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Trovato 259 risultati

  1. Prompt: IL PRESENTATORE Commento: L'intermediario -Signore e signori benvenuti all’annuale sagra dell’anguria!!!!- grido con voce stridula fingendo un’allegria che non provo. Sono già le nove di sera ma c’è un’afa terribile e non tira nemmeno un filo d’aria. Ma come fa la gente a vivere in questo buco di paese? Sembra di essere in un girone infernale con tutte queste zanzare e quest’umidità: il girone di quelli che non hanno il buon gusto di scegliersi una casa in una zona abitabile degna di questo nome! -Siamo a Zibello, uno tra i più famosi paesi rivieraschi del Po, rinomato per le sue eccellenze culinarie!- Applaudono come forsennati e ho un attimo di tempo per tirare il fiato. Come vorrei un asciugamano! Devo avere i capelli in condizioni pietose! -Quest’anno sono stata incaricata di fare da madrina alla seconda tappa agostana di questa sagra, che si tiene in questa bellissima cittadina, e ne sono veramente onorata!- Questa gente applaude a ogni cosa che dico! Ma dove la trovano tutta quest’energia? Io faccio già fatica a respirare mi sembra di essere una cernia e di respirare sott’acqua! Sto grondando sudore come una fontana e non riesco a immaginare in che condizioni sia il make up! La truccatrice sta parlando col garzone del macellaio e non mi si fila di pezza! È vero che non può mica correre in scena con la valigetta per un ritocchino, ma un minimo di partecipazione alla mia sofferenza… suvvia! -La gara di questa sera si svolgerà in tre manches in ognuna delle quali si affronteranno tre mangiatori incalliti. Alla fine di ogni manche si decreterà un vincitore parziale e, al termine delle tre manches, ci sarà la finale per il podio di tappa. Come d’abitudine, nella tappa finale a Roccabianca, che si terrà il 26 agosto, i tre finalisti di ciascuna tappa si sfideranno per essere incoronati “Mangiatore d’anguria 2017”. Al vincitore verrà offerto un fine settimana depurativo in un hotel di Salsomaggiore Terme, per due persone!- Un boato d’applausi sommerge le ultime parole che ho pronunciato. L’entusiasmo è alle stelle. Nella folla antistante il palco c’è di tutto: una famiglia di Indiani, un gruppo di ragazzotti Marocchini che fa battutine su di me, evidentemente spassosissime, a giudicare dalle occhiate che mi lanciano e da quanto sghignazzano! Ma che te ridi?! E tanti padani di ogni età: le nonnine col “vestito buono” in terital a fiori che andava di moda mille anni fa e i mariti in camicia, rigorosamente bianca, con le maniche arrotolate al gomito. Quel giovanotto in prima fila mi sta mangiando con gli occhi… carino.. sai che c’è? Gli faccio l’occhiolino. Sai mai che questa serata, iniziata da schifo, si possa concludere in maniera decente! -Signore e signori, Un applauso per i nostri primi tre sfidanti: Emma da Samboseto, Luca da Busseto e Valentino da Frescarolo! - Ho la nuca completamente fradicia e la camica tutta appiccicata alla schiena; devo stare attenta a non dare le spalle al pubblico. Per fortuna ho messo un reggiseno di quelli sportivi col doppio rinforzo che non assorbono umidità così, quanto meno, domani non vedrò le mie tette attraverso una camicia bagnata su youtube. -Ecco, sedetevi qui! Prego! Vallette! Portate le fette di anguria!- Fammi spostare che queste non so nemmeno come fanno a portare le bacinelle piene di cocomera –Avete 5 minuti di tempo per mangiare il maggior numero di fette! Attenzione che dovete arrivare fino al bianco del frutto, mi raccomando! Altrimenti la fetta non sarà considerata mangiata!- mi sta venendo una paresi ai muscoli facciali a furia di sorridere! –Pronti? Tre….due…uno…VIA!- Che spettacolo inguardabile! Si sono avventati sulle fette di cocomero come delle mietitrebbie! Il pubblico, in visibilio, sta incitando i giocatori. La famiglia di Indiani se ne sta in piedi a guardare con una vaga smorfia di disgusto dipinta sul viso. Come dargli torto? Sete! Non so di chi sia la bottiglietta abbandonata a terra dietro le quinte, ma è fresca e mi ha rimesso al mondo! Senti qua che schifo i capelli! Li ho tutti appiccicati! Li sollevo così gira un po’ d’aria sulla nuca, che non ne posso più! Niente, la truccatrice non mi considera minimamente! Adesso potrebbe ritoccarmi un attimo, che sono tutti impegnati a guardare i mangiatori compulsivi di cocomere! Ma no! Ma dai! Ma ha ruttato? Ma che schifo! Il cameraman, che sta registrando tutto a imperitura memoria, mi guarda e scoppia a ridere. Chissà che faccia ho fatto, ma quel rutto è durato almeno venti secondi, rimbombando per tutta la piazza e facendo esplodere la folla! Signore, che sconforto.. ma che ci faccio io, qui? Sento i muscoli del viso rilassarsi, ora che posso smettere di ridere per qualche minuto. Ho ancora una sete terribile. Dov’è il mio integratore? Dov’è andata quella scema della truccatrice? Non mi hanno fornito un assistente ma hanno detto che la truccatrice mi avrebbe aiutato dietro le quinte, e invece è sparita! Sarà andata a infrattarsi col garzone del macellaio, ma chi è che ha voglia di fare alcunché con questo caldo? Non ce la faccio più! Ancora due minuti e poi dovrò tornare sul palco. Guarda là che schifo… tutte le scorze per terra e le vallette in costume da bagno che continuano a rifornire i mangioni e a segnare le fette mangiate sulla lavagna. Cavoli, però! 7 fette? Come accidenti ha fatto la donna a ingollare 7 fette di anguria? Peserà sì e no 50 chili! Ecco, il tempo è finito: rimetto la paresi ai muscoli e vado in scena. -Signore e Signori! Il vincitore della prima Manche! Luca da Busseto con 10 fette in 5 minuti!! Un applauso per Luca!- Vi prego, datemi una salviettina igienizzata! Che schifo quella mano umida, sudaticcia e sporca d’anguria che ho dovuto stringere! Meno male che non ha voluto abbracciarmi! Oddio! Un seme! Ho un seme d’anguria sul braccio! E come c’è arrivato qui? Non devo pensarci o mi viene il vomito! -Facciamo posto ai prossimi concorrenti!- devo stare attenta a non pestare le scorze o scivolo a terra e vorrei risparmiarmi questo spettacolo! Ecco! Lo sapevo. Il tipo carino in prima fila, a cui ho fatto l’occhiolino, si sta allontanando con un moretta da paura… la serata per me finirà come è cominciata: da schifo! –E chi abbiamo qui? Tre baldi giovanotti! Enrico di Fontanelle, Giuseppe di Carzeto e Nando di Diolo. Un applauso per gli sfidanti! Riuscirete a superare le 10 fette, ragazzi? Luca ha alzato l’asticella e ha messo le basi per la vittoria di tappa! Cosa ne pensate?- Ma chi se ne frega di cosa pensate! E non sputate sul microfono, sant’Iddio! Non sapete parlare senza sputare? –Bene! Bravi! Così, vi voglio, battaglieri! Prendete posto, prego! Vallette! Portate le fette di anguria! Pronti? Tre…due…uno…VIA!- Non ce la faccio più. Giuro. È la serata più lunga della mia vita. Come ho fatto a finire qui? Fino all’anno scorso gestivo il mio programma in tv in fascia mattutina con le previsioni del tempo, le ricette, le chiacchiere con le vecchiette… a mezzogiorno era finito tutto e avevo il resto della giornata tutto per me. Poi l’audience è calata e hanno dato la trasmissione a Barbara. Ah certo! Lei tira! Anche la sua pelle è tirata! Pare una maschera veneziana! E a me non arrivano più proposte da nessuna parte. Non è una questione d’età.. Barbara è ben più vecchia di me! Ma lei è in tv a condurre la mia trasmissione e io sono qui, nella ‘bassa’, a presentare la sagra dell’anguria. Sarà un periodo negativo. Il mio Karma mi starà punendo per qualcosa. Ma farò di tutto per tornare in Rai! Per il momento cerchiamo di uscire vivi da questa serata impossibile. -Signori!!! Ecco a voi il vincitore della seconda manche!- Accidenti ai crampi in faccia!
  2. Nome: La Signoria Editore Generi trattati: Pulp, Fantasy, Fantascienza, narrativa non di genere, narrativa per ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: https://info81639.wixsite.com/lasignoriaeditore/invio-manoscritti Distribuzione: Tecnolibri S.r.l. Sito: http://www.lasignoriaeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/lasignoriaeditore/ ---------------------------------------------------------------------------------------------------- Sono loro particolarmente riconoscente perché mi hanno pubblicato. In ogni caso, se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Non richiedono alcun contributo per la stampa. Non obbligano all'acquisto di copie del tuo o di altri libri. Si occupano della correzione, dell'editing, della realizzazione della copertina in via totalmente gratuita. Ti organizzano eventi e presentazioni e forniscono all'autore supporto grafico per la realizzazione di pagine web e facebook. Il contratto che ti faranno sottoscrivere è già sul loro sito e non nasconde segreti o trappole. I manoscritti possono essere consegnati (in cartaceo) in alcune librerie (indicate sul sito) o inviate a mezzo mail all'indirizzo mail manoscritti@lasignoriaeditore.it In ogni caso è richiesto che il manoscritto rispetti le norme redazionali indicate sul loro sito e che la copia digitale sia in formato .odt Rispondono in circa sessanta giorni, sia che accettino di pubblicare il tuo romanzo, sia per indicarti come migliorarlo. Sono presenti sugli scaffali di diverse librerie e distribuiti capillarmente su tutto il territorio italiano. Il libre, se non è presente, può essere ordinato praticamente ovunque.
  3. Nome: Wojtek Edizioni Generi trattati: narrativa contemporanea non di genere - libri illustrati per bambini Modalità di invio dei manoscritti: manoscritti@wojtekedizioni.it Distribuzione: (contratto in fase di stipula) Sito: www.wojtekedizioni.it (in allestimento) Facebook: wojtek edizioni (in allestimento) Siamo la Wojtek Edizioni, una casa editrice indipendente, rigorosamente non a pagamento, che inizierà le pubblicazioni nel 2018. I nostri ambiti di competenza sono la narrativa contemporanea e quella illustrata per bambini. La nostra squadra è formata da persone che da anni lavorano nell'editoria e che hanno deciso di associarsi per creare una realtà autonoma, indipendente. Stiamo completando il catalogo delle uscite per il 2018 e siamo favorevolmente interessati a nuove proposte che potrete inoltrarci via mail all'indirizzo: manoscritti@wojtekedizioni.it, corredate da una piccola bio e una sinossi del romanzo. Ricordiamo che pubblicheremo solo narrativa contemporanea e libri illustrati per bambini. Nell'attesa della messa on-line del sito (a breve), e dell'attivazione dei canali social, per qualsiasi informazione o contatto, rispondiamo via mail o anche qui, su WD. Buona giornata e buona scrittura a tutti!
  4. Nome: ChiPiùNeArt Edizioni Generi trattati: poesia, narrativa, antologie Modalità di invio dei manoscritti: non specificato Distribuzione: amazon, sito della ce e alcune librerie fiduciarie (8 al momento) Sito: http://www.chipiuneartedizioni.eu/ Facebook:
  5. Nome: Ponte alle grazie Generi trattati: saggistica e narrativa Modalità di invio dei manoscritti: proposte@ponteallegrazie.it Distribuzione: nazionale Sito: http://www.ponteallegrazie.it/ Facebook: https://www.facebook.com/PontealleGrazie Nel caso delle proposte di saggistica, si può inviare una sinossi (massimo 4000 battute). Se di nostro interesse, richiederemo poi l'intero manoscritto. Nel caso della narrativa, è bene inviare, assieme alla sinossi, l'incipit del romanzo (massimo 20000 battute). In tutti i casi, è benvenuta una breve notizia sull'autrice o l'autore, e in particolare sulle pubblicazioni precedenti. Se non fosse possibile inviare sinossi e incipit per posta elettronica, si può utilizzare l'indirizzo della casa editrice: via Gherardini, 10 - 20145 Milano. I manoscritti non verranno in nessun caso restituiti. Gruppo editoriale GeMS
  6. L'ambientazione era molto semplice. Un vecchio rifornitore di benzina di periferia, luci al neon tremolanti, il crepuscolo. Giornata calda e nessuna macchina in giro. L'unica cosa che si vedeva era il pelato, seduto sulla sua sedia di plastica a guardare un monitor tutto righe. E poi, ovvio, centinaia di zanzare. Ha la pancia, il pelato, e un paio di baffi da vecchio kaiser che farebbero sospettare un elmetto puntuto nascosto sotto il letto. Sta lì, tutto il giorno, tutti i giorni, a guardare programmi sgranati con una mono-espressione dietro i baffi. Compie una decina di azioni nel totale: si accarezza i lunghi peli facciali, scoreggia, estrae qualche panino da un sacchetto che gli pende dalla sedia, e quando capita, si alza lentamente andando a pisciare un po' di benzina nella macchina del tizio di passaggio. Poi torna a sedersi. È felice così il Vecchio Kaiser, o il Pelato, come vogliamo chiamarlo, tanto a lui non penso importi. Oltre che a vari nomi, risponde anche a vari suoni. I quel momento rispose ad esempio al fischio del tizio che inchiodò la Barchetta di fianco alle pompe. Al fischio le chiappe del Pelato iniziarono il loro lungo percorso dalla sedia alla macchina. E sempre al fischio seguì un classico: "Datti una mossa, panzone". Non aveva mica tempo da perdere lui, il tizio sulla Barchetta. Aveva il corso di ballo latino-americano ed era già in ritardo. Gli piacevano quei corsi. Tutte quelle cinquantenni sudate che volevano dare una svolta alla loro vita e tornare a divertirsi. Gli davano una leggera sensazione di decadente che lo eccitava parecchio. Molto più delle prostitute che bazzicava. Già, andava anche a prostitute. Ma insomma, anche se le cinquantenni sculettanti non erano particolarmente difficili da persuadere, non riusciva sempre a portarsene a casa una, e quindi cosa poteva farci lui se loro non ci stavano? Doveva andare a puttane. Ovvio. Si spostò i capelli dalla fronte e gliene rimasero un paio in mano. Li lanciò via innervosito. Ormai non gliene rimanevano più molti sopra il cranio. Cercava di nascondere la mancanza tingendosi i superstiti, e tirandoli verso le aree di penuria. Il Vecchio Kaiser era ancora a metà strada. Sbuffando il tizio tirò fuori dal lato della portiera un panno di spugna e si mise a lucidare il cruscotto della macchina. Le voleva bene come a una figlia a quella macchina. Rossa, tettuccio apribile nero, cavallino adesivo sul cofano e sul portabagagli. Qualcuna delle cinquantenni gli aveva chiesto se era veramente una Ferrari, il suo ego e la sua eccitazione erano andati alle stelle. Il panzone arrivò. "Era ora. Mi faccia il pieno. E si dia una mossa." Il panzone estrasse la pompa e la inserì l'erogatore. "Può spegnere la sigaretta signore?" Ah sì, il tizio stava fumando. E questo poi è il centro della vicenda. Svogliatamente l'uomo sulla macchina diede un ultimo tiro facendo arrossire la brace, afferrò il mozzicone tra il pollice e il medio e lanciò la sigaretta fuori dalla macchina. Naturalmente finì sopra al panzone, che per la cronaca portava le ciabatte, gli scottò un dito del piede e lo fece sobbalzare. Il becco dell'erogatore saltò fuori dalla carrozzeria e rovesciò un bel po' di benzina per terra. Niente più Barchetta, niente più tizio, niente più baffi da kaiser, niente più panzone, niente più distributore. Addirittura niente più zanzare.
  7. Il lato nerd venne fuori tardi, intorno ai quarant’anni, dopo il divorzio. Soltanto allora Andrea Donato si rese conto di possedere una sterminata cultura musicale, cinematografica e televisiva, e una spiccata passione per la fantascienza. Lo stupì rendersi conto di averla coltivata clandestinamente, come una frivolezza di cui vergognarsi in relazione agli impegni concreti del lavoro e della vita familiare inculcatigli prima dalla sua famiglia contadina e comunista, in Romagna, e poi da quella di sua moglie in Friuli Venezia Giulia, leghista e iperattiva. Nel momento in cui entrambi quegli impegni gli vennero a mancare fu colto da una crisi di panico, in principio, e poi da una inebriante sensazione di libertà. Va detto che in entrambi i casi non fu lui a decidere. Di decisioni difficili non ne aveva mai presa neanche una e comunque, anche in seguito, avrebbe cercato sempre di evitarle o lasciare che altri le prendessero al posto suo. Non assumersi responsabilità gli era sempre venuto naturale. “Sono incinta” aveva detto la moglie mentre preparava la cena, senza nemmeno voltarsi. “È fantastico” le aveva risposto, senza pensarlo veramente. “Davvero, Andrea? Davvero?” Anita si era messa a piangere. Il suo tono sarcastico sembrava voler sottolineare che lui di sicuro non ricordava quando avevano fatto sesso l’ultima volta. E invece lo ricordava, perché era stata lei a prendere l’iniziativa facendogli perdere la seconda parte di Autopsia di un alieno, X-Files, terza stagione, decimo episodio. Andrea aveva una memoria infallibile per le fiction e quella puntata era stata trasmessa più di quattro mesi prima. Anita non aveva ancora messo su un grammo, ragion per cui… Quella sera, prima della cena che nessuno dei due avrebbe toccato, sua moglie aveva vuotato il sacco e lui il suo. Dopo undici anni di accumulo, il peso era diventato intollerabile per entrambi. Nei giorni successivi, quando il fallimento del loro matrimonio divenne uno psicodramma collettivo e Andrea una specie di appestato, fu come se ogni conoscente portasse scritto in faccia il pensiero dominante che sanciva il drastico cambiamento di stima nei suoi confronti e la presa di distanza dalla sua persona. Vattene, stronzo! Così recitava quel pensiero, o almeno lui ebbe quell’impressione. Il contesto familiare nel quale aveva sempre e comunque rivestito il ruolo dello straniero, stava logicamente schierato all’unanimità dalla parte di Anita. La sua arretrata famiglia d’origine sembrava lontana anni luce, nel tempo e nello spazio, e Andrea non fece mai nulla per accorciare le distanze, nemmeno nel momento in cui il matrimonio implodeva. Non avrebbe sopportato il facile pianto di sua madre, né l’aprioristica disapprovazione di suo padre, baluardo di una non ben specificata tradizione che perpetuava come un mantra il classico Eh, niente è più come una volta…Pensava che, teso com’era, se avesse rinfacciato a lui l’arroganza del piccolo uomo che era sempre stato e a lei il ruolo della povera sguattera che aveva sempre rivestito, avrebbe potuto convertire in ex anche i propri genitori. Annibale, suocero e datore di lavoro fin da quando si era trasferito a Udine, lo licenziò. Il suo negozio di ferramenta era l’unico contesto lavorativo che Andrea conosceva oltre ai campi di famiglia. L’angoscia per la perdita di qualcosa che quando ce l’aveva lo rendeva infelice, lo fece riflettere. Il cambiamento, per quanto ne fosse atterrito, mise in moto una spinta propulsiva verso un futuro incerto ed eccitante (perlomeno a livello di immaginazione) che lui non era abbastanza lucido per organizzare come avrebbe dovuto, ma che galvanizzava il suo appetito spirituale di novità. In sostanza, si sentiva come se avesse appeso al collo un cartello con la scritta EX a caratteri cubitali, e nulla in mano o nella testa per poter impostare una nuova appartenenza sociale. L’unico dato di fatto era il non-rimpianto per tutto ciò da cui si stava volente o nolente allontanando. Dopo vent’anni di matrimonio – che grossomodo si sarebbero potuti suddividere in 4 mesi di paradiso, 8 di purgatorio e 228 di feroce psicanalisi coniugale - tornò in Romagna, prese in affitto un bilocale all’estrema periferia di Ravenna e decise di condividerne lo spazio ridotto con un cane, la prima creatura vivente che gli venne in mente dotata di una discreta sensibilità e priva dell’uso della parola. I gatti non li prese nemmeno in considerazione. Ne aveva avuto diversi, da ragazzino, e il loro sistematico sadismo nei confronti delle specie più vulnerabili gli era rimasto impresso in modo negativo. Nei primi tempi di vita solitaria e disoccupata, si incollò al televisore e guardò tutti i film e i serial che gli capitarono davanti agli occhi (ma buona parte li conosceva già). A distanza di anni avrebbe ricordato con piacere quel periodo di assoluta improduttività che visse come una specie di ribellione e di purificazione dal culto del lavoro che osservavano fanaticamente i genitori di Anita e, in misura minore, anche i suoi. Andrea e Obi aumentarono di un buon 15% la propria massa corporea. Lui lasciò barba e capelli al loro corso naturale e si lavò poco e malvolentieri. Il cane non se ne fece un problema, anzi, ogni tanto lo annusava volentieri. La fissa degli usi e costumi orientali gli prese in seguito alla visione delle pellicole wuxia uscite tra la fine del 20° secolo e l’inizio di quello successivo. Andrea trovò un negozietto imbucato in una viuzza del centro storico in grado di soddisfare le proprie aspirazioni. Avrebbe voluto chiedere al proprietario qual era la molla che spingeva un uomo a commerciare in mobilia e arredamento propri di una cultura così diversa e lontana, in una cittadina come Ravenna dove il 95% della popolazione pensava che futon fosse un modo come un altro per mandare qualcuno a farsi fottere. Non lo fece. Tutti quei giorni di letargica solitudine lo avevano privato dello stimolo a comunicare. Fu sua sorella Marzia a irrompere nel bozzolo in cui si era inumato, non appena era venuta a sapere del suo ritorno. Quando entrò nell’appartamento, sgranò gli occhi incredula e aprì tutte le finestre, spedendo fuori le due creature quasi aliene che lo occupavano, con un calcio nel culo. Sul marciapiede, Obi guardò il tronco dell’albero più vicino, come se cercasse di ricordare qualcosa senza riuscirci. Andrea si chinò e gli alzò la gamba posteriore, nel tentativo di rimettere in moto i circuiti del suo istinto animale ma il cane, irrigidito dal lungo periodo di inattività, emise un guaito lancinante, neanche gliela stesse rompendo. Infine pisciò senza assumere nessuna posa particolare, ostentando indifferenza. Andrea dovette sollevarlo affinché non si bagnasse le zampe per poi lasciare impronte d’urina per tutto l’appartamento. Sembrava un guanto bucato, pieno d’acqua. Quando l’animale ebbe vuotato la vescica, l’uomo si rese conto di dover pisciare a sua volta, d’urgenza, e tornò dentro il condominio, supplicando la sorella di lasciarlo rientrare. Fu ancora lei a trovargli un nuovo lavoro, in uno dei negozi dove faceva le pulizie. In dieci minuti Andrea ci arrivava a piedi, la mattina, e questo gli permise di mantenere il lusso (per lui lo era davvero) di non possedere un’auto. Dovette fare uno sforzo sovrumano per tornare in mezzo alla gente, ma il posto di commesso alla Videoludica gli fu congeniale fin dal primo istante. Per la prima volta nella vita veniva pagato per qualcosa che voleva fare, non che doveva. Con film e musica non ebbe alcun problema fin dall’inizio, anzi, ma con i videogiochi stava a zero. I colleghi, però, furono carini e nel giro di un paio di mesi si portò in pari, comprò il Nintendo 64 e gli si aprirono le porte del paradiso. The Legend of Zelda: Majora’s Mask, Mario Kart 64 e Resident Evil 2 gli entrarono nel sangue e lo contaminarono di un amore imperituro e inossidabile. Ricominciando a muoversi durante il giorno, Andrea perse qualche chilo mentre il cane, costretto a poltrire in attesa che tornasse la sera (ma sembrava non chiedere di meglio), ingrassò ancora di più e divenne drasticamente obeso. Dopo aver passato insieme al padrone innumerevoli ore davanti al televisore, guaiva come un disperato se non gliela lasciava accesa prima di uscire. Aveva persino sviluppato delle preferenze. Secondo Andrea, prediligeva i documentari sugli animali non per un senso di appartenenza (a suo avviso, Obi era assolutamente convinto di non essere un animale), ma perché gli piacevano le voci doppiate e suadenti dei commentatori. O forse perché guardare gli animali selvatici, dal centro di un letto (fosse pure rasoterra, all’orientale), con la ciotola piena poco distante, gli dava un innegabile sensazione di superiorità. I colleghi avevano tutti uno pseudonimo riportato sulla targhetta identificativa. Un’idea del titolare per favorire l’empatia con la clientela giovanile. MaxPat, Red XIII, Silverado, Impitù, Ciube. Il suo glielo trovò la cassiera siciliana, con la quale stabilì fin da subito un’intesa privilegiata. Si chiamava Samanta ed era un’irriducibile fan di Star Wars. Decisamente sovrappeso, ma Andrea se ne innamorò ugualmente e anche lei si prese una cotta per lui. “Ehi, Pagoda” lo chiamò. “Sì?” “Ti piace davvero lo pseudonimo che ti ho dato?” “Sì, è forte.” “Mi sembrava indicato, per via della tua passione per la roba orientale.” “Lo è, infatti.” “E il mio? Lo trovi pretenzioso?” “No, mi piace” rispose. Non le disse che Organa a lui era sempre sembrato un nome da baldracca. In quel momento riscoprì il piacere di mentire per amore, ma successe una cosa bizzarra nel momento in cui fu la donna a farsi avanti. Sam non era tipo da perdere tempo. Andrea si chiese più di una volta come fosse possibile essere allo stesso tempo innamorati di qualcuno e riluttanti a starci insieme, eppure era così che si sentiva. Arrivò alla consapevolezza della grande differenza che correva tra l’idealizzazione di una donna e le implicazioni pratiche di un rapporto, quelle che il proprio inconscio aveva già intuito e rifiutato: era convinto che Sam avesse scelto lui proprio per l’apparente docilità e che l’avrebbe presa come un invito a imporsi. Appena si fosse resa conto di quanto fosse tenace la sua resistenza passiva, si sarebbe impegnata a demolirla a furia di logoranti discussioni. In ultimo avrebbe tentato di farla passare per insensibilità andandoci giù ancora più pesante. Avrebbe cercato di sovvertirgli abitudini e convinzioni per mantenere e rafforzare le proprie. Niente che nel suo piccolo, Andrea non avesse già sperimentato. Decise di non essere ancora pronto per una nuova relazione, e dentro di sé cominciò a sospettare di non poterlo essere più. Quando Sam gli propose di uscire insieme, Andrea rifiutò e lei si sentì umiliata. Non gli parlò per una settimana e in seguito si mantenne fredda nei suoi confronti, come per dimostrare a sé stessa di non aver bisogno di una nullità come lui. Finirono comunque a letto insieme, un paio di mesi più tardi, un martedì mattina di settembre in cui Andrea si era preso qualche giorno di malattia per una brutta influenza e Sam uno di permesso per fargli visita. Poco prima di mezzogiorno si ritrovarono nudi sotto le coperte, abbracciati e sudati, e guardarono per l’ennesima volta Star Wars - La minaccia fantasma, il primo episodio della saga in ordine cronologico e l’ultimo in ordine d’uscita. L’anno dopo, il 2002, sarebbe uscito quello successivo. Obi era stato traslocato sul divano, davanti al televisore del soggiorno. Contrariamente alle previsioni, non aveva fatto storie, ma verso l’una cominciò a guaire. Andrea lo trovò davanti alla porta d’ingresso e il cane lo guardò implorante. Tornò in camera a vestirsi per portarlo fuori. “È strano. Sono anni che non cerca d’uscire. Devo sempre costringerlo io.” “È colpa mia. Ho stravolto le sue abitudini. Mi dispiace” disse Sam con un bel sorriso. “Non credo. Sembra inquieto, non contrariato.” “Sta invecchiando. Forse gli scappa più spesso.” “Di solito piscia nella lettiera, come i gatti.” “Ti aspetto qui. Poi guardiamo qualcos’altro?” “Sì, scegli tu” gli disse indicandole le mensole piene di film che spaziavano lungo un arco temporale di almeno cinquant’anni. Mentre usciva dall’appartamento vide con la coda dell’occhio, sullo schermo del televisore in soggiorno, le immagini di un film catastrofico in cui la gente si buttava da un grattacielo in fiamme. Aveva tolto il volume perché non interferisse con quello della camera da letto. Sembrava fatto bene. Pensò che, appena tornato, avrebbe controllato la guida dei programmi per vedere cos’era, ma poi se ne dimenticò, si infilò sotto le coperte e fece di nuovo l’amore con Sam. Dovettero rassegnarsi alla presenza del cane perché non ne volle sapere, questa volta, di rimanere da solo in soggiorno. Andrea gli mise su il suo dvd preferito, un documentario intitolato L’ultima grande balena americana, e poi si dimenticarono di lui. Più tardi lo presero nel letto, tra di loro. Una specie di compromesso per potersi riappropriare del televisore e guardare quello che volevano, ma l’animale era inquieto e tornò vicino alla porta d’ingresso. “Non ha mai fatto così” disse Andrea, come per scusarsi. “Portiamolo a fare una passeggiata.” “Sicura? Credevo volessi vedere un altro film.” Lei alzò le spalle. “C’è un bel sole. Magari farà bene a tutti quanti, prendere un po’ d’aria.” Fuori c’era una strana atmosfera. Poca gente e un silenzio battuto dal vento che suonava come il preludio a un cambiamento importante. La città sembrava svuotata e ripulita dagli ultimi colpi di coda dell’estate. Scintillante di una solitudine nuova e di una sensazione di stordimento dovuta ad un cambio di pressione. I capelli blu cobalto e i polpacci abbronzati e tatuati di Sam tra il calzino bianco e il pantalone aderente appena sotto il ginocchio, saltavano agli occhi. La donna prese la mano di Andrea con la decisione riservata alle cose sulle quali si pensa di poter contare e lui si lasciò imprigionare nella stretta di quelle dita calde e robuste. Le prime avvisaglie del fronte di aria nuova in procinto di subentrare infuse loro nuova energia, o forse fu la sensazione di abbandonare la vecchia pelle sulla soglia di una stanza usata per entrare scalzi in quella successiva. Eppure, dalle prime folate che attraversarono come spiriti il pomeriggio assolato di settembre, quell’aria sembrava troppo dura, difficile da respirare e dopo mezz’ora scarsa di cammino sentirono nostalgia del tepore viziato dell’appartamento. Il cane barcollava, esausto. La donna lo prese in braccio e lo portò per tutto il tragitto di ritorno. “Vuoi darlo a me?” le chiese Andrea. “No, così si abitua alla mia presenza.” “Buona idea.” Tanto buona che il cane le si addormentò addosso e non si svegliò nemmeno quando lo posò sul divano e gli stese addosso la sua coperta. Andrea guardò il proprio corpo, tutt’altro che tonico, nello specchio del bagno, e quello di Sam mentre si spogliava in camera, alle sue spalle. Gli sembrò tutto molto familiare, intimo, come se avessero già passato insieme innumerevoli altre serate come quella. Qualcosa era cambiato, ma se rimaneva circoscritto alle due stanze del suo appartamento, sentì di potercisi adattare facilmente. Si lavò i denti, sforzandosi di ignorare quel vago senso di inquietudine che non riusciva a razionalizzare, dopodichè si infilò con gioia sotto le coperte.
  8. Premetto che questo frammento è tratto da un racconto molto più ampio. Anthony abbracciò Selene con dolcezza rimanendo in silenzio e chiudendo gli occhi, non servivano parole in quel momento. Nel profondo del cuore capiva il dolore che provava e soffriva con lei, vi era già passato e con la memoria ripercorse quegli attimi ormai sfocati dal tempo. Erano gli ultimi momenti trascorsi con suo padre, che per proteggerlo gli disse l'ennesima bugia celandogli fin troppe verità. Quella maledetta mattina segnò indelebilmente la sua infanzia, portandolo ad avere una visione del mondo diversa, perdendosi nel frastuono di uno sparo e di un corpo che cade a terra. In quel momento quanto ciò di più caro aveva al mondo sparì davanti ai suoi occhi, privato dell'abbraccio e del conforto del padre da uno scellerato che cercava scampo al suo atto. Il padre quel giorno era ancora in divisa, anche se il suo turno era finito da più di un'ora, Anthony lo stava aspettando in macchina mentre lui andava a pagare al distributore di benzina. L'uomo che gli sparò aveva appena terminato di effettuare una rapina e uscendo si trovò davanti il padre di Anthony, l'unica soluzione che trovò di fronte al poliziotto fu di fare fuoco a sangue freddo, per avere una via di scampo. Il padre non si era accorto di nulla, della rapina, dell'arma, solo al suono dello sparo gli fu tutto chiaro ma ormai il sangue iniziava a defluire dal suo petto, un dolore lancinante gli portò via il respiro, facendolo accasciare a terra mentre si premeva la mano sul petto. Al frastuono Anthony, intento a giocare con un videogioco, alzò lo sguardo e vide il padre cadere a terra. Lo spavento fu immenso, mentre le lacrime iniziavano a scorrere sul suo viso, uscì dalla macchina e corse da lui, pregò disperato il Signore di non portarglielo via, mentre si iniziavano a udire le sirene dei soccorsi in arrivo. Scherzo beffardo di un destino crudele, quello era il giorno del suo dodicesimo compleanno, e il regalo fu l'ennesima bugia. Quella menzogna udita mentre gli teneva la mano, detta dal padre in un leggero sussurro proferito con estrema fatica, mentre il sangue fuoriusciva crudele dal suo petto - non preoccuparti, andrà tutto bene -. Un ultimo respiro che rimase a lacerare il suo animo, come quella stessa bugia che lo rese uno spettatore impassibile al mondo che lo circondava, portandolo a nascondersi in uno scudo glaciale di infinita solitudine. La stringeva dolcemente rassicurandola, donandogli ciò che nel profondo aveva sempre cercato, ma mai trovato. Alfred, esterrefatto nel vederli, rimase sull'uscio della porta "è solo colpa mia se Selene sta così" rifletté tristemente, ringraziando in cuor suo Anthony. Quel ragazzo era riuscito con la sua premurosità a stare accanto a Selene, a capirla e a confortarla. Si rese conto del motivo dei suoi atti, portandolo a vedere la realtà dei suoi errori. Ogni tassello aveva trovato la giusta collocazione nella sua mente, e aveva appreso nel profondo ogni gesto, ogni parola. Il suo voler proteggere la sorella da tutto, dal mondo e le sofferenze che arrecava, aveva fatto sì che lui stesso fosse motivo di infelicità. Nella consapevolezza un lieve sorriso amareggiato apparve sul suo volto, per poi schiarire la voce e cercando un tono solare disse: - Allora, è pronto? -. Selene e Anthony al suo udire sobbalzarono, e lei si scostò da lui, asciugandosi le lacrime che ancora gremivano il suo volto. Anthony rimase per qualche istante ancora con le braccia aperte, perdendosi nel suo profumo che lentamente si disperdeva al suo distacco.
  9. Fino a
    Sabato 18 novembre 2017 verrà presentata a Sassari, nel salotto delle Messaggerie Sarde in piazza Castello, la neo-nata casa editrice “Catartica Edizioni”. Alla presentazione, nell’intento di coinvolgere chi fa parte della filiera editoriale, sono stati invitati i librai cittadini. In concomitanza con l’esposizione del progetto editoriale verrà presentato anche il primo libro pubblicato dalla casa editrice, il quale contiene l’integrale produzione di Antonio Gramsci per l’infanzia: le traduzioni delle fiabe dei Fratelli Grimm, gli "Apologhi", i "Racconti torinesi" e i "Racconti di Ghilarza e del carcere". La scelta di pubblicare quest’opera ha lo scopo di celebrare, agli ottant’anni dalla morte, uno dei più grandi pensatori sardi. Il progetto che la Catartica Edizioni vuole portare avanti consiste nel voler diventare uno strumento in grado di gettare uno sguardo indipendente sulla società e sul mondo, per scovare, interpretare e dare voce a contesti poco conosciuti e a punti di vista controcorrente, scomodi e disallineati; una fucina per creare libri capaci di veicolare idee e di fornire strumenti critici al lettore. Un progetto indirizzato principalmente, ma non esclusivamente, alla Sardegna, della quale intende raccogliere e valorizzare le principali tematiche che animano il dibattito socio-politico e culturale. Una piccola casa editrice indipendente indirizzata a valorizzare le realtà locali, le periferie, le culture e le espressioni d'arte alternative che vengono trascurate dalla grande editoria incline alla sola logica del profitto e delle grandi tirature e che si spera possa diventare, a partire da Sassari, un punto di riferimento per autori che abbiano storie originali da raccontare. Alla presentazione interverranno gli editori, Giovanni Fara e Daniela Piras e il Lit-Blogger e scrittore Mario Borghi. Sala superiore della libreria Messaggerie Sarde info: eventi@messaggeriesarde.it catarticaedizioni@gmail.com Evento Facebook Organizzano: Catartica Edizioni Libreria Messaggerie Sarde
  10. Quinto ed ultimo frammento dell'intro. Il resto della storia al momento procede bene, ma sono quasi a pagina 100, e pubblicando 8000 battute per volta ci metterei mesi a finire di postare il tutto, quindi per il momento mi fermo qua, anche per non monopolizzare il topic, ed attendo qualche feedback. Se qualcuno ha piacere a leggere il resto può scrivermi in privato e gli mando un file pdf. Darius mi ha fatto indossare un camice, mi ha rasato barba e capelli (senza badare molto all'estetica, sembro un cazzo di malato terminale), ha messo i pochi averi che mi sono rimasti in uno zainetto dei Boston Seagulls (nemmeno la decenza di trovarne uno dei Cavs) e mi ha procurato un paio di occhiali da lettura. Credo che non mi avrebbe riconosciuto nemmeno mia madre, se fosse stata mai sobria per il tempo necessario a provare a riconoscermi. Poi mi ha piazzato su una sedia a rotelle, mi ha messo nell'ascensore e mi ha portato al parcheggio, PASSANDO DI FIANCO ALLA LOBBY, lontano dall'orda di giornalisti, rendendo, secondo me, totalmente superflua l'opera di tosatura generale appena conclusa (ovviamente sarebbe bastato un solo giornalista randagio, nei corridoi o magari nel parcheggio, per aprire il settimo sigillo e mettere fine alla mia vita terrena, quindi diciamo che va anche bene così). E quindi al momento ti scrivo questa lettera dalla macchina di Darius, una Ford con i vetri scuri (cosa ci combina qui dentro il nostro pingue amico afro-creolo lo sa solo il padreterno) che ha visto giorni migliori. Sono solo e, si spera, libero, da circa mezz'ora (Darius è tornato sopra a cambiarsi, a raccattare le sue cose ed a saldare il conto della mia breve permanenza, e spero che mi porti qualcosa da mettere sotto i denti, e che non si lasci scappare nulla circa ex-galeotti chiusi nella sua macchina) e non mi sembra vero. Non ho una soluzione per la scarsa liquidità (al momento ho un ritratto di Ben Franklin e due del Presidente Grant che scrutano l'interno del mio portafogli, non certo il giusto lasciapassare per i lussi e la disinibizione che vorrei concedermi per riprendermi da tutto questo), non ho una soluzione per la mia triste condizione di disoccupato, ma sono fuori dalla tana dei lupi, stanotte dormirò da un cugino di Darius, a Kansas City, e poi si vedrà. Darò questa lettera a Darius, chiedendogli di spedirla appena possibile, i miei piani sono ancora da definirsi, ma di certo non contemplano farsi vedere in giro di giorno finchè sarò in Kansas. Perchè ormai è chiaro, devo andarmene. Quella puttana di una giornalista può ridere quanto vuole, questo passerotto si fa uccel di bosco. Non aspettarmi sveglio. Hank PS: Dimenticavo di dirti una cosa. Prima di uscire di casa per l'ultima volta ho parlato con il mio analista (sospetto, anche in questo caso, per l'ultima volta), per dirgli che ho deciso come metabolizzare... la mia vita, la mia storia. Se proprio devo scrivere quello che mi è successo voglio che sia tu a leggere. A partire dalla prossima lettera ti scriverò tutto. Non tutto insieme, non in ogni lettera. Spero di non chiederti troppo, amico mio. Hank FINE PRIMA PARTE (Delitto e Castigo) Parte due: Sulla Strada Parte tre: Californication Parte quattro: Finale
  11. Topeka, Kansas Adrian, Ti scrivo dal parcheggio dell'Ospedale Queen Mary di Topeka, capitale dello stato che, ancora per qualche ora, mi ospiterà. Ci ho provato, Adrian, ho provato ad aspettare che se ne andassero, che mi lasciassero in pace, che capissero che non si può chiedere ad un essere umano di disseppellire cadaveri pianti decine di anni or sono, solo per intrattenere qualche vecchia del cazzo che guarda Fox News mentre affoga nel piscio dei venti gatti che affollano casa sua, o per farlo venire duro a qualche degenerato di merda, che si eccita con storie di stupri e vendette private. Di sicuro hai visto tutto dalla tv nella sala comune del Madden, hai sentito dire a quel nazi del cazzo di Roose Cutter come io sia un "sociopatico assassino bastardo" e come roba del genere fosse solo questione di tempo, ma voglio comunque raccontarti cosa è successo. Prima di poche ore fa, ti parlo delle ultime settimane, la situazione non è cambiata rispetto a quella descritta nella mia ultima lettera. I giornalisti sono andati e tornati, le troupe sono state sostituite, ma i camioncini sono sempre in attesa di una dichiarazione da parte del protagonista di una delle vicende più disturbanti, disperate, disperanti, grottesche e depravate di quelle collegate al gran bailamme che sta succedendo attorno a quel rifiuto umano di Arabella. Ero sigillato in casa da ormai tre settimane, Kasinczky mi aveva dato da sei o sette giorni il preavviso di sfratto ("un mese per raccogliere la tua roba e portar via il culo", come sottolineato da lui stesso), avevo perso il lavoro da circa dieci giorni (le acciaierie di Uncle Wawa, giù al 110 miles Creek di Scranton, non amano che i giornalisti si aggirino attorno al reparto saldature a fare domande circa me stesso medesimo, il tuo affezionatissimo Henry James Stratos) e dato discreto filo da torcere alle già menzionate scorte del nostro amico Hu (finito tra l'altro al gabbio, forse proprio da te al Madden, per spaccio di stupefacenti, il convolgimento nella cui vicenda giudiziaria siamo riusciti ad evitare solo grazie all'intuizione di Kasinczky di non registrare il suo contratto di affitto, Dio preservi sempre integro quel rubizzo figlio di puttana), assottigliandole in maniera consistente, comportamento assolutamente riprovevole e sconsiderato per un quarantaquattrenne quale io sono, ma giustificato, credo converrai, dall'eccezionalità delle circostanze. Ero sigillato in casa, dicevo, da tre settimane, ed ero stufo. Volevo respirare un po' di aria fresca. Volevo una bevanda che non fosse acqua di rubinetto o quella cazzo di Bud Light che il nostro amico polacco sembra aver preso per distillato di eterna giovinezza. Volevo qualcosa da mangiare di diverso rispetto ai fagioli in scatola ed alla carne secca, volevo compagnia femminile, maschile, neutra, di qualsiasi tipo. Quindi ho fatto la peggiore delle cose possibili: all'una di notte ho preso le chiavi della Lincoln di Kasinczky, mi sono armato di cappello con visiera, occhiali scuri, barba da segregazionista, gli ultimi duecento dollari rimastimi ed ho aperto la porta, lanciandomi verso l'invitante notte americana. Appena aperto il portone del complesso residenziale, in quattro mi erano addosso. "Signor Stratos, se la sente di commentar – Abbiamo qui Hank Stratos, padre di una delle vitt – Signor Stratos, una dichiarazione per il Chicag – Signor Stratos, la preg" Ho guardato in faccia la donna che per prima mi è balzata davanti. Tailleur nero, pettinatura a-la-Clinton, microfono in mano, occhi neri. Sorriso da larva carnaria. Nel suo sorriso e nei suoi occhi neri ci ho visto un lupo, ed un diavolo, ed un treno che ti corre addosso mentre stai cagando su quelli che, lo hai capito troppo tardi, sono binari, ed il fondo di un pozzo, e la punta di un pugnale, ed il fianco di una montagna che si sbriciola. E ci ho visto la luna che si vela nel cielo nel momento in cui scopri il cadavere seviziato di tua figlia, ed il tuono che lampeggia mentre vedi e senti l'orso che sta per ammazzarti, nei boschi del Nebraska, e ci ho visto la morte, e mio padre che mi spegne le sigarette sulle gambe, e la radiografia che evidenzia la "macchia molto estesa sul polmone destro, vede, proprio lì". Ci ho visto me stesso, me stesso che mi chiedeva, sorridendo, "non preferiresti essere sottoterra, a diventare mosche?". Dopodichè non ricordo. Dicono che mi sia messo ad urlare e mi sia buttato a terra, ma non ricordo nulla, non vedevo nulla, solo quella puttana che sorrideva. La gente degli appartamenti deve essersi affacciata e deve aver chiamato il 911, non lo so, so solo che mi sono risvegliato, qualche ora fa (luogo comune più diffuso nel mondo dei clichè) in un cazzo di letto di ospedale, con un grassone che mi controlla la flebo ed il brusio dei giornalisti assiepati fuori dalla mia porta, sovrastato dalle urla dell'agente di servizio che gli intima di andare a zappare l'oceano. "Ed ora, Hank?", mi starai chiedendo. Non ho più una casa, non ho più un lavoro, ho duecento dollari in contanti con i quali dovrò pagare anche il conto dell'ospedale, non ho un'auto in cui dormire, non ho amici, eccezion fatta per un polacco che mi ha sbattuto fuori di casa ed uno spacciatore cinese da poco arrestato. La soluzione me l'ha portata poco fa il grassone che mi controllava la flebo. Si chiama Darius, tipo simpatico, madre creola e padre più afro che americano, morto negli anni delle Pantere. Mi assicura che non ho subito danni neurologici, non ho ossa rotte nè ferite, ho solo avuto un esaurimento nervoso, mi porta un caffè e si siede di fronte a me. I giornalisti sono finalmente scesi nella lobby, regna un silenzio tossicchiante da notte ospedaliera, fatto di monitor che ticchettano e gente che piscia nei cateteri, Darius mi guarda, fa un mezzo sospiro. "Sa, signor Stratos..." - "Hank.", lo interrompo - "Sai, Hank, ormai sei una specie di celebrità. Non solo in Kansas, tutti, da costa a costa, stanno parlando di quello che è successo a te ed alle altre famiglie delle vittime. Nessuno però ha parlato di simili merdate da parte della stampa... voglio dire, ti assillano da quanto, un mese? E come se non bastasse hai dovuto sopportare tutta quella gente che ha parlato in tv del tuo caso, tua figlia, il fatto che sei stato in prigione, quel Tyler..." si massaggia la tempia e mi guarda, quasi la vittima fosse lui – "Già – ridacchio - , strano che l'esaurimento nervoso non mi sia venuto prima." - " Non possono comportarsi così, Hank, non possono trattarti così. Qui siamo tutti d'accordo che una situazione del genere sia un cazzo di scandalo" – scuoto la testa e mi metto a ridere, con un tono abbastanza fastidioso, lo ammetto - "Vi ringrazio, ma non mi è molto d'aiuto. Cioè, non fraintendermi, è bello sapere che esiste ancora gente che non si è ancora fatta fottere del tutto il cervello dalla tv e dalle cazzo di edizioni straordinarie, sicuro, ma al momento non ho un posto dove andare, non ho un cazzo di soldo, non ho un lavoro, non ho una macchina, e se anche l'avessi, non posso certo scendere nella lobby, seminare le centinaia di giornalisti che mi tormentano da settimane ed andarmene come se nulla fosse..." - chiudo finalmente la bocca e prendo la tazza, provo il caffè: merda pura. Lo assaporo lentamente pensando a come sia il giusto coronamento dell'ultimo giorno di merda dell'ultimo mese di merda dell'ultimo anno di merda dei quattordici più merdosi anni della mia esistenza. Darius mi guarda e dice, scandendo bene le parole, quasi avesse paura di sbagliare - "Per il resto posso farci poco, ma forse per la questione dei giornalisti posso esserti utile" – poso la tazza e mi metto a sedere (sono ancora nel letto) - "E poi? Vado a dormire su una panchina a Liberty Park? Per colpa loro non ho più una cazzo di casa!". Darius riflette, si guarda intorno, fa un grande, grasso respiro, prende una decisione e mi guarda. "Hank, posso, anzi, possiamo aiutarti, però adesso devi chiudere quella cazzo di bocca e fare come ti dico." E così ho fatto.
  12. Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  13. Scranton, Kansas Caro Adrian, La situazione ha preso definitivamente la strada per fanculoville. Ieri ho preso a calci tre stronzi di giornalisti che volevano intervistarmi dal balcone dell'appartamento di fronte. Sono uscito di casa appositamente per andare a rompergli il culo, ero talmente incazzato e fuori di me che non ho nemmeno portato la mazza da baseball. Ho rotto il naso ad uno, ho buttato la telecamera dal quarto piano e spero di aver fatto molto ma molto male agli altri due. Potrebbero sporgere denuncia, ma al momento me ne frega davvero poco, ho problemi ben più pressanti. Sì, perchè ormai sotto casa mia ci sono SEI camincini, con altrettante troupes televisive PERMANENTI al loro interno, che aspettano che io esca di casa per rilasciare delle dichiarazioni su Arabella, che rimangono lì anche di notte, e tengono d'occhio la mia finestra, come se Scranton fosse diventata Roma, ed io fossi stato eletto Papa da quei cazzo di cardinali, oltre a decine di stronzi che però, quantomeno, staccano appena cala il sole, magari per andare a spurgare scroti agli sconosciuti nei bagni dei bar di Topeka, bastardi maledetti. Non posso uscire più di casa, nemmeno dal sottopassaggio, lo hanno scoperto due giorni fa ed ora si sono assiepati anche lì. Come se non bastasse, Kasinczky, il mio coinquilino (il titolare del contratto di affitto, ad essere precisi) mi vuole giustamente sbattere fuori di casa, i giornalisti hanno scoperto che vive con me ed hanno cominciato ad assillare anche lui, sia in strada che mentre lavora al cantiere. È una brava persona, ma non so per quanto altro potrà resistere. Per quanto riguarda l'altro coinquilino, Hu, il cinese che viveva assiepato nella sua stanza, e che usciva solo per andare a lavoro, dopo tre giorni di completo silenzio (non lo sentivamo uscire nemmeno per usare il bagno o per prendere il giornale dal pianerottolo), ci siamo preoccupati ed abbiamo forzato la sua porta. Il figlio di puttana ha talmente tanta marijuana da poter rifornire un festival inglese degli anni '70. Parlo di sacchi interi, di chili e chili di roba, il che spiega il tanfo che usciva dalla sua stanza (te ne ho parlato qualche giorno fa). Di lui, nemmeno l'ombra. Deve aver realizzato che la situazione con i giornalisti avrebbe potuto solo peggiorare ed ha deciso di alzare i tacchi. Peggio per lui e meglio per Kasinczky che ci guadagna una caparra bella grossa ed una fornitura gratuita vita natural durante di erba delle meraviglie. Quindi, riassumendo, al momento sono prigioniero nell'appartamento di un polacco incazzato che vuole sbattermi fuori, con talmente tanta maria da farci finire a San Quintino per i prossimi duemila anni, e con un esercito di giornalisti che bussa alla porta, sto finendo i soldi, perchè non posso andare a lavorare (sto rimpiangendo la stessa acciaieria di merda che tanto ho scritto di odiare nell'ultima lettera), tra un po' avrò problemi con la libertà vigilata (Lewis si sta sbattendo a destra ed a manca per copririmi, ma prima o poi la situazione diventerà ingestibile anche per lui) e riesco a parlare con il mio analista solo per telefono. Me-ra-vi-glioso, cazzo. Analista, tra l'altro, che si è rivelato essere meno stronzo di quanto preventivato, non vede un verdone da almeno una settimana eppure continua a telefonarmi per ascoltare i miei sfoghi del cazzo, ormai lo fa una volta al giorno, consigliandomi sempre la stessa cosa: "Affronta i giornalisti, Henry – non mi chiama mai Hank - dagli quello che vogliono, vedrai che quando li avrai accontentati andranno via". E lo farei, Adrian, lo farei sul serio, andrei là fuori, gli racconterei tutto e gli direi di togliersi dal cazzo, ma proprio non ne sono in grado. Non sono stato in grado di raccontare a nessuno la... la storia, nè a te (come ben sai), nè al mio analista, nè a Marcy, nè a Kasinczky. Non riesco a raccontarla ad alta voce nemmeno quando sono solo, e Dio sa se ci ho provato. Iniziare a scriverla potrebbe essere la soluzione giusta, ma non riesco a trovare la spinta per cominciare, e soprattutto trovo insopportabile la prospettiva di dover rimanere chiuso, in casa, con... quella storia del cazzo scritta su dei fogli del cazzo. Non posso bruciarli perchè scatterebbero i rilevatori di fumo, non posso sciacquonarli perchè si intaserebbe tutto, non posso buttarli dalla finestra a causa degli stronzi succhiacazzi di merda assiepati alla mia porta, che mi tengono d'occhio da due settimane, dovrei rimanere nella stessa casa con quelle pagine del cazzo, e SO BENE di non esserne in grado di sopportarlo. Potrei darle a Kasinczky, l'unico ancora in grado di uscire di casa, e chiedergli di farle sparire, così come gli do le lettere che scrivo a te chiedendogli di spedirle, ma temo che le leggerebbe, e nemmeno quello credo di essere in grado di sopportare. Tengo duro, e ringrazio Dio di essere entrato in un negozio di articoli sportivi, il giorno in cui ho comprato Sambo (la mia DiMaggio special) e non in uno di munizioni, fucili, mitraglie e mitragliette, altrimenti in questo momento metà della manovalanza giornalistica degli stati centrali sarebbe in grosso pericolo. Ti aggiorno appena riesco. Hank
  14. Commento: Non si scappa dal destino – Vedi il colore di queste case? – Disse Kaspar a Gigliola, la sua accompagnatrice e caddie in quella caccia alle immagini nei quartieri centrali, e un tempo popolari, di Roma. Gigliola era insolitamente poco attenta e lasciò passare qualche istante prima di rispondere. In quella manciata di istanti l’altro la guardò e aggrotto la fronte; come cercando di decifrare un’iscrizione in una lingua nota solo a lui. Finalmente Gigliola recuperò la sua presenza. – Sono sporche. – Disse. – Sì, ma influenzano la luce, che non è più né calda né fredda. È… – Sporca. – Chiosò la ragazza. Kaspar rise. Per lui, alla metà tra i quaranta e i cinquanta anni, era il tempo della fioritura, dopo vari lustri di underground. Grazie anche alla capacità di leggere in fretta, e integrare senza sforzo le informazioni, la sua enorme cultura supportava un intuito che aveva del magico. Se una certa tendenza all’autodistruzione non avesse avuto la meglio su di lui troppo presto, sarebbe diventato un vanto del ventunesimo secolo. Questo si riteneva generalmente. Le sue prime opere filmiche avevano riscosso successo anche in ambiente che non erano ritenute in grado di apprezzarle. Era il suo carisma che si infiltrava in tutto ciò che faceva. – È vero, ma non significa niente. L’universo stesso non è che una chiazza di sporco sulla superficie di uno spazio multidimensionale. – Disse Kaspar. – Ma questo spazio che cos’è. – Lo pungolò Gigliola, che un po’ di fisica l’aveva studiata, quando frequentava l’università. Nel frattempo il sole si era abbassato e la luce era cambiata. Era ciò che Kaspar aspettava. – Vorrei saperlo. – Disse – Forse semplicemente lo sfondo in cui l’universo è la figura o magari viceversa. Monti il cavalletto, che voglio prendere delle immagini, per favore? Gigliola estrasse dalla sacca che si trascinava dietro un cavalletto di materiale molto leggero. Il suo compagno e datore di lavoro vi montò la sua leggendaria macchina da presa, progettata e costruita appositamente per lui su suo progetto. Parte digitale, parte ottica era capace non solo di scandire l’immagine, ricavandone pixel, ma anche di veri e propri movimenti saccadici che scomponevano ciò che vedeva in tante piccole inquadrature, di pochissimo differenti tra loro. Poi le due immagini venivano ricomposte e proiettate su di una pellicola fotosensibile ad altissima sensibilità. In questo caso la macchina era programmata per cancellare tutto quello che si era mosso durante lo scatto, persone macchine o piccioni che fossero. Una modalità per paesaggi, in sostanza. Ebbero il tempo di scattare un dozzina di foto, pressoché identiche tra loro, poi una nuvola scura passò nel cielo, anticipando l’arrivo della sera. * Renato suonò alla porta dell’appartamento di Gigliola, che gli aprì e lo fece entrare. Aveva una gran massa di capelli ricci, per il resto niente di particolare; questo era il giudizio poco pietoso che dava di lui Gigliola. Però aveva come un aura di serenità, rarissima tra i suoi amici fisicamente più dotati. Per questo lo aveva scelto come confidente e occasionale amante. Sempre più presente in quest’ultimo ruolo man mano che la loro amicizia si approfondiva. A sua volta, guardandosi allo specchio, lei si vedeva poco appariscente, come fisico. Molto scura di pelle, di capelli e di sguardo e piccolina d’altezza. Renato aveva cercato di spiegarle perché, invece, la trovasse tanto attraente, ma lei non gli credeva. Solo complimenti che si fanno per essere cortesi. Il suo piccolo appartamento era molto luminoso, con mobili smaltati in diverse sfumature di bianco e lampadine la cui temperatura di colore era accuratamente calibrata per incrementare l’effetto luce naturale. Solo che, avendo delle pupille poco sensibili, teneva la luce molto intensa, amplificando il suo essere una piccola cosa scura che si muoveva rapida contro lo sfondo del sole. Avevano entrambi già cenato, così si accontentarono di qualche bicchiere di vino di Jerez, liquoroso ma secco, comprato sfuso in Extremadura. A lei piaceva. Il tuo capo ti ha lasciato la sera libera? – Chiese Renato, che ammirava Kaspar – come si poteva farne a meno? Ma non l‘amava. – Aveva un impegno con un produttore. – Rispose lei – Almeno credo. Mi è sembrato reticente. Rimasero in silenzio. Dallo stereo proveniva una musica probabilmente troppo sdolcinata per l’occasione. – Renato. – Riprese Gigliola. – Ho un problema. – Con Kaspar? – Rispose Renato, che era rimasto fissato sul grande artista. – No. – Bevve una sorsata dello sherry artigianale che aveva nel bicchiere. – Purtroppo non con lui. Qualcosa non va nel mio cuore. Il mio medico sembra allarmato. – Il tuo medico è sempre preoccupato. – Fingeva una tranquillità che non riusciva a provare. Sapeva che la sua amica non aveva proprio nulla dell’ipocondriaca. Si spostò accanto a lei e la strinse. – Se mi stringi va bene, ma ti prego, fermiamoci a questo. Non è il momento e… – Nascose il volto contro il suo petto. – Non devo fare sforzi. Almeno finché non capiscono bene cos’ho. Questa volta Renato si preoccupò sul serio. * Gigliola entrò nel grande open space, dominato dal colore verdolino dei divisori di vetro. Era lì che aveva lavorato per diversi anni. Formalmente vi lavorava ancora: era da li che lo avevano affittato a Kaspar perché gli facesse da aiutante. E da badante. Mario la condusse in quella che poteva essere considerata una stanza a parte, grazie alle veneziane sottili che lasciavano passare la luce ma non le immagini. Si sedettero. Mario le offerse una sigaretta. – Non fumo più. – disse lei. – Già, lo dovevo immaginare. Sopra di loro c’era un aspiratore per il fumo piuttosto grande: altrimenti avrebbe potuto scattare l’allarme antincendio. Evidentemente Mario poteva permettersi tutto, in quel posto. E in quel momento. Si accese una sigaretta e lasciò che gli pendesse dalle labbra, come per darsi un’aria da duro. Qualcuno doveva avergli detto che assomigliava ad Alan Delon da giovane – Gigliola, hai commesso un grossissimo errore, a richiedere i soldi dell’assicurazione. – Ma mi spetta! – Si, però a fine anno non ti sarà rinnovata. E in più… – Mi hanno licenziata. Ma perché il licenziamento scatta sei mesi da ora? – È il massimo che potevamo concederti col contratto che hai. – È stato per farmi un favore? – Non proprio. Se muori mentre sei sotto contratto non ti pagano tutti i contributi che ti devono. E poi fai un buon lavoro con Kaspar. – Carogne. Chi è stato a farmi questo? – Io. – Tu? – Non sono un vigliacco e non mi nascondo dietro qualcun altro. Quella lettera che hai ricevuto l’ho scritta io. – Si tolse la giacca di lino avana come per un improvviso attacco dii calore. – Naturalmente ci sono stato costretto. – Naturalmente. Ti assumi le tue responsabilità ma non proprio fino in fondo, giusto? Ora spiegami: perché un azienda che fattura cifre enormi deve trattare così male una dipendente che gli ha dato tutto e altro potrebbe dargli in futuro? – Vedi, quello che fattura l’azienda non conta niente, va tutto in cedole per gli azionisti. Se le azioni salgono entrano più soldi, soprattutto dalle banche, e si vendono più bond, che sono un’altra bella fonte di finanziamento. – Mario fissò la sua amica, o ex amica, con occhi da faina. – E il valore delle azioni e la vendita dei bond dipendono dal valore delle cedole che paghi. Così il cerchio si chiude. – Non mi hai spiegato nulla, Mario. Non sono scema, lo so che l’azienda deve fare soldi per campare, Ma perché quest’accanimento? I dipendenti trattati così dopotutto lavorano peggio. Alla fine ci si rimette. – Forse un giorno questo diventerà così importante che si dovrà scendere a compromessi. Per il momento conta solo la concorrenza, ma non sul prodotto: sui guadagni degli azionisti. Basta che un’industria paghi una misera frazione di punto in meno e tutti vendono le sue azioni, le banche non la finanziano più e qualcuno se la compra a prezzo di svendita. Sono programmi digitali che fanno questo, non persone! Così si raschia il fondo del barile. Hai capito ora. – Ho capito che non ho speranze. – Non dire così. Ascolta: sono diventato un pezzo grosso, finché non scoprono che si può fare a meno di me. Posso farti ricevere un prestito. – A tasso di usura? No grazie. * Kaspar e Gigliola erano di nuovo in cerca della luce giusta, ma il sole li beffeggiava. Però la passeggiata era piacevole, non fosse che il giorno prima lui aveva saltato un appuntamento con lei, che intuiva ci fosse sotto qualcosa. Alla fine si arresero e si sedettero ad un bar che a lei pareva di ricordare che un tempo fosse un vini e olii, quando lei era parecchio più giovane. Guardò Kaspar, le parve che il suo volto manifestasse stanchezza, c’era qualche ruga in più intorno agli occhi e la sclera pareva attraversata da venuzze rosse, che però non riusciva a distinguere bene. L’enigma si chiarì in fretta. – Sono stato da Victor. – Disse lui. E con ciò? Pensò lei, che senza troppo farlo vedere era forse più stanca di lui. – Sai che si droga ancora? Alla sua età! Gigliola sentì come una scossa. – Hai preso qualcosa con lui? – No. Ho solo bevuto. D’altra parte, per andare a letto con Victor… – Neanche questo va bene, Kaspar. – La sua voce si era fatta dura. – Cosa non va bene? Che scopo con Victor? Sei diventata gelosa, adesso? – Non fare il cretino. Sei tu che mi hai chiesto di impedirti di abusare di alcol e prendere droghe! Fammi capire cosa hai deciso, che nel caso mi trovo un altro lavoro. – Tanto te ne andrai lo stesso. Morirai. – Cosa? – Gigliola si sentì mancare. – Il tuo cuore ti lascia. E tu non vuoi sostituirlo con un altro. E sarei io l’autolesionista! – Hai parlato coi medici che mi curano? Hai osato intrufolarti nella mia vita privata! – No, sai che leggo il pensiero? – Tu non leggi nulla! – Leggo i tuoi gesti, sono così evidenti! Fai caso a quanto spesso ti tocchi all’altezza del cuore da qualche tempo, e guarda la tua faccia quando lo fai, se trovi il modo. – Alzò di molto il suo tono di voce. – Ti sfido a trovare un medico o un infermiere con cui abbia parlato! Tu sei trasparente, sei di vetro per me! – Senti, Kaspar, sono i medici che mi hanno sconsigliato il trapianto. Non allungherà la mia vita e ne peggiorerà la qualità. – Mentono, devi tentare. Ti prego, devi tentare. – È mia la vita, cerca di capire. Spero che qualche farmaco alla fine funzioni, non voglio essere trattata come un animale da macello per nulla. – Io ho bisogno che tu viva, Gigliola. – Ci credo, Kaspar. – Se tu muori anch’io muoio. Un cameriere che si era avvicinato per chiedere se volessero ordinare ancora arretrò di scatto. C’era gente che li guardava da altri tavolini. Gigliola sentiva il bisogno di piangere e, nello stesso tempo, era arrossita per l’imbarazzo. – Adesso lo sai, le nostre vite sono legate da un filo. Qualunque decisione tu prenda è per due persone che la prendi. Si alzò e se ne andò. Gigliola chiamò il cameriere e gli chiese quanto dovesse. Voleva che tutto sembrasse normale, una conversazione tra due amanti che si lasciano e si scambiano parole troppo forti. Ma non riuscì convincente. * Gigliola chiese a Renato di trasferirsi a casa sua, Renato acconsentì senza esitazione. Fece la spesa e le preparò da mangiare, lei non volle carne. – Non so se ho deciso di diventare vegetariana. – Disse. – Ma, al momento, non voglio avere a che fare con cose che sono state vive e non lo sono più. – Posso capirti. Finché sarò qua non mangerò carne nemmeno io. Portò in tavola un piatto pieno di cubetti di verdure in un brodo dal colore acceso. Gigliola, coperta da un plaid perché avvertiva un freddo innaturale, guardò il piatto. – Ma è rosso! – Esclamo. – Scusa, non avevo idea che potesse infastidirti. C’è della rapa rossa, è quella che tinge. Faccio qualcos’altro. – No, non ti preoccupare. Mi basta sapere che non è sangue. Per un attimo mi è sembrato di essere finita in un film dell’orrore. – Con me nella parte del maniaco assassino? – Poco credibile, è vero. – Chi può dirlo? La aiutò ad alzarsi e la condusse al divano. Prese i suoi piedi in grembo e cominciò a massaggiarli per dar loro un po’ di calore. Le chiese di spiegargli cosa fosse esattamente la sua malattia. Non l’aveva ancora capito e, in più, voleva darle occasione di parlarne e sfogarsi. – Ci sono delle cellule estranee nel mio cuore, in mezzo al tessuto muscolare. All’inzio pensavano che fosse una specie di cancro, molto insolito, ma sono cellule sane. – È il cuore a produrle? – No, vengono da qualche altro organo e migrano nel cuore. Forse in una persona sana servono a ripararlo, ma nessuno le aveva mai viste prima. In me bloccano le cellule che hanno vicino e mi uccidono. Stanno cercando la loro origine, così forse riescono a bloccarle. Non suggeriscono ii trapianto perché credono che attaccheranno anche il nuovo organo. – Sono qui per proteggerti, le infilzerò una a una con uno spillo. Appena capisco come individuarle. Gigliola rise, poi un brivido l’interruppe – Ho freddo, portami a letto; e perdonami se non… – Non pensarci nemmeno, quando sarai guarita faremo un’orgia di un mese. Fino ad allora sarò la tua stufetta. – Vieni su di me, stufetta, stringimi. Lo baciò. Erano mesi, forse anni, che non si sentiva così bene con un uomo. Lui trattenne un sospiro, temeva che l’astinenza avrebbe pesato, ma riteneva di poter resistere. Almeno per un po’.
  15. Caro Adrian, Le cose qui non migliorano, da qualche giorno c'è un coglione del Kansas City Journal, un tal Francis Dorquette, che tenta di mettersi in contatto con me, vuole che rilasci delle dichiarazioni sul caso Arabella. L'ho mandato affanculo in tutte le lingue del mondo, ma quello continua a chiamarmi. Il segaiolo non capisce che chiedere un commento sul caso riguardante un serial killer, stupratore, mafioso e chisà cos'altro, PROPRIO AL PADRE DI UNA DELLE VITTIME, non rappresenta esattamente un fulgido caso di etica professionale. Sono passato al negozio di articolo sportivi ed ho comprato una DiMaggio special, in carbonio, con impugnatura ergonomica. Se il signor Dorquette dovesse mai decidere di passare ad approcci più audaci avrà modo di apprezzarne la solidità. Il lavoro non mi ha ancora stancato, forse il countdown nella mia testa durerà più a lungo del previsto. La vacanza di Buck nelle carceri di Sua Maestà e stata accolta con malcelata contentezza dai piani alti di Uncle Wawa, le acciaierie preferite da due medici su tre, i quali hanno colto la palla al balzo per assumere un immigrato al minimo sindacale, risparmiando qualche nichelino per i giorni di magra. Ho dimenticato di dirti che ora vivo a Scranton, dopo quattordici anni passati in Kansas mi sono abituato alla gente di merda che ci vive, e comunque non credo abbia molto senso tornare a Cleveland, solo perchè ci è tornato LeBron non vuol certo dire che debba tornarci anche io. Ho preso in affitto una stanza in un appartamento che condivido con due operai edili, un cinese, Hu, che esce dalla stanza solo per cagare, ed un polacco figlio di buona donna, Kasinczky, che cucina il miglior borsch che io abbia mai provato. Ho cominciato a vedere un analista, su consiglio dei miei sorveglianti (ho ancora due mesi di libertà vigilata, ed ormai mi sono affezionato a Lewis, il più anziano dei due, ogni tanto mi invita a cena a casa sua), uno stronzo patentato, con due baffetti da apologia del fascismo, che passa tutto il tempo a tentare di farmi raccontare qualcosa su Tyler e Maria, dice che mi aiuterebbe ad accettare quanto accaduto (come se non ce ne fosse stato modo negli ultimi 14 anni), ma da quell'orecchio non ci sento. Gli ho parlato della proposta di mia zia (la puttana ultracattolica che da bambino mi metteva le mollette sul pistolino per impedirmi di menarmelo, credo tu la ricordi) di raggiungerla a New York per "cominciare una nuova vita", e, che tu ci creda o no, ha detto che gli sembra una buona idea. In pratica lo pago diciotto dollari l'ora per scacciare le mie tendenze suicide e lui decide di mandarmi a New York da una stronza psicopatica che le mie tendenze suicide le nutrirebbe fino a farle scoppiare. Domani vado a farmi un giro a Kansas City, prendo un corn dog e compro qualche disco in un negozio che ho visto su internet, speriamo solo che Miles Davis non sia passato di moda negli ultimi quattordici anni. Tieni duro lì dentro, Hank Scranton, Kansas Caro Adrian, Il signor Dorquette si è fatto più insistente, ha chiamato altre tre volte, in pratica mi sta, insistentemente, invitando a rompergli il grugno. Nell'ultima telefonata mi ha detto di voler semplicemente "fornire un rescondo schietto dei fatti", che sa dove abito e che magari nei prossimi giorni passerà di qui per convincermi a parlargli. Lucido ogni giorno la DeMaggio special, non vedo l'ora. Sai come sono fatto, normalmente lascerei perdere robaccia del genere, ma dopo le sue telefonate ha iniziato a chiamarmi anche un tipo del Wash Post (un certo Alan Livell, che ha anche tentato di vendermi un abbonamento, assicurandomi che avrei ricevuto anche un borsone sportivo in omaggio, in pratica il sogno di ogni operaio metalmeccanico ex-galeotto), una stagista del New Yorker dalla voce che somigliava in maniera preoccupante a quella di Maggie Thatcher (tanto da farmi sospettare di essere morto e di essere finito all'inferno, questo spiegherebbe il tanfo sulferino che proviene dalla stanza di Hu, che tiene alto il nome della regione di Canton cucinando intrugli mefitici nell'intimità del suo budoir) ed un texano che sembrava completamente a suo agio nel mischiare la parlata strascicata di San Antonio (diceva di essere dell'Inquirer) con un'evidente passione per la polverina magica di don Pablo Escobar Gaviria, come testimoniava la quantità immane di stronzate che uscivano dalle sue senza dubbio grasse labbra, a velocità supersonica. Quindi al momento abbiamo quattro testate che si ostinano a voler disturbare la quiete e lo zen del tuo affezionatissimo, una da Kansas City, una da San Antonio, una da New York, ed una dalla capitale, il gusto per la tragedia contagia il giornalismo americano ed il giornalismo americano viene a rompere le palle a me, in cerca di dettagli scabrosi. Beh, amico mio, non stavolta. Dio solo sa se ho bisogno di ricominciare a pensare a Maria. A proposito di Maria, lo strizzacervelli insiste, vuole che io mi apra e che racconti quanto successo, non si arrende. Giusto ieri mi ha detto che se proprio non voglio parlarne potrei almeno scriverne, anche un po' alla volta, e quest'idea non mi dispiace, magari ci provo. Dalla breccia tutto in ordine, non vedo l'ora di vedertici salir sopra, magari con me, ancora una volta. Stammi bene, Hank Scranton, Kansas Caro Adrian, Ormai la situazione è fuori controllo. Come sicuramente avrai sentito, Arabella è risultato essere praticamente il re dei mafiosi americani. Come sicuramente ormai avrai realizzato, il figlio di puttana non ha fatto quel che ha fatto solo a me ed alla mia famiglia, ma a decine di altre famiglie, che, come sicuramente starai capendo in questo momento, hanno attraversato e stanno attraversando le stesse merdate che ho affrontato e sto affrontando io in questo momento. Dico in questo momento perchè ormai sono libero di uscire di casa soltanto passando dalla scala interna del parcheggio sotterraneo. I giornalisti assediano casa mia da tre giorni, il telefono squilla di continuo, e c'è qualcuno che bussa alla mia porta ogni paio di ore. Il signor Dorquette (lo stronzo del Kansas City Journal) è stato il primo a venirmi a trovare, ha tentato di farmi ragionare offrendomi prima aggeggini tecnologici in regalo, poi soldi, poi soldi ED aggeggini tecnologici in regalo, desistendo solo di fronte alla mia insistente offerta di vigoroso carbonio calato con forza sul suo flaccido cranio (ricorderai la DiMaggio special, mai acquisto fu più ispirato). Mi sono liberato di lui, ma da quel giorno Park Avenue 14, Scranton, Kansas è praticamente diventata la meta preferita di tutti gli imbrattacarte degli stati centrali, tutti vogliono un commento, tutti vogliono sentirmi dire che SONO DISTRUTTO, ODDIO, COME HA POTUTO FARE UNA COSA DEL GENERE A MIA FIGLIA, dichiarazioni molto originali da parte di un genitore che ha visto la propria unica figlia venir prima stuprata e poi ammazzata. L'ho superata, lo sai, sono passati troppi anni, ho seppellito Maria, almeno lei, sia fuori che dentro di me, non sarà certo questo a farmi volare sul nido del cuculo, e sto tentando di convincere di questo anche quello stronzo del mio analista che, a proposito, mi ha ormai convinto del tutto a cominciare a scrivere qualcosa su... sui fatti che sai. Su Tyler. Devo solo decidere come, quando. Anche un po' alla volta. L'orda di giornalisti che si affollano alla mia porta mi consente quantomeno di non andare a lavorare (non che saldare barre di metallo in un capannone assieme ad un centinaio di altri bastardi sudati ed incazzati non mi piaccia, a chi non piacerebbe?), quindi ne approfitto per recuperare i quattordici anni di Bud Light davanti alla tivvù che mi sono perso, magari mi viene qualche idea in mente per un programma del cazzo, lo vendo alla NBC e sbarco il lunario. Gran soldoni per i miei tasconi. Hank
  16. <<Non riesco a toglierlo dagli occhi, Alfredo.>> Gettai via le lenzuola <<… le sue grida, le ho sempre qui nella testa, il suo urlo folle mentre precipita al suolo, mi mandano ai pazzi.>> Premetti i palmi contro le orecchie. Alfredo sedette sul materasso, accarezzandomi <<Coraggio! Mariano>> sentivo dirgli, ma non ero più in accanto a lui, ero in un angolo di quell’incrocio e stavo rivivendo quegli attimi. <<L’ha vista da subito, l’ha vista da subito!>> Alfredo mi scosse <<vista cosa Mariano?>> <<La morte! C’era la morte lì, inginocchiata ad attenderlo, Eros l’ha puntata negli occhi prima di caderle in braccio.>> Alfredo sorresse la mia testa tremante dalla febbre e dal delirio. <<… E il tonfo, quel tonfo sull’asfalto, il rumore del cranio che si sfasciava.>> Mi rotolai sul materasso, agonizzante. Sentivo la fronte scottare. Alfredo diceva qualcosa che non riuscivo a capire. Mi pareva che il letto fosse a strapiombo e che il mio corpo aleggiasse per la stanza. Rividi me stesso dal soffitto, in posizione fetale, e Alfredo che mi teneva una mano. Poi m’imboccò una pasticca di paracetamolo che mi rimandò a un torpore infermo, malato, dal quale entravo e uscivo continuamente, sognando di cadere nel vuoto. Quando riaprii gli occhi, tutto aveva assunto un’atmosfera Kafkiana. La carta da parati pacchiana e sbiadita si era scollata in diversi punti. L’afa era asfissiante e i venti di scirocco zufolavano fuori in cortile. Un grosso tafano ronzante si ostinava a schiantarsi contro la plafoniera sopra il mio letto, nonostante tutte le volte rintontisse e perdesse quota. Pensai che se fossi nato mosca, sarei stata proprio quella lì. Alfredo s’era addormentato sulla poltrona, colla testa franata all’indietro e le braccia sui poggioli. Di nuovo notte fonda. Vacillai sul pavimento tastoni sulle pareti, colto da un improvviso conato, pestai un piede ad Alfredo, facendolo rinvenire dal dolore. <<Ehi Mariano>> si asciugò le labbra <<che succede?>> Aveva gli occhi impiastricciati dal sonno e la maglia zuppa di sudore. Non feci in tempo a parlare perché sentii esplodermi dentro una bolla e gli spruzzai addosso una cateratta di succhi gastrici. <<Oh merda!>> sbraitò, portandosi fuori dal getto del vomito con uno scatto. Corsi in direzione del bagno, tenendo premuti i palmi contro la bocca che però lasciarono sfuggire fiotti sulla moquette e sulle pareti. Mi abbracciai alla tazza del cesso e scaricai il rimanente di bile, sentendo di là Alfredo che smoccolava. <<Gesù Cristo! Che schifo!>> Venne da me e gettò la maglia nella vasca da bagno. Aveva i capelli bagnati. Aprì il rubinetto del lavabo, insaponò la faccia e il pelame del petto, lamentandosi <<senti che tanfo.>> Ancora con la testa ficcata dentro la tazza, squarciato in due dai conati ormai a vuoto, iniziai a sghignazzare. Le risa rimbombarono dentro il water e quell’altro se ne accorse. <<Ridi, eh? Maledetto!>> Rise anche lui, strofinando il capo pieno di schiuma. <<Sto di merda, compare>> ammisi per la prima volta. Le ginocchia collassarono e finii steso sulle piastrelle. Alfredo m’infilò sotto la doccia, poi mi condusse di nuovo a letto e mi costrinse a bere una tazza di latte <<avrai le pareti dello stomaco parecchio malconce e il latte le sfiammerà.>> Raccolse bottiglie vuote sparse per la camera, ficcandole dentro un sacco <<questo whisky, amico mio, ti rovinerà.>> Diedi un succhione consistente al latte, freddo e amarognolo, lo sentii scorrere nelle budella come acqua sulle fiamme.
  17. Appoggiato sul cuscino c’era la copertina di un disco. Era gialla con strani personaggi in fila proprio nel mezzo: un giudice, una bestia, un’infermiera, un bandito mascherato, una gobba allo specchio e poi un fucile e una pistola. Il titolo era A Trick of the tail. Teo, muto, poggiò il disco sul piatto e, voltandosi con uno sguardo che conoscevo, intuii che stava per dirmi qualcosa. “Se n’è andato”, disse. Restai in silenzio. accusai il colpo. Si era aperta la stagione degli addii. Peter Gabriel se n’era andato lasciando il posto a Phil Collins. I Genesis rimasero in quattro e anche io, senza Maria Rosa, restai più solo. Teo l’aveva vista alla stazione due giorni prima. Si possono conoscere tutti gli uccelli del mondo e divertirsi con il piacere che ti regalano, ma quando in macchina ti entra un bel falco e il giorno dopo ti ritrovi una cicogna alla porta c’è da scappare dalla paura, e dalla vergogna. Lasciò il suo sorriso in città e tutta la tristezza del mondo nel cuore di un ragazzo: il mio. Insieme a Peter e Maria Rosa se ne stava andando anche quel ’76.
  18. Nome: Chiado Editore Generi trattati: narrativa, saggi, polizieschi, thriller, biografie, poesie, libri d’infanzi, libri di illustrazioni. Modalità di invio dei manoscritti: https://www.chiadoeditore.it/invio-opere Distribuzione: https://www.chiadoeditore.it/distribuzione Sito: https://www.chiadoeditore.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ChiadoEditore Chiado Editore è specializzata nella pubblicazione di autori italiani contemporanei, da quelli più affermati ai più promettenti artisti emergenti del nostro tempo. Dato il successo raggiunto in Portogallo e Brasile, abbiamo ampliato i nostri orizzonti verso nuovi Paesi e lingue differenti e si possono trovare le opere pubblicate dalle nostre sezioni internazionali tramite i rispettivi siti web. Pubblichiamo anche in America Latina, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti d’America. La politica editoriale di Chiado Editore punta a democratizzare il mondo editoriale, creando le migliori opportunità per gli Autori e offrendo ai Lettori straordinarie opere di ogni genere, ad un giusto prezzo e senza pregiudizi. Se un Autore desidera pubblicare il suo libro con noi, non deve fare altro che inviarcelo con una breve biografia. Il nostro Consiglio Editoriale lo analizzerà e se sarà compatibile con la nostra linea editoriale, non esisteremo a presentare una proposta di pubblicazione. Tutti gli Autori famosi inizialmente erano sconosciuti. Chiado Editore sa che è così e per questo motivo presta la massima attenzione ai manoscritti che riceve, analizzandoli senza pregiudizio alcuno.Comunichiamo sempre all’Autore le nostre intenzioni, che ci sia, o meno, interesse nel pubblicare il manoscritto. Scrivere un libro è una grande sfida, ma anche una sensazione unica e irripetibile!
  19. Titolo: E poi fece irruzione il cielo Autore: Antonio Sofia Collana: Tomahawk Casa editrice: Augh! Edizioni - Gruppo Alter Ego ISBN: 978-88-9343-176-7 Data di pubblicazione: Ottobre 2017 Prezzo della versione cartacea: 12 euro Genere: narrativa, young adult, mainstream Pagine: 168 Quarta di copertina o estratto del libro: Sara frequenta l’ultimo anno del liceo artistico a Pistoia. La sua vita sembra chiusa in una noiosa routine, finché il tetto della scuola cede alla pressione delle piogge autunnali. L’irruzione del cielo è una scossa che non può ignorare e la ragazza mette tutto in discussione. Davanti a lei scorrono le facce smarrite degli adulti: i suoi genitori in perenne conflitto, gli insegnanti che non comprendono. I coetanei, i social network e i giochi di ruolo, l’immaginario dei manga e delle serie tv, l’accettazione del corpo, i terremoti e il terrorismo: sono gli altri tasselli che compongono lo scenario in cui Sara dovrà fare le sue scelte e reagire allo svelamento di un terribile segreto. Per una settimana e un giorno, il mondo dentro di lei cambierà o sarà lei a cambiare il mondo. Link all'acquisto: http://www.aughedizioni.it/prodotto/fece-irruzione-cielo/
  20. Titolo: Tutto quello che non serve Autore: Valerio Baselli Collana: Tomahawk Casa editrice: AUGH! Edizioni ISBN: 978-88-9343-159-0 Data di pubblicazione: 20 giugno 2017 Prezzo: 13,00€ cartaceo - 5,99€ elettronico (l'ebook uscirà a settembre) Genere: Narrativa non di genere Pagine: 182 Quarta di copertina Tutto quello che non serve è un romanzo ambientato nel mondo della finanza. La storia ha due personaggi principali: Daniele e Riccardo. Estremamente diversi, quasi opposti per background culturale, indole e aspirazioni, si ritrovano colleghi alla Sterling Investment Bank. Daniele è un matematico pieno di talento, con alle spalle una storia d’amore terminata all’improvviso senza perché. Cerca la logica in ogni cosa e trova nei numeri e nelle formule matematiche quell’equilibrio che gli sfugge nella vita. Riccardo, invece, è un trader cinico e determinato a ottenere successo sul lavoro, costi quel che costi. La sua filosofia di vita lo condurrà a fare delle scelte in cui il rischio diventerà un’indispensabile adrenalina di cui non riuscirà più a fare a meno. Sullo sfondo della crisi greca e delle speculazioni sui mercati internazionali, le loro esistenze si intrecciano tra cambiamenti, successi e fallimenti. In un crescendo di pathos, tra climax psicologici ed emotivi, Valerio Baselli racconta le dinamiche del mondo finanziario con straordinaria semplicità e ci conduce in un universo spietato in cui ogni decisione implica un atto di responsabilità verso se stessi e gli altri. Link all'acquisto Sito editore: http://www.aughedizioni.it/tomahawk/quello-non-serve/ IBS: https://www.ibs.it/tutto-quello-che-non-serve-libro-valerio-baselli/e/9788893431590 Amazon: https://www.amazon.it/dp/8893431599/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1500452114&sr=1-1 Mondadori Store: http://www.mondadoristore.it/Tutto-quello-che-non-serve-Valerio-Baselli/eai978889343159/ Hoepli: http://www.hoepli.it/libro/tutto-quello-che-non-serve/9788893431590.html Pagina Facebook: https://www.facebook.com/tuttoquellochenonserve/
  21. Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
  22. Domenica, 17 aprile. Mattina, ore 11 E’ Pasqua, Mamma! No, non è Natale, quello è già passato. Sì, c’è l’uovo sulla tavola, di cioccolato Kinder come lo portava papà. No, non è della Bauli, quello è il panettone. Non sei rimasta convinta. Ti sei voluta mettere il rossetto stamattina e la gonna a righe. Ti ho trovato in poltrona ad aspettarmi con la borsetta tra le mani. “Dobbiamo andare”, hai detto. Abbiamo fatto allora una lunga passeggiata: dalla poltrona al letto di fronte. Un strada che conosci bene. Ti sei stancata subito. Le passeggiate oggi stancano. Sarà il tempo, sarà la fatica o forse tutti gli anni passati. C’è vento, fa freddo e “Prendi l’ombrello che se piove ci bagniamo”, mi hai ricordato. Poi, seduta sul letto, “Chi sono quelle persone?”, hai domandato. Ho alzato gli occhi e nell'anta aperta dell’armadio lo specchio ha riflesso il mio sguardo nel il tuo profilo di fianco. “Chi è quella gente?”, hai ripetuto. “Un bambino con la mamma”. “Che ci fanno a piazza s. Francesco?”. “Forse vogliono sentire le campane suonare”. “Per Pasqua?”. “Sì”. “E’ una brava mamma, allora”. “Lo so”. “Perché, la conosci?” “Da un po’”.
  23. Commento Racconto in 5 punti Foto B3 Bianco sporco Rosso cupo Nero sbiadito Bianco sporco, sporco come quella neve di montagna che, impressa su una vecchia foto, sembra quasi riflettere i raggi di un sole pallido e lontano, un sole incastrato tra frammenti di roccia appuntita e lame di baionette arrugginite dalle lacrime di chi è mandato a morire per un nulla rivestito da ideale. Rosso cupo, cupo come quel sangue di soldato che sembra quasi trattenere i raggi di una luna piena e triste, una luna condannata a essere testimone muta di notti passate a raccogliere corpi e a contare cadaveri, tra i lamenti sommessi dei moribondi e le urla strazianti dei feriti. Nero sbiadito, sbiadito come quell’inchiostro di sventura che, impresso sulla lettera firmata da un emissario del Re, annuncia una morte vuota e insensata e parla di medaglie, gloria onore e dieci, cento, mille altre inutili bugie che non scalderanno mai il cuore di chi è destinato a riceverle. E poi ci sono io, io che stringo in mano la lettera e guardo la foto, l’ultima foto che ho di te, in cordata con altri fantasmi, intento a scalare a mani nude una parete, tra zaini e fucili, baionette e muli, vento e silenzio, lacrime e speranza. E poi ci sono io, io che faccio finta di aspettarti ancora e cullo i tuoi figli, cantando loro una ninna nanna triste che sa del bianco sporco della neve di montagna, che sa del rosso cupo del tuo sangue di soldato, che sa del nero sbiadito di questa lettera che ci ha rubato il futuro.
  24. Nome: Catartica Edizioni Generi trattati: Narrativa, saggi, biografia e memoriale, storico, romanzo di formazione Modalità di invio dei manoscritti: Inviando una e-mail all'indirizzo di posta catartica.manoscritti@gmail.com Distribuzione: In fase di organizzazione. Attualmente presenti sulla piattaforma "Satellite libri". Sito: http://www.catarticaedizioni.com/ Facebook: https://www.facebook.com/catarticaedizioni/ Dal sito dell'editore: Catartica Edizioni [...] Vogliamo essere indipendenti e controcorrente, una casa editrice che non pone censure preventive e che punta a valorizzare tutte le forme di espressione che nella letteratura così detta “tradizionale” non trovano sufficientemente spazio. [...] Il Progetto [...] Un progetto indirizzato principalmente, ma non esclusivamente, alla Sardegna, della quale intendiamo raccogliere e valorizzare le principali tematiche che animano il dibattito socio-politico e culturale. Una piccola casa editrice indipendente indirizzata a valorizzare le realtà locali, le periferie, le culture e le espressioni d'arte alternative che vengono trascurate dalla grande editoria incline alla sola logica del profitto e delle grandi tirature. Un progetto svincolato dunque dalla crescente massificazione e dall'appiattimento culturale imposto dall'industria editoriale dominante. Alla base di tutto questo c’è il desiderio di prestare attenzione ad ogni percorso del libro, partendo dalla valutazione del testo sino a mettere l'autore al centro di un lavoro di redazione mirato non solo alla stampa della sua opera ma anche alla cura dei dettagli, alla promozione, che consideriamo essenziale, e alla sua distribuzione. [...] [...] Catartica Edizioni pubblica opere di vario genere (Raccolte di racconti, Romanzi, Saggi politico-sociali ecc.) di scrittori emergenti e non, con particolare attenzione alle tematiche sociali delle realtà urbane, delle periferie e alle espressioni d’arte alternative. [...] L’idoneità alla pubblicazione [...] comporta la sottoscrizione di un contratto di edizione che non prevede nessun costo a carico dell’autore. [...]
  25. Cancellato su richiesta dell'autore