turgidi. L’avrebbe presa alla larga.
Uscì dalla sua stanza e uscì nel corridoio anonimo e moquettato, prese l’ascensore, si trovò nel salone dell’hotel e si guardò intorno. A chi poteva rivolgersi? Aveva bisogno di qualcuno che parlasse italiano e non fosse troppo infoiato. Troppa gente aveva l’aria di esserlo.
Al bar la sua attenzione cadde su Emilio, seduto come quasi sempre lo aveva visto, a bere aperitivi. Doveva soffrire di inappetenza, altrimenti perché tanti aperitivi? Alle undici di mattina sembrava già bello che andato. L’eccesso di alcol rende impotenti, aveva sentito dire. Sperava che fosse vero.
Si sedette davanti Emilio e chiese se poteva offrirgli qualcosa. Lui sembrò uscire dalla nuvola cupa in cui era perennemente immerso.
- Perché no? – rispose – Qualcosa come un mojito?
Elena ordinò due mojitos a un cameriere subito accorso. Era verdino, fresco e andava giù come l’acqua minerale. Sentì un’onda di calore pervadergli il corpo a partire dallo stomaco.
- Tu sei Elena, vero? – disse Emilio. Elena non avrebbe voluto che si passasse tanto velocemente al tu, ma ormai era in ballo – Ti serve qualcosa o vuoi solo fare due chiacchiere?
- Sto facendo le parole crociate – disse Elena – magari mi puoi aiutare. Conosci un sinonimo della parola “turgido”?
Emilio strabuzzò gli occhi.
- Non hai con te la rivista?
Elena si morse le labbra. Aveva commesso un errore.
- È in camera...
- Possiamo andarla a prendere. Sai, per verificare gli incroci.
Ecco, proprio come temeva. Cercò di pensare a un modo di disimpegnarsi.
- Non importa. Stavo per andare in spiaggia – disse Elena.
La nuvola cupa tornò a incombere su Emilio. Almeno era uno che capiva in fretta. Almeno poteva sperarlo.
- Credo indichi un colore – disse lui – dev’essere imparentato con turchino.
- Ce ne sono di blu? – esclamò improvvidamente Elena. L’altro sogghignò.
- Non proprio blu. Diciamo rosso violaceo.
- Ho sentito parlare di rose turgide – cercò di barcamenarsi lei.
- Certo. Hai presente il bocciolo che fuoriesce appena dalle sue foglioline...
Un amico di Emilio, Elena non sapeva come si chiamasse, si aggiunse alla compagnia. Partì un altro giro di mojitos.
- Di cosa parlate? – chiese l’amico.
- Del color turgido – rispose Emilio.
- Color turgido? Ma turgido non è un colore! Vuol dire qualcosa come “ritorto”, “intorcinato”
- A torciglione? – Disse Elena ormai completamente confusa. Poi approfittò del fatto che i due sembravano essersi persi in una discussione surreale per alzarsi. Le era venuto in mente che la donna della bottega di souvenir parlava un ottimo italiano. Forse lei poteva aiutarla. Doveva essere una donna d’esperienza.
Stava transitando vicino al bancone del bar quando, con la coda dell’occhio, vide i due alzarsi e venire verso di lei. Disse al barista che voleva offrire qualcosa di forte ai due.
- Margaritas? – chiese l’uomo in camicia bianca.
- Purché molto carichi.
Si allontanò. Era davanti al fioraio, persa nella visione di rose di tutti colori (nessuna le sembrava turgida) quando si accorse che i due dovevano aver buttato giù i cocktail in un sorso e avevano ripreso l’inseguimento. Sebbene piuttosto malfermi. Entrò nella bottega, l’attraversò a passo spedito e uscì da un’altra porta. I suoi persecutori, in qualche modo, sembrarono perdersi tra la vegetazione.
La bottega successiva vendeva soprattutto oggetti di vetro o cristallo. Al banco c’era la donna che cercava.
- Signora – chiese – Per caso vende qualcosa di turgido?
- Signorina – rispose gelida quella, sottolineando la differenza di età – Qui vendiamo solo cristalli e io sono una donna onesta. Cosa vuole esattamente? Ho l’impressione che lei sia ubriaca. O mi sbaglio?
- Si... No... – A Elena veniva da piangere – La prego, mi aiuti. È complicato da spiegare ma ne va della mia carriera. Sa dirmi cosa vuol dire turgido?
La donna sembrò finalmente rendersi conto che la questione era seria.
- Vuol dire “rigonfio” – disse – e lei sa a cosa alludo. Bombastic.
- Bombastic come la canzone? I’m bombastic, really fantastic? – Era sconvolta. Le era sempre piaciuto quel brano ma non aveva mai immaginato cosa volesse dire.
- Esatto.
In quella i due uomini entrarono nella bottega. Uno portava un mazzo di rose di un funereo color porpora, l’altro una pianta di ficus benjamina costretta a crescere avvolta a spirale. Elena impallidì visibilmente. La bottegaia le indicò di uscire da una porta laterale e si volse ad affrontare la coppia di etilisti. Mentre usciva Elena sentì il rumore del primo cristallo infranto, probabilmente dalla pianta di ficus malamente brandita.
Inaspettatamente si trovò in spiaggia. La testa le girava. Il sole turgido, ormai quasi verticale, la accecava. Turgide onde si infrangevano contro la lontana barriera corallina. Turgide coppie si abbracciavano qua e la e, sicuramente, ciascun lui aveva qualcosa di turgido dentro i bermuda.
Vide una sedia a sdraio e, opportunamente, vi si sdraiò. Un cameriere subito le portò un bicchiere tutto inturgidito di condensa, pieno d'un liquido dal turgido colore violaceo e con lo stelo spiraleggiante. Lo bevve d'un sorso. l'universo prese a roteare.
Finalmente il sonno, turgidamente, la colse.
Messaggio modificato da Nanni, 13 aprile 2012 - 10:27



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