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L'incontro


8 risposte a questa discussione

#1 Ste

Ste

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Inviato 10 aprile 2012 - 14:10

http://www.writersdr...484#entry172484

L'incipit è quello di un concorso letterario al quale ho partecipato.

Quando la vide arrivare in lontananza avvertì un immediato fremito di rabbia misto a un senso di angoscia così intenso che la faceva stare male, si impose di mantenersi calma, sarebbe finita in fretta, lei l’avrebbe guardata negli occhi con tutto lo sdegno che si meritava, l’avrebbe ascoltata senza parlare e una volta per tutte si sarebbe chiuso quel triste capitolo, poi ciascuna avrebbe continuato per la propria strada. Aveva rifiutato per anni di incontrarla, aveva letto e stracciato le numerose lettere che le aveva inviato, ma qualcosa nell’ultima l’aveva spinta ad accettare l’incontro.

Martina era seduta ad un tavolo, mentre leggeva distrattamente la carta, sapendo che avrebbe preso sempre il solito cappuccino. Vedeva Silvia fuori dal bar che la cercava tra i tavolini all’aperto. Era strano vederla a piede libero. Era fastidioso guardarla. Aveva dei lunghi capelli biondi e le assomigliava tantissimo. Avevano gli stessi occhi, lo stesso modo di sorridere, solamente che Silvia aveva diciotto anni in più di lei.

«Martina, ciao.»
Dopo aver tratto un lungo respiro, Martina si alzò e le tese freddamente la mano. Silvia non parve stranita da tale atteggiamento, ma chiunque altro si sarebbe aspettato un saluto diverso tra le due, considerato il legame che c’era.
La più giovane delle due non aveva intenzione di aprire bocca, né di mostrarsi interessata a rompere il ghiaccio, quindi ancora una volta fu Silvia a parlare.
«Sono contenta che tu abbia deciso di conoscermi. Io mi sento in dovere di chiederti scusa per quello che è successo, anche se sai che non ero in me. Ero una ragazzina stupida coinvolta in qualcosa più grande di lei. Non ho giustificazioni e non mi aspetto di avere il tuo perdono, ma sei mia sorella e volevo conoscerti.»
Martina la guardava lanciandole quello sguardo carico di sdegno che si era ripromessa di rivolgerle. Per quasi vent’anni aveva dovuto vivere con la consapevolezza di avere una sorella che le aveva ucciso i genitori, mentre era imbottita di droghe. Una sorella maggiore assassina, una vita senza genitori, essere cresciuta dagli zii. L’esistenza di Martina non era stata facile e la responsabile era seduta davanti a lei, aveva il volto di una bella donna di trentasei anni che tentava di sorriderle amichevolmente.
Silvia aveva iniziato a scrivere alla sorella minore pochi anni dopo la disintossicazione, quando si era resa conto realmente di ciò che aveva fatto. In quelle lettere versava tutto il suo senso di colpa, chiedeva di conoscerla e voleva il suo perdono. Inizialmente gli zii che l’avevano presa in custodia avevano intercettato le lettere, ma le avevano mostrate a Martina già quando lei aveva quindici anni. La giovane era shockata dalla faccia tosta della sorella, non riusciva a capacitarsi del male che le aveva procurato e provava odio per lei. Rifletteva spesso su ciò che era accaduto e si era fatta raccontare mille volte esattamente come fosse andata quella mattina.
Silvia allora era appena diciottenne ed era una drogata. Se n’erano accorti tutti, ma i tentativi di riportarla sulla retta via erano stati inutili. Una domenica mattina era tornata da un rave party a base di qualche droga sintetica e alcol e non capiva niente. Era come se il corpo si muovesse senza ragionare e le frasi che diceva erano sconnesse. Quando Silvia e i suoi genitori iniziarono a litigare, lo zio, che era rimasto tutta la notte per tentare di calmare sua sorella, se ne andò. Da qui tutto quello che si sapeva erano le ricostruzioni della polizia e dei frammenti della memoria dell’assassina. Gli adulti minacciarono di mandarla in clinica per disintossicarsi e lei reagì impugnando un coltello. Le urla svegliarono Martina, che all’epoca aveva circa tre anni, e fecero sì che lo zio tornasse in casa.
Gli agenti di polizia e i paramedici non poterono far altro che constatare la morte della coppia e arrestare la tossicodipendente.
Silvia era in attesa di una risposta che sembrava non voler arrivare. La più giovane decise di tradire la promessa che si era fatta di non parlare.
«Mi hai rovinato la vita. Non mi ricordo il profumo della mamma o la voce di papà. Io per colpa tua non li ho conosciuti. Non mi servono a niente le tue scuse, non mi serve a niente sentirmi dire che non eri in te. Con tutta sincerità io posso dire di non avere una sorella. Mi fai schifo.»
Mentre parlava Martina era calma, emergeva chiaramente il suo disprezzo per Silvia, ma non era nulla di ostentato, non si era trattato di una scenata in un luogo pubblico.
La sorella maggiore era rimasta con volto impassibile di fronte alle accuse della sua interlocutrice. Con un cenno della mano fece avvicinare la cameriera per ordinare.
«Credi ci sia altro da aggiungere? Io ho detto tutto.»
Silvia finse di non aver sentito la domanda di Martina e ordinò un cappuccino. Subito dopo l’altra la imitò.
«Perché sei venuta se non mi vuoi perdonare?»
Sul volto di Martina si disegnò un sorriso amaro e iniziò a tamburellare con le dita sul tavolo di compensato.
«Voglio chiudere questo capitolo. Voglio smetterla di pensare dieci volte al giorno che mia sorella ha ucciso i miei genitori. Non voglio avere il rimpianto di dire: “non le ho lasciato la possibilità di dirmi la sua versione”. Mi sono resa conto di una cosa. Ho sempre desiderato avere una sorella. Invidiavo le tipiche famiglie americane dei film dove le sorelle o i fratelli sono uniti, condividono tutto e possono contare gli uni sugli altri. Volevo anche io una persona così. Sapevo di avere una sorella, ma sapevo anche che non eri degna di questo nome, perché avevi fatto una cosa orribile, perché eri una drogata, perché non hai pensato a null’altro se non a te stessa. Nonostante ti abbia sempre disprezzata, nel mio cuore ho sempre desiderato che tu fossi diversa, che ci fosse stato un errore in tutto quello che mi veniva raccontato. Oggi volevo sbattere la faccia contro la realtà. Volevo incontrarti di persona, sentire cosa avevi da dire, guardarti con disprezzo e archiviare questo caso senza più alcuna remora.»
Il tono era più aspro e lo sguardo più cattivo. Silvia si muoveva a disagio sulla sedia, passandosi nervosamente la mano fra i capelli.
«Io ti ho scritto perché volevo essere per te una sorella. Volevo creare un rapporto. Tu non capisci. Io non ero lì quella mattina! Il mio corpo agiva fuori dal mio controllo, non sai cosa significhi essere sotto l’effetto di droghe. Ogni sensazione viene amplificata e io in quel momento ero arrabbiata. La rabbia è diventata ira irrefrenabile ed ho compiuto un gesto involontario. Io amavo i nostri genitori. Non volevo portarceli via!»
Silvia piangeva e le sue ultime parole erano appena distinguibili, soffocate dai singhiozzi.
Il volto di Martina era di ghiaccio.
«Ti rendi conto che la tua giustificazione è la droga? Nel momento in cui tu hai scelto di drogarti, hai ucciso i miei genitori. Non hai alcuna scusante e io non ho la forza di perdonarti. Se un giorno mai lo dovessi fare, lo saprai, ma non ci contare. Io non ho sorelle. Per me tu non sei altro che una assassina. Zio mi ha detto di tutte le volte che hanno cercato di farti disintossicare, mi ha spiegato di quanto mamma e papà fossero preoccupati. Tu li hai ripagati togliendo loro la vita e privando me della possibilità di avere dei genitori. Non ne avevi il diritto.»
Anche la ragazza stava iniziando a perdere il controllo. Credeva di essersi preparata a quell’incontro abbastanza a lungo da riuscire a rimanere impassibile ad ogni parola che sarebbe stata detta. Invece il coinvolgimento emotivo era sopra le aspettative e rimanere rilassati era impossibile.
Silvia non aveva nessun’altro oltre a Martina. Desiderava ardentemente il perdono di quest’ultima, perché aveva dovuto affrontare il dolore della perdita, la disintossicazione e le conseguenze delle sue azioni da sola.
Tuttavia si era resa conto che era tutto meritato. Per anni, prima di quella fatidica mattina, aveva rifiutato l’aiuto degli altri e quando lo aveva chiesto era troppo tardi perché lo potesse avere. Cercava un modo per rimediare, ma non esisteva. Ad ogni azione segue una reazione.
«Quando hai preso la prima pasticca hai fatto una scelta. Ti sei assunta la responsabilità di accettare le conseguenze delle tue azioni. Ti sei ritenuta all’”altezza”, abbastanza “grande” da poterti drogare? Bene! In quel momento hai deciso anche di essere responsabile di tutto ciò che avresti fatto sotto l’effetto di quella roba.»
L’opinione di Martina era chiara e Silvia non aveva più alcuno strumento con il quale ribattere. Finì in un sorso il suo cappuccino e rivolse un ultimo sorriso alla sorella che l’aveva appena ripudiata.
«Hai ragione. Sono pentita. Ero una ragazza stupida. Mamma e papà sarebbero fieri di te.»
Detto questo si alzò e se ne andò. Se ne andò da quel piccolo bar del centro e dalla vita di una sorella che avrebbe preferito che non fosse mai esistita.
  • 0

#2 Spora

Spora

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Inviato 10 aprile 2012 - 20:27

Quando la vide arrivare in lontananza avvertì un immediato fremito di rabbia misto a un senso di angoscia così intenso che la faceva stare male,

troppo complesso, alleggerisci con qualche virgola.

Martina era seduta ad un tavolo, mentre leggeva distrattamente la carta,

avevo capito che stava osservando Silvia da lontano... il salto di situazione è troppo brusco, così tagli fuori quello che hai scritto prima come se non facesse parte del racconto. Sembra che la storia cominci da qui anziché da quello che c'è prima.

stranita

userei un termine più semplice e immediato. 'Sorpresa', ad esempio.

quando si era resa conto realmente di ciò che aveva fatto.

il 'realmente' è superfluo e ridondante.

ma le avevano mostrate a Martina già quando lei aveva quindici anni.

quel 'già', in questa costruzione, stona terribilmente. Io metterei 'ma le avevano mostrate a Martina solo quando lei ebbe compiuto quindici anni'.

La giovane era shockata

ho visto pochissime volte questo anglicismo, e se devo essere sincero non mi piace granché. Penso che esista e si possa usare l'italianizzazione 'scioccata'. Se non ti piace, usa un sinonimo.

Una domenica mattina era tornata da un rave party a base di qualche droga sintetica e alcol e non capiva niente.

Questo periodo è troppo artificioso. Si sente troppo che stai raccontando come esterno, e immedesimarsi è impossibile perché la tua presenza è troppo evidente. Prova a mascherarti un po' di più con 'Una domenica mattina era tornata da un rave party, imbottita di pasticche, alcol e chissà che altro. Quando arrivò a casa, era in uno stato tale da rendere difficile capire se fosse ancora in grado di intendere e volere'.

Quando Silvia e i suoi genitori iniziarono a litigare, lo zio, che era rimasto tutta la notte per tentare di calmare sua sorella, se ne andò.

C'è qualcosa di sbagliato a livello logico, qui. Dici che quando i genitori e Silvia cominciano a litigare, lo zio se ne va. Poi dici che lo zio è rimasto tutta la notte a tentare di calmarla. Ma, scusa, nel frattempo i genitori dov'erano? Erano assenti? Ti sei dimenticato di scriverlo, allora.

Gli adulti

termine inappropriato alla descrizione, direi. I genitori, forse.

tavolo di compensato.

era indispensabile specificarlo?

nessun’altro

niente apostrofo.

La storia mi ha preso, ma il finale mi ha lasciato insoddisfatto. Ti spiego perché. Da come hai impostato la storia, avevo intuito un indirizzo del racconto che mirasse alla catarsi, alla riappacificazione delle sorelle, alla ricostruzione del rapporto, che è il culmine più alto che può raggiungere una storia. Invece tutto si conclude con un nulla di fatto, Martina rimane granitica nella sua decisione di disprezzare la sorella e non subisce quindi alcuna evoluzione, e Silvia rivela la sua fragilità. A questo proposito, sono entrato molto più in empatia con Silvia, proprio perché subisce un cambiamento. Viene presentata come ex tossicodipendente guarita e ormai pronta a ogni sacrificio pur di rientrare in contatto con la sorella, ma alla fine - senza aver lottato più di tanto, questo va detto - accetta la realtà e se ne va sconfitta. E' un esito, e questo mi basta. Amaro, ma pur sempre un esito.
C'è la trama da rivedere e anche lo stile. In troppi punti era chiaro quanto ci fosse la tua impronta dietro, apparendo troppo raccontato, troppo freddo, senz'anima. Troppo grammaticale, se mi passi il termine, e poco narrativo.
  • 0

#3 Frà

Frà

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Inviato 10 aprile 2012 - 20:32

Ecco. Su questo racconto ho delle perplessità a cominciare dall'incipit, quello da cui sei partita (e quindi scritto da altri) è questo?

Quando la vide arrivare in lontananza avvertì un immediato fremito di rabbia misto a un senso di angoscia così intenso che la faceva stare male, si impose di mantenersi calma, sarebbe finita in fretta, lei l’avrebbe guardata negli occhi con tutto lo sdegno che si meritava, l’avrebbe ascoltata senza parlare e una volta per tutte si sarebbe chiuso quel triste capitolo, poi ciascuna avrebbe continuato per la propria strada. Aveva rifiutato per anni di incontrarla, aveva letto e stracciato le numerose lettere che le aveva inviato, ma qualcosa nell’ultima l’aveva spinta ad accettare l’incontro.

Te lo chiedo per due motivi: in primis lo riscriverei da zero: è per me prolisso, ridondante e pieno di dettagli che appesantiscono la lettura. Inoltre da questo momento in poi lo stile del testo varia, si percepisce nella lettura. Io ti consiglierei di riformularlo, se non di stralciarlo e iniziare direttamente da qui :

Martina era seduta ad un tavolo



Dettagli:

Vedeva Silvia fuori dal bar che la cercava tra i tavolini all’aperto.

Mi viene una domanda: era la prima volta che si incontravano e la riconosce subito? Modificherei "la cercava", non mi suona tanto bene.

Silvia non parve stranita da tale atteggiamento,

userei proprio turbata al posto di stranita. Rende meglio quel che intendi raccontare.

Ero una ragazzina stupida coinvolta in qualcosa più grande di lei.

Metterei: in qualcosa più grande di me, con il lei spersonalizzi eccessivamente, secondo me, chi parla.

Una sorella maggiore assassina, una vita senza genitori, essere cresciuta dagli zii.

per questione di tenore delle frasi, metterei un sostantivo al posto di "essere cresciuta"

In quelle lettere versava tutto il suo senso di colpa,

non mi convince, in questo pezzo, il senso di colpa che viene versato nelle lettere di Silvia

La giovane era shockata

scioccata. secondo me ci sta meglio la versione italiana.

Se n’erano accorti tutti, ma i tentativi di riportarla sulla retta via erano stati inutili.

Più che di retta via introdurrei il concetto di disintossicazione dalla dipendenza, lasciato così dai adito a un approccio che non mi piace molto, che esula dalle dipendenze per entrare in sfere che non so se sia bene coinvolgere.

Una domenica mattina era tornata da un rave party a base di qualche droga sintetica e alcol e non capiva niente.

Mi stopperei al rave, altrimenti direi che in quell'occasione Silvia ha abusato di alcool e droghe sintetiche, messo così sembrerebbe il rave drogato, non la ragazza. Sono un po' perplesso dalla durata eccessiva dello sballo: ha continuato a farsi fino a poco prima di rientrare? perché se è decorsa parte della notte, gli effetti sarebbero già decantati e così crollerebbe l'alibi di Silvia per il suo gesto inconsulto.

Quando Silvia e i suoi genitori iniziarono a litigare, lo zio, che era rimasto tutta la notte per tentare di calmare sua sorella, se ne andò.

domanda: perché doveva calmare la sorella? Silvia era sparita da giorni o era uscita senza permesso? e soprattutto lo zio dove viveva? te lo chiedo perché sin dalla prima lettura ho rilevato una piccola incongruenza, questa:

Le urla svegliarono Martina, che all’epoca aveva circa tre anni, e fecero sì che lo zio tornasse in casa.

Come fa a sentirle? Vive lì accanto? Sarebbe il caso di specificarlo, perché altrimenti potrebbe risultare non congruente

Gli adulti minacciarono di mandarla in clinica per disintossicarsi e lei reagì impugnando un coltello.

ti confesso che sono un po' perplesso sul fatto che Silvia, strafatta, riesca a uccidere entrambi i genitori e nel contempo Monica si svegli, pianga e arrivi lo zio con la polizia al seguito. Sembra una dinamica troppo breve. Come anche che vengano uccisi a coltellate e che Silvia rimanga viva. Col padre che muore la madre non reagisce (o viceversa)?

Non volevo portarceli via!»

non mi convince come frase. Scriverei qualcosa del tipo: non volevo ucciderli.

«Ti rendi conto che la tua giustificazione è la droga? Nel momento in cui tu hai scelto di drogarti,

ripetizione droga/drogarti

Silvia non aveva nessun’altro oltre a Martina. Desiderava ardentemente il perdono di quest’ultima, perché aveva dovuto affrontare il dolore della perdita, la disintossicazione e le conseguenze delle sue azioni da sola.

qui si nota un brusco passaggio dal focus di Martina a quello di Silvia

Ad ogni azione segue una reazione.

d eufonica


A parte qualche dubbio sull'avvicendarsi della trama, che ti ho segnalato, e che riguardano fondamentalmente il momento dell'omicidio dei genitori e la durate dello sballo di Silvia, il resto mi sembra filare. A livello di stile ci sono delle scelte che a volte non ho condiviso, perché imbrigliano la narrazione: un po' come quando descrivi la rabbia, il lettore sa che c'è, la legge, ma non esce del tutto fuori dalle parole. I discorsi tra le due sorelle, soprattutto per Martina, sono secondo me troppo razionali data la circostanza. E spesso Silvia non interviene, subisce, e nel finale se ne va, dandole ragione in maniera troppo rassegnata. Mi aspettavo un guizzo, magari che la faccia finita, non semplicemente che se ne vada senza che questo modifichi proprio nulla nella vita di entrambe. Per aspetti formali e stilistici rinvio alle annotazioni, non ho nulla da aggiungere in più a quanto ho già segnalato. Sì, la storia può essere buona, ma secondo me dovresti migliorarle sciogliendo quei nodi.
A rileggerti!
  • 0

#4 Ste

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Inviato 10 aprile 2012 - 22:27

L'incipit è proprio quello che hai riconosciuto tu, Frà.
L'idea per quanto riguarda il momento dell'omicidio era che lo zio fosse andato a casa delle vittime perché la sorella era preoccupata per Silvia. Una volta tornata la ragazza e iniziata la lite, l'uomo ha preferito lasciare sola la famiglia, così che potessero parlare. Stava uscendo, magari appena fuori dal palazzo, e sente delle grida. A quel punto torna in casa e scopre che la ragazza ha ucciso i suoi genitori.
Ripensandoci mi rendo conto che, perché accadesse tutto ciò nel frattempo, lo zio avrebbe dovuto camminare molto lentamente! Grazie per l'osservazione. Devo stare più attenta ai dettagli.

Sporangioio volevo essere realista. Credo che non sempre il lieto fine sia appropriato e, in una vicenda simile, non credo sia giusto. Se avessi una sorella e questa avesse ucciso i miei genitori, sicuramente non basterebbe qualche lettera a calmarmi. Martina ha voluto guardare in faccia Silvia, vedere il suo pentimento, il dolore che anche lei stava provando, ma non per trovare un motivo per perdonarla, bensì per poter smettere di domandarsi come stesse quella ragazza con cui condivide il DNA e cercare, inutilmente forse, di chiudere quel capitolo della sua vita.

Martina sta facendo uno sforzo enorme per mantenersi razionale, ha le idee chiare e vede tutto o bianco o nero. Sicuramente se fosse meno razionale sembrerebbe anche più vera.

Vi ringrazio entrambi per i consigli utilissimi che mi avete fornito, sono felicissima del fatto che vi siate presi la briga di leggere il testo.
  • 0

#5 Alec Eiffel

Alec Eiffel

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Inviato 18 aprile 2012 - 11:21

[color="#000000"]Il brano si prefigge il compito di narrare un incontro molto complicato, e secondo me scorre bene, sempre sul filo di una tensione che cresce man mano che emergono i dettagli della complicata vita di Silvia, e che ha l’apice della descrizione della fatidica mattina in cui ha sterminato la famiglia.
Dal finale non mi aspettavo una riconciliazione, il disprezzo della sorella minore è fin troppo evidente, però la conclusione, con loro che semplicemente si alzano perdendosi nuovamente per le vie del centro mi sembra un po’ irrisolta, visto quanto era stato atteso questo appuntamento.
C’è anche da dire che è comunque una situazione irrisolvibile, e un perdono sarebbe apparso troppo poco plausibile.
Il dialogo fra le due funziona a mio modo di vedere, è facile immaginarsi una Silvia silente e imbarazzata dinnanzi a una sorella ovviamente fredda e cinica, mi è però parso che tu abbia insistito troppo sul discorso della droga come unica scusante dei comportamenti scapestrati di Silvia, ci deve essere altro, qualcosa nell’infanzia, non ridurrei tutto al momento in cui ha consapevolmente assunto la prima pasticca.
In definitiva un bel racconto, a me è piaciuto il tono distaccato della narrazione, quasi in contrapposizione con il tremendo carico emotivo compresso nell’ incontro.[/color]



[color="#000000"] [/color]
  • 0

#6 Sh@de

Sh@de

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Inviato 19 aprile 2012 - 14:18

Ciao. Trovo il tuo racconto ben scritto. Il personaggio di Martina è ben caratterizzato, quello di Silvia rimane forse più nell'ombra, anche se la sua crisi di pianto nel finale ce la fa apparire più umana. Trovo due incongruenze nel fatto che fai coincidere la violenza di Martina con un luogo (rave party) e una causa "Sostanze sintetiche" : 18 anni fa per "rave party" in Italia si intendeva esclusivamente rave legali organizzati in capannoni regolarmente affittati da discoteche con tanto di biglietto di ingresso, buttafuori, ispettori siae, controlli di polizia e ambulanze... ma anche ammettendo che gli amici di Martina la aiutino a farle passare indenne attraverso i controlli; le droghe sintetiche dell'epoca che si trovavano sotto forma di pastiglia in questi quasi rave erano esclusivamente mdma, cioè una sostanza empatogena che fino al 1985 (fino agli anni '90 in Svizzera) era legale ed era usata dagli pscoterapeuti nell'ambito della terapia della coppia o come aiuto al superamento di traumi psicologici... Quindi di solito l'effetto è quello di mettere in comunicazione le persone. Tutto questo per dire che forse sarebbe stato più credibile se Martina fosse tornata da una discoteca (un afterhours?) completamente fatta da alcol e coca e in preda a delirio allucinatorio avesse preso il coltello ecc... Così potresti giustificare anche il percorso di riabilitazione e la comunità. Per il resto Silvia è decisa a non perdonare la sorella, e questo è perfettamente comprensibile; da lettore non mi aspettavo necessariamente il lieto fine e la riappacificazione; però credo che l'enfasi che rivolge verso la droga sia di troppo; in fondo giustifica la sorella dicendogli che la sua (unica?) imperdonabile colpa sia stata quella di drogarsi. Personalmente mi sarebbe piaciuto di più un finale nel quale Martina le diceva che quello che sosteneva Silvia (di aver agito solo per effetto di) era solo una scusa e che in realtà lei era una violenta che odiava i suoi genitori e che anche se quella volta non fosse successo nulla, in seguito avrebbe trovato altri modi per fargli male.
Lo stile mi piace anche se a volte è un po' appesantito; i dialoghi sono funzionali, forse se li avessi resi più snelli, più serrati, avrebbero acquistato più drammaticità.
Sperso di rileggerti presto.
  • 0

#7 Spora

Spora

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Inviato 20 aprile 2012 - 12:19

Sporangio volevo essere realista. Credo che non sempre il lieto fine sia appropriato e, in una vicenda simile, non credo sia giusto. Se avessi una sorella e questa avesse ucciso i miei genitori, sicuramente non basterebbe qualche lettera a calmarmi. Martina ha voluto guardare in faccia Silvia, vedere il suo pentimento, il dolore che anche lei stava provando, ma non per trovare un motivo per perdonarla, bensì per poter smettere di domandarsi come stesse quella ragazza con cui condivide il DNA e cercare, inutilmente forse, di chiudere quel capitolo della sua vita.


Mi sta più che bene che tu voglia essere realista, ma ho paura che tu in questo caso abbia preso il realismo dalla parte sbagliata. Ti spiego il mio punto di vista.
Quello che hai presentato qui è un racconto. Un'opera di fantasia, di narrativa. La narrativa si ispira alla realtà, ma assolutamente non è la realtà. Un grande scrittore, non ricordo quale, ha detto che 'Dire che un romanzo è una storia reale equivale a insultare sia il romanzo sia la realtà'. Questo per suggerirti che un racconto deve essere, anche se ispirato alla realtà, fittizio. Altrimenti non è un racconto, è un fatto di cronaca. Il lettore, implicitamente, sa che quello che sta leggendo, per quanto verosimile, credibile e realistico, è falso. Il lettore vuole solo un assaggio di realtà, quel tanto che basta a farlo immedesimare. Non vuole la realtà nuda e cruda, altrimenti butterebbe il libro e uscirebbe a farsi una passeggiata. Ogni giorno accendiamo la tv o apriamo il giornale e ci balzano agli occhi notizie terribili, la realtà nuda e cruda. Un racconto ha un obiettivo diverso: intrattenere. Un lettore che legge un libro non viene intrattenuto da un fatto di cronaca, perché non è quello che vuole leggere se ha preso un mano un libro. In quel momento, lui vuole una storia. E tornando alla citazione di prima, la storia non è la realtà, pur ispirandosi ad essa.
Con questo non voglio dire che Martina doveva per forza perdonare la sorella. Era uno degli esiti possibili, ma non l'unico. Per esempio Martina, vedendo la sorella all'apparenza non pentita, avrebbe potuto subire un tale sconvolgimento da indurla a un raptus di follia che sarebbe culminato nell'assassinio di Silvia. Un climax efficace, a mio parere. Un cerchio di morte che provocherebbe un'evoluzione tutt'altro che banale nel personaggio di Martina: lei che ha tanto disprezzato la sorella per aver ucciso i genitori, ora è assassina a sua volta! Come reagirà a questa nuova situazione? Come lettore, una storia così mi interesserebbe eccome. E ha un valore aggiunto: è credibile! Quante volte nei giornali o in tv sentiamo di delitti passionali avvenuti per ragioni non così diverse?
Tutto questo discorso ti spiega perché, secondo me, il finale del tuo racconto non era granché. Troppo terra-terra, troppo realistico, troppo privo di immaginazione. Fosse stato estrapolato da un giornale, niente da dire. Ma volendo questo essere un racconto...
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#8 Ste

Ste

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Inviato 20 aprile 2012 - 19:29

Ringrazio tutti per le vostre opinioni (:

Sicuramente ho insisto molto sul punto della droga, forse troppo e non me ne ero accorta prima che me lo faceste notare, quindi grazie.

Sh@de sei un pozzo di conoscenza! Ammetto la mia completa ignoranza in materia e faccio mea culpa perché avrei dovuto informarmi. Faccio tesoro delle tue precisazioni.

Sporangio secondo me non esistono solo l'arte o la letteratura di intrattenimento: pensa ai realisti come Verga o Courbet. Riportano la realtà nuda cruda per trasmettere un messaggio, che in Courbet è critica alla società in cui vive, ad esempio.
Ci sono casi in cui scrivo volendo intrattenere il lettore, altri in cui voglio dire qualcosa di preciso (e con questo non dico che la letteratura non dica niente, per carità). In questo caso volevo esprimere un mio giudizio. Forse da diciottenne vedo ancora il mondo o bianco o nero, ma credo che le giustificazioni del tipo "era ubriaco!" o "era fatto!" siano veramente ridicole. Nel momento stesso in cui tu ti droghi o ti ubriachi ti devi assumere le responsabilità delle azioni che compi in queste condizioni.
Comunque capisco il tuo punto di vista!
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#9 Sh@de

Sh@de

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Inviato 20 aprile 2012 - 20:39

Felice di esserti utile. E' che nei '94 pubblicarono un mio racconto su di un'antologia, ambientato completamente in un rave (mi ero documentato bene ;) ) Le notizie sulla sostanza le trovi su "Ecstasy" di Metzner e Adamson (pubblicato anche in Italia) dove ci sono diversi casi clinici trattati (anche di donne che erano riuscite a affrontare e in qualche caso superare traumi di violenze subite tramite esperienze con ecstasy sotto rigoroso controllo medico)
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