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84° Contest: Racconti


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8 risposte a questa discussione

#1 Nephrem On'Yn'Rah

Nephrem On'Yn'Rah

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56

Inviato 01 febbraio 2012 - 18:35

Potete postare qui di seguito i vostri testi, vi ricordo: è un contest per racconti, non per romanzi :la:
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#2 Nanni

Nanni

    Sostenitore

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260

Inviato 09 febbraio 2012 - 16:32

Amiche del cuore



Federica e Cenza si erano conosciute al liceo, quando in Cenza avevano cominciato a manifestarsi dei problemi.
Il primo anno, per la più grande delle due, era stato un anno davvero infelice, aveva frequentato assai poco ed era stata bocciata. Nel successivo Federica, proveniendo dalla scuola media, si era trovata nella sua stessa classe e avevano legato. Nemmeno i professori avevano capito il perché.
Un po’ grazie al suo aiuto, un po’ perché, in fondo, agli insegnanti importava assai poco di quello che gli studenti apprendevano, Cenza riuscì a passare al secondo anno, ma poi si bloccò lì. Federica andò avanti cercando di non perdere i contatti con l’amica e questo le costò un prezzo che crebbe negli anni successivi. Il destino a volte è il peggiore degli strozzini.
Molti dei suoi compagni e compagne di classe trovavano assurdo che lei perdesse tempo con una ragazza ai loro occhi minorata. Anche perché così non concedeva tempo a loro, in particolare ai maschi che la trovavano sempre più appetibile man mano che il tempo passava, mentre le ragazze provavano fastidio per un comportamento che sembrava porla un gradino sopra di loro.
Anche Cenza era ritenuta appetibile, se non addirittura un bersaglio facile, fisicamente era un fiore, uno di quei fiori che crescono saltuariamente dalle piante grasse. Nei casi di approcci troppo insistiti era l’abilità di Federica nel porsi in mezzo e sventare piani, a disturbare i pretendenti molesti. E questi talvolta cercavano di rivalersi su di lei.
Cenza capiva ben poco di quello che avveniva alle sue spalle; però avvertiva talvolta come delle oscure minacce, da cui la presenza dell’amica la faceva sentire protetta. Quando questa non era presente capitava che le dicessero cose sgradevoli, fino a farla piangere. Fu fortunata a non subire nulla di peggio.
Alla fine Cenza aveva rinunciato, o meglio, i suoi tutori – era orfana – avevano smesso di ritenere che potesse portare a termine gli studi.
Le due avevano continuato a frequentarsi, per Federica, all’inizio, l’amica era stata una specie di sorella minore; per chi le guardava passeggiare per le strade del centro, oppure nel parco, erano una coppia di magnifiche giovani, una di bellezza solare, l’altra di una bellezza schiva e difficile da definirsi, simile a quella della luna. L’una era bionda, l’altra portava i capelli ricci castano scuri corti ed era più magra.
Come quel pomeriggio, in cui si erano sedute nel loro angolo abituale, sotto il salice, e un paio di ragazzotti alla moda del momento avevano cercato di abbordarle. Non erano antipatici e nemmeno troppo aggressivi, di solito in quei casi bastava una battuta tagliente da parte di Federica per indurli a rinunciare. A volte ci voleva un po’ più di tempo, non quella.
- Danneazione! – aveva aggiunto Cenza con una buffa smorfia, ancora rifacendo il verso a una loro compagna particolarmente antipatica e per il resto dimenticata da tempo – danneazione!
Poi erano rimaste a guardare i due ragazzi con i capelli impomatati a formare creste che si allontanavano, commentando che dovevano essere pazze.
Avevano riso e, sempre sedute sotto il salice, erano tornate a raccontarsi le loro storie. Era più spesso Federica a parlare, perché Cenza era abituata a esprimersi aiutandosi coi movimenti delle sue bambole e, di solito, non ne aveva con se quando usciva.
Poi si alzarono, quando il sole cominciava a scomparire all’orizzonte, senza particolari effetti di luce se non una vaga sfumatura violetta che tentava inutilmente di averla vinta sul grigio delle nuvole spesse,
Il verde del parco si andava facendo più cupo, tranne dove i lampioni prematuramente accesi illuminavano debolmente l’erba.
- E’ l’ora dei mostri – diceva spesso in quei momenti Cenza. Quel pomeriggio di mostri non se ne vedevano, tutto era tranquillo, persino l’abbaiare dei cani sembrava una pacata conversazione tra persone distanti.
Le due ragazze si abbracciarono come se avessero freddo e si baciarono approfittando del cono d’ombra sotto il loro albero preferito.
Avevano cominciato a farlo molti anni prima, per scandalizzare, e così respingere, dei ragazzi troppo insistenti; poi avevano continuato per se stesse, avendo capito che non sempre, come atto dimostrativo, sortiva l’effetto voluto.
Cenza accarezzava l’amica senza alcuna inibizione, Federica era più portata a riflettere sulle sensazioni che provava.
Talvolta si diceva che il tempo passato a tenere compagnia a Cenza, a proteggerla dalla cattiveria del mondo, a portarla a fare compere o al parco, era tempo che sottraeva a se stessa e alla sua vita, la ragione per cui, per esempio, non aveva mai avuto un ragazzo, ma era troppo intelligente per non capire come le cose non stessero così.
I suoi genitori insieme la ammiravano ed erano perplessi. Che volesse farsi monaca? Che volesse dedicare interamente la propria vita al bene e all’amore per il prossimo?
Non avevano capito niente, non ancora.
- Dai Cè – disse cercando di districarsi – ci vedono.
- E cosa ci importa?
La sua amica non sembrava capire l’effetto che aveva su di lei, le scosse elettriche che le scorrevano lungo il corpo. Per Cenza i concetti di normalità e anormalità nemmeno esistevano. Non sapendo realmente che cosa fossero le altre persone le era impossibile afferrare la differenza. Quella distanza tra loro e gli altri che stava diventando, poco a poco, il tormento di Federica.
Di sicuro, tornata a casa, si sarebbe dedicata alle sue bambole, come di solito, dimenticandola; anche se solo momentaneamente.
Lei no, avrebbe continuato a pensarci, faticando la notte a prendere sonno, nel letto che era lo stesso di tre o quattro anni prima, quando, in assenza dei suoi genitori, avevano passato la loro unica notte insieme. Fino a quel momento.
No, per lei non ci sarebbe stato un fidanzato né un matrimonio. Oppure avrebbe avuto uno di quei matrimoni puramente di facciata, un cerimonia da teatro, in cui avrebbe recitato più o meno bene la sua parte.
Invece per Cenza un uomo avrebbe anche potuto esserci, Federica lo comprendeva molto bene, ma era certa che un uomo l’avrebbe distrutta. Come poteva essere buono un uomo che s’approfittava di una come lei?
Per questo doveva proteggerla, finché le sarebbe stato possibile. La sua paura era che non sarebbe potuto essere per sempre.
E perché l’amava. Era stata la prima, e questo era un fatto che non si sarebbe mai più potuto cambiare.
  • 0

#3 melocactus

melocactus

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Inviato 09 febbraio 2012 - 17:15

Io&lei

Siamo rimasti in due in casa, fuori diluvia come non è mai accaduto dal 16 Marzo del 2007 (che poi è la data della mia nascita); ragionevolmente posso affermare di non aver mai assistito ad una pioggia così violenta. Un rigurgito di vento sbatte secchiate d'acqua contro i vetri delle finestre ma io non muovo un pelo: lei è tranquillamente seduta in poltrona a leggere un libro, quindi non c'è pericolo. Sono affascinato dal dirompente manifestarsi della forza della Natura: placidamente posso rimanere ore a guardare dozzine di storni formare nubi convulse, sfiorandosi continuamente senza scontrarsi mai, ma ciò che più amo in assoluto, lo spettacolo che può rubarmi il respiro e rivelare sotto la mia simulata indifferenza l'eccitazione che mi agita, è il temporale.
Io e lei siamo uguali. Anche lei adora accoccolarsi davanti al caminetto, avvolta in un morbido plaid di lana, godendosi il nostro angolo di Paradiso mentre, oltre la porta di casa, l'inferno si abbatte sulla Terra. Lei è la mia guida nel mondo, la mia unica sorgente di luce nel buio. Non potrei immaginare un solo giorno senza di lei, un solo attimo trascorso lontano: ogni volta che si muove verso un'altra stanza io la seguo con discrezione, ricalco i suoi passi, mi sistemo più vicino possibile e la osservo per tutto il tempo, senza disturbarla ma sempre presente. Ogni volta che il suo respiro si fa più lieve ed il suo sguardo vago, assente, richiamo la sua attenzione mormorandole parole d'amore, sfiorando la sua gamba magra sotto la vestaglia, per rinforzare quel filo invisibile che tiene l'anima legata al corpo e si compone di fibre sottili generate delle relazioni umane.
Qualche volta riceviamo visite: un'amica, un cugino, un nipote. Non li conosco tutti, lei non ha mai voluto presentarmeli ed a qualcuno non sono simpatico (sarà per il mio brutto carattere: lunatico e permaloso, lo ammetto). Nessuno si trattiene più di un pomeriggio, al massimo un giorno; alla sera torniamo ad essere soli, io e lei, lei ed io. Non voglio pensare alla mia vita senza la sua presenza, non credo di poter esistere in una dimensione di cui lei non faccia parte. Non sono in grado di amare nessuna come amo lei. I concetti che si possono esprimere attraverso la parte razionale del pensiero sono troppo limitati per spiegare il totale trasporto di cui questo sentimento mi rende vittima.
Quando mi sveglio ogni mattino ai piedi del suo letto, mi allungo lentamente per stirare i muscoli e furtivamente risalgo lungo la coperta per raggiungere l'incavo della sua spalla, dove mi rannicchio inspirando il suo odore e percependo il suo calore. E' un piacere profondo vedere il sorriso soddisfatto che le addolcisce il volto, mentre mi accarezza il collo e la pancia o mi gratta delicatamente dietro le orecchie; io socchiudo gli occhi e mi abbandono, premendole a volte i polpastrelli sul braccio o sul petto, strofinando la mia guancia contro la sua, baciandole il mento. Allora lei mi racconta le storie del suo passato: la sua infanzia felice in campagna - e mi sembra di poter correre nei prati insieme a lei - ed i sacrifici patiti durante la guerra, la fiera scelta di un marito in nome dell'amore e la malinconica nostalgia di lui, adesso che non c'è più, la gioia della nascita dei suoi figli, il coraggio nel lasciarli andare per la loro strada. Non mi stancherò mai di starle vicino, per me è questa l'unica felicità che desidero.
Ecco, sento che si è alzata dalla poltrona; mentre io fingo disinteresse, con cauti movimenti si avvia verso la nostra camera, perché il fuoco si sta spegnendo. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che ha quasi raggiunto il corridoio, ora si appoggia al muro mentre avanza e quando sarà alla porta della stanza, pronuncerà il mio nome. Io salterò subito giù dal davanzale per non deludere mai la sua aspettativa di vedermi arrivare quando mi chiama. Ci siamo, è il momento...
"Fuffy!"
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#4 nerinacodamozza

nerinacodamozza

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Inviato 09 febbraio 2012 - 18:06

Primo amore

Li avevano messi in stanze diverse, nei due bracci dell'edificio, condannati a non vedersi più. Una suora aveva deciso così e quella era la legge.
Lei per dimenticarlo cucinava pollo e patate, marmellata e farina. Faceva caffè e li beveva tutti e cento. Impilava le stoviglie e con uno scatto le buttava a terra gridando con la voce acuta. Teneva gli altri lontani dalla sua casa. Aveva messo un orso di guardia alla porta, che occupava per intero la soglia. Chi avesse tentato di entrare se la sarebbe vista con l'animale.
Lui guidava un camion, su e giù per l'autostrada, sotto la neve, e in pieno sole. Un camion che trasportava macchine, al momento vuoto. Gli piaceva guidare, percorrere avanti e indietro la sua rotta, superare il fiume e arrivato al dirupo saltare nel vuoto, sicuro che le gomme avrebbero retto l'atterraggio. Gli piaceva il rumore del motore, così forte da coprire le urla.
Lei chiese all'orso di lasciarla uscire, la bestia si coricò a terra e la fece passare. Lei si chinò a dargli un bacio su un orecchio peloso. Uscì dalla casa e si provò un vestito e sopra ne mise un altro. Si avvolse in un foulard e in testa infilò un cappello a falda larga.
Lui combatté con due dinosauri. A uno staccò la testa, l'altro fuggì.
Lei calpestò un villaggio, e si nascose dietro ai dipinti stesi ad asciugare. Si mise carponi e raggiunse la porta della cella. Qui si mise in punta di piedi e riusci a far scattare la pesante maniglia.
Lui s'inoltrò nella giungla, i pipistrelli gli volavano addosso, in cerca del sangue. Non si fermò neppure per bere. Scivolò in una grotta e aspettò.
Quando lei comparve abbigliata come una principessa lui si lanciò fuori dal rifugio e le corse incontro. Lei aspettò di farlo avvicinare e poi prese a correre. Si inseguirono nella giungla finché lui la raggiunse. Le afferrò il foulard che si sfilò facendola roteare. Lo mise in testa. Lei glielo strappò via. Lui le diede un calcio, lei una manata negli occhi.
E si amarono finché le suore non li scoprirono e si affrettarono a separarli. A terra rimase il cappello, a falda larga con un nastro nero che gli girava intorno.
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#5 Puntaspilli

Puntaspilli

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Inviato 10 febbraio 2012 - 03:17

Metrobio


Lucio Cornelio Silla, membro della gens patrizia, console e dictator di Roma, si è spento due ore prima della mezzanotte.
E io non ero al suo fianco.
Sono stato allontanato giorni fa da Valeria, sua moglie, ma ho continuato a vegliarlo in silenzio: ho aspettato fuori dai cancelli della sua villa, pregando gli dèi che la sua ora non fosse ancora arrivata. La domina ha ordinato agli schiavi di scacciarmi, battermi e percuotermi fino a ridurmi una massa di carne sanguinolenta. Eppure, ad ogni alba, ero fuori dai suoi cancelli a pregare che Apollo me lo restituisse.
Ho innalzato altari, sacrificato agnelli, venduto tutti i miei averi per far ardere ceri nei templi, ma nulla è servito.
Sono solo.
Silla è morto, l’uomo più grande di Roma si è spento, ma il vento continua a soffiare e gli uomini proseguono le loro misere esistenze come se nulla fosse.
Sento i lamenti delle prefiche che si affollano attorno alla salma riecheggiare fin qui, in strada, ma può forse bastare a render giustizia ad un uomo che ha cambiato per sempre la nostra Repubblica? L’uomo che ha catturato Giugurta, mettendo fine alla guerra Mitriale.
Perché, Apollo? Perché non hai volto su di lui il tuo sguardo? Perché hai lasciato che il morbo ne corrompesse le carni fino a renderlo il vuoto simulacro di ciò che è stato un tempo?
Ricordo ancora il giorno in cui ci incontrammo a teatro. Avevo quindici anni appena compiuti, allora, e mi esibivo nella parte di Medea con una compagnia di attori dilettanti. Era un’afosa serata estiva, l’olezzo dolciastro della decomposizione, del legno bruciato e l’odore dei gerani saturavano l’aria. Le tracce dell’incendio che aveva quasi divorato la Suburra erano ancora visibili nelle zone attorno al mercato, dove scheletri di case annerite testimoniavano la lentezza dei lavori di ricostruzione. Il trucco nero con cui mi ero dipinto gli occhi mi colava lungo le guance a causa del calore, donandomi un’aria tormentata che strappava mormorii d’apprezzamento agli spettatori nelle prime file del pubblico e i riccioli della parrucca bruna mi si incollavano alla fronte sudata, così come la seta dell’abito femminile mi aderiva, umida, alle cosce e ai glutei. L’attore principale mi aveva avvisato che sarebbero venuti alcuni tribuni della plebe, quella sera, facendomi intendere che avrei dovuto soddisfare ogni loro esigenza.
Non mi dispiaceva, in realtà; avevo imparato da tempo che gli uomini facoltosi con la passione per i giovinetti sapevano essere estremamente generosi. Che altro poteva pretendere, dopotutto, un figlio di schiavi? Ero anche fortunato: alcuni dei miei coetanei trovavano ripugnante l’essere toccati dagli uomini, preferendo le donne, mentre per me le morbide carezze di una femmina? non erano mai state fonte di eccitazione.
Gli uomini mi vezzeggiavano e mi viziavano, e ciò mi bastava. Quando sentivo parlare d’amore ridevo, e forse è proprio per questo che Cupido ha deciso di scagliare verso di me una delle sue frecce quella sera, colpendomi diritto al petto.
Lo vidi per la prima volta al termine del primo atto, mentre mi inchinavo di fronte agli applausi della platea: Silla era in piedi, poggiato pigramente contro una colonna di marmo, le braccia intrecciate al petto e la tunica bianca drappeggiata sulla spalla. Non applaudiva come tutti gli altri, ma si limitava a fissarmi con un’intensità tale che seppi, appena incontrato il suo sguardo, di essere perdutamente suo.
Il resto dello spettacolo proseguì come un sogno, tanto che non ricordo neppure di aver recitato. I miei ricordi saltano direttamente al dopo, alla presa furiosa del primo attore attorno al mio avambraccio per impedirmi di lasciare le quinte ed avventurarmi alla ricerca dell’uomo che mi aveva rubato il cuore. Togliermi gli abiti di scena fu una tale tortura, spaventato, che dico, terrorizzato com’ero all’idea che lui se ne andasse senza neppure avere il tempo di scoprirne il nome. Mi avventai fuori con il viso ancora imbrattato di trucco, lanciandomi tra la folla, che andava via via scemando, alla sua disperata ricerca. Raggiunsi la colonna dove l’avevo visto, senza però trovarne traccia alcuna, cosa che mi gettò nel più completo sconforto. Già mi immaginavo solo e delirante a girovagare per le strade di Roma, pregando gli dei perché mi indicassero la via per raggiungerlo.
Fu con lo stomaco contratto dal nervosismo e il fiato corto che mi avventurai in strada, incapace di rassegnarmi all’idea di averlo perso.
L’odore della cenere mi sferzò le narici con forza, mentre un venticello fresco mi leniva la pelle calda e madida di sudore. Mi fermai di fronte alle porte aperte del teatro, incerto su dove andare, su quale strada percorrere per sperare di raggiungerlo, quando una stretta decisa attorno al polso mi strappò, a forza, dai miei pensieri.
Mi voltai e lui era lì, più bello di Venere, più virile di Marte, con il bel viso dai tratti decisi a pochi centimetri dal mio. Mi fissava dal basso verso l’alto con la bocca arricciata in un sorriso beffardo che scopriva in parte i denti, mettendo in mostra i canini troppo affilati, da fiera, che per un istante mi fecero colare un brivido di terrore lungo la spina dorsale. Che mi trovassi di fronte ad un mostro sotto le spoglie di un dio? Tentai di liberarmi dalla sua stretta ritraendo il braccio, ma questa si fece solo più salda. Lo vidi scuotere il capo e contrarre la mascella, forse indispettito dalla mia improvvisa ritrosia.
– Hai forse paura?
Mi chiese, tornando a strattonarmi. Eravamo così vicini che potevo sentire l’odore pungente delle essenze di cui era intriso il lino della tunica mescolarsi a quello del suo sudore. Allacciai lo sguardo al suo ed annui. Sì, avevo paura. Paura di quell’uomo con il doppio della mia età che mi aveva ammaliato, intrappolandomi in una rete fitta da cui mi era impossibile evadere, come quella creata da Vulcano per umiliare la sua sposa traditrice.
Forse pensate che stia esagerando, che dopotutto io non lo conoscessi neppure. Ma nessuno, nessuno di voi ha visto Silla con i miei occhi quella sera, perché se così fosse stato anche voi sareste stati conquistati dal fascino di quell’uomo, dai suoi occhi grigi, gelidi, che mi scavavano dentro come se stessero carpendo i miei più turpi segreti. Avreste capitolato come me, di fronte alla sua risata bassa e roca, scoppiata a causa del mio cenno d’assenso.
Mi tirò a sé e premette le sue labbra sulle mie, incurante dei cittadini Romani che ci scivolavano accanto, degli sguardi delle matrone e degli sguardi invidiosi di chi voleva trovarsi al posto dell’uno o dell’altro. Divorò la mia bocca e mi assaporò come un frutto maturo, accendendo la mia lussuria che divampò brutale, come una torcia intrisa d’olio gettata in un braciere. Le sue mani mi scivolavano sulla pelle tracciando arabeschi in punta di dita, percorrevano la mia schiena come belve affamate, insaziabili, che mi mordevano le carni mentre la sua lingua si faceva strada oltre i miei denti. Ero avviluppato dal desiderio, che ormai svettava contro il sottile gonnellino di cotone egiziano che mi cingeva i lombi, incapace di allontanarmi da quell’uomo di cui neppure sapevo il nome ma che in qualche modo era riuscito a scoprire il mio, e che mi sussurrava tra un bacio e l’altro.
Ricordo che si allontanò non appena cercai di passargli le braccia attorno alle spalle, ritraendo il viso con uno scarto ferino, così rapido da farmi temere di aver commesso qualche errore irreparabile. Lui tornò a ridere, però, poggiandomi l’indice contro le labbra umide.
– Mio dolce, dolce ed impaziente Metrobio.
Sussurrò, sistemandomi indietro una ciocca di capelli neri come l’ala di un corvo e abbassando gli occhi verso il mio inguine, facendomi salire un’ondata di rossore lungo le gote. Forse dissi qualcosa, o forse mi limitai a guardarlo. Nuovamente i ricordi si prendono gioco di me, trascinandomi nel vicolo della Suburra in cui consumammo il nostro primo e vorace amplesso, tra gli odori dei rifiuti marcescenti e del piscio stantio che si univano a quello pungente della sua pelle.
Ci accoppiammo come animali, ancora una volta incuranti di chi poteva guardarci, sfamandoci l’uno dell’altro come se non esistesse altro all'infuori di quell’attimo. Si svuotò dentro di me con una serie di grugniti animaleschi, spingendomi ripetutamente contro una parete di mattoni e calce. Al pensiero mi sembra ancora di sentire le gambe indolenzite strette attorno ai suoi fianchi, o le fitte di dolore che mi scuotevano ad ogni morso che affondava nel mio collo.
Silla, oh, Silla. Possibile che tu sia davvero morto? Pensare che il mondo prosegua senza di te mi è impossibile, eppure eccoti lì, avvolto in un bianco sudario, trascinato fuori dalla tua dimora da un corteo funebre a cui non mi è permesso avvicinarmi.
Come possono gli dei essere così crudeli, dopo tutti gli anni che abbiamo trascorso assieme come amanti?
Perché, dimmi, non mi è stato permesso darti l’ ultimo saluto? Me lo hanno impedito, che siano maledetti! Mi hanno scacciato come un vecchio cane che non si vuol più avere attorno. Mai, mai potrò poggiare le mie labbra sulle tue, ormai gelide e spente di ogni alito di vita, per reclamare l’ultimo bacio.
Dimmi, Silla, hai sussurrato il mio nome prima di spegnerti? Hai teso la mano alla ricerca della mia per trovare, invece, quella della grassa vacca che si fregia del titolo di materfamilias? Sono stato nei tuoi pensieri, prima che sprofondassi nel dolore, o mi avevi già dimenticato?
Ma no, no, ricordo come mi invocavi e pretendevi che ti tenessi la mano mentre i medici greci andavano e venivano, e gli schiavi svuotavano i pitali e mormoravano maldicenze alle nostre spalle.
Se solo avessi avuto la fortuna di nascere donna, Silla! Ormai il dolore mi acceca, mi rende pazzo.
Come può la mia vita continuare ora che il suo centro se ne è andato per sempre? I pasti potrebbero mai avere lo stesso sapore, il vino lo stesso effetto inebriante? No, non potrebbero. Persino la luce del sole, ora che non ci sei più, sembra più opaca, color della cenere.
La poesia, il teatro, nulla avrebbe più senso senza poter avere te a condividerli al mio fianco.
Tu, primo tra i cittadini romani, tu, primo ed unico ad avermi mai rubato il cuore. Nulla potrebbe mai a lenire il dolore della tua perdita.
Sia quella cagna che ha diviso con te il talamo a continuare a vivere, dimostrando a tutti quanto scarso e superficiale fosse l’affetto che vi legava.
Io, Metrobio, neanche un’altra ora voglio vivere senza di te.
Che il Tevere accolga il mio cadavere, che l’acqua mi riempia i polmoni, trascinandomi a fondo, e i pesci banchettino con le mie carni.
E se Plutone avrà pietà di me, Silla, tra pochi istanti potrò già riabbracciarti nei Campi Elisi, dove trascorreremo insieme l’eternità.
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#6 Dandy

Dandy

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  • ProvenienzaIl paese dei balocchi

Inviato 10 febbraio 2012 - 09:52

Lacrime di rock star



"E un domani potrò ancora vivere nelle sfumature celesti del cielo di quei giorni..". La chitarra, a cavalcioni sul letto e scriveva. Ma non delle solite storie, avventure culminate all'apice di uno sbaglio, uno sbadiglio come a segnalare l'arrivo del crepuscolo in una giornata che non vorrebbe aver fine perchè ha ancora tanto da dire.
In una camera d'albergo – solo, della solitudine tipica che lo avvolgeva al pomeriggio prima di ogni concerto. Dopo di solito era circondato di gente, ragazzette impomatete dai rossetti rossi, amici, giornalisti e sciacalli in cerca di autografi. Ma paradossalmente rimaneva inesorabilmente solo. Il cane della pistola ascoltava dall'alto di un muro sul quale rimaneva appeso, un poster incollato con lo scotch il giorno del suo arrivo, un'immagine dei "guns & roses", coi quali era cresciuto imparando a strimpellare una sgangherata sei corde. All'epoca gli sembrava di essere un blues man, una rock star: "il vento uccide le rock star coi loro sogni - che sono sogni stupidi..". Rompeva spesso il mi cantino; di negozi musicali ce n'erano pochi, di soldi meno, così la sua sei corde diventava una cinque corde a volte per intere settimane, ma lui la suonava lo stesso.

Si nasce e si cresce. Quello che accade in mezzo è che si sbaglia. Gli sbagli fanno parte del gioco e li devi accetare per quello che portano. A cavalcioni sul letto voleva scrivere una canzone, gli capitava spesso di farlo in contesti simili. Gli altri membri della sua band erano andati a fare il sound check per controllare il volume di ogni strumento; esibirsi in un palazzetto gremito di persone tra gli applausi e il frastuono non era come fare una cantatina all'oratorio. Li avrebbe raggiunti più tardi. Con la mano un po' tremante afferrò la maniglia del mini bar, minuscole bottigliette di Jack Daniel's spacciate a peso d'oro lo stavano pazientemente aspettando. Confezione da una botta e via, come a dimenticare un bacio, il tempo rubato a una canzone, padrone di un ricordo.
Quello che capitava in mezzo era che cantava, dentro gli occhi azzurri come il cielo di quei giorni. Ascoltava il coro della folla, l'eco della gente. Nonostante tutto aveva imparato a vestirsi da solo – faremo per voi un altro pezzo – non aveva espressioni particolarmente felici da regalare ai fans. Poi il chitarrista attaccava un accordo, la Les Paul fuoriusciva dal suono di un overdrive graffiante e la musica partiva, "..sogni di rock & roll per fare in fretta, perchè anche il tempo mancherà.." fuori contesto come la frase pronunciata in un momento inopportuno. Stravaganza.
Passava ogni domenica pomerigio annoiandosi sul divano prima di conoscerla. La caduta in minore, il ritorno in maggiore. Poi divenne un sabato sera, a dire il vero fu un amico a notarla per primo ma il suo "ciao" fu più svelto. Dentro un Irish Pub, fuori dal lago, nella prigione del momento. Il primo amore è debolezza allo stato puro. Citazioni di Leonard Choen. Se hai meno di sedici anni anche tre mesi possono sembrare per sempre. L'aveva scritto una volta con un pennarello.

Indossò il giubbino di pelle mentre percorreva l'angusto corridoio dell'albergo. Il ticchettare della pioggia scandiva il tonfo sordo provocato dallo sprofondare dei suoi stivali nella moquette, goccie che rendevano tutto soltanto più nostalgico. Le porte dell'ascensore che si aprono, estranei dentro che si accalcano per fare spazio, le porte che si chiudono, l'ascensore barcolla per qualche istante, le porte che si ri-aprono, la ragazza alla reception che sorride. Un sorriso abbozzato. Il suo sorriso di quei giorni, di biondo avrebbe avuto anche i polsi. Rievocava quel periodo a cadenze regolari ogni trecentosessantaquattro giorni, di solito non dormiva ma ormai c'aveva fatto l'abitudine e non durava a lungo. Il fonico di quel concerto aveva il fiato pesante.
Pazzia o sonno? Realtà o contrasti? Conforto. La verità comincia dalla "A", assonanze alle quali viene affidato il pesante fardello di colmare una distanza; tutto come a trovarsi in una scatola di confetti. Era così che scriveva canzoni di solito. Il primo amore è come una lama a doppio taglio. Gli capitava spesso di comporre pezzi in contesti simili. Non era così che lo stava facendo questa volta.

Poi la sera era il turno dello spettacolo. Punto e basta. Puntualmente l'esibizione partiva in ritardo. Quarti d'ora accademici, occhi e orecchie che aspettavano il lussureggiare di alcune dita magiche. A volte faceva il pieno di cointreau e passava il resto della serata a roteare e roteare sul palcoscenico. L'effetto nebbia artificiale prodotto da una macchina spara-fumo, scordarsi cosa vuol dire pentatonica minore. Il suo giobbino di pelle, i suoi stivali e i suoi capelli lunghi lasciati andare sciolti nel disordine di un'acconciatura selvaggia. Il rimbalzare di una lampada stroboscopica. Dimenticare, dimenticarsi "..eran giochi, i tuoi capelli eran giochi.." afferrò il microfono con una mano e lo sfilò dal suo supporto nell'asta:
– c'è una cosa che mi tengo dentro..
Ogni tanto gli capitava di immaginarla tra la folla.
– una canzone che mi scoppia dentro.
E le chitarre suonavano, e il bassista teneva con forza il ritmo scandito da cassa e rullante "e ti ricorderai una stella, eri una stella. Di esperienza adesso non ne hai..". Gli accadeva spesso di vederla tra il marasma della gente che si accalcava a bordo palco, mani e braccia sconosciute che si tendevano e si attorcigliavano nel tentativo di toccarlo. Incontrata in quel di una birreria lungo lago. Alle persone che non hanno mai amato certe cose possono dare alla testa. Scelte con le quali poi bisogna convivere. Abbassò lo sguardo a osservare la cassa che aveva davanti, assoli di chitarra che lo facevano sentire inquieto perchè incompleto. Il concerto finiva e le luci si spegnevano. Si riaccendevano quelle del back-stage pieno di ragazzette impomatete dai rossetti rossi, amici, giornalisti e sciacalli in cerca di autografi. E giù ancora di alcolici. Giocava a immaginarla tra le forme della gente, nel nero di un 45 giri suonava una vecchia canzone di Frank Sinatra. Prendeva tempo per se guardando orme proiettarsi tra i presenti. Aveva consumato la sua prima volta molto presto, senza provare amore per quella volta. Notò i sorrisi di 2 biondine avvicinarsi: – sai che sei il ragazzo dei suoi sogni? – si arrese alla serata, o a quello che restava della notte. Luci sbiadite e il caldo conforto di una gomma americana che qualcuno aveva sputato sulle lenzuola. E poi correva, rideva, tirava i pugni sul petto, una lacrima e si contorceva. Sbadigliava, la stanchezza aveva iniziato la sua ascesa da un pezzo, aggrottava le sopracciglia e sfregava la fronte con il pollice, una corsa al gabinetto per vuotare un anima già svuotata, jeans strappati alle ginocchia sostituivano il piagiama. Letargo sopra alle lenzuola.

Si svegliava al pomeriggio dopo dentro una stanza d'albergo nella quale era arrivato qualche giorno prima. Un poster attaccato con lo scotch, bottigliette di Jack Daniel's mignon rovesciate sulla solita moquette, la chitarra, a cavalcioni sul letto e scriveva.
Aveva una canzone dentro che da tempo gli chiedeva di uscir fuori, che nel primo pomeriggio di una giornata come altre, il "giorno dopo" dell'ennesimo concerto, trovò il coraggio di completare:"e ti ricorderai di me, di una carezza, di una cosa dolce. Con tutto quello che c'è, ti ho dovuta lasciare, fare a meno di te. Sharon".
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#7 Tiferet

Tiferet

    Scribacchino

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Inviato 10 febbraio 2012 - 16:18

Pioggia.


Quando frequentavo le scuole superiori abitavo appena fuori città. Per arrivare a casa si doveva quasi scalare una collina, arrampicandosi su di una stradina stretta e polverosa, e poi ridiscenderla costeggiando un fitto bosco di lecci. Mi piaceva la tranquillità e il silenzio e non avevo mai ritenuto lo stare isolati un problema, o un pericolo.

Era un venerdì di fine settembre.
Mia madre fece le ciambelle con la marmellata di albicocche.

Le nostre mani si toccavano, si esploravano. Io stavo seduto con le gambe incrociate, la testa abbandonata all’indietro, gli occhi chiusi. Quasi trattenevo il respiro. Lei aveva le ginocchia che si baciavano, stava rigida, sprofondata nel vecchio divano grigio di camera mia. L’aria era elettrica. Ci cercavamo. Le dita si intrecciavano, sfuggivano, si stringevano forte per poi rilassarsi. Aprii gli occhi e ruotai leggermente la testa per spiarla. Era vestita in maniera semplice, con un pullover color pesca e una leggera gonna beige. I capelli ramati raccolti in una coda di cavallo lasciavano scoperte le orecchie. Adoravo i suoi lobi delicati e morbidi. Quel giorno portava degli orecchini a forma di coccinella. Sorrideva leggermente, arricciando il labbro inferiore.
Quando mia madre bussò alla porta alzammo lo sguardo sincronizzati, come in un balletto.
- Devo andare. – Disse.
- Ti accompagno. – Avevo la voce strozzata.

Avrei voluto chiudere quel momento in una bolla e fermare il tempo.

Ci eravamo conosciuti a scuola. Banalmente, solo per via di alcuni amici in comune. Lei era riservata e introversa, ma con me ci fu subito confidenza, come se ci conoscessimo da anni. Amava leggere. Leggeva con frenesia, con ansia. Una volta mi disse che era una divoratrice di mondi. Che sentiva la necessità fisica di evadere e di scappare, anche solo con la fantasia.
Soffriva d’insonnia. Le sue amiche mi raccontarono che una volta era rimasta per quattro giorni di fila senza chiudere occhio. Quando le chiesi spiegazioni mi raccontò che il problema del sonno le era venuto all’età di nove anni, subito dopo che morì il fratello appena nato. Visse solo per cinque giorni. Cinque giorni in cui non smise mai di piovere. Quel bambino non seppe mai cosa fosse il sole. E così, quando pioveva, per lei diventava impossibile dormire. Fu una delle cose che mi fece superare la fase della pura attrazione fisica, che mi fece innamorare sinceramente di lei.
Un’altra fu la nostra diversità. Alcuni dei nostri amici stavano insieme perché si incontravano negli interessi in comune, nelle scelte di vita futura, si mettevano subito d’accordo quando si doveva decidere cosa fare la sera. Noi eravamo convinti che quello fosse un sovrapporsi, un incastrarsi in maniera così stretta da non capire dove finisse uno e iniziasse l’altro. Non era un vivere insieme che avremmo sopportato a lungo. Tra noi c’era spazio, passava sempre un poco di vento fresco.

Uscimmo di casa presi per mano. Avevamo un piccolo pacchetto con dentro le ciambelle che mia madre le aveva regalato. Adorava l’innocenza del nostro rapporto, era sempre stata una sentimentale, una di quelle signore rotonde che odorano di vanillina e scorza di limone. Mentre salivamo la collina lei notò alcune nuvole scure che parevano seguirci. Qualche lieve goccia di pioggia cominciò a bagnarci. Mi tolsi la giacca e le riparai la testa.
- Ho giusto un libro da finire. – Sapeva che non avrebbe chiuso occhio.
Io alzai le spalle. Mi sentì inutile.

Prima di vederli ci avvertì il rumore. Quel fastidioso ronzio che fanno i motorini modificati. Erano in quattro. Ci mettemmo sul lato sinistro della strada, così da farli passare. E invece frenarono di botto. Si avvertì chiaramente la puzza delle gomme bruciate. Uno del gruppo lo conoscevo, frequentava ogni tanto l’oratorio. Di recente avevamo avuto uno screzio, una stupidaggine che facevo perfino fatica a ricordare. Ma lui se l’era legata al dito. Quando scese dal motorino mi guardò dritto negli occhi. Aveva lo sguardo spento, che raccontava storie non adatte ad una vita tanto giovane. Gli altri tre non li avevo mai visti. Uno si obbligava a tenere gli occhiali da sole nonostante l’ora e la pioggia.
- Ciao. – Balbettai. Loro risero. Avevano letto la paura nei nostri sguardi bassi. Erano in netto vantaggio.
- Levati dalla palle. – Disse il ragazzo che conoscevo.
Non riuscì mai a capire cosa scatenò quello che successe in seguito. Forse fu il fatto che io non reagì. Rimasi immobile. I capelli bagnati attaccati sulla fronte, la scarpe sporche di fango, la bocca socchiusa, dovevo sembrare patetico. Forse fu colpa mia. Mi arresi troppo in fretta e decisero di alzare la posta.
- Prendiamo la ragazzina. – Disse quello con gli occhiali. Con una manata fece cadere le ciambelle tra il fango.
Cominciai a perdere il contatto con la realtà. Mi sembrava di osservare la scena con un telescopio. La paura mi dilatò le narici e colpì lo stomaco. Sentivo i battiti del cuore martellare i timpani.
Ci portarono nel bosco. Nascosti dagli alberi non ci avrebbero potuto vedere dalla strada. Non ricordo se lei urlò o se rimase muta come me. Non glielo chiesi, e lei non sentì mai la necessità di dirmelo. Un ragazzotto alto e magro mi teneva ferma la testa per costringermi a guardare. Non riuscivo a chiudere gli occhi.
La pioggia aumentò d’intensità, ma in mezzo a tutta quell’acqua vidi ugualmente che muoveva le labbra.
- Anche oggi piove. – Lo disse con rassegnata naturalezza.
Non ho mai considerato l’amore come un concetto assoluto. Ma quella sera scoprì che cosa fosse per me. Desiderare il bene dell’altro più del proprio. E capì che lei aveva il disperato bisogno di essere salvata. Salvata soprattutto da se stessa, dalle sue paure e angosce. Aveva bisogno che ci fosse sempre qualcuno disposto a metterle una giacca sulla testa per tenerla al riparo dalla pioggia.
Diedi uno strattone e mi liberai. Non stavano aspettando altro. Mi si scagliarono contro, rabbiosi. Colpito da dietro caddi bocconi, le mani immerse nel fango, il ginocchio destro urtò un masso affiorante. Dopo il primo calcio che presi in faccia non ricordo molto. Solo suoni sordi, insulti e dolore. Mi rannicchiai e piansi, chiamandola e cercandola tra gli alberi.
E così come era iniziato, improvvisamente finì. Il ragazzo che conoscevo mi sputò, mi diede un ultimo calcio alla schiena e andò via, portando gli altri con sé.
Lei cercò di tirarmi su, ma avevo troppi dolori e lasciò perdere. Si inginocchiò e avvicinò le sue labbra alle mie, sfiorandole. Il mio primo bacio aveva sapore di fango e sangue.

Passai la notte in ospedale. Avevo due costole incrinate e una gamba fratturata. Varie ecchimosi e un dente rotto. Ma non ero mai stato così felice. Rimasi tutto il tempo a guardare il soffitto bianco della mia stanza con un sorriso ebete stampato in faccia. Fuori infuriava il temporale.
La mattina dopo lei venne a trovarmi.
- Ho dormito, stanotte. – Mi sussurrò all’orecchio.

Anche oggi piove.
Messi a letto i bambini ci siamo sistemati sul divano. Sui vetri della finestra la musica delle gocce mi rilassa.
Mentre dorme e le accarezzo i capelli color ruggine avrò per sempre quindici anni.
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#8 Agave

Agave

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Inviato 10 febbraio 2012 - 21:00

SALLY


Faceva freddo e pioveva nel cortile. Lei se ne stava lì a guardare il parcheggio deserto. I ragazzi erano appena andati via.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Bisogna accettare che le cose cambino, che niente sarà più come prima. Con loro se n’era andato anche Alex.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Non si sentiva più il rombo del motore. Si erano dileguati in un attimo. Rimaneva solo lo scrosciare della pioggia. Un rumore così dolce e amaro che obbligava a chiudere gli occhi per farsi assaporare meglio.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Andare con i ragazzi? Per un attimo lei – che stupida! – l’aveva pensato. Ma sì, insomma, smetterla di stare lì a fare la ruggine e avere il coraggio di partire.

Con Alex?

Sì, con Alex.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Lei ed Alex si conoscevano da tanti anni, erano stati compagni per così tanto tempo. Avevano vissuto mille avventure.

Lunghi viaggi senza fiato fino in cima alla collina, e la città addormentata che brillava sotto di noi, attraverso la nebbia. Vieni, andiamo, andiamo via.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Cos’era accaduto? Perché Alex, all’improvviso, l’aveva abbandonata?

Credevo fossimo amici! Credevo… credevo… credevo…

Credevo perfino che mi amassi.

Ma a quell’epoca Alex era un adolescente che, in fondo, era rimasto un po’ bambino. E il primo amore dei bambini è sempre un lucido gioco.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Lei era ancora sotto la pioggia, a fare la ruggine, a ricordare il rumore dell’auto che partiva e la lasciava sola. A ricordare Alex che la lasciava sola.

Perché se n’era andato con Sally Brown.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Sally Brown. Che nome idiota per una macchina. Solo perché Alex, quando i suoi genitori gliel’avevano regalata, aveva venduto sigari di cioccolata – proprio come ha fatto Charlie Brown quando è nata la sua sorellina Sally.

Che nome idiota per una macchina.

Ma Alex voleva più bene a quella macchina che a lei. Perché?


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


Forse perché non si può rimanere bambini per sempre. Prima o poi si cresce e l’amore deve trovare nuove, giocose forme.

E lei, ad Alex, ora, non serviva più.


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


La notte portava Sally Brown lontano lontano, e Sally Brown portava via Alex attraverso la notte, rapito dalla luce dei fari. Lo faceva vivere a velocità folle, lo rendeva fiero di se stesso, gli faceva sfidare la polizia, invitare ragazze nell’abitacolo, sentire grande, adulto e libero…


Dove ti porta la notte, Sally Brown?


La notte portava lontano Sally Brown. Sally Brown portava Alex lontano da lei, nella notte di luce.

Lei se ne stava al freddo, abbandonata nel cortile, a fare la ruggine. Solo due ruote, un unico faro che non abbaglia, e niente motore.


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#9 Nicolaj

Nicolaj

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Inviato 11 febbraio 2012 - 21:53

Amore felice

Raccolse tutto il coraggio che aveva, Carlo, e voltò le spalle a sua madre. Non vedere più il suo viso sorridente fu una cosa brutta. C’erano tantissimi bambini sconosciuti tutto intorno e tante voci si coprivano e non si capiva niente. C’erano anche tanti bambini che piangevano e a Carlo questo fece salire le lacrime agli occhi. Si girò indietro per cercare sua madre e la vide sempre lì che sorrideva e salutava con la mano. Salutò di nuovo anche lui e provò a sorridere, ma questa cosa lo faceva sentire triste.
Delle voci chiamavano la prima B. Con la paura di perdersi, Carlo si unì alla fila di bambini della sua classe. Non prestò attenzione ai compagni, troppo preso dal seguirli. Il corridoio in cui transitavano era buio, sembrava il cielo quando pioveva. Non era bello e la voglia di tornare dalla mamma era sempre più forte. Sembrava anche che da quella parte ci fossero più bambini, che andavano avanti e indietro con i loro grembiuli bianchi o blu e che attraversavano le porte che si trovavano da tutti i lati.
Anche la prima B si diresse a una di quelle porte. Carlo entrò nella stanza piena di banchi, che però non erano come quelli dell’asilo; questi stavano tutti ordinati e guardavano dalla stessa parte, verso una grande lavagna nera. Una signora anziana con un vestito verde e i capelli castani stava ad aspettarli. A Carlo il suo sorriso piacque. Era un sorriso gentile che prendeva anche gli occhi grandi dietro degli occhiali dalla forma di farfalla.
«Sedetevi, bambini» disse la signora.
Carlo avrebbe voluto raggiungere uno dei banchi vicino alle finestre, dove c’era il sole, ma era uno degli ultimi della fila e quei posti furono subito occupati. Lui finì al terzo banco sul lato della porta. Agganciò lo zainetto dietro la sedia e si sedette. Vide che alcuni compagni avevano messo i quaderni e gli astucci per le penne sul banco e fece lo stesso. Tenne le mani sopra il porta pastelli, pensando ai bei colori che c’erano lì dentro e che gli aveva comprato la mamma. Quei gesti lo fecero sentire un po’ meglio, come se la mamma fosse vicina.
Quando tutti furono seduti la signora anziana si mise a parlare: «Benvenuti, bambini. Io sono la vostra maestra di italiano, mi chiamo Rosaria.» La maestra sorrise. «Voi come vi chiamate, vogliamo presentarci?» disse ancora. Si avvicinò al primo banco sul lato della porta e si rivolse a una bambina seduta lì «Tu come ti chiami?»
Carlo aspettò il suo turno con un po’ di paura, ma non sbagliò niente e dopo aver detto il suo nome alla mastra si sentì molto meglio. Incominciò a guardare i compagni a mano a mano che si presentavano. Sembravano tutti simpatici.
Una bambina colpì la sua attenzione più degli altri. Sedeva vicino alla finestra e con la luce del sole che le pioveva sulla testa era molto bella. Quando la maestra le chiese il nome lei rispose con una voce timida: «Alessandra.» Parlava in modo un po’ strano, con un suono come un pallone che si sgonfia. Era un po’ buffo, ma a Carlo piacque moltissimo e gli venne voglia di sentirla ancora dire tante parole con quel suono.
Mentre la maestra parlava con gli altri bambini, lui continuò a guardare Alessandra. Stava proprio bene con il grembiule bianco. Carlo era sicuro che fosse buonissima, lo capiva dal modo in cui sedeva, con le mani in grembo e la testa un pochino abbassata.
Lei si accorse del suo sguardo e arrossì. Anche lui si sentì molto imbarazzato, come quando faceva qualche guaio e la mamma lo scopriva. Però gli venne anche da ridere, perché si sentiva felice. Chissà se era per quello che si andava a scuola, per essere felici. La mamma sorrideva quando si erano salutati, quindi lei sapeva che la scuola era una cosa bella; chissà, forse sapeva anche che a scuola si incontravano bambine che facevano arrossire. Carlo pensò che la mamma e il papà dovevano essersi incontrati a scuola.
La maestra finì di chiedere i nomi di tutti e iniziò a parlare di lettere e di cose da imparare, ma Carlo aveva altri pensieri. Si chiedeva cosa aveva fatto il papà quando aveva incontrato la mamma. Aveva detto il suo nome? Ma non gli sembrava una cosa intelligente, visto che a scuola si facevano le presentazioni con la maestra. Allora come si era comportato?
La giornata proseguiva, la maestra scriveva le lettere alla lavagna e le faceva ricopiare sul quaderno insieme al loro nome. Carlo continuava a essere distratto, tanto che si perse la “c” e la maestra gli chiese se si sentisse bene, perché appoggiava la guancia sulla mano di continuo.
Arrivò l’ora della pausa. La maestra disse che ci si poteva alzare per parlare con gli altri e conoscerli. Carlo sentì che era arrivato il momento decisivo. Non sapeva bene cosa doveva dire e si sentiva pesante, come quando la mamma lo chiamava a tavola e lui sapeva che c’era da mangiare la pasta e lenticchie. Però non era proprio la stessa cosa: doveva sforzarsi per fare una cosa che gli piaceva, adesso, quindi poteva farcela senza essere costretto.
Carlo si alzò e passò fra i banchi e gli altri bambini che si erano alzati. Raggiunse Alessandra e la vide arrossire di nuovo. A lui sembrava che qualcuno lo avesse messo in una pentola, tanto era il caldo. S’inginocchiò.
«Mi vuoi sposare?» disse.
Ebbe l’impressione di sentirsi male. Alessandra era tutta rossa e i suoi occhi sembravano pieni di luce.
«Va bene» rispose e si mise a ridere. Carlo si sentì felice e rise assieme a lei.

Quel pomeriggio, all’uscita da scuola, c’erano sia la mamma che il papà. Carlo corse loro incontro alla massima velocità e li abbracciò forte.
«Mamma, papà» disse con tono squillante «Oggi ho chiesto ad Alessandra se voleva sposarmi e lei ha detto di sì!»
La mamma e il papà si raddrizzarono stupefatti. I loro sguardi si incrociarono ed entrambi scoppiarono a ridere.
Carlo era indeciso se arrabbiarsi o unirsi alle risate. Ma la mamma si chinò di nuovo e lo abbracciò.
«Che bello, amore» gli bisbigliò.
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