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Trovato 57 risultati

  1. Nome: Dark Twin Generi trattati: genere Horror in tutte le sue sfumature e sottogeneri; valutazione anche per Dark Fantasy; Modalità di invio dei manoscritti: https://collanadarktwin.wixsite.com/darktwin/contatti Distribuzione: Libri Diffusi, che lavora con FastBook spa, pertanto il cartaceo sarà ordinabile sugli store on-line (Amazon, Ibs, Libreria Universitaria, Giunti) e in moltissime librerie fisiche, tra cui quelle del gruppo Feltrinelli, Ubik e Mondadori. Sito: https://collanadarktwin.wixsite.com/darktwin Facebook: https://www.facebook.com/collanadarktwin/
  2. Nome: Clown Bianco Edizioni Generi trattati: racconti e romanzi di genere, con particolare attenzione al giallo e al noir. Modalità di invio dei manoscritti: http://www.clownbianco.com/p/info-e-nvio-manoscritti.html Distribuzione: http://www.clownbianco.com/p/distribuzione.html Sito web: http://www.clownbianco.com/ Facebook: https://www.facebook.com/clownbianco/?fref=ts Clown Bianco è una realtà editoriale che si propone di pubblicare racconti e romanzi di genere, con particolare attenzione al giallo e al noir. Clown Bianco Edizioni nasce dall’Associazione culturale Clown Bianco, fondata a Ravenna da un gruppo di professionisti del settore editoriale. Non pubblica a pagamento, sceglie le storie e gli autori su cui investire con un servizio di editing, impaginazione, pubblicazione e distribuzione.
  3. Commento a Camminata Passò un mese. Poi ci fu il bagno di sangue. Kazuo aveva trascorso tutta la giornata a letto con Hiromi. Si era presentata quella mattina alla porta di Kazuo con un dolce fatto in casa. Il ragazzo semiaddormentato l’aveva tirata a sé e l’aveva salutata con un bacio vigoroso. Non si sentiva così da anni. Anzi, non aveva mai sperimentato niente del genere. Le precedenti relazioni che aveva avuto erano state entrambe lunghe e monotone. Hiromi era diversa. Aveva un'energia che sembrava inesauribile. Il sesso poi era qualcosa di favoloso, neanche lontanamente paragonabile a nessuna delle sue esperienze. La sua passione era famelica. Ma ciò che più piaceva a Kazuo era quanto fosse solare e premurosa. Kazuo aveva posato il dolce in cucina e aveva portato Hiromi in camera. "Tua sorella?" chiese, alla fine. "Sta dormendo. Ha fatto lei il dolce." "L'ha fatto per me?" "Sì. E' un po’ scostante, ma se io ti voglio bene, allora te ne vuole anche lei." La semplicità del ragionamento non lasciava spazio ad alcuna replica. Kazuo si mise a sedere sulla sponda del letto e prese dal comodino il piatto con gli avanzi sopravvissuti del dolce. Aveva un gusto singolare ma buono. Hiromi aveva detto che era lo zafferano a renderlo così. "Che problema ha Kaneko?" disse alla fine. La ragazza esitò, quasi che rivelargli i problemi familiari fosse come raccontarli a un estraneo. Kazuo si sentì un po’ ferito. "Disturbi alimentari" disse Hiromi alla fine, prendendosi le ginocchia tra le braccia. "Nulla di particolarmente grave. Ma la sua... diversità... l'ha portata a isolarsi, nel tempo." "Non ha amici?" "Abbiamo dei parenti. Ma li vediamo poco. Ha solo me." Guardarono un film e poi Kazuo rimase solo, addormentandosi davanti al televisore. Hiromi non passava mai insieme a lui la notte. Le dispiaceva lasciare sola la sorella. Non si può dire che questo gli dispiacesse. Non si sentiva ancora pronto a una relazione di quel tipo. Il suo spazzolino stava bene da solo in bagno, per adesso. Poi un urlo strappò la notte. Fu breve, ma sufficiente a farlo svegliare di soprassalto. Alla tv davano un film con Godzilla. Kazuo azzerò il volume e rimase in ascolto. Si sentiva un rumore concitato di passi, in strada. Sta succedendo qualcosa, pensò. Un'aggressione! Kazuo si avvicinò alla finestra il più silenziosamente possibile, tenendosi basso per non essere visto. Da principio non capì cosa stava vedendo. Un uomo stava in piedi in mezzo alla strada deserta e si teneva la gola. Barcollava. I suoi abiti erano inzuppati di nero. Tra le dita serrate, il sangue zampillava copioso dalla gola. Apriva la bocca ritmicamente, senza suoni. Ma non era quello a terrorizzare Kazuo. Qualcosa attaccava ripetutamente quell'uomo. Un volatile, forse un corvo. O un pipistrello. Una nuvola che fino ad allora aveva sostato davanti alla luna piena si spostò, illuminando preda e predatore nella loro danza di morte. Non era un uccello a mordere ripetutamente l'uomo, prima su un braccio, poi una gamba. Ai genitali. Era la stessa forma che aveva visto affacciata alla finestra un mese prima. Solo che non era affacciata, ora ne era sicuro. Fluttuava nell'aria, lacerandola in ripetuti attacchi finché la preda, sfinita, non crollò a terra esanime. La testa - ormai Kazuo era sicuro che lo fosse, riusciva a vederne i lineamenti… occhi, naso, bocca… - scese lenta al livello dell'asfalto, come se avesse tutto il tempo del mondo. Strisciò nella pozza di sangue, incurante dei lunghi capelli che s’insozzavano. Il rumore di risucchio piegò Kazuo in due per la nausea. Per qualche istante trattenne i conati, poi si vomitò addosso. In silenzio. Anche se la finestra era chiusa, non voleva che quella cosa lo sentisse. Rimasse immobile a guardare, inginocchiato in quella pozza maleodorante. Perché nessuno sente nulla? pensò. Non è possibile che nessuno senta. Il rumore del risucchio era forte quanto disgustoso, ma alla fine cessò. Kazuo vide la testa avvicinarsi ai piedi dell'uomo. Il volto di quell'essere, demoniaco ma dalle fattezze terribilmente umane, iniziò a deformarsi. La bocca si spalancò in un angolo assurdo. Kazuo sentì attraverso il vetro della finestra lo schiocco della mascella che si disarticolava. Nessuno lo sente, pensò ancora. E in quel momento, la testa iniziò a ingoiare il cadavere. A Kazuo non sembrò il termine adatto, visto che oltre la testa non vi era un corpo, ma non riuscì a non pensare ai serpenti che inghiottiscono intere le uova dai nidi, senza masticarle. Ormai il cadavere era scomparso per metà nella bocca del mostro, senza che ne rimanesse traccia. Impossibile che i capelli, per quanto lunghi, nascondessero le gambe del malcapitato. Lordi di sangue, tanto da riflettere i raggi della luna, aderivano all'asfalto come le setole di un pennello. Dipingevano sulla strada una traccia abominevole. La testa finì il suo pasto e ricominciò a librarsi nell'aria, salendo piano come era discesa. Ora i capelli insanguinati si muovevano pesanti nella brezza notturna. Il corpo della vittima era sparito. Il demone si diresse verso la finestra di Kazuo e il ragazzo pensò che l'avesse visto. Si nascose dietro la tenda, tremando, temendo di perdere il controllo della vescica. Attraverso le pieghe del tessuto, riusciva ad assistere all'incedere lento del mostro. La testa appoggiò la fronte al vetro, come se scrutasse dentro. Allora Kazuo la vide. Il suo volto era truccato con sangue umano, ma la riconobbe. Il suo cuore si colmò di disgusto e disperazione. La televisione, pensò all'improvviso Kazuo. Ho lasciato la televisione accesa! Il panico lo colse, eppure riuscì in qualche modo a rimanere immobile. La testa di Hiromi sorrise, teneramente. Poi baciò il vetro e se ne distaccò. Indugiò ancora, vedendo che la sua fronte aveva lasciato una macchia di sangue sulla finestra. Tornò indietro. Dischiuse le labbra e leccò con cura, con gusto, senza lasciare traccia. Poi sparì, e Kazuo cedette all’oblio. ***** Il cinese, o meglio il giapponese, guardò la bottiglia di rum ormai vuota. Attraverso di essa, osservava il sole nascente. Peter non poteva credere alle sue orecchie e non poteva accettare che l'uomo smettesse di parlare. Era assetato di orrore, e quella storia gli sembrava una fontana di latte e vino. "Cos'è successo dopo?" ansimò Peter. Kazuo, per tutta risposta, si tirò le coperte sulla testa e si sdraiò sotto il salice. La notte era finita. Il resto sarebbe suonato ridicolo alla luce del giorno. "Parla! Come continua la storia?" "Non è una storia" si sentì da sotto le coperte. "Torna stanotte, e porta un'altra bottiglia." Peter tornò di corsa al suo appartamento e si fiondò alla scrivania. Accese il pc e avviò il browser. Iniziò a cercare. Mezz'ora dopo, si era fatto un quadro completo. Sorrise. Il suo amico era una spugna imbevuta di alcol e mitologia. Aprì il programma di scrittura e iniziò a battere furiosamente sulla tastiera. Quando ebbe finito, era di nuovo sera. L'ora delle storie. Peter porse la seconda bottiglia al giapponese. “Parlami ancora del nukekubi.” L’altro sorrise amaramente. “Vedo che hai fatto le tue ricerche.”
  4. Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo Conosciuti al Salone di Torino: molto simpatici, motivati e disponbilili. Il catalogo esposto era prevalentemente fantasy, horror e thriller. La pagina FB è poco seguita ma il gruppo e vivacissimo, animato da loro stessi. Fanno contest, interviste agli scrittori emergenti eccetera. La prima impressione è ottima, il resto a voi
  5. Commento a Le zanzare e il benzinaio Si voltò. La manovra sembrò durare degli anni. Vide Kaneko uscire dalla sua stanza: prima solo il volto, assonnato e bellissimo. Poi il collo, bianco come di porcellana. La testa si mosse lungo il corridoio. Per un attimo, Kazuo si chiese se dormisse nuda come Hiromi. Ma quella notte non vide il suo corpo. Solo un collo del colore del giglio, che seguiva la testa di Kaneko verso il tavolino nel corridoio dove era poggiata una delle lampade, per poi perdersi all’interno della stanza. Ormai era lungo almeno due metri e mezzo. Ancora mezzo intontito dal sonno, il demone iniziò a leccare da un piattino l'olio della lanterna, come farebbe un gattino con una scodella di latte. Finalmente, notò la presenza di Kazuo. Il volto sembrò allarmarsi per un secondo, subito prima di distendersi in una maschera di tristezza e rassegnazione. Kazuo aveva sulle spalle il corpo della sorella, le sue intenzioni erano chiare. La testa di Kaneko si mosse verso di lui, seguita dal collo smisurato che si fletteva sinuosamente, come un serpente intento a ipnotizzare la sua preda. In seguito, quando ebbe recuperato un minimo di lucidità, Kazuo arrivò alla conclusione che Kaneko non volesse fargli del male. Forse aveva solo consapevolezza negli occhi: l'ultima occasione per un saluto a Hiromi. Ma in quel momento, Kazuo era tutto fuorché padrone di sé. Abbandonò il corpo che portava sulle spalle, lasciandolo rovinare a terra come una vecchia bambola, afferrò una lampada che giaceva sul pavimento e la abbatté sul volto che gli andava incontro. Le fiamme divamparono su metà della faccia di Kaneko. Gocce di olio incandescenti caddero sul pavimento di legno. In un attimo, la carta da parati prese fuoco, così come i capelli della creatura. Kazuo si precipitò alla porta e la spalancò. Dopo, tornò indietro per prendere il corpo di Hiromi. Lanciò un ultimo sguardo a quell'angolo d’inferno che era diventato il corridoio. Nell'infuriare delle fiamme, vide il lato destro della faccia di Kaneko riempirsi di bolle e liquefarsi come cera. La bocca spalancata non emetteva suoni, ma l'occhio rimasto sembrava chiedergli perché. Poi il collo smisurato prese a ondeggiare e la testa andò a nascondersi nella sua camera, dove qualcos'altro iniziò a bruciare. Kazuo guardò nel cuore delle fiamme per un altro secondo, poi prese Hiromi fra le braccia e si lanciò per le scale. Ai piani superiori sentiva già gli schiocchi secchi del legno e il gemere delle fiamme. Iniziò a sentire voci provenienti dagli appartamenti. La sua spedizione non era passata inosservata, ma nelle scale ancora non si vedeva nessuno. Arrivò alla cantina e praticamente aprì la porta gettandovisi contro con tutto il suo peso. Adagiò il corpo sul pavimento di cemento e si precipitò a chiudere la pesante porta di ferro. Dalla tromba delle scale, sentì urla di paura sostituirsi alle voci di protesta degli inquilini: si chiese quanto ci avrebbero messo i vigili del fuoco ad arrivare. Girò il chiavistello e inalò quello che gli sembrò il primo vero respiro da quando aveva visto Hiromi cacciare. Qualcosa colpì la porta con violenza, facendo rimbombare tutta la cantina. Poi un acutissimo urlo di rabbia e frustrazione che aggredì le orecchie di Kazuo come una stilettata. Altri colpi, sempre più violenti, sempre più rabbiosi. E quelle urla, come unghie su una gigantesca lavagna. La superficie della porta si deformò. La volontà abbandonò Kazuo. La sentì letteralmente fluirgli via dalle labbra. Si accasciò a terra e si raggomitolò come un feto. Iniziò a piangere. Sarebbe morto lì sotto, come un topo, se non dilaniato dal demone, allora bruciato vivo o soffocato dal fumo che filtrava dalla porta. Il corpo di Hiromi si scosse all'improvviso, come preso da una convulsione, e Kazuo temette di nuovo di perdere il controllo della vescica. Un altro colpo alla porta, e quella massa di carne decapitata ebbe un altro sussulto. A ogni attacco di quell'infernale amante tradito, la cosa che giaceva ai piedi di Kazuo sembrava venisse presa da un attacco epilettico. Finché non si alzò in piedi. Prima si levò faticosamente su un fianco, poi riuscì a mettersi in ginocchio. Con un enorme sforzo, la figura riuscì a pararsi dinnanzi al traditore. La testa del demone continuava a tempestare di colpi la porta. Kazuo seguì con lo sguardo una vite distaccarsi inesorabilmente dal chiavistello e cadere tintinnando sul pavimento. Il corpo scattò in avanti e lo afferrò al collo, iniziando a stringere. In quegli ultimi attimi concitati, il ragazzo pensò a Hiromi sulla scala, mentre reggeva un pacco che doveva pesare almeno venticinque chili, senza apparente sforzo. Kazuo fu sbattuto contro il muro e sentì i propri piedi perdere contatto con il cemento, mentre quelle mani inesorabili lo sollevavano verso la morte, incuranti dei suoi patetici tentativi di liberarsi. Kazuo annaspò alla ricerca dell'ossigeno che gli era negato, ma non lo trovò. I sensi lo stavano abbandonando velocemente, ma fece in tempo a registrare il rivolo di urina che gli scorreva lungo la gamba. L'ultima cosa che vide fu la porta che veniva finalmente sconfitta e la testa fare il suo trionfale ingresso nella cantina. Hiromi aveva fame. Hiromi era furente. ***** Peter aspettò che Kazuo continuasse la storia, ma l'uomo era troppo occupato a tremare. Aveva iniziato a piangere, ma Peter dubitava che se ne fosse accorto. Alla fine riprese. "Mi trovarono i vigili del fuoco, svenuto in mezzo al fumo. Vidi i primi raggi dell'alba che filtravano attraverso la finestrella della cantina e ricordo che benedii il sole. Non mi era mai sembrato così bello. Davanti a me c'era un mucchio di cenere. Un altro più piccolo era vicino alla porta sfondata. I soccorritori lo calpestavano e lo disperdevano sul pavimento. Ero riuscito a distruggere il nukekubi. Iniziai a ridere. Devo essere sembrato isterico. C'erano delle ambulanze fuori, in strada. Alcune ore dopo, quando l'incendio era ormai domato, seppi che erano morte due persone. Una coppia di anziani. Nell'appartamento al terzo piano non c'era nessuno. Il corpo di Kaneko non era stato rinvenuto. Mi allontanai nel momento stesso in cui venni a saperlo. Scappai come un ladro con quello che avevo indosso. Lei mi ha visto. E ci sono anche altri parenti, Hiromi me l’ha detto.” Il racconto era terminato. Peter lasciò quello che era avanzato della bottiglia a Kazuo e corse a casa a scrivere. ***** Il libro vendette bene. Per la prima opera di un autore sconosciuto, non si sarebbe potuto chiedere di meglio. La casa editrice che lo aveva messo sotto contratto pagò puntualmente la prima tranche di diritti e, dopo qualche tempo, Peter ebbe abbastanza soldi da potersi permettere di lasciare il suo monolocale per un ambiente più spazioso, una volta saldati i debiti con l'editor. Il bastardo gli aveva in pratica riscritto il libro, adducendo come scusa "gravi lacune grammaticali". I blog di narrativa horror non parlavano che di lui. Lo osannavano come il nuovo re del brivido. Aveva anche rilasciato un'intervista, con tanto di foto, per un quotidiano nazionale. Peccato non aver potuto festeggiare con la sua musa. Aveva comprato un'altra bottiglia di rum, la sera che aveva ricevuto il primo assegno: niente liquame da supermercato, roba di classe. Ma Kazuo non era più sotto il suo salice, né sotto il ponte con i neri. Il suo giaciglio e le sue coperte erano ancora sotto l'albero, macchiate di una roba scura di cui Peter non volle indagare la natura. Di lui nessuna traccia. Peter riportò la bottiglia in macchina e iniziò a bere mentre guidava. Quando finalmente riuscì a entrare nel suo nuovo appartamento, era già ubriaco. Si sedette pesantemente sul divano, mentre il mondo gli girava intorno. Poi una serie di colpi. Qualcuno stava bussando. Il grande scrittore ci mise un po’ a rendersi conto che i suoni non venivano dalla porta, ma dalla finestra alle sue spalle. Abitava al quarto piano. I colpi divennero più insistenti. Non ebbe il coraggio di voltarsi. Quando il vetro cedette, chiuse gli occhi.
  6. Commento a "Il trillo del Diavolo" Il cinese puzzava di alcol, proprio come tutti gli altri, anche se intorno all'albero Peter non aveva notato nessuna bottiglia. Una sera, fece visita a un negozio di liquori sotto casa, comprò un rum economico e si recò al fiume. Scavalcò il guardrail per non passare sotto il ponte e svegliare i neri. Voleva mantenere la faccenda la più riservata possibile, ma per poco non si slogò una caviglia scivolando rumorosamente lungo la scarpata terrosa. Una volta assicuratosi di non aver svegliato nessuno, si recò verso il salice. Si aspettava di trovare l'uomo profondamente addormentato, magari già un po’ ubriaco. In questo caso, magari avrebbe risparmiato la bottiglia. Il giaciglio era invece vuoto. In compenso, la lama del coltello comparve di nuovo sulla gola di Peter per la seconda volta nel giro di poche settimane. Il bastardo era silenzioso. Sapeva muoversi. Peter alzò le braccia con cautela. Altrettanto lentamente, fece dondolare la bottiglia che teneva in mano. "Voltati" gli ordinò l'uomo. Peter ubbidì. Quando il cinese lo riconobbe, si rilassò. “Si farà uccidere, avvicinandosi così alla gente che dorme.” “Non volevo che gli altri si svegliassero. Questa è una festa privata.” Come previsto, il cinese aveva già percorso un bel pezzo di strada sulla via dell’alcolismo. Peter non fece nessuna fatica a fargli accettare il rum e la sua amicizia. L’uomo bevve a lunghe sorsate ingorde. Quando gli vennero gli occhi lucidi, iniziò a parlare. Non smise prima dell’alba. ***** "Mi chiamo Kazuo Fujita, sono giapponese. Di Kagoshima, nel Sud. Parlo bene la tua lingua perché l'ho studiata all'Università. Studiavo lingue, appunto. Perché mi piacevano i suoni, penso. Morbidi, eleganti. Vivevo in un appartamento a Kyoto, vicino all'università. Sono scappato dieci o undici anni fa e non ho più fatto ritorno. Non c'è più nulla per me, laggiù. Ho mollato gli studi e sono fuggito nella notte. Ho lasciato la mia famiglia. Sarebbe stato il primo posto in cui mi avrebbero cercato. Non ho neanche fatto una telefonata. Non ci ho pensato. Avevo troppa paura." ***** Kazuo entrò nell'androne del palazzo reggendo tra le braccia una scatola piena di libri. Testi universitari. Letteratura, grammatica, romanzi. Poesie. Il trasloco dal suo vecchio appartamento aveva richiesto più energie del previsto, ma ne valeva la pena. Non ne poteva più di ragazzini che credevano di poter vivere in una porcilaia come animali, senza regole. Un monolocale, senza distrazioni, ecco la soluzione. I soldi non erano un problema. I suoi genitori erano stati felici della sua dedizione allo studio e non avevano messo minimamente in dubbio la serietà dei suoi intenti. Non era il solo a traslocare. Impegnata come lui con uno scatolone, nell’androne c'era la ragazza più bella che avesse mai visto, vistosamente in difficoltà. Kazuo posò immediatamente il suo pacco. "Chiedo scusa, posso aiutarti?" disse, accennando un timido inchino. La ragazza si voltò e, quando lo vide, non riuscì a trattenere un risolino. Per un attimo, Kazuo pensò di sembrare ridicolo, ma poi si accorse della genuinità dell’espressione della ragazza. "Oh sì, grazie! Sembra che pesi un quintale!" esclamò lei, posando sulle scale il pacco. Gli tese la mano. Già alla vista, sembrava morbida e preziosa come seta. Come le ali di una farfalla rara. "Piacere, Hiromi. Mi sono appena trasferita." "Kazuo. Anch’io sono nuovo del palazzo." "Universitario?" chiese Hiromi. Era arrossita un po’, e questo non faceva che avvicinarla a una dea agli occhi di Kazuo. Portava un foulard attorno al collo, ornato sul davanti da una piccola gemma azzurra. "Sì, sono al primo anno. Anche tu all'università?" "Neanche per idea! Lavoro al supermercato all'angolo. Mi sono trasferita in città con mia sorella Kaneko. Cosa studi?" "Lingue. Europee." "Che bello! Dì qualcosa!" Kazuo aiutò Hiromi a portare il pacco fino al terzo piano. Era parecchio pesante e la sua camicia aveva iniziato a impregnarsi di sudore sotto le ascelle. Si chiedeva come avesse fatto la ragazza anche solo a sollevarlo da terra. "Ma cosa ci tieni dentro?" chiese. "Libri, più che altro. Mi piace leggere." Entrati nell'appartamento, Kazuo adagiò il pacco nel corridoio per riprendere fiato. Era l'imbrunire. La cucina era illuminata da lampade a olio, di quelle di una volta. "Non preoccuparti. Abbiamo la corrente" disse Hiromi, notando la sua espressione. "Ma a mia sorella piace l'atmosfera. Kaneko! Vieni a salutare!" Dalla stanza in fondo al corridoio si sentì un cigolare di molle, come qualcuno che si alzasse dal letto, poi dei passi. La porta si aprì lentamente. Kazuo pensò che la ragazza non assomigliasse molto a Hiromi. Era molto più alta. E snella, quasi come se fosse stata risucchiata verso l'alto, mentre le forme di Hiromi erano più mature. Kaneko squadrò Kazuo dalla testa ai piedi, poi rientrò in camera senza dire nulla, chiudendosi la porta alle spalle. Hiromi toccò leggermente il braccio di Kazuo. La sua mano scottava, come se avesse la febbre. Il ragazzo la sentì attraverso il tessuto della camicia e fece appena in tempo a dominare l'istinto di ritrarsi. "Scusa, ti inviterei a mangiare con noi" disse. "Ma a mia sorella non piace avere gente intorno, la sera." "Non c'è problema," balbettò Kazuo. "Felice di averti conosciuto". La loro mani si strinsero ancora. Di nuovo quel curioso calore. Strano che non l'avesse notato quando si erano presentati. "Piacere mio. Grazie per l'aiuto. Ci vediamo, vicino!" Hiromi chiuse la porta e Kazuo si avviò verso la scala in preda a un brivido che in quel momento scambiò per eccitazione. Dormì male quella notte. Continuò a rigirarsi per ore in preda a incubi senza forma né nome, finché non si svegliò avvolto in lenzuola madide di sudore. L'orologio segnava le tre e quarantacinque del mattino. Si sentiva scosso. Riverberi del sogno. Non riusciva a ricordare. Si alzò e andò alla finestra. Il quartiere era preda di un letargo profondo. Dai palazzi intorno non veniva alcuna luce, neanche il bagliore di un qualche insonne televisore. Era solo in mezzo a tutti i dormienti. Si appoggiò sul davanzale, poggiando la testa al vetro, godendo del fresco. Poi vide la cosa. Davanti alla facciata del palazzo alla sua sinistra, c'era qualcosa che sembrava galleggiare nell'aria. Una forma scura, con lunghe propaggini che puntavano verso terra, ondeggiando. Kazuo si stropicciò gli occhi e lì riaprì. Sospirò, sollevato. Non stava fluttuando come gli era sembrato. Era solo una ragazza affacciata alla finestra, con i lunghi capelli che le nascondevano il volto. Rimase lì a guardare nel buio. Forse neanche lei riusciva a dormire. Lentamente, la testa scomparve all'interno della finestra. Kazuo tornò a coricarsi. Gli sembrò di udire un suono, una frequenza altissima ma distante. Il sonno gli chiuse lentamente le palpebre e lui poté finalmente riposare. Due giorni dopo, c'era la polizia in strada. Una pattuglia sostava davanti all’edificio accanto. Kazuo scese a fumare una sigaretta. Un altro inquilino gli raccontò che una ragazza era scomparsa da un paio di giorni. "Nel palazzo accanto?" chiese Kazuo, a disagio. "Sì, stava nella camera che dà sulla strada, al secondo piano." Kazuo si volto a guardare la finestra da cui aveva creduto di vedere affacciarsi la ragazza, un paio di notti prima. Un poliziotto scattava delle foto verso la strada. Non disse nulla.
  7. Commento a "Il bambino di Advent City" Peter Lewis prese le forbici e con mani tremanti tagliò lo spago del pacco. Una volta fatto, lo gettò in un angolo e attaccò la carta con furia. La sua creatura era lì dentro. Il suo parto. Si era ripromesso di far durare il momento come si gusta un bicchierino di liquore particolarmente dolce, resistendo alla tentazione di ingollarlo subito e versarsene un altro. Era la sua prima volta. Per vederne un'altra, chissà quanto sarebbe passato. Erano anni che aspettava l'idea giusta. Ora il suo nome era stampato a lettere cubitali sulla copertina del libro che l'avrebbe ucciso. Era una copertina vera, di quelle rigide, da prima edizione. Non aveva neanche usato il suo solito pseudonimo, Amos, con cui firmava i suoi racconti postati qua e là su internet. Quella era una storia troppo grossa per Amos, Peter l'aveva capito subito. Chi avesse acquistato il libro, da lì a un mese, avrebbe letto il suo vero nome e visto il suo volto nel retro della copertina, come quelli dei grandi scrittori. Aprì il libro. Date di stampa e tutti i riferimenti di rito. Poi ancora il titolo, Teste. Girò ancora un foglio e lesse se stesso che lo avvisava. I fatti e i personaggi contenuti nel libro erano frutto di fantasia. Sì, pensò Peter, di una fantasia ottenebrata dalla follia e dall'alcol. Ma che valeva oro. ***** Peter aveva incontrato l’uomo che viveva sotto il salice un anno e mezzo prima, quando l'ispirazione languiva. Aveva deciso che doveva fare qualcosa della sua vita. I lavori per aspiranti scrittori che aveva scovato online erano mal retribuiti. In ogni caso nessun colloquio era andato a buon fine. Era troppo giovane per i ruoli importanti, o troppo vecchio per quelli di bassa manovalanza intellettuale. Il suo appartamento, fortunatamente di proprietà dei suoi genitori, stava diventando una prigione. Più si considerava incapace di creare qualcosa di originale, più si isolava. E più tempo passava tra quelle mura in compagnia del televisore e del porno, meno la sua mente lavorava. Quando venne a sapere che Carla faceva volontariato, considerò l'idea. Non che avesse mai nutrito grande interesse verso il prossimo, ma la prospettiva di incontrare gente nuova con storie diverse, seppur identiche tra loro, accomunate dal dolore e dall'abbandono, lo attraeva come una speranzosa ape verso un fiore colmo di nettare. Questo era quello che doveva fare. Abbeverarsi alla fonte delle miserie altrui per trasformare l'amarezza in miele. Gli uomini accampati sotto il ponte puzzavano tutti di urina e alcol, come si era aspettato. Peter reggeva sottobraccio delle coperte e in una mano un contenitore termico, colmo di piatti caldi. Altri volontari portavano termos con tè e caffè, oppure zuppa. Peter si avvicinò a una forma che giaceva su un pezzo di cartone, avvolta in una coperta bucata. Assestò dei colpetti con la punta del piede al sedere dell'uomo. "Sveglia gente, è arrivato il rancio!" esclamò con voce gaia. Un volto, nero come Peter non ne aveva mai visti, emerse accigliato da sotto la coperta, con uno sguardo diffidente e insieme vagamente infastidito. "Pappa pronta" continuò. Il suo tono fece girare qualche testa fra gli altri volontari. Peter colse con la coda dell'occhio qualche sguardo non proprio incoraggiante. Il suo modo di fare non piaceva, di questo era consapevole. Né ai neri, né ai volontari cui si era aggregato. Dicevano che ci doveva andare piano. Un po’ di tatto in più non avrebbe guastato. Vide Carla che scuoteva gentilmente la spalla di uno degli uomini addormentati. Questi si svegliò e, riconoscendola, mise in mostra un sorriso che Peter non si era mai visto fare. "Allora?" Il ragazzo di colore lo scosse dal suo stato di contemplazione. Tendeva la mano per avere il piatto. Peter glielo diede con una smorfia. Stava per passare oltre, quando notò un'altra forma raggomitolata sotto un salice, qualche decina di metri più in là. Un altro clandestino probabilmente. "Quello perché non sta con voi?" chiese Peter al ragazzo color carbone. "Cosa?" Il ragazzo non sembrava capire. "Quello lì" Peter indicò con un gesto secco il fagotto a terra. "È arrivato con voi?" "No" disse il ragazzo. "Non con noi. Lui dopo. Notte grida." Peter si sentì la bocca arida. Forse aveva trovato il fiore cui abbeverarsi. Prese un piatto dal contenitore e si avviò verso l'eremita. Già pregustava i racconti di torture e violenze da parte dei mercanti di uomini, come vomitava la televisione. Nella tasca della giacca aveva un taccuino e una penna. Lo avrebbe riempito di particolari macabri. Li avrebbe romanzati rendendoli ancora più raccapriccianti. Ci avrebbe costruito intorno una storia che qualcuno, magari qualche rivista, avrebbe comprato. L'ammasso di coperte puzzava come tutti gli altri e Peter usò di nuovo la punta del suo piede per far venire allo scoperto l'uomo del mistero. Con sua grande sorpresa, e delusione, il volto che fece capolino non aveva la tonalità del cioccolato fondente né cicatrici rituali sugli zigomi. Era un asiatico, cinese probabilmente, o giù di lì. Forse si era stancato di cucire magliette ed era scappato da qualche impianto tessile clandestino. Peter, dopo un lampo di dolore, si ritrovò a chiedersi quando, esattamente, il cinese lo avesse atterrato, gli fosse montato addosso e gli avesse messo il coltello contro la gola. "Buono, buono!" si affrettò a dire. "Cibo! Pace!" L'altro vide il piatto di spaghetti, ormai rovinato a terra, e si riebbe dalla trance assassina che lo aveva pervaso. "Mi scusi" disse. "Credevo fosse un altro." Gli tolse la lama dal collo e si sedette pesantemente. Aveva l'aria di qualcuno cui mancassero parecchie ore di sonno. "La prego di perdonarmi" continuò. Aveva ovviamente un accento orientale, ma parlava con fluidità la lingua. Peter si rese subito conto che era istruito. La sua curiosità superò di gran lunga il suo spavento. "Mi chiamo Peter" disse, tendendogli la mano. "Ho portato da mangiare. Vorrei aiutarla." Il cinese annuì e il samaritano si alzò per andare a prendere dell'altro cibo. Tornò con un altro piatto di pasta e una tazza di caffè fumante che il cinese, o quello che era, accettò di buon grado. Peter si sedette davanti a lui e lo guardò mangiare. "Allora" incominciò, quando l'altro ebbe finito. "Le va di raccontarmi la sua storia?" L'uomo assunse un'espressione dura, dove il no era stampato a lettere cubitali sulla sua fronte. Era un volto dall'età indefinita, sembrava allo stesso tempo giovane ed estremamente vecchio, come se la vita l'avesse consumato anzitempo. "La ringrazio per la sua generosità" disse. "Ma ora, se non le dispiace, vorrei riposare." E si tirò la coperta sulla testa troncando qualsiasi comunicazione. Peter ritornò ancora sotto quel ponte, con Carla o da solo. La scena si ripeté altre volte, con lui che cercava di scavare nel passato dell'uomo per poi ricavarne solo un cortese rifiuto, solido e compatto come il marmo. Dagli altri clandestini non era riuscito a ricavare molto. Quando loro erano arrivati, un gruppo di sei, lui si era già stabilito sotto il ponte. Li aveva squadrati uno per uno e aveva deciso che non rappresentavano una minaccia. Ma di notte urlava, svegliandoli di soprassalto nel cuore delle tenebre. Incubi. La tensione con gli altri si era fatta palpabile, così una notte il cinese si era trasferito al riparo delle fronde dell'albero. Un riparo provvisorio, accettabile per il periodo estivo. Peter decise di agire diversamente. Dove non arrivavano la solidarietà e la gentilezza, sarebbe sicuramente arrivato l'inganno.
  8. Copertina: https://d2t3xdwbh1v8qy.cloudfront.net/content/B077JY32DY/resources/1843365654 Titolo: "Lo spirito e l'isola" Autore: Simone Giudici Casa editrice: Amazon KDP (autopubblicato) ISBN: 9781521813485 ASIN: B077JY32DY Data di pubblicazione (o di uscita): 17 Novembre 2017 Prezzo: 0,99 edizione Kindle Genere: Thriller, soprannaturale Pagine: 420 Trama: Ouija: tavola di legno sulla quale sono disegnate tutte le lettere dell’alfabeto, i numeri dallo 0 al 9, spesso un “sì” ed un “no” ed altri simboli, il cui utilizzo è abbinato ad una lancetta mobile chiamata “planchette”. Lo scopo di tale tavoletta è porre delle domande alle anime dei defunti, che attraverso un medium, farebbero sì che la lancetta si muova sulla tavola ouija e componga, utilizzando le lettere, la risposta. Chestertown, Maryland, 1889. Ernest Christian Reiche, bizzarro inventore di origini tedesche, costruisce la prima tavola Ouija della storia, allo scopo di dare il via ad una lucrosa attività commerciale. Quando però la proverà per la prima volta, ne verrà lui stesso terrorizzato. Isola di Marettimo, estate 1989. La giovane e bella Annele Morris manda avanti da sola la pensione “Stella Marina”, aperta anni prima dalla mamma e dal nonno, trasferitosi sull’isola dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Notte di San Lorenzo Annele acquista da un misterioso individuo una vecchia tavola Ouija. Cosa accadrà quando deciderà di provarla? E perché continua a sognare la madre Alexandra, morta 15 anni prima? Grazie al fortuito ritrovamento del prezioso diario di guerra del nonno Alfred e alla saggezza della sua amica Angelina, Annele riuscirà finalmente a svelare il mistero che avvolge da tempo la sua famiglia e liberare la magia che si cela da più di un secolo nella tavola ouija. Da Monterey a Baltimora, attraverso l’infernale deserto del Marocco, fino alla magica Isola di Marettimo: questo libro vi terrà incollati alle sue pagine fino all’imprevedibile e sconvolgente rivelazione finale. Link all'acquisto: http://amzn.to/2jAEipV
  9. Commento a Risonanza Schumann Kazuo si barricò in casa. Chiuse le imposte, staccò il telefono e controllò la credenza. Aveva scorte di cibo sufficienti per qualche giorno, finché non avesse deciso il da farsi. Gli venne in mente improvvisamente che, per quanto ne sapeva, Hiromi avrebbe potuto sfondare le finestre o la porta. Il panico durò una manciata di secondi. Poi prese il cellulare e iniziò a comporre un messaggio per la ragazza. Sono dovuto tornare a casa. Problemi di famiglia. Ti spiego dopo. Scusa. Ci pensò su, poi aggiunse l'immagine di un cuore e una faccina che schioccava un bacio. Premette invio e poi spense il cellulare. Si sedette al tavolo della cucina a riflettere. Hiromi era senz'altro un nukekubi, come quelli di cui gli raccontava suo nonno quando era piccolo. Anche allora, non aveva mai creduto alla loro esistenza, ma l'idea stessa di un essere del genere, la cui testa di notte volasse via dal corpo per cacciare carne e sangue, lo aveva sempre messo a disagio. Non aveva mai sentito però di un nukekubi che ingoiasse la vittima e la facesse sparire nel nulla, ma le leggende non sono affidabili per definizione. I fatti vengono tramandati di bocca in bocca. Vengono distorti e inghirlandati. Poi si arriva a un punto in cui si crede che siano solo storie, ma questo non cancella quello che sono: fatti. Quella notte, un demone aveva ucciso un uomo e ne aveva divorato il corpo. Si era sempre considerato un tipo più o meno coraggioso, ma l'idea di confrontarsi con una storia dell'orrore ambulante lo fece stare male. Corse al gabinetto, ma dopo non si arrischiò a tirare la catena. Troppo rumore. Gli tornò in mente quella lingua sul vetro. Il sesso del giorno prima. Il sapore di quella torta. Ma ormai non aveva più nulla nello stomaco, ed era stanco. Si raggomitolò sul tappeto del bagno e dormì. Si svegliò al tramonto. Mentre la luce rossastra filtrava tra le imposte e disegnava sul pavimento geometrie di sangue, Kazuo pensò che le possibilità che Hiromi avesse di nuovo fame fossero davvero poche. Si rilassò e iniziò a elaborare un piano. Rimase chiuso nel suo appartamento per una settimana, versando prodotti per la casa nel gabinetto per coprire il tanfo. Aveva finito le scorte di cibo prima del previsto. Kazuo pensò che non era il caso di indugiare oltre. Suo nonno gli aveva raccontato che la testa del nukekubi poteva cacciare solo col favore delle tenebre. Al sorgere del sole si sarebbe dovuta ricongiungere al resto del corpo, pena la morte. L'impresa era praticamente suicida, ma prima o poi Hiromi avrebbe intuito qualcosa. Kazuo non poteva nemmeno immaginare di baciare di nuovo quella bocca assassina. La principale incognita era cosa fare se avesse trovato Hiromi, tutta intera, a casa. La parte fondamentale del piano era infatti agire quando la testa fosse stata altrove. Kazuo sperò di rivelarsi un grande attore. Forse si sarebbe finto ubriaco per giustificare l'infrazione. Un altro problema era Kaneko. Se anche lei era un nukekubi, probabilmente sarebbe stata a caccia con la sorella. Se fosse stata invece sua prigioniera, Kazuo l'avrebbe liberata e avrebbe pure ricevuto un valido aiuto. Kaneko sembrava forte, nonostante il suo aspetto da canna al vento. C'era infine la possibilità che la ragazza fosse una specie di serva del demone. In questo caso, Kazuo l'avrebbe uccisa. Troppe variabili e poco coraggio, pensò Kazuo. Ciononostante, prese del liquore dalla credenza e iniziò a bere. Se ne versò anche un po’ sui vestiti, per sicurezza. Si era aspettato di dover forzare la porta dell'appartamento di Hiromi. Aveva trovato un piede di porco, residuo di una ristrutturazione nel vecchio appartamento, ma non dovette usarlo: la porta era aperta. Immaginava che la proprietaria dell'appartamento gradisse parecchio qualche spuntino a sorpresa, di tanto in tanto, o forse era stata semplicemente una dimenticanza. L'atmosfera era surreale. Ogni angolo dell'appartamento era inondato dalla luce tenue delle lampade a olio. Ce n'erano decine. Kazuo avanzò lentamente lungo il corridoio. La cucina non aveva una porta e comunicava direttamente con il corridoio. In ogni caso era vuota. La prima porta chiusa, a sinistra, doveva essere uno sgabuzzino. La prima volta che Hiromi l'aveva invitato nell'appartamento, aveva riposto la giacca e le scarpe in quella stanza. La seconda a sinistra era la camera da cui aveva visto uscire Kaneko. Basandosi sulla posizione del tubo di scarico nel palazzo, in fondo al corridoio doveva esserci il bagno. Rimaneva solo una porta sulla destra, oltre la cucina. Quella doveva essere la stanza di Hiromi. Muovendosi con estrema cautela, Kazuo iniziò ad avvicinarsi. Aveva solo i calzini ai piedi. Non aveva voluto rischiare di fare rumore con le scarpe. Superò un paio di lampade appese e arrivò a destinazione. Ruotò il pomello ed entrò. Il corpo di Hiromi giaceva sul letto, le mani incrociate sul petto. Sembrava il cadavere di un condannato alla ghigliottina dopo l'esecuzione della sentenza. La finestra era aperta e le tende si muovevano piano. Sul comodino, il foulard con la gemma. Non l’aveva mai vista senza, neppure quando erano nudi a letto: secondo la leggenda, i nukekubi celavano con indumenti o gioielli una sottile linea rossa, lì dove il capo si separava dal collo. Sperando che la testa non avesse un qualche tipo di legame extrasensoriale con il resto, Kazuo si caricò il corpo sulle spalle. D'altronde, quello era il metodo tradizionale: nascondere il corpo del nukekubi prima del ritorno del demone, in modo tale da impedirne il ricongiungimento e quindi provocarne la morte. Hiromi non pesava molto, ma Kazuo aveva già la fronte imperlata di sudore. Nonostante l'ansia, il piano aveva buone probabilità di riuscita: dalla stanza di Kaneko non giungeva alcun rumore e sarebbe stato difficile incontrare per le scale qualcuno a quell'ora. Avrebbe nascosto il corpo in cantina e bloccato la porta. Se non fosse riuscito a rompere la serratura, si sarebbe barricato dentro per impedire l'accesso a chiunque. Era arrivato a tre quarti del corridoio. Ci aveva messo un'eternità. Una volta giunto alla porta, avrebbe dovuto poggiare il corpo a terra e riaprirla: entrando l'aveva chiusa, per sicurezza. Non aveva pensato alle difficoltà di manovra con un fardello sulle spalle. Il cigolio di cardini che sentì alle sue spalle gli congelò la spina dorsale.
  10. Buongiorno a tutti, mi trovo nella posizione, come è capitato ad altri autori di questo forum, di dover pubblicare sotto pseudonimo. Non si tratta di un vezzo, ma di ragioni strettamente personali ed imprescindibili. Presa questa decisione, pur riconoscendo che si tratterebbe del famoso segreto di Pulcinella, mi domandavo: meglio sceglierne uno italiano o inglese? Credo che per alcuni generei non faccia molta differenza, visto che nella nostra letteratura abbiamo avuto vari autori di successo che hanno pubblicato gialli, thriller, romanzi rosa o storici ecc. Su altri invece ho l'impressione di pancia che da un lettore medio su generi tipo fantasy o horror sarebbe visto meglio un nome anglofono. Magari funziona anche, ovviamente in minimissima (issima!) parte, come leva marketing. Del tipo: "Boh non so chi sia questo tal Max Power (cit), ma se lo hanno tradotto proprio schifo non deve fare!" che ne pensate? Grazie, Marco
  11. Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  12. Commento a Amici Show don't tell Wiliam Shaw si alzò, lo fissò negli occhi inarcando le sopracciglia folte e scure, afferrò il manoscritto e lo sbatté sulla scrivania. Don Tellerman spalancò la bocca, quel plico di fogli maltrattati era il suo manoscritto. Quel colpo era uno sparo alla tempia delle sue speranze. Shaw digrignava i denti continuando a fissarlo, le pupille ristrette, le sue narici fremevano. Don deglutì, fece per parlare, ma Shaw alzò una mano intimandogli di tacere, poi espirando profondamente si risedette sulla poltrona. «Don, Don, che ti è successo?» Shaw sorrise, ma quei solchi fra le sue sopracciglia aggrottate continuavano a preoccupare Tellerman. «È il terzo racconto che mi tocca rifiutarti. Cosa ti salta in mente?» il dispiacere nella sua voce era commovente; ora avrebbe dovuto cercare qualcos'altro per riempire quel buco di 5 pagine su «Fantastic world» e, come Tellerman sapeva, avrebbe dovuto ricorrere a qualche scrittore che si faceva pagare più di lui. Shaw era un editore che amava l'arte, quella che preferiva era l'arte di sottopagare gli autori. Shaw riprese. «Quante cose ti ho pubblicato fino ad ora? Cinque? Sei?» Don tentò di rispondere, ma Shaw non sembrava interessato a un dialogo e proseguì. «Erano cose buone, mi piacevano, ho sempre detto che ci sapevi fare. Ma questi ultimi racconti, ecco non so proprio che cazzo ti è preso.» Afferrò il manoscritto scompigliandone le pagine, ne scelse una a caso e lesse: «Nel corso degli anni il suo umore si era gradualmente e stabilmente incupito fino a portarlo ad una costante tetraggine che lo aveva reso lo zimbello dei suoi concittadini. Lui non se ne preoccupava, era sì infastidito dalle risate e dagli indici puntati, ma l'orrore che provava, il terrore strisciante e infido che si era lentamente impadronito della sua mente lo rendeva indifferente alle provocazioni. Lui sapeva che un'indicibile orrore era subdolamente nascosto dietro l'apparente tranquillità quotidiana della campagna. Ombre malsane si allungavano strisciando, testimoni di remoti abomini. Ignobili eventi, sconosciuti agli uomini che vivevano così in una tranquilla ignoranza, ma i cui innominabili effetti contaminavano ancora malignamente quella terra e i suoi abitanti.» Allargò le dita lasciando cadere il foglio che finì ondeggiando, direttamente nel cestino. Sospirò nuovamente, incrociò le dita e guardò Tellerman negli occhi. «Questa roba fa schifo. Che cazzo è questa merda? Non c'è un dialogo, non c'è azione. Non succede nulla. Non si vede nulla!» Shaw aprì un cassetto e ne prese un libro che lanciò a Tellerman. Don lo afferrò al volo, ma il libro gli sfuggì di mano cadendo sul pavimento. Arrossì e si piegò a raccoglierlo sentendo su di sé lo sguardo di Shaw. Lesse il titolo 'Elementi di stile nella scrittura' di Strunk e White. L'editore fece una smorfia, poi indicò il libro. «Questo libro ha più di cinquant'anni. Tutti l'hanno letto e studiato, a scuola, nei corsi di scrittura; scommetto che lo leggono perfino all'asilo. Possibile che tu sia l'unico a non averlo mai letto? Dammelo.» Tellerman tese il libro a Shaw che lo sfogliò quasi strappandone le pagine prima di fermarsi a leggere: «Scrivi con sostantivi e verbi, non con aggettivi e avverbi.» Gli ripassò il libro. «Sostantivi e verbi. Hai capito? Non aggettivi e avverbi. Qui dentro,» posò la mano sui fogli del manoscritto e li spazzò via facendoli cadere a terra. «ci sono abbastanza aggettivi e avverbi per dodici volumi.» Si piegò in avanti facendo segno a Tellerman di avvicinarsi. «Lo vuoi sapere un segreto? Dev'essere un segreto visto che sembra che tu non l'abbia mai sentito. C'è una cosa, una sola che devi tenere a mente quando scrivi narrativa. Fai vedere, non raccontare. Mai sentito eh?» Tellerman deglutì e prese coraggio. «Io racconto quello che sento. So raccontare solo quello che vedo. Quelle sono regole che vanno bene per i principianti, il mio stile...» «Stile!» gridò Shaw. «Tu adesso prendi il tuo stile e te lo ficchi dove sai, vai a casa, prendi un foglio, con un bel pennarello grosso scrivi 'SHOW DON'T TELL' e te lo tieni bene in vista.» «Ma Lovecraft...» «Lovecraft era un incapace. Nessun editore pubblicherebbe mai quella roba al giorno d'oggi e a dire il vero anche ai suoi tempi non è che abbia fatto una gran fortuna.» Shaw sorrise. «Su, non fare il depresso adesso. L'idea di fondo non è male, ma devi riscriverlo. Devi mostrare quello che succede, dettagli specifici, accadimenti. Cos'è questo orrore indescrivibile? Gli esseri di cui parli, cosa fanno? Possibile che stiano li senza far nulla? Mostrali mentre smembrano qualcuno, fai vedere il sangue, i tendini spezzati, la pelle lacerata, le urla. Il lettore deve sentirsi al cinema, non seduto in poltrona con qualcuno che gli racconta una storia. Piantala di stare li a sussurragli quello che deve sentire. Fagli vedere le cose. Come al cinema. Ok?» Tellerman annuì e si alzò. «Riscrivilo come dico io e ti trovo spazio nel prossimo numero. So che ce la puoi fare.» Shaw gli tese un biglietto. «È l'invito a una festa a casa mia. C'è l'indirizzo.» Tellerman diede un'occhiata al biglietto. «Ci saranno un sacco di scrittori.» proseguì Shaw. «Vieni. Magari parli con loro e ti chiarisci le idee.» Tellerman ringraziò e uscì a testa bassa. Prese l'autobus che in mezz'ora l'avrebbe portato fuori città, verso le colline. Per tutto il tragitto, non fece che ripensare a ciò che gli aveva detto l'editore. Forse in fondo non aveva nemmeno torto. Scese al capolinea e si avviò a piedi per una stradina sterrata che portava alla villetta isolata in cui si era trasferito da alcuni mesi. Ad ogni passo sentiva il cuore farsi più pesante. Il verde della campagna sembrava dissolversi lentamente in un grigiore malato. Perfino l'aria tiepida della primavera carica del profumo denso dei fiori, assumeva via via il tono dolciastro di umido e decomposizione. Lugubri uccelli lanciavano stridenti richiami in contrasto con l'allegro cinguettio che risuonava nella campagna circostante. Tellerman sentì la sensazione familiare di profondo orrore che sempre lo pervadeva ogni qualvolta giungeva alla casa. Gli stipiti corrosi, la facciata scrostata e le imposte malridotte non erano però sufficienti a spiegare la sensazione di disgusto che coglieva chiunque giungesse in quei paraggi. Tellerman sapeva che avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene per sempre, ma sarebbe servito? L'orrore profondo, il terrore che lo attanagliava lo avrebbe seguito ovunque, era ormai dentro di lui, impossibile da scacciare. Forse solo la follia avrebbe potuto essere l'unica via di scampo dalla consapevolezza del profondo orrore che gli si era svelato. Entrò in casa. Un'atmosfera malsana gravava pesante su ogni cosa. Deglutendo andò dritto verso il soggiorno. «Niente da fare.» disse. «Non gli è piaciuto nemmeno questo.» Un numero imprecisato di occhi si girarono a fissarlo. Un essere gelatinoso colava da uno dei mobili, il suo corpo da ameba si protrasse verso di lui. Sul divano una specie di budino dotato di corte appendici e di molti occhi lo stava fissando. Dietro di lui un essere peloso, con una bocca enorme e degli arti corti e grossi borbottava in un linguaggio raccapricciante. Un tentacolo sfiorò con gentilezza Tellerman che non riuscì tuttavia a reprimere un brivido di disgusto. Un corpo enorme, bianco e lucido con lunghi tentacoli pallidi era incastrato nel vano della porta dietro di lui. «Dice che non basta raccontare l'orrore. Non gli basta. Dice che i lettori vogliono i dettagli. Vogliono vedere braccia strappate, sangue, tendini, ossa frantumate.» Prese l'invito alla festa dell'editore e lo tenne fra le dita finché un tentacolo non glielo sfilò di mano. «Io so raccontare solo quello che vedo.» aggiunse con tristezza.
  13. Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
  14. Buongiorno a tutti, mi chiamo Luciano. Sono uno scrittore alle prime armi, ho quasi terminato di scrivere un romanzo di genere Horror. Trattandosi purtroppo di un genere di nicchia, ho pensato di rivolgermi a persone più esperte di me per ricevere alcuni preziosi consigli. Quali case editrici (gratuite e non) prediligono l'Horror/thriller? Non vorrei perdere tempo a contattare agenzie a caso. Ho notato che molte di esse affermano di non prediligere alcun genere in particolare ma, onestamente, dubito sia così. Gradirei molto un'agenzia disposta ad apportare correzioni, poiché credo siano necessarie. Sono realista, il primo romanzo non può essere scritto in modo impeccabile. Probabilmente dovrò lasciar perdere le agenzie gratuite, immagino siano inondate di materiale proveniente da tutta l'Italia, ma questo non ha importanza, il mio obbiettivo è trovare un'agenzia seria e soprattutto attiva. Ringrazio di cuore chi avrà il tempo di rispondermi. Buona giornata.
  15. Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  16. Prefazione: spero di non terrorizzarvi davvero con questo racconto (sopratutto per gli errori). Per sorbire il massimo effetto empatico/emotivo, consiglio vivamente di guardare i video presenti nel testo(spoiler), solo al momento necessario. per il resto buon divertimento. Una citazione particolare per @Pulsar é grazie ad una discussione su un suo racconto, che mi è venuta l'idea per spiegare in modo reale, la possibile esistenza degli zombi. Se usavate gli horror come lassativo, questo dovrebbe fare da astringente . Caspar Weber, è così che mi chiamo, quando ho ancora la lucidità per scriverlo alla tastiera. Tedesco, maschio, uno e settantacinque di altezza, ora pesante solo sessantun chili, uno dei primi contagiati. Il parassita, forse per un innato istinto di sopravvivenza, quasi mi fa dimenticare il dato più importante: entomologo! Basterebbero quarantun giorni da quando è iniziata l'epidemia per mandare a sfacelo l'umanità. Una mutazione aggressiva del Spinochordodes tellinii, un verme parassita degli insetti è riuscito a passare ai mammiferi. La società moderna, come la conosciamo, crollerebbe in soli cinque cicli riproduttivi dall'inizio dell'infezione. Dopo due settimane dal contagio del parassita, infatti, la saliva della vittima si riempie di larve dello stesso, ed entra in uno stato di furia con cui cerca di passare al prossimo ospite tramite il morso. Il ciclo riproduttivo si ripete ogni tre giorni dopo la fase embrionale, un ciclo troppo corto per poter provare una qualsiasi cura sull'ospite. La popolazione mondiale verrebbe decimata ...Letteralmente da un'orda di Zombi, persone che fino al momento prima dialogavano serenamente con te, l'attimo dopo ti salterebbero alla gola, o a qualsiasi altro lembo di carne dove poter mordere e passare le larve. Oltretutto il parassita nelle prime due settimane di incubazione secerne endorfine, creando uno stato di benessere ed euforia che cancella quasi del tutto l'insorgenza dei sintomi da infezione. La Spinochordodes maiorem, risulta resistente a tutti gli antiparassitari usati, agli antibiotici, solo massicce dosi di aglio nell'alimentazione ha ridotto l'incidenza di infezione delle larve di un solo venti percento. Il focolaio si sta diffondendo velocemente all'insaputa della popolazione. L'esercito non vuol creare il panico...prima del tempo. Sono disperato. Sono stato rinchiuso, mio malgrado, in una baita attrezzata nella foresta nera, mi sono risvegliato nella stessa dopo aver subito gli effetti della furia ma non so se ritenermi fortunato del fatto che le mie pene avrebbero potuto finire con un proiettile in testa, anche se mi hanno lasciato una pistola nel caso lo desiderassi. Tre giorni dopo mi sono risvegliato nel mezzo del bosco, soliti crampi da acido lattico in tutto il corpo, più un paio di costole incrinate e a fianco a me la carcassa di un cervo...Come diavolo ho fatto ad abbattere un cervo a mani nude? Il morso che gli ho inferto ha reciso un'arteria della zampa. Controllo la mia bocca e ho ancora tutti i denti, non ho morso un osso o altra parte troppo dura. L'orrore che più mi pervade è che alla consapevolezza dell'arrivo del periodo riproduttivo e conseguentemente, della furia, mi ero chiuso dentro. Come ho fatto ad aprire la porta? Il sesto giorno fortunatamente devo aver cacciato un coniglio, ho alcuni ciuffi di peli ancora tra i denti, non credo potrei sopravvivere allo scontro con un cinghiale. Ho avuto notizia dall'esercito che si sono già formate bande di infetti, ed è passata solo una settimana, la bastarda non attacca i suoi simili e gli infettati come ogni essere vivente non hanno intenzione di morire, neppure io del resto. L'esercito mi intima continuamente di portare avanti le ricerche, in questa baita in cui mi ha rinchiuso, del resto ne va anche della mia vita. Ora che l'infezione si sta diffondendo, anche del mondo intero. La Spinochordodes tellinii, una volta adulta e divorato in parte il proprio ospite, costringe lo stesso usandolo come una marionetta a cercare l'acqua dove si riproduce. La sorella maggiore invece infesta l'ospite e solo quando esso muore, se ne esce strappando parte degli organi interni per portarseli dietro come culla per le sue larve. È capace di percorre anche quindici chilometri per cercare un ruscello o una fonte d'acqua dove perpetrare un ultimo tentativo di infezione. Cerco di concentrarmi sui particolari per non fare caso alla sensazione che sento nelle viscere fino in gola, al sentire quella maledetta che si agita e sogghigna dentro di me, almeno continuasse ad emettere endorfine, invece ora sento tutto il dolore che essa può provocarmi per ogni tentativo di ucciderla. Oggi è Il settimo giorno, ne ho altri due prima della prossima furia. Le larve possono diffondersi tramite morso o ingestione, ormai ogni tipo di cibo può essere contaminato, dai vegetali entrati in contatto con acqua infetta alle feci, o la carne degli animali. Le uova riescono a resistere fino a temperature di centoquaranta gradi, prima di morire, e anche solo prendere in considerazione di cuocere per lunghi periodi il cibo a temperature superiori , il decadimento dei nutrienti porterà il resto della popolazione sana ad ammalarsi. Paradossalmente, col tempo, gli infetti diventano più forti e veloci dei sani, anche senza essere in stato di furia. Il parassita nello stato di uovo una volta entrato in circolo raggiunge i polmoni dove passa la prima fase della sua trasformazione, qui alimentandosi col flusso sanguigno si allunga raggiunge prima l'apparato digerente dove una sua parte, la più grande per inciso, si estende per tutta la sua lunghezza. L'apparato riproduttivo si allunga fino all'esofago dove poco prima della furia inizierà a depositare le uova nella bocca. La sensazione è disgustosa, la schiuma giallastra che poco prima si presenta, provoca un forte shock emotivo. Altre protuberanze raggiungono vari organi: reni ,fegato e cuore, mentre un ultimo tentacolo raggiunge il cervello, tramite il tronco encefalico. Tramite le surrenali durante la furia c'è una massiccia produzione di adrenalina, il resto non è ancora possibile spiegarlo, se non tramite un'autopsia in un soggetto morto a causa del decesso del proprio parassita. Ho passato due giorni per recuperare cavie e fare esperimenti, ho provato ogni sorta di mix di medicinali, erbe aromatiche, ma il parassita sembra indistruttibile, mi informano che ne sono stati rinvenuti alcuni con una sezione di due cm e lunghi alcuni metri. Prendo il mio ultimo esperimento, ho provato a infettare con la maiorem nuovamente un insetto, una mantide per la precisione trovata sul davanzale due giorni fa. Forse allo stato embrionale si comporta come la sorella minore ma ho provato a iniettare alcuni fosfati all'insetto, ho rischiato di uccider la mantide ma non il parassita. Forse ho ancora mezza dozzina di ore prima della prossima crisi, mi appresto ad uccidere la mantide per fare in modo che il parassita lasci l'ospite, effettuerò un'autopsia sulla Spinochordodes maiorem e un'analisi dei suoi tessuti dopo la crisi, se riuscirò a sopravvivere. Accendo la telecamera. Ma cosa... il parassita lascia l'ospite prima del decesso dello stesso, che abbia un comportamento simile? No, la spiegazione deve essere un'altra. Ragiona Caspar, hai fatto altri esperimenti del genere, il parassita non usciva dall'ospite mammifero solo perché immerso. Aspetta, forse è ipossia! L'apparto respiratorio degli insetti e fondamentalmente diverso dai vertebrati esso percorre tutta la superficie del corpo con stigmi e trachee, immergendo la mantide l'ho fatta soffocare. Con una cavia devo provare ad abbassare la saturazione di ossigeno. Devo trovarne un'altra, rivolto ogni gabbia, ogni teca, di questo laboratorio, metto tutto a soqquadro ma non trovo nulla. MERDA! Sono forse a un passo dalla soluzione e forse la prossima crisi mi ucciderà. Pensa Caspar, potresti uscire e trovare un topo ma se fossi poi preda della furia? In verità è rimasta una cavia; guardo la telecamera con terrore, infondo il mio destino è segnato. Il mio sguardo cade sulla pistola, mentre preparo un catino d'acqua, fra un poco accenderò la telecamera e so che qualsiasi sia la mia scelta, per un solo attimo sentirò le mie urla mischiarsi alle vostre. Vi scongiuro, fate che tutto questo non sia inutile. Inizio esperimento finale.
  17. Titolo: Hell Patrol Autore: Alex F. Penni Collana: Odissea Digital Casa editrice: Delos Digital ISBN: 9788825401288 Data di pubblicazione (o di uscita): 7 Marzo 2017 Prezzo: 3.99 € Genere: Horror / Gotico Pagine: 125 Quarta di copertina o estratto del libro: Per perseguire la vittoria del Bene contro il Male a volte bisogna scendere a terribili compromessi... La vita di un tranquillo paesino del Monferrato viene sconvolta dall’arrivo di uno strano personaggio, Jonas Abelton. Apparentemente scrittore in cerca di ispirazione, che ben presto metterà in pratica il suo diabolico piano per soggiogare prima gli abitanti del paese, poi il Mondo intero, creando il proprio Esercito del Male. Uno scrittore fallito, Jack Fox, e la sua compagna Cinzia, tenteranno di ostacolarlo, ma la vittoria del Bene sul Male non è sempre così scontata e soprattutto, a volte, richiede uno scotto molto duro da pagare. L'autore: Alex F. Penni (il vostro Pennywise sul WD), nato nel Monferrato astigiano negli anni 70, è il lato oscuro dell’amministratore storico di StephenKing.it, il più grande portale italiano sullo scrittore americano. Ingegnere votato alla letteratura in tutte le sue forme, è autore di numerosi articoli, recensioni e racconti pubblicati online. Nel 2015 completa la prima raccolta di racconti dal titolo: Lo Specchio dell’Anima, costituita da 10 racconti in stile horror/gotico, pubblicata col patrocinio di StephenKing.it. Sempre nel 2015 il racconto Il Ladro di Bambini viene selezionato per entrare a far parte dell’antologia Schegge per un Natale Horror 2015, edita dal portale LetteraturaHorror.it. Nel 2016 il racconto Le Lezioni del Professor Morte viene selezionato per entrare a far parte dell’antologia Z di Zombie, edita dal portale LetteraturaHorror.it e patrocinata da Dunwich Edizioni. È autore inoltre, con il suo lato “visibile”, di thriller e noir. Hell Patrol è il suo primo romanzo horror pubblicato con Delos Digital. Link all'acquisto: http://delos.digital/9788825401288/hell-patrol https://www.amazon.it/dp/B06XB6XPZD?tag=fantascienzac-21
  18. Nome: GonZo Editore Sito web: https://gonzoeditore.com/ Distribuzione: non specificata Modalità di invio dei manoscritti: https://gonzoeditore.com/contatti/ Facebook: https://www.facebook.com/gonzoeditore/ Ho scritto per avere informazioni, mi ha risposto il direttore editoriale in persona, con simpatia e gentilezza. Sono un gruppo di giovani, mi pare di aver capito tutti under 35. Casa Editrice relativamente nuova, di Firenze. Unico genere non ammesso : romanzi rosa. Mi hanno fatto una splendida impressione e mi hanno assicurato che non chiedono contributi agli autori di nessun genere. Hanno appena aperto le iscrizioni per un concorso letterario gratuito. Riferimento Marco Michail.
  19. Salve a tutti, sono qua per chiedervi un parere veloce e, se possibile, qualche buon consiglio. Da qualche mese sto lavorando ad una sorta di progetto editoriale che fonda la costanza di un blog con l'uscita in autopubblicazione ad un euro e, magari, l'immediatezza di un social. L'idea sarebbe quella di tenere un falso diario (blog) di avventure di un personaggio, protagonista dei romanzi brevi a autopubblicare. Assieme a questo dedicargli una pagina Facebook o un account Twitter come fosse un personaggio reale. Ora, so che descritta così sembra un casino assurdo e in effetti lo è ma mi sembra una cosa piuttosto innovativa da provare; la mia domanda è quanto davvero ne valga la pena, specialmente per come è messo il mondo della lettura in Italia e il mondo della scrittura underground. Voi cosa ne pensate? Ho googlato blog di racconti e non ne ho trovati tantissimi, forse perchè chiedono tanto (o troppo) lavoro e se ne cava mezza gratifica.
  20. Buongiorno a tutti. Ho un problema - dubbio e avrei bisogno di un parere tecnico (medico-legale) per non scrivere cavolate. Purtroppo non ho mai sgozzato nessuno su di un prato innevato (per mancanza di neve, ovviamente!) e quindi ho alcuni dubbi riguardo alla "reazione" del sangue sulla neve. Posto che in quanto liquido "caldo" dovrebbe sciogliere almeno in parte la neve su cui cade, i miei problemi iniziano riguardo al colore che dovrebbe assumere. Il sangue tende a scurire con il tempo, ossidandosi... ma in quali tempistiche? E queste tempistiche vengono accelerate o rallentate dalla neve? In pratica il sangue sul cadavere e quindi non a contatto con la neve dovrebbe scurirsi prima o dopo di quello che è invece caduto a terra? Sapete darmi anche delle tempistiche approssimative prima che il sangue coaguli e si solidifichi? Mi servirebbe per capire se si può risalire con precisione (più o meno) all'ora del decesso confrontando le due reazioni diverse. Rispondendo a questo post mi risparmierete figuracce (sono in fase di revisione e non voglio scrivere stupidaggini!) e vi ringrazio anche a nome di colui/colei che non dovrò più usare come test alla prossima nevicata.
  21. Immagine di copertina: Titolo: La Città delle Streghe Autore: Luca Buggio Casa editrice: La Corte Editore ISBN: 978-88-88516-02-1 Data di pubblicazione (o di uscita): 28 settembre 2017 Prezzo: 16,90 € Genere: thriller storico Pagine: 392 Quarta di copertina: Ottobre 1703: la politica spregiudicata di Vittorio Amedeo II porta il Ducato di Savoia in guerra contro la Francia. Laura Chevalier, cresciuta tra i campi di fiori vicino a Nizza, crede di essere al sicuro fuggendo a Torino, ma scopre che la capitale del Ducato non è una città come tutte le altre. Ci sono cose di cui non si può parlare se non sotto la protezione dei Santi, perché l'Uomo del Crocicchio è sempre a caccia di anime e potrebbe essere in ascolto. Misteriose presenze si aggirano per le vie quando scende la notte, e cadaveri mutilati vengono ritrovati la mattina seguente. Lo sa bene Gustìn , un tempo monello di strada che si è fatto le ossa fra imbrogli, furti e truffe fino a diventare una delle spie del Duca. Disilluso e intraprendente, è l'uomo giusto per fare i lavori sporchi, ma anche per mettersi a caccia di banditi, streghe e serial killer. Le loro vite si sfiorano mentre la città si prepara a sostenere l’assedio che deciderà i destini della guerra e del Ducato, tremando per i segni diabolici, affidandosi ai presagi celesti. Link all'acquisto: http://www.lacorteditore.it/prodotto/la-citta-delle-streghe-luca-buggio/ https://www.amazon.it/città-delle-streghe-Luca-Buggio/dp/8885516025 https://www.ibs.it/citta-delle-streghe-libro-luca-buggio/e/9788885516021 https://www.libreriauniversitaria.it/citta-streghe-buggio-luca-corte/libro/9788885516021 http://www.giuntialpunto.it/product/8885516025/libri-la-città-delle-streghe-luca-buggio https://www.unilibro.it/libro/buggio-luca/la-citta-delle-streghe/9788885516021
  22. LEGGENDE POPOLARI (Ci tengo a precisare che il racconto ha una forte ispirazione lovecraftiana.) Conosce la leggenda di Vurvan, viandante? No? Bene, allora vedrò di delucidarvi in merito ad essa. Nessuno conosce la sua vera identità, nessuno sa cosa egli cerchi dal mondo o da dove venga. In effetti, nessuno è certo della sua reale esistenza. Si raccontano storie, tante storie, che differiscono l’una dall’altra ogni angolo del mondo, da ogni regno, villaggio, cittadina e continente. Da ogni tempo, sin dall’avvento dei primi uomini si narra di Vurvan l’Errante, cavaliere misterioso e cupo che viaggia tra i mondi, tra il passato e il futuro, da città in città senza mai fermarsi. Chi dice di averlo visto viene deriso e beffato, poiché i fatti che accompagnano l’arrivo di Vurvan in qualche luogo hanno sempre dell’inspiegabile. Ma partiamo con ordine. Si dice che Vurvan, così chiamato dai popoli, sia un cavaliere completamente vestito di nero. Si dice indossi un cappuccio che nasconda il suo volto e mostri solamente le sue labbra ritorte in una smorfia divertita, contornate da una leggera barba. I testimoni dicono che indossi una pesante armatura di fattura sconosciuta, dalle sfumature nere e tetre come se fosse stata arsa assieme al suo possessore. Alcuni dicono che Vurvan confessò loro il materiale di cui era composto il suo equipaggiamento: numerose ossa fuse tra loro, ossa di pietra di grandi aberrazioni innominabili e sovrani malvagi, scaglie di draghi neri e viverne della cupidigia. Tutte quelle ossa erano state forgiate dal sangue e dal fuoco di demoni innominabili dimenticati dal tempo, del futuro e del passato e del presente. Per alcuni questa versione è troppo fantasiosa e dettata dalla paura verso il cavaliere, visto in notti di tempesta e senza luna da sembrare un’ombra nera di giustizia e supplizio eterno. Altri invece danno credito a queste dicerie, aggiungendo che assieme all’armatura nera dell’incappucciato Vurvan, egli porti con sé due reliquie di un mondo perduto e senza tempo, lontano e dimenticato dalla memoria di ogni uomo. La prima reliquia è una spada bastarda, enorme ed intarsiata di materiali a noi uomini sconosciuti. La lama è corrosa e rancida e si dice si chiami Reinheit, pulsante della materia viva delle prede abissali che il cavaliere Vurvan affronta con essa; è incisa di parole e simboli indecifrabili che narrano le gesta d’una antica e perduta razza d’uomini a cui Vurvan appartiene. L’altra reliquia è una leggenda a sé stante. Si racconta infatti che Vurvan l’Errante porti con sé la maledizione tra le maledizioni, la sciagura più grande di ogni tempo e sopra ogni immaginazione. Colei che viene chiamata Malva la Strega Nera. Malva è, secondo le leggende, una figlia del demonio caprino nero che visse anni orsono in un continente ormai inabissato. Si dice che ella era talmente potente quanto bella che venne imprigionata per il bene dell’umanità in una torre ai confini di tutti i mondi, tra la cenere e il buio dell’abisso, in mezzo al freddo ed al gelo, tra ghiacci e vulcani dove nessuno aveva mai messo piede. Sempre secondo la leggenda, la strega Malva accettò la sua condanna e per lunghi, interminabili anni si abbandonò a sé stessa. Ma proprio quando stette per cedere e suicidarsi, Vurvan l’Errante aprì la porta della sua cella, dopo aver scalato la torre ed affrontato cenere, buio, abisso, freddo e gelo, ghiacci e vulcani, guardiani innominabili, creature potenti e disgustose per eoni interi di esistenza. Vurvan liberò Malva e questa si legò a lui indissolubilmente. Da questo momento in poi, le leggende narrano che Vurvan e Malva portino scompiglio tra le genti di ogni dove, scatenando miasmi di morte e creature terribili alle corti di ogni sovrano. Alcuni però sono di tutt’altro avviso: Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera compaiono soltanto dopo che demoni e bestie innominabili attaccano il mondo. I due tetri individui giungono per salvare il popolo e ricacciare nell’abisso le bestie da esso venute. Si narra che nel regno di Urpan sotto le foci del fiume Jaev, nella città di Hassaria, Vurvan venne per ucciderne il sovrano, Banorm, che impazzì trasformandosi in un mostro nero dai lunghi tentacoli pelosi, zanne aguzze e occhi vitrei iniettati di sangue. Si canta a Lavaran il giorno in cui Vurvan e la maga Malva attaccarono e distrussero il cimitero della vicina città di Ruperne, dove i morti si erano risvegliati ed avevano preso il posto dei vivi. Ancora si dice sui monti Falla che Vurvan e Malva uccisero bambini innocenti per evocare un’enorme demone verde da un mondo che nessuno osa immaginare. A Portonuovo viene tramandata la diceria secondo quale, nelle notti buie quando le nuvole oscurano la luna, Vurvan l’Errante si levi a cavallo del suo nero destriero per uccidere donne e bambini e mangiare i loro cadaveri. Tutte dicerie discordanti che variano da continente a continente, da città in città, da luogo in luogo. Sta il fatto, gentile viandante, che Vurvan l’Errante forse l’ho visto anch’io. Era notte fonda e me ne stavo seduto nella mia piccola ed umile dimora. Appena due stanze grandi abbastanza per poter far vivere dignitosamente il sottoscritto, mia moglie e le mie due piccole figlie, Berta e Norta. Bene, dicevo, me ne stavo tranquillo davanti al fuoco, seduto sulla mia sedia a dondolo quando ad un tratto sentii provenire dall’esterno urla strazianti, così acute da farmi sanguinare le orecchie. Andai a controllare mia moglie e le mie figlie che erano spaventate e piangenti, e dissi loro di chiudersi in casa e non aprire per nessuna ragione, quindi mi allontanai da loro e uscii di casa, sigillando la porta con tutte le mandate del chiavistello. Avevo paura, tremavo e manco sapevo a cosa andavo incontro, ma dovevo accertarmi cosa stesse spaventando me e la mia famiglia. Feci qualche passo nella foresta che sin da bambino avevo sempre esplorato e che in quel momento mi parve nient’altro che una visione depravata e disturbante, cui non riconoscevo strade, alberi e anfratti. Un grande terrore mi assalì e provai a tornare indietro, ma non vidi altro che alberi neri ed inquietanti che si alzavano minacciosi contro di me. La mia casa sembrava sparita, così come i canti notturni dei rapaci. Non udivo niente, se non l’urlo straziante che sentivo correre verso di me ad una velocità che mi raggelò il sangue. Mi acquattai terrorizzato, sperando di confondermi con la terra e con le foglie ma così non fu. Dagli alberi saltò fuori questa orribile cosa che ancora oggi non so come descrivere, se non dire che ella era orribile e riluttante, simile ad un grande rospo peloso con zampe di gallina, pelle di serpente, muso di capra e corna di cervo. Urlò di nuovo e fui costretto a tenermi le orecchie, ormai zampillanti di sangue. E’ colpa di quella notte di vent’anni fa se il mio udito adesso è guasto e ci sento poco e niente. Comunque, stavo dicendo, la bestia urlò straziantemente con una voce femminile, ben lontana dalle sue sembianze mostruose. Cercò di uccidermi. Mi afferrò, mi strattonò e mi lanciò via in mezzo all’erba e quando fu sopra di me, temetti il peggio. Ero pronto a morire e piansi, piansi straziatamene come non avevo mai fatto prima. Lo confesso senza vergogna, me la feci tutta nei calzoni. Un vecchio come me non aveva mai visto un orrore simile e mai avrebbe desiderato vederlo, messere. Accadde che a quel punto quando la belva mi fu sopra pronta ad azzannarmi, ci fu un impatto così violento che credetti che un ariete od un fulmine avessero colpito in pieno l’obbrobrio vivente scagliandolo metri e metri lontano da me, nel buio della notte. Allora tirai un sospiro di sollievo, vedendomi scampato alla morte e cercai di sondare il buio coi miei occhi stanchi e confusi. Ora le dico che la mia vista adesso è compromessa, stancata da troppi anni di vita, ma quella notte oscura ci vedevo benissimo. Vuole sapere che cosa vidi, gentile viandante? Vidi un cavaliere dall’armatura nera come pece, vidi il suo cappuccio sventolare nel vento di quella pazza notte e coprirgli mezzo volto, lasciandogli scoperto solamente il mento barbuto. Impugnava una spada enorme che a tratti brillava, su cui erano incisi strani simboli e parole che non compresi. Con quella spada aveva infilzato l’orrenda creatura, proprio come noi comuni umani infilziamo il coltello nel burro caldo. Non riuscii a dire niente e mi paralizzai, non credendo ai miei occhi. Poi lui si girò verso di me, sorrise beffardamente e vidi i suoi denti bianchi. Non vidi i suoi occhi perché erano coperti dal cappuccio nero e consunto, ma udii le sue parole. Mi disse: «Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, chiudi la porta di casa e tappati le orecchie. Non guardare le finestre, non ascoltare nient’altro oltre al tuo respiro e soprattutto non aprire la porta a chi bussa, per niente al mondo.» la sua voce era calma e vigorosa, come quella di un giovane guerriero. Gli chiesi il perché, tremando come una foglia. Lui mi rispose: «Perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono e sul mondo giungono le bestie senza nome, le perversioni degli uomini, i peccati fatti carne e insozzano il mondo con la loro mondezza.» a questo punto lui rise amaramente, osservando il cielo. Le nuvole stavano abbandonando la luna e gli alberi mutavano intorno a me. Vorticavano macabramente, sembrando riprendere le loro posizioni originali. Ora riconoscevo i sentieri, i viottoli. Mi voltai e vidi casa mia, posta dove l’avevo edificata con fatica negli anni della giovinezza. Ancora egli rise al mio stupore e mi disse: «Ricorda, vecchio. Quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo. Quindi non guardare le finestre, serrale se puoi. Tappati le orecchie e non aprire a chi bussa alla tua porta, perché quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, Vurvan l’Errante e Malva la Strega Nera sono a caccia per sigillare l’Innominabile.» Mi sorrise ancora e poi svanì nel vento come se non fosse mai stato presente, assieme alla creatura che mi aveva attaccato. Poi mi girai verso casa e vidi la porta spalancarsi, ne uscì una donna bellissima e lugubre, che cantò alla luce della rinnovata luna e poi scomparve. Prima di dissuadersi nel buio come aveva fatto il cavaliere, ella mi disse: «Tua moglie e le tue figlie riposano beate e nulla ricorderanno di questa notte, al loro risveglio. Vai a dormire con loro e ricorda, quando la notte è buia e strane nuvole coprono la luna, le porte dell’Innominabile si aprono sul mondo.»
  23. Eugenio fissava la vetrina con sguardo vago, distratto. Non sapeva neanche lui per quale motivo si fosse fermato lì davanti, ma fu in quel preciso istante che la vide tra i riflessi, eterea come un'illusione. Il volto emaciato, solcato da profonde cicatrici purpuree, era incorniciato da sottili capelli bianchi che danzavano tutt'attorno al capo come filamenti di ragnatela sospinti dal vento. Teneva lo sguardo basso, cercando di nascondere gli occhi per non far vedere quelle lacrime che una dopo l’altra, l’avevano resa quel che era… un mostro. Ma Eugenio questo non poteva saperlo e vedendo quella donna oltre il vetro, scossa dai singhiozzi, non riuscì a restare indifferente. In un slanciò di compassione si protese in avanti appoggiando i palmi sulla vetrina, e che importava se l’avrebbe sporcata, il bisogno di aiutare aveva la priorità. “Ehi, ti serve aiuto?” esclamò sentendo crescere dentro di sé il bisogno di consolarla. La donna si immobilizzò. I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata. Sollevato per essere riuscito ad attirare la sua attenzione, Eugenio si preparò a sorridere sperando così di infonderle un po’ di coraggio. Lentamente, la donna sollevò il capo. I capelli si spostarono dal viso come un sipario e i suoi occhi, due enormi pozzi neri, si posarono con tutta la loro mostruosità su di lui. L’uomo trattenne improvvisamente il fiato, il sorriso scomparve, scacciato da una nuova emozione più viscerale. Un brivido lo attraversò da cima a fondo accompagnato da un’improvvisa ondata di panico. La sua essenza venne risucchiata fuori dal corpo, catturata da quegli occhi contornati da cerchi violacei e lacrime di sangue. Eugenio spalancò la bocca per urlare ma era incapace anche solo di respirare… il centro assoluto dei suoi pensieri era permeato da quei due profondi buchi neri. La sua anima venne strappata dal corpo, catapultata in un’altra dimensione. Senza capire come, si ritrovò in una stanza buia e afosa, assieme a lui nuovamente quella donna, che ora sedeva davanti alle braci morenti del focolare. Eugenio poteva scorgerne il profilo dal naso leggermente aquilino e le labbra carnose. Sembrava molto giovane, dall’aspetto fragile e delicato. Aveva lunghi capelli neri che ricadevano attorno al corpo come un mantello. La donna piangeva, cercando di soffocare i lamenti, con le mani strette convulsamente attorno alla vita, si dondolava avanti e indietro al ritmo dei propri singhiozzi. Improvvisamente, il suo pianto venne interrotto dal rumore della porta che si apriva, e lei balzò in piedi. Prima ancora che il nuovo arrivato fosse entrato del tutto, la donna si gettò a terra supplicandolo. Con un grottesco connubio di disperazione e fervore cominciò a baciargli le scarpe, a piangere e implorarlo senza alcun ritegno. Avrebbe fatto qualunque cosa per cancellare quel che stava accadendo. “Ti prego! Ti supplico! Non far loro del male! Farò qualunque cosa vorrai ma riportali indietro! Sono solo dei bambini!” Il volto dell’uomo era solcato da profonde rughe di disapprovazione rese ancora più nette dagli ultimi bagliori delle braci. Cercando di aguzzare la vista, Eugenio distinse il colore innaturalmente rosso della sua pelle, le labbra sottili e tese, mentre gli occhi erano come due grandi tizzoni ardenti, contornati da sopracciglia lunghe e ispide. Era circondato da un aurea putrida e sporca, risultato di una vita trascorsa tra la feccia dell’umanità, spettatore dell’espressioni più ignobili dell’animo umano. Con gelida certezza Eugenio seppe che si trattava del guardiano di tutte le anime immonde che vivevano sulla Terra, insozzando e contaminando gli spiriti puri. Era il Diavolo. In un moto di disgusto, il demone sferrò un calcio alla donna per allontanarla. Ma lei, completamente insensibile al dolore, tornò subito a carponi da lui e ancora più determinata di prima, gli abbracciò le poderose gambe nude, baciandolo e stringendolo al culmine della disperazione più totale. Lentamente, sul volto del Diavolo affiorò un ghigno compiaciuto e il suo ego maligno rinvigorì soddisfatto. Era così che sarebbe dovuta andare fin dall'inizio! -pensò il demone- Ed è così che sarà d’ora in avanti. La sua sposa non doveva avere altri pensieri al di fuori di lui. Voleva essere l’unico punto focale delle sue giornate, tutte le sue azioni dovevano essere impiegate al solo scopo di compiacerlo e servirlo. E mai avrebbe tollerato che qualcun altro, neppure i suoi stessi figli, si frapponessero tra loro. Lui era il tutto e null’altro doveva esistere. Ritenendosi soddisfatto di tanta devozione, in un improvviso moto di indulgenza, le concesse una carezza sulla testa, quasi una grazia. “Non erano altro che carne da macello” sussurrò dolcemente piegandosi verso di lei “troppo innocenti, troppo fragili perché la loro vita avesse valore. Diventeranno la più prelibata delle bistecche quando li cucinerai” “Nooo!!” Non appena quelle terribili parole attraversarono il velo di disperazione che l’avvolgeva, la donna cominciò a gridare fuori controllo: “Cosa hai fatto! Come hai potuto! Ai tuoi figli!! Aaaah, Aaaaah!” Senza più alcun freno, senza più nulla per cui valesse la pena vivere, si lasciò crollare a terra urlando con tutto il fiato che aveva in corpo. Le mani corsero ai lunghi capelli e li strapparono con violenza, facendo scempio del dono più bello che la giovane avesse mai avuto. Poi trovarono il volto, e lo graffiarono scavando lunghi solchi sulle guance. Non esisteva più nulla al mondo che avesse significato, nulla per cui valesse la pena vivere e combattere. Una cosa inaudita, impossibile da accettare e tantomeno da tollerare: i suoi figli erano stati uccisi e tutto era diventato pura follia. Il diavolo, non sopportando ulteriormente di sentire le sue urla, la scavalcò con una lunga falcata e si diresse alla dispensa sghignazzando soddisfatto. Era stanco dopo tutto il lavoro che quei mocciosi gli avevano procurato. Scuoiarli, eviscerarli e tagliarli in pezzi era stato un lavoro più faticoso di quanto avesse immaginato. Ora aveva solo voglia di rifocillarsi, rilassarsi e riposare. Eugenio assistette a quella scena come un fantasma, senza alcuna possibilità di fare qualcosa. Ma il suo animo era come un vulcano in eruzione, tutto ciò che aveva visto e compreso lo avevano riempito di rabbia e disgusto che ora traboccavano da lui come lava ardente. Il senso di impotenza lo stava facendo impazzire ma lui non era altro che uno spettatore in quella vicenda. In quale universo perverso e malato poteva accadere una cosa del genere? Che razza di allucinazione pazzesca stava vivendo? Sentiva il bisogno lacerante di raccogliere tra le braccia quella donna e cancellare ogni suo dolore. Allo stesso tempo avrebbe voluto sbattere il demone a terra e fracassargli il cranio a calci. Quell’essere, quell’abominio, meritava di essere eliminato nel peggiore dei modi. Intrappolato in quell’incubo che non gli apparteneva, lacerato dal bisogno di compiere giustizia, Eugenio cadde in ginocchio e urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Rapidamente così com’era stato risucchiato in quella visione, si ritrovò davanti alla vetrina, nella stessa identica posizione in cui tutto era cominciato. I polmoni si gonfiarono improvvisamente d’aria e un urlo improvviso gli sfuggì dalle labbra. Si allontanò dal vetro come se si fosse scottato. Era stordito dal rapido viaggio mentale che aveva compiuto ma la donna oltre il vetro era ancora lì e lo guardava con il volto sfigurato e imbruttito da cicatrici, lacrime e sangue. Proprio come poco prima aveva fatto Eugenio, protese le mani in avanti e le appoggiò alla vetrina, cercando di avvicinarsi il più possibile. Nei suoi inquietanti occhi l’uomo intravide qualcosa di diverso: era forse una debole scintilla di tenerezza? Le labbra sottili e screpolate della donna si mossero e l’uomo udì la sua voce come se gli stesse sussurrando all’orecchio: “Io sono la Chascona… e mi dispiace avergli permesso di ucciderti.” La donna abbassò lo sguardo e ricominciò a piangere piena di straziante dolore. Eugenio, sconvolto e confuso da quelle parole, dopo un unico impercettibile battito di ciglia, si ritrovò nuovamente solo. L’uomo si guardò attorno con il viso stravolto, cercando di comprendere cosa diavolo gli stesse accadendo… era stato vittima di un orribile scherzo? Un’allucinazione dovuta allo stress? I passanti attorno a lui camminavano tranquilli, di certo loro non erano stati minimamente toccati dalla sua stessa esperienza. Quando una coppia lo affiancò davanti alla vetrina per osservare i manichini agghindati, si voltò verso di loro. Li fissò con occhi stralunati, cercando nei loro sguardi una risposta che lo rassicurasse. I due si tirarono indietro spaventati. Eugenio, lottò faticosamente per racimolare le forze e articolare una frase: “Cco co co co…” ma come un balbuziente, gli uscì un’unica sillaba ripetuta. Sempre più perso e impaurito, li supplicò con lo sguardo, cercando di scorgere una briciola di comprensione ed empatia in loro. Sfinito, si limitò a fissarli attendendo. Ma niente. Lo guardavano seri, non parlavano. Forse una traccia di pietà nel loro sguardo.
  24. commento a mara Davide percepì una strana sensazione, qualcosa di simile a mille agi che s'insinuano sotto pelle, arrivando alla consapevolezza che quello che lo circondava era acqua. Troppo tardi forse, perché il primo istinto fu di respirare e Davide dimenò le membra per cercare di resistere ai conati di tosse che cercavano di espellere il liquido dai polmoni. Cercava disperatamente una superficie di quel mondo, il battito del cuore era persino più doloroso di quello dei polmoni, il panico bruciava più intensamente il poco ossigeno rimasto e la poca lucidità mentale, poi una mano si poso sul suo capo come ultima benedizione prima della morte. Davide poté soltanto portarsi in posizione fetale per l’atroce dolore al torace, prima di scomparire nell’oscurità. Hamish raggiunse l’aria, una superficie aveva fatto da appoggio alla sua mano per pochi istanti, giusto il tempo e la spinta per portare la sua bocca fuori da quel mare di angoscia, a divorare il prezioso respiro che gli mancava. I suoi occhi furono lacerati dalla luce abbagliante del sole, ma la spasmodica ricerca di un punto di riferimento lo costrinse ad adattarsi velocemente. Le membra erano intorpidite dal gelo dell’acqua, ma almeno il sole abbagliante scaldava il suo volto. Tra le ombre che iniziavano a disegnarsi ai suoi occhi, percepì altri disgraziati come lui cercare di raggiungere la superficie del mare in cui erano immersi. Era aberrato dalla visione di gente disperata che per salvarsi utilizzava le altre persone come appoggio, alcuni di loro nel panico si affogarono a vicenda, ma sapeva di non poter criticare tale meschino comportamento, ne ammonire ne chiamare, nessuno lo avrebbe ascoltato, avrebbe forse solo potuto dare il buon esempio e inizio a nuotare. L’istinto lavorò in maniera bizzarra, all’orizzonte si stagliava la sagoma di una costa, forse un’isola, sormontata da un’imponente vulcano, ma non fu quello a guidare il suo sforzo, ma un faro, una sorta di luce, di strappo nel cielo sopra il vulcano stesso che pareva non esistere se non nel momento stesso che lo si osservava. Nuotò con tutte le sue forze e altri con lui, e seppur lontani dalla spiaggia forse solo due o trecento metri, essi furono il percorso più lungo e faticoso che si potesse immaginare. Nella nebbia mentale molti nuotarono con i vestiti zuppi di acqua divenendo dei propri e veri macini. Hamish lo capì che era quasi a metà percorso vedendo alcuni suoi compagni di sventura, si fermo un attimo da quella foga per togliersi la camicia che ne appesantiva i movimenti, ne arrotolò più che poté i lembi per poterla fissarla alla vita, qualcosa gli diceva che avrebbe potuto servigli in futuro. Hamish notò altri togliersi anche le scarpe, lui però le aveva già perse. Affondò le unghie nella sabbia finissima e dorata come se affondasse i denti nel cibo dopo una settimana di digiuno, era felice di esser vivo, era al sicuro ora, e senti una profonda e immorale gioia alla consapevolezza, di non essere ridotto come la prima persona su cui il proprio sguardo cadde. Le urla di quel disgraziato lo percuotevano come un tamburo, esso si trascinava sulla sabbia lasciando una lunga scia di sangue che partiva da un moncherino della gamba destra staccata di netto forse da uno squalo. Il pallore del suo volto presagiva la sua morte imminente per dissanguamento, presto le sue urla si sarebbero affievolite. Hamish improvvisamente si sentì mancare, troppa roba in troppo poco tempo, eppure l’adrenalina lo sorreggeva, anche perché era l’unica cosa cui poteva attaccarsi. Nessun ricordo gli rammentava cosa potesse essere successo e guardò il cielo cercando tracce di fumo di un aereo precipitato e cercò sull’orizzonte del mare tra quelle persone che arrancavano verso la salvezza le tracce di un relitto che potesse rammentargli perché fosse lì. «Hei you! Wats your name?» D’istinto Hamish, parlò un fluente inglese, ricordò di saper parlare anche italiano «come ti chiami?» Ma la persona cui si era rivolto sembrava non capire, la donna si stringeva tra le ginocchia guardandolo con gli occhi bassi, come un cane percosso dal padrone «parla tedesco, non capisce un h di quel che dici.» Hamish voltandosi, vide nella stessa posizione un omuncolo pelle e ossa, tremante e giustamente spaventato, di origine semitica almeno a giudicare dalla carnagione e ripeté la domanda al suo nuovo interlocutore, lui rimase per un attimo confuso poi rispose: «Osud … credo.» «Ricordi come diavolo siamo finiti in tale situazione? Ricordi da dove veniamo?» Osud fu percorso da un fremito e rispose con rabbia «Cosa cazzo vuoi che ne sappia, voglio tornare a casa ma non so nemmeno dove sia.» preso dal terrore si portò la testa tra le ginocchia. «Non riesco a ricordare che questo maledetto giorno!» Un rumore attutito e profondo iniziò a farsi strada mentre Hamish notò una figura gesticolare tra il sottobosco poco lontano. «Quell’uomo non sembra un naufrago, sembra volere che lo seguiamo.» Osud si voltò, verso la figura e arrancando andò verso la donna per spronarla con qualche parola in tedesco. «Sei sicuro di voler andare con lui?» «Non ho altre idee e quei motori che si stanno avvicinando mi ispirano molta meno fiducia di una singola persona.» Hamish ora si rendeva conto che quello strano rumore era quello di jeep che si facevano strada nella foresta e incitando in italiano e inglese più persone che poteva si diresse verso quello strano figuro. «state giù!» Se Osud risultava pelle e ossa quello strano maschio era ridotto ad una larva, eppure con una forza e decisione marmoree ripeté la frase in più lingue. «Andiamo! dobbiamo allontanarci da qui!» «Aspetta non sappiamo chi sei, ne cosa vuoi da noi e non possiamo abbandonare tutta quella gente!» «Per loro e tardi, ma se starai nascosto qui potrebbero non notarci!» la mano di quello sconosciuto abbasso con forza la testa di Hamish e le oltre venti persone che li avevano raggiunti fecero lo stesso acquattandosi il più possibile. Quattro jeep di stampo militare da seconda guerra, alzarono la sabbia giungendo sulla riva. Gli uomini che ne scesero, vestiti con un abbigliamento vittoriano, sembrarono compiere una cernita dei rimanenti. Quelli che a loro giudizio sembravano sfiniti, furono abbattuti a colpi di machete, alcuni che osavano alzarsi venivano freddati da un colpo di pistola, tutti gli altri caricati sulle jeep in catene. «Andiamocene ora, prima che si accorgano anche di noi, sempre se non volete fare la stessa fine!»
  25. Nome: Eris Edizioni Sito web: http://www.erisedizioni.org/home.html Distribuzione: CDA, DIEST DISTRIBUZIONI, BOOKLET, Librerie e fumetterie fiduciarie (http://www.erisedizioni.org/distribuzione.html) Modalità di invio dei manoscritti: proposte@erisedizioni.org Una guida rapida Facebook: https://www.facebook.com/erisedizioni/?fref=ts