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Il Killer

noir

2 risposte a questa discussione

#1 Guest_mikirolla_*

Guest_mikirolla_*
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Inviato 18 marzo 2012 - 01:06

http://www.writersdr...-vecchio-furbo/


In una deserta località marina della costa adriatica pugliese, in un’isolata villetta abusiva a soli venti metri dal mare, una torcia illuminava a malapena l’interno del soggiorno e la sagoma indistinta di un uomo in piedi davanti alla finestra da cui poteva controllare se qualcuno varcava il cancello spalancato. Era calmo e immobile, con lo sguardo fisso in quella direzione come se stesse aspettando l’arrivo di qualcuno. Indossava un pesante giaccone scuro col cappuccio calato in testa. Senza distogliere lo sguardo dal cancello, con una mano estrasse dalla tasca un pacchetto di sigarette, ne tirò fuori una e con l’altra mano la accese. Il bagliore dell’accendino proiettò sul vetro della finestra, per alcuni secondi, una faccia rigida con una folta barba scura e un impercettibile luccichio degli occhi. Poi, quell’immagine sparì di colpo e riapparve in lontananza il solitario cancello spalancato. Alle sue spalle si sentiva forte e chiaro l’urlo agghiacciante del mare in burrasca che si accaniva con ferocia contro gli scogli inermi. Quel suono bestiale costrinse l’uomo a distogliere l’attenzione dal cancello, si girò con uno scatto repentino, nervoso, e guardò preoccupato in direzione di una porta sbarrata oltre la quale, percorrendo uno stretto sentiero tra una folta macchia mediterranea, dopo appena una decina di metri, si arrivava al mare, in quel momento furioso e minaccioso. La forza del gelido e umido vento di Maestrale si accaniva con violenza su quell’innocente porta, facendola vibrare pericolosamente. L’uomo si accorse con stupore che dalla fronte eruttavano gelide gocce di sudore freddo, e provò, forse per la prima volta in vita sua, paura. Mentre provava sconforto e sconcerto per quell’imbarazzante sensazione, un’altra potente raffica di vento si scagliò con ferocia sulla casa e riuscì a scardinare la finestra accanto alla porta, la spalancò con tanta violenza, che gli sportelli si frantumarono ai due lati del robusto muro. L’inaspettato schianto e il rumore dei vetri che si frantumavano lo fecero indietreggiare d’istinto per non essere colpito in faccia dalle schegge impazzite. Ma non riuscì a evitare il gelido intruso vento, che con inaudita forza lo colpì in pieno facendolo prima barcollare e poi rovinare a terra come un fantoccio di cartapesta. Il vento, soddisfatto dell’atterramento, fece un rapido giro della stanza, mandando all’aria tutto ciò che incontrava sulla sua traiettoria, poi, con una piroetta, infilò il varco che si era aperto poco prima e si dileguò velocemente in direzione del mare in burrasca.
L’uomo si rialzò da terra dolorante, facendo rovinare a terra pezzi di vetro e piccoli pezzi di legno che gli erano caduti addosso ed esclamò rabbioso:
“Curnutu vientu!”
Si passò una mano sulla folta barba piena di schegge di vetro e legno e qualcosa di tagliente gli ferì la carne facendolo sanguinare. Percepito il dolore, imprecò qualcosa d’incomprensibile e sferrò un calcio rabbioso contro la sfortunata porta che per l’urto inatteso si piegò in due dal dolore. Fuori, il vento sembrava aver rallentato la sua forza distruttiva. Dalla grossa ferita nel muro, vide il bagliore di un fulmine infilzare il mare. Subito dopo, un fortissimo boato segnalava che il fulmine era caduto molto vicino alla casa, e, come illuminato da un’infausta premonizione, l’uomo si diresse velocemente in cucina, tolse la tovaglia cerata dal tavolo, ritornò veloce sui suoi passi e la incastrò alla meglio in quello che restava della finestra. Fece appena in tempo a tamponare la ferita nel muro che il cielo, nero e minaccioso, spalancò la sua grande bocca e vomitò un oceano d’acqua. Un cupo presagio iniziò a volteggiare nell’aria. In quel preciso istante, i fari di una macchina di grossa cilindrata illuminarono la casa assediata dall’acqua e dal vento. Si fermò in prossimità dell’ingresso accanto ad un fuoristrada, investì, mandandolo in frantumi, un grosso vaso di terracotta colmo di terra e acqua e si fermò. Dall’abitacolo scese un’ombra alta e corpulenta con un ombrello in mano per ripararsi dalla fitta pioggia e di corsa s’infilò in casa. Una volta dentro chiamò a voce alta l’uomo che lo stava attendendo. Dal buio risuonò un’imprecazione:
“E che cazzo… è un’ora che mi sto rompendo le palle in questo schifo di casa… per poco non mi ammazzavo… il vento ha sfondato la finestra…”
L’altro lo interruppe urlando:
“…ma che cazzo vuoi… io… mi stavo ammazzando con la macchina… con tutta quest’acqua di merda stavo per andare fuori strada…”
“Va bene, va bene…”
Rispose l’altro e continuò.
“Portato tutto ?”
“Sì, sì… facciamo in fretta prima che qua crolli tutto…”
E tirò fuori dall’impermeabile una grossa busta gialla che consegnò nelle mani dell’altro. Questi aprì la busta, tirò fuori una mazzetta di denaro e una chiave. Allora il nuovo venuto disse:
“Allora, siamo d’accordo… questo è l’anticipo, il resto a lavoro concluso… quella è la chiave della porta, mi raccomando di non perderla, dopo la devi restituire… è per domani in tarda mattinata, verso le dieci, avrete due ore di tempo, non di più. Hai trovato le persone giuste?”
“Certo, stai tranquillo, è tutto a posto… loro sanno che andiamo a fare una rapina e nient’altro…”
E l’altro aggiunse:
“Lo sai che qui rischiamo il culo, si? Hai pensato a tutto per bene?”
“…ma vaffanculo… io rischio il culo, non tu! Non ti conosce nessuno a te…”
“Va bene, va bene… io me ne vado a casa… ciao cumpà…”
E a passo svelto ritornò fuori, risalì in macchina, accese il motore e in retromarcia uscì dal cancello, svoltò a sinistra e fu inghiottito dalla pioggia e dalla notte.
Dopo un minuto anche l’altro uscì all’aperto, chiuse la porta a chiave, salì in macchina, i fari del suo fuoristrada illuminarono il buio. Poi scivolò via, inseguito dal temporale.
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#2 Nicolaj

Nicolaj

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Inviato 18 marzo 2012 - 14:29

una torcia illuminava a malapena l’interno del soggiorno

Uhm, sono un po' dubbioso circa questo incipit. Sembra che tu stia facendo un'inquadratura che scende mano a mano nel dettaglio, e questo va bene, ma ho l'impressione che qualcosa non funzioni quando parli della torcia. In quel momento sembra che tu sia passato all'interno del soggiorno, altrimenti non avresti descritto la torcia. Però per come prosegui la descrizione sembra che tu voglia mantenere uno sguardo dall'esterno, da fuori dalla finestra. Insomma, non capisco bene come devo osservare questa scena e la cosa mi confonde. Secondo me è da eliminare la torcia; parla semplicemente della sagoma che si vede alla finestra e avrai risolto il problema. Oppure fai capire che sei entrato in casa, con la "telecamera", eliminando la questione della sagoma (fra l'altro: una torcia!? Ma tipo quelle medievali?).

da cui poteva controllare se qualcuno varcava il cancello spalancato. Era calmo e immobile, con lo sguardo fisso in quella direzione come se stesse aspettando l’arrivo di qualcuno.

In qualche modo le due parti in grassetto sembrano ripetere un concetto in fondo simile. Dovresti eliminare una delle due, penso, o meglio, fonderle.

un impercettibile luccichio degli occhi

Me lo hai appena fatto percepire :asd: In effetti questa è un'espressione che si dovrebbe usare per indicare un'impressione, penso; ma in quanto tale è un'espressione legata a una narrazione con focalizzazione interna, qui non ci sta bene.

Poi, quell’immagine sparì di colpo e riapparve in lontananza il solitario cancello spalancato

Vada per la sparizione dell'immagine (che se ho capito bene è il riflesso del viso sul vetro), ma questo riapparire del cancello è, ancora una volta, una specie di inquadratura cinematografica, che non funziona bene perché non capisco i vari passaggi da una descrizione all'altra (interno/esterno soprattutto).

Alle sue spalle si sentiva forte e chiaro l’urlo agghiacciante del mare in burrasca che si accaniva con ferocia contro gli scogli inermi.

Te lo dico qui ma vale anche per prima: usi troppi aggettivi; praticamente ogni sostantivo ne ha uno. Ora, gli aggettivi possono mostrarmi qualcosa di quello che racconti in maniera molti diretta e anche efficace. Ma se ne usi così tanti, non definisci proprio niente. In questo modo quando vedo un aggettivo la mia attenzione non si focalizza su di esso e sul suo significato, ma ci passa sopra e lo considera un fronzolo. Secondo me, la quantità (e la qualità) degli aggettivi va dosata in maniera molto attenta.

Quel suono bestiale costrinse l’uomo a distogliere l’attenzione dal cancello

No, questo non può essere. Fino ad ora quindi non aveva sentito il mare contro gli scogli? No, non può essere; così è palese che questo è un elemento inserito apposta, artificialmente, per far succedere qualcosa.

si arrivava al mare, in quel momento furioso e minaccioso.

Perché ripetere le condizioni del mare?

L’uomo si accorse con stupore che dalla fronte eruttavano gelide gocce di sudore freddo

1) Qui si dimostra che la tua scelta degli aggettivi è quantomeno frettolosa: se sono "gelide" ci scommetto che è "freddo"; 2) "eruttavano" mi sembra un po' eccessivo.

la spalancò con tanta violenza, che gli sportelli

Credo che la virgola sia da eliminare.

L’uomo si rialzò da terra dolorante, facendo rovinare a terra

La ripetizione terra/terra è sgradevole.
Non riesco a comprendere perché hai reso quasi umani il vento, la porta e altre varie cose nel racconto. E' uno strano effetto, non sono contrario a priori, ma qui non vedo proprio a cosa possa servire.

con un ombrello

Stando alla insistita ed apocalittica descrizione che hai dato della tempesta, quell'ombrello non serve proprio a niente.

Dal buio risuonò un’imprecazione:

E non si capisce chi la pronuncia.

“…ma che cazzo vuoi… io… mi stavo ammazzando con la macchina… con tutta quest’acqua di merda stavo per andare fuori strada…”

Perché i punti di sospensione? Non riesco a immaginarmelo uno che parla in questo modo. Se vuoi farmelo immaginare devi mostrarmi quello che sta facendo e che gli impedisce di parlare tutto d'un fiato.

Dopo un minuto anche l’altro uscì all’aperto, chiuse la porta a chiave, salì in macchina, i fari del suo fuoristrada illuminarono il buio.

La tranquillità con cui esce sotto la tempesta dopo che sembrava doverne morire crea un contrasto stridente. Mi fai chiedere: e che cosa me l'ha descritta a fare la tempesta in quel modo e così a lungo se poi questo esce così, come se ci fosse giusto un po' di pioggerellina?

Il racconto, secondo me, è tutto da rivedere, perdonami la franchezza. Anzitutto non concludi, lasci aperti tanti, troppi, forse tutti i fili. Per esempio, non capisco da cosa dovrei desumere che il protagonista è un killer (a parte il titolo); così come non capisco di cosa abbia paura, e sì che sembrava una cosa importante. Pure, non comprendo il senso di quella prolungata descrizione della tempesta e della sua furia. Né mi è chiaro il rapporto fra i due personaggi, o cosa stiano facendo. Ho molte difficoltà a considerare questo testo un racconto autoconclusivo.
Altro problema, lo stile: come ti ho detto, gli aggettivi andrebbero dosati.
Dunque, se hai intenzione di migliorare questo pezzo, personalmente ti consiglierei anzitutto di pensare a una storia da raccontare. Chi è questo personaggio? Qual è il suo obiettivo? Quali sono le sue motivazioni? Che cosa deve fare? Quali ostacoli incontra sul suo cammino? Come li affronta?
Elaborata un minimo di trama, dovresti dedicarti a riscrivere tutto, magari accorciando di molto la descrizione della tempesta, se non è strettamente necessaria. E dovresti curare il linguaggio con attenzione. Non ho trovato errori grammaticali, quindi la capacità di base ce l'hai; adesso devi concentrarti su quello che vuoi scrivere e trovare il modo migliore per farlo.
Conto di rileggerti migliorato :la:
  • 0

#3 Guest_mikirolla_*

Guest_mikirolla_*
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Inviato 18 marzo 2012 - 15:00

una torcia illuminava a malapena l’interno del soggiorno

Uhm, sono un po' dubbioso circa questo incipit. Sembra che tu stia facendo un'inquadratura che scende mano a mano nel dettaglio, e questo va bene, ma ho l'impressione che qualcosa non funzioni quando parli della torcia. In quel momento sembra che tu sia passato all'interno del soggiorno, altrimenti non avresti descritto la torcia. Però per come prosegui la descrizione sembra che tu voglia mantenere uno sguardo dall'esterno, da fuori dalla finestra. Insomma, non capisco bene come devo osservare questa scena e la cosa mi confonde. Secondo me è da eliminare la torcia; parla semplicemente della sagoma che si vede alla finestra e avrai risolto il problema. Oppure fai capire che sei entrato in casa, con la "telecamera", eliminando la questione della sagoma (fra l'altro: una torcia!? Ma tipo quelle medievali?).

da cui poteva controllare se qualcuno varcava il cancello spalancato. Era calmo e immobile, con lo sguardo fisso in quella direzione come se stesse aspettando l’arrivo di qualcuno.

In qualche modo le due parti in grassetto sembrano ripetere un concetto in fondo simile. Dovresti eliminare una delle due, penso, o meglio, fonderle.

un impercettibile luccichio degli occhi

Me lo hai appena fatto percepire :asd: In effetti questa è un'espressione che si dovrebbe usare per indicare un'impressione, penso; ma in quanto tale è un'espressione legata a una narrazione con focalizzazione interna, qui non ci sta bene.

Poi, quell’immagine sparì di colpo e riapparve in lontananza il solitario cancello spalancato

Vada per la sparizione dell'immagine (che se ho capito bene è il riflesso del viso sul vetro), ma questo riapparire del cancello è, ancora una volta, una specie di inquadratura cinematografica, che non funziona bene perché non capisco i vari passaggi da una descrizione all'altra (interno/esterno soprattutto).

Alle sue spalle si sentiva forte e chiaro l’urlo agghiacciante del mare in burrasca che si accaniva con ferocia contro gli scogli inermi.

Te lo dico qui ma vale anche per prima: usi troppi aggettivi; praticamente ogni sostantivo ne ha uno. Ora, gli aggettivi possono mostrarmi qualcosa di quello che racconti in maniera molti diretta e anche efficace. Ma se ne usi così tanti, non definisci proprio niente. In questo modo quando vedo un aggettivo la mia attenzione non si focalizza su di esso e sul suo significato, ma ci passa sopra e lo considera un fronzolo. Secondo me, la quantità (e la qualità) degli aggettivi va dosata in maniera molto attenta.

Quel suono bestiale costrinse l’uomo a distogliere l’attenzione dal cancello

No, questo non può essere. Fino ad ora quindi non aveva sentito il mare contro gli scogli? No, non può essere; così è palese che questo è un elemento inserito apposta, artificialmente, per far succedere qualcosa.

si arrivava al mare, in quel momento furioso e minaccioso.

Perché ripetere le condizioni del mare?

L’uomo si accorse con stupore che dalla fronte eruttavano gelide gocce di sudore freddo

1) Qui si dimostra che la tua scelta degli aggettivi è quantomeno frettolosa: se sono "gelide" ci scommetto che è "freddo"; 2) "eruttavano" mi sembra un po' eccessivo.

la spalancò con tanta violenza, che gli sportelli

Credo che la virgola sia da eliminare.

L’uomo si rialzò da terra dolorante, facendo rovinare a terra

La ripetizione terra/terra è sgradevole.
Non riesco a comprendere perché hai reso quasi umani il vento, la porta e altre varie cose nel racconto. E' uno strano effetto, non sono contrario a priori, ma qui non vedo proprio a cosa possa servire.

con un ombrello

Stando alla insistita ed apocalittica descrizione che hai dato della tempesta, quell'ombrello non serve proprio a niente.

Dal buio risuonò un’imprecazione:

E non si capisce chi la pronuncia.

“…ma che cazzo vuoi… io… mi stavo ammazzando con la macchina… con tutta quest’acqua di merda stavo per andare fuori strada…”

Perché i punti di sospensione? Non riesco a immaginarmelo uno che parla in questo modo. Se vuoi farmelo immaginare devi mostrarmi quello che sta facendo e che gli impedisce di parlare tutto d'un fiato.

Dopo un minuto anche l’altro uscì all’aperto, chiuse la porta a chiave, salì in macchina, i fari del suo fuoristrada illuminarono il buio.

La tranquillità con cui esce sotto la tempesta dopo che sembrava doverne morire crea un contrasto stridente. Mi fai chiedere: e che cosa me l'ha descritta a fare la tempesta in quel modo e così a lungo se poi questo esce così, come se ci fosse giusto un po' di pioggerellina?

Il racconto, secondo me, è tutto da rivedere, perdonami la franchezza. Anzitutto non concludi, lasci aperti tanti, troppi, forse tutti i fili. Per esempio, non capisco da cosa dovrei desumere che il protagonista è un killer (a parte il titolo); così come non capisco di cosa abbia paura, e sì che sembrava una cosa importante. Pure, non comprendo il senso di quella prolungata descrizione della tempesta e della sua furia. Né mi è chiaro il rapporto fra i due personaggi, o cosa stiano facendo. Ho molte difficoltà a considerare questo testo un racconto autoconclusivo.
Altro problema, lo stile: come ti ho detto, gli aggettivi andrebbero dosati.
Dunque, se hai intenzione di migliorare questo pezzo, personalmente ti consiglierei anzitutto di pensare a una storia da raccontare. Chi è questo personaggio? Qual è il suo obiettivo? Quali sono le sue motivazioni? Che cosa deve fare? Quali ostacoli incontra sul suo cammino? Come li affronta?
Elaborata un minimo di trama, dovresti dedicarti a riscrivere tutto, magari accorciando di molto la descrizione della tempesta, se non è strettamente necessaria. E dovresti curare il linguaggio con attenzione. Non ho trovato errori grammaticali, quindi la capacità di base ce l'hai; adesso devi concentrarti su quello che vuoi scrivere e trovare il modo migliore per farlo.
Conto di rileggerti migliorato :la:

una torcia illuminava a malapena l’interno del soggiorno

Uhm, sono un po' dubbioso circa questo incipit. Sembra che tu stia facendo un'inquadratura che scende mano a mano nel dettaglio, e questo va bene, ma ho l'impressione che qualcosa non funzioni quando parli della torcia. In quel momento sembra che tu sia passato all'interno del soggiorno, altrimenti non avresti descritto la torcia. Però per come prosegui la descrizione sembra che tu voglia mantenere uno sguardo dall'esterno, da fuori dalla finestra. Insomma, non capisco bene come devo osservare questa scena e la cosa mi confonde. Secondo me è da eliminare la torcia; parla semplicemente della sagoma che si vede alla finestra e avrai risolto il problema. Oppure fai capire che sei entrato in casa, con la "telecamera", eliminando la questione della sagoma (fra l'altro: una torcia!? Ma tipo quelle medievali?).

da cui poteva controllare se qualcuno varcava il cancello spalancato. Era calmo e immobile, con lo sguardo fisso in quella direzione come se stesse aspettando l’arrivo di qualcuno.

In qualche modo le due parti in grassetto sembrano ripetere un concetto in fondo simile. Dovresti eliminare una delle due, penso, o meglio, fonderle.

un impercettibile luccichio degli occhi

Me lo hai appena fatto percepire :asd: In effetti questa è un'espressione che si dovrebbe usare per indicare un'impressione, penso; ma in quanto tale è un'espressione legata a una narrazione con focalizzazione interna, qui non ci sta bene.

Poi, quell’immagine sparì di colpo e riapparve in lontananza il solitario cancello spalancato

Vada per la sparizione dell'immagine (che se ho capito bene è il riflesso del viso sul vetro), ma questo riapparire del cancello è, ancora una volta, una specie di inquadratura cinematografica, che non funziona bene perché non capisco i vari passaggi da una descrizione all'altra (interno/esterno soprattutto).

Alle sue spalle si sentiva forte e chiaro l’urlo agghiacciante del mare in burrasca che si accaniva con ferocia contro gli scogli inermi.

Te lo dico qui ma vale anche per prima: usi troppi aggettivi; praticamente ogni sostantivo ne ha uno. Ora, gli aggettivi possono mostrarmi qualcosa di quello che racconti in maniera molti diretta e anche efficace. Ma se ne usi così tanti, non definisci proprio niente. In questo modo quando vedo un aggettivo la mia attenzione non si focalizza su di esso e sul suo significato, ma ci passa sopra e lo considera un fronzolo. Secondo me, la quantità (e la qualità) degli aggettivi va dosata in maniera molto attenta.

Quel suono bestiale costrinse l’uomo a distogliere l’attenzione dal cancello

No, questo non può essere. Fino ad ora quindi non aveva sentito il mare contro gli scogli? No, non può essere; così è palese che questo è un elemento inserito apposta, artificialmente, per far succedere qualcosa.

si arrivava al mare, in quel momento furioso e minaccioso.

Perché ripetere le condizioni del mare?

L’uomo si accorse con stupore che dalla fronte eruttavano gelide gocce di sudore freddo

1) Qui si dimostra che la tua scelta degli aggettivi è quantomeno frettolosa: se sono "gelide" ci scommetto che è "freddo"; 2) "eruttavano" mi sembra un po' eccessivo.

la spalancò con tanta violenza, che gli sportelli

Credo che la virgola sia da eliminare.

L’uomo si rialzò da terra dolorante, facendo rovinare a terra

La ripetizione terra/terra è sgradevole.
Non riesco a comprendere perché hai reso quasi umani il vento, la porta e altre varie cose nel racconto. E' uno strano effetto, non sono contrario a priori, ma qui non vedo proprio a cosa possa servire.

con un ombrello

Stando alla insistita ed apocalittica descrizione che hai dato della tempesta, quell'ombrello non serve proprio a niente.

Dal buio risuonò un’imprecazione:

E non si capisce chi la pronuncia.

“…ma che cazzo vuoi… io… mi stavo ammazzando con la macchina… con tutta quest’acqua di merda stavo per andare fuori strada…”

Perché i punti di sospensione? Non riesco a immaginarmelo uno che parla in questo modo. Se vuoi farmelo immaginare devi mostrarmi quello che sta facendo e che gli impedisce di parlare tutto d'un fiato.

Dopo un minuto anche l’altro uscì all’aperto, chiuse la porta a chiave, salì in macchina, i fari del suo fuoristrada illuminarono il buio.

La tranquillità con cui esce sotto la tempesta dopo che sembrava doverne morire crea un contrasto stridente. Mi fai chiedere: e che cosa me l'ha descritta a fare la tempesta in quel modo e così a lungo se poi questo esce così, come se ci fosse giusto un po' di pioggerellina?

Il racconto, secondo me, è tutto da rivedere, perdonami la franchezza. Anzitutto non concludi, lasci aperti tanti, troppi, forse tutti i fili. Per esempio, non capisco da cosa dovrei desumere che il protagonista è un killer (a parte il titolo); così come non capisco di cosa abbia paura, e sì che sembrava una cosa importante. Pure, non comprendo il senso di quella prolungata descrizione della tempesta e della sua furia. Né mi è chiaro il rapporto fra i due personaggi, o cosa stiano facendo. Ho molte difficoltà a considerare questo testo un racconto autoconclusivo.
Altro problema, lo stile: come ti ho detto, gli aggettivi andrebbero dosati.
Dunque, se hai intenzione di migliorare questo pezzo, personalmente ti consiglierei anzitutto di pensare a una storia da raccontare. Chi è questo personaggio? Qual è il suo obiettivo? Quali sono le sue motivazioni? Che cosa deve fare? Quali ostacoli incontra sul suo cammino? Come li affronta?
Elaborata un minimo di trama, dovresti dedicarti a riscrivere tutto, magari accorciando di molto la descrizione della tempesta, se non è strettamente necessaria. E dovresti curare il linguaggio con attenzione. Non ho trovato errori grammaticali, quindi la capacità di base ce l'hai; adesso devi concentrarti su quello che vuoi scrivere e trovare il modo migliore per farlo.
Conto di rileggerti migliorato :la:

hai ragione quasi su tutto. Il mio errore di fondo è stato pubblicare uno stralcio di un romanzo lungo 304 pagine, avrei dovuto far precedere il testo da un incipit descrittivo della storia. Mi piacerebbe inviarti l'intero testo, però capisco che mettersi a leggere un romanzo lungo è faticoso, e poi per quale ragione dovresti farlo? Grazie per le tue preziose osservazioni :saltello:
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