Tessere di un domino
#1
Inviato 11 aprile 2012 - 07:30
Sciolsi la polvere in un cucchiaio con poche gocce d’acqua distillata, la risucchiai con la siringa e me la iniettai, ero solo. Poi mi svegliai, se si può chiamare sonno quella pausa di nulla nella coscienza di cui ignoro tutt’oggi la lunghezza. Un mio amico, Valerio, mi stava facendo la respirazione artificiale. Mi ripresi in fretta.
Ricordo che il mio ultimo pensiero prima di svenire era stato “non è abbastanza”. In qualche modo sapevo che qualcuno sarebbe arrivato in tempo. Per fortuna al mio amico non venne l’idea di portarmi al pronto soccorso, dove avrei ricevuto qualcosa che mi avrebbe fatto soffrire.
Uscimmo per andare in un locale di periferia gestito da conoscenti. Valerio entrò, io preferii rimanere in macchina. Livia uscì dal locale, voleva capire perché non entrassi, credo. Mi guardò e scosse la testa, io le sorrisi.
Tutto era ovattato, l’illuminazione stradale, spesso così violenta e nitida, mi appariva alonata. Il sedile della macchina era morbido e accogliente. Dissi a Livia che stavo bene.
Ero moderatamente soddisfatto. Solo moderatamente, però. Non è mai abbastanza.
Penelope, detta Penny, era molto bella. Aveva i seni piccoli e profumava di giovinezza, studiava per diventare psicologa, mi disse che c’era qualcosa di sbagliato in me.
- Che importa? – le risposi – C’è tanta gente che ha problemi più gravi. Perché occuparsi dei miei?
- Tu pensi solo a te stesso – mi disse irritata – i problemi degli altri sono solo una scusa per concentrarti su di te senza che nessuno ti disturbi.
Non era vero. Cercavo solo di dimenticarmi. Presto Penny mi lasciò, non volle più saperne. Fu meglio così, si era fatto inverno e lei era molto magra. Non mi scaldava quanto avrei voluto.
Meglio una ragazza abbondante e capace di sudare mentre scopavamo. Almeno per un po’.
Facevo del bene a chi mi voleva male, del male a chi mi voleva bene. Senza mai essere sicuro della categoria a cui ciascuno poteva appartenere. Non mi importava.
Fuggivo, ma probabilmente volevo essere preso. Una sera tornavo a casa da un paese dell’hinterland, in autostop. Avrei dovuto usare la corriera, ma gli orari che mi avevano dato erano sbagliati e l’ultima era inesorabilmente partita. Avevo con me una Beretta sette e sessantacinque, e viaggiare in macchina armati, in quei giorni, era un rischio; ma ormai non potevo fare diversamente. Mi prese su un camionista.
Sulla Salaria ci fermò la polizia, ero tremendamente nervoso. Scesi dal camion con la pistola contro le reni, infilata nella cintura dei pantaloni.
Semplicemente il camion aveva una luce spenta. Risalimmo nella cabina. Il camionista doveva pensare di aver caricato un tipo strano, ma forse ci era abituato. Quando mi lasciò vicino a una fermata d’autobus lo ringraziai senza metterci il calore che sarebbe stato opportuno.
Pensavo a quello che avrebbe potuto succedere e non era successo. Per quanto rallentassi chi mi inseguiva non mi raggiungeva mai, come una muta di cani che voglia soltanto giocare.
Renzo mi portò a mangiare in un posto che conosceva. Qualità e abbondanza, diceva, il prezzo non importava e comunque pagava lui. Mangiammo soprattutto pesce, esordendo con dei pesciolini quasi vivi da ingoiare interi. Mangiammo troppo e bevemmo. Pe lui la vita era esagerare, cosa fosse per me non lo sapevo, camminare su di un filo, forse. Oppure attraversare più volte il confine, in un senso e nell’altro; se una cosa del gener fosse stata permessa. Renzo sarebbe diventato grasso, io magro da pieno che ero.
Quella sera un bicchiere di grappa, invecchiata in botti di legno di rosa, fu di troppo. Vomitai tutto quello che avevo mangiato: uno spreco senza nome. Non mi capita spesso di vomitare e non mi dispiacque.
Alla fine ci si sente ripuliti, se si è bevuto troppo alcol si è ancora ubriachi, ma è come un’eco che sparirà nel nulla, perché non sarà rimasto spirito nello stomaco ad alimentare l’ebrezza. La mattina dopo sarei stato bene come se fossi andato a letto presto dopo aver mangiato leggero. Solo con un poco di fame facile da tenersi a bada.
Sulla via del ritorno la macchina uscì di strada, fui proiettato fuori dal tettuccio di plastica, era una piccola auto sportiva molto potente. Eravamo rotolati lungo una lieve scarpata, avevo la faccia coperta di sangue e la bocca piena di terra e di fili d’erba.
Un poliziotto mi chiese i documenti. Come poteva venirgli in mente di domandarmi chi ero nelle condizioni in cui mi trovavo? Non aveva cuore, non aveva una scintilla di empatia nei miei confronti? Finalmente potei sciacquarmi a un abbeveratoio per il bestiame non lontano dal luogo dell’incidente. Avevo solo pochi graffi e dei lividi, la terra era stata accogliente, non aveva realmente voluto farmi male. Come un’amico che ti tratta con rudezza perché tu non faccia qualcosa di insano.
Da allora cominciai ad avere l’impressione di vivere in un mondo di fantasmi. Credevo di conoscerli uno per uno ma, quando incontrai Marco, non lontano da Piazza del popolo, non lo riconobbi. Avevo provato attrazione per lui. Un’attrazione fisica che nessun’altro appartenente al mio sesso mi aveva mai suscitato. Una persona molto dolce.
Era malato, lo seppi quando finalmente mi riuscì di ricordare chi fosse. Una forma particolarmente grave di fuoco di Sant’Antonio. Il fuoco di Sant’Antonio non può uccidere, o forse sì. Forse non era fuoco di Sant'antonio. Di certo non avrei più potuto donare il mio sangue all’Avis. Principio di precauzione, anche se non avevo niente perché alla fine non avevamo fatto niente. Solo il caso, però.
Mi trovai un appartamento troppo grande per le mie necessità, vagavo per il lungo corridoio, mi affacciavo alle finestre del salone guardando fuori e cercando di non essere visto dai vicini del palazzo di fronte.
Su di una parete c’era un quadro dipinto da Livia, col tempo era diventata una pittrice piuttosto nota. Dipingeva soprattutto porte, usando grumi di pittura che sporgevano dalla tela, dando ai suoi quadri una terza dimesione. Le avevo commissionato un disegno ingannevole, uno di quegli archi che sotto sembrano reggersi su tre colonne e sopra su due. Anche quello, a suo modo, era una porta, ma non attraversabile nemmeno in via di principio.
La strada, molti piani più in basso era rumorosa. Se mi fossi impiccato la corda si sarebbe spezzata, se mi fossi sparato la pistola avrebbe fatto cilecca perché le pallottole erano vecchie e la polvere certamente deteriorata. Non volevo gettarmi di sotto, temevo di cadere su qualcuno e fargli male ma, soprattutto, temevo il ridicolo di sopravvivere. Che si dicesse di me che non volessi realmente morire ma solo attirare l’attenzione. I fantasmi mi guardavano scuotendo la testa come a dire che il momento non era arrivato.
Una sera andai in un bordello, un posto molto raffinato: si entrava, ci si spogliava, si faceva la doccia e si restava in vestaglia; al bancone del bar dove si servivano aperitivi esotici, tra ragazze affettuose e non insistenti. Ne trovai una graziosa e non troppo alta, ma riuscii a combinare ben poco, forse perché avevo bevuto troppo. Intuii la sua preoccupazione, entrambi sapevamo come spesso i maschi diano la colpa alle donne dei loro fallimenti. Quella volta non sarebbe successo; le dissi di non preoccuparsi, sorrisi e lei sorrise di rimando mostrandosi sollevata. I suoi seni mi ricordavano quelli di Penny più o meno quindici anni prima, quando si era tolta davanti a me la maglietta di cotone e io non mi aspettavo che lo avrebbe fatto, non ancora. Non pensavo più a Penny da moltissimo tempo.
Ma lei era molto chiara, la donna che ora guardavo sdraiata sul letto aveva i capelli neri, lunghi e lisci, e una carnagione da mulatta. Non c’erano altre somiglianze tra le due.
Indugiammo ancora qualche minuto, scambiando qualche parole per non dare l'impressione che il nostro incontro fosse durato troppo poco.
Le avevo detto che stavo bene ed era vero. I cani erano spariti. Pensavo solo per quel momento, ma sbagliavo: non ne ho più avvertita la presenza.
Ora qualche altra bestia, più solitaria e implacabile, sta forse fiutando le mie tracce e le parti si sono invertite: sono io che vorrei giocare. Come un vecchio che fa le parole crociate o interminabili partite a canasta coi coetanei.
La cosa buffa è che, a vedermi, tutti dicono che sembro ringiovanito, anche se non incontro molta gente.
Ma la vita non è mai abbastanza. Ci si può solo accontentare, in mancanza di altro.
#2
Inviato 11 aprile 2012 - 09:53
#3
Inviato 11 aprile 2012 - 12:07
#4
Inviato 11 aprile 2012 - 12:30
Come ringrazio Albieg, che sembra abbia capito piuttosto bene quali fossero le mie intenzioni.
#5
Inviato 15 aprile 2012 - 22:08
Non ho nessun rilievo sulla forma da fare, il resto sono pensieri miei, che navigano nel mare della mia mente. Ti dico solo grazie per avermi dato l'opportunità di leggerlo. Complimenti ^_^
#6
Inviato 15 aprile 2012 - 22:57
#7
Inviato 16 aprile 2012 - 16:47
errore di battitura: del genere[color=#5A5A5A][font=tahoma, helvetica, arial, sans-serif]Oppure attraversare più volte il confine, in un senso e nell’altro; se una cosa del gener fosse stata permessa. [/font][/color]
Complimenti
#8
Inviato 16 aprile 2012 - 22:39
#9
Inviato 17 aprile 2012 - 15:32
Il protagonista alla fine vorrebbe rituffarsi nel gioco, nel senso che vorrebbe iniziare di nuovo qualche rapporto umano, giusto? Ma sa che sarebbe appunto solo un gioco, neanche portato fino in fondo, perché non è mai abbastanza, non sarebbe mai abbastanza per quello che lui desidera. Diciamo che gli sembra un gioco che non vale la candela, anche se la mia è una riduzione molto maccheronica. E tutto questo è l'ultimo tassello del domino che si realizza con l'interiorizzazione della sofferenza, con l'occultamente dei propri stati d'animo, con la soppressione dei desideri di soddisfazione (felicità? tranquillità?); con il conseguente allontanamento dagli altri e il ripiegamento su se stesso. E' così? (a grandi linee, il tuo racconto contiene molta più complessità)
Scusami se praticamente ti chiedo di spiegarmi ciò che hai scritto. Il fatto è che sento il bisogno di capire.
#10
Inviato 17 aprile 2012 - 15:47
Inizio da qualche appunto al testo:
staccherei maggiormente con un ;con la siringa e me la iniettai, ero solo.
e qua, secondo me, rendi implicite alcune informazioni creando un qualche stacco. Il verbo presuppone che si sia addormentato ma non lo dici; dopo si viene a sapere che il suo svegliarsi sia in realtà un rinvenire, un riprendersi in seguito a un intervento di ripristino delle funzioni vitali e quindi quello svegliarsi, a meno che non fosse voluto, suona ancora incongruente (anche se sullo svegliarsi ci costruisci la seconda frase). Secondo me avresti potuto terminare la prima frase con un richiamo secco alla condizione dello sprofondare nell'incoscienza di un arresto respiratorio con un "Poi il buio" oppure solo "Buio".Poi mi svegliai
Ora, non essendo del mestiere mi viene da interrogarmi sulla possibilità di ripresa da una condizione di overdose (se non ho capito male) semplicemente con una manovra di respirazione artificiale. Sarà che mi sono venuti in mente due casi cinematografici testimoni di una situazione quasi compromessa per la cui risoluzione si era reso necessario intervenire più pesantemente: l'overdose di Uma in Pulp fiction e quella di Marc Renton in Trainspotting.Un mio amico, Valerio, mi stava facendo la respirazione artificiale. Mi ripresi in fretta.
un puro e semplice gusto personale mi rende indigesto l'aggettivomi appariva alonata
non mi convince l'avverbio. Avrei preferito una indicazione temporale (mezz'ora/un'ora...prima) o consecutiva (senza di me/lasciandomi a piedi). Capisco comunque che il suo utilizzo ti permetta di esprimere un sottile richiamo al significato complessivo del racconto.l’ultima era inesorabilmente partita
perchè?e viaggiare in macchina armati, in quei giorni, era un rischio;
non funzionante/che non funzionavaSemplicemente il camion aveva una luce spenta.
non mi convince il tempoIl camionista doveva pensare
Ho avuto un attimo di smarrimento nel collegare le sceneperché alla fine non avevamo fatto niente. Solo il caso, però.
Mi trovai un appartamento troppo grande per le mie necessità,
Nel finale ci presenti una situazione mutata subito dopo le sue riflessioni sul suicidio senza un minimo accenno al perchè.
A parte il fatto che un paio di volte ho perso un po' il filo "logico" tra le sequenze (solo logico, perchè quello empatico scorre bene) il raccontoalterna parti più narrative ad altre riflessive tratteggiando il "macabro" realismo di una dissociazione. Quello che più mi colpisce è la capacità di condensare in asserzioni oggettive una complessa struttura psicologica. Il protagonista sembra dotato di una lucidità spietata nell'analisi di atteggiamenti e motivazioni che paiono al contempo rappresentare le manifestazioni parossistiche della sua condizione in quanto in netto contrasto. Le sue motivazioni risultano amplificate in quanto intuizioni di una mente in precario equilibrio tra un eccesso e l'altro. Ecco, è una follia talmente lucida da sembrare studiata, da sembrare una sfida architettata per ottenere due risultati agli antipodi nel medesimo tempo: la distruzione e la continuità, la cattura e la fuga. Quasi un topos di quel genere di film in cui l'assassino semina indizi appositi per essere fermato ma vuole protrarre l'inseguimento all'infinito. Il piacere sta nel perpetuare la tensione non nel risolverla. Come in un mucchio di nostre esperienze. E questo il tuo protagonista lo sa
Scusa se ho mal interpretato
Enoch
#11
Inviato 18 aprile 2012 - 06:44
In ogni tessera ho lasciato qualcosa di inespresso, come se avessi usato la tecnica del cut up - consiste, per chi non lo sapesse, nel prendere un brano, farlo a pezzi più o meno lunghi, e rimescolare i pezzi tra loro - questo comporta il problema delle informazioni che mancano. Immagino che avrei dovuto approfondire ciascuna tessera in modo che fosse autosufficente, ma temevo di rallentare troppo la narrazione. Per esempio nella parte della pistola quello che ho dato per scontato fosse noto è che, quando succede un fatto grave, la polizia tende a intensificare i controlli particolarmente sulle automobili in transito. Successe su larga scala durante gli anni di piombo ma capita, su scala più piccola, quando avviene qualche delitto efferato. Per questo motivo il protagonista deve evitare di trasportare armi in automobile, dato che il rischio di un controllo, in particolare in ingresso nella città, è molto alto.
Invece per quanto riguarda l'episodio iniziale posso testimoniare che succede davvero. Gente che viene tirata fuori dal coma (necessariamente leggero, questo va da se) magari in modo meno gentile (schiaffoni) e subito si rimette in moto e talvolta parte per cercare altra roba. Qui sono contento di sfatare un luogo comune.
Il protagonista è davvero molto lucido - almeno in apparenza - perché questo fa parte della sua ossessione. Come gli dice Penny vuole concentrarsi su di se senza essere disturbato. Tuttavia non riesce a mettere completamente in ordine il suo passato. Credo sia convinto che, se lo facesse, troverebbe una spiegazione al proprio comportamento. Invece il fatto che sembri avere la struttura di un giallo dipende più da come l'ho scritto io più che da una volontà nascosta del personaggio. Devo dire che c'è molta immedesimazione, per cui non sono sicurissimo della cosa.
Per il resto, e qui rispondo anche a Nico, cosa voglia esattamente il protagonista temo non si chiarissimo nemmeno a me. Molta gente, tendelzialmente edonista, cerca di ottenere il massimo, dalla vita, di ciò che gli da soddisfazione. Può trattarsi del cibo o del sesso o della ricerca della bellezza. Penso al protagonista di "A ritroso" di Huysmans. Il mio, di protagonista, la cerca in una sorta di "equilibrio" tra vita e morte, tra isolamento e rapporti personali, ma lo fa comunque in modo maniacale. È un paradosso.
Chiedo scusa se mi sono dilungato troppo. Come ho detto questo è un racconto che mi coinvolge molto. Confesso di non esserne totalmente soddisfatto: avrei voluto fare di più e probabilmente finirò per riscriverlo. Però mi da l'impressione di essere su di una strada quantomeno interessante.
Vi ringrazio tutti e due per l'attenzione e le considerazioni che mi saranno molto utili.
#12
Inviato 18 aprile 2012 - 17:56
Il mio, di protagonista, la cerca in una sorta di "equilibrio" tra vita e morte, tra isolamento e rapporti personali, ma lo fa comunque in modo maniacale. È un paradosso.
La cosa è meno paradossale di quanto possa apparire a prima vista. Purtroppo sono atteggiamenti molto più diffusi di quanto si possa pensare, anche se nell'ambiente artistico sono in genere molto più visibili.
Prendo un caso, quello di Vysockij, che è da manuale: muore a quarantadue anni a causa del deterioramento fisico dovuto all'abuso di alcool e droghe, dopo una vita davvero intensa. Nella sua canzone forse più famosa descrive una corsa in carrozza in cui il protagonista contemporaneamente incita i cavalli frustandoli e implora che rallentino mentre corrono lungo un precipizio. Il protagonista vuole osservare quel precipizio qualche istante di più ma è incapace di frenare i cavalli, anzi, aumenta la spinta perfettamente consapevole del rischio.
Però non parlerei di edonismo, è qualcosa di estremamente più complesso, perché il piacere in questi casi è come un analgesico per un dolore cronico. Non è mai un vero piacere.
#13
Inviato 18 aprile 2012 - 18:21
#14
Inviato 20 aprile 2012 - 18:42
Non so se sia la disposizione d'animo di chi fa uso di oppioidi(almeno immagino sia eroina), però è abbastanza coerente con tutte le dipendenze.
In definitiva non ti segnalo gli errori di battitura perchè già lo hanno fatto, però ti dico: non mi convince granchè l'incontro con la prostituta, mi sembra troppo artificioso(forse qualcosa nel dialogo?).
BRADIPINO
#15
Inviato 21 aprile 2012 - 05:02
Beh, di dialogo non ce n'è molto. Credo che sia una situazione poco comune, ed entrambi i personaggi sembrano ritenerla tale. È essenziale, nella storia, perché indica come il protagonista sia sostanzialmente indifferente a cose che altri riterrebbero importantissime, come la propria potenza sessuale, così non so bene come fare a renderla meno "artificiosa". Ci penserò.non mi convince granchè l'incontro con la prostituta, mi sembra troppo artificioso(forse qualcosa nel dialogo?).
Per il resto è vero che l'eroina da una dipendenza molto subdola, diversa da quella di tutte le altre droghe. Agisce sul piacere mentale, oltre che su quello fisico.
Così uno, che magari ha smesso da anni, fa qualcosa che gli da grande soddisfazione. Ma, quasi inconscia, gli risuona nella testa una frase del tipo "Se avessi preso dell'eroina avresti ottenuto lo stesso effetto con molto meno sforzo"
Ti ringrazio per la lettura e per la critica.
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