Cerca nel Forum

Risultati per i tag 'fantasy'.

  • Cerca per Tag

    Tag separati da virgole.
  • Cerca per Autore

Tipo di contenuto


Il mondo dell'editoria, senza filtri.

  • Inizia qui la tua avventura nella community
    • Regolamento del Forum
    • Ingresso
    • Bacheca
  • Il mondo dell'editoria
    • Case Editrici
    • Piattaforme Print on Demand
    • Agenzie Letterarie
    • Librerie
    • Freelance
    • Questioni legali
    • Concorsi ed Eventi esterni
    • Varie ed eventuali
  • Officina
    • Narrativa
    • Poesia
    • Contest del Writer's Dream
    • I migliori racconti del WD
    • I nostri libri
  • Documentazione
    • Scrivere
    • Leggere
  • Area Relax
    • Agorà
    • WD Club
    • Il blog del Writer's Dream

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione e avventura
  • Biografie, diari, memorie
  • Fantascienza, Horror, Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura non di genere
  • Letteratura erotica
  • Letteratura Rosa
  • Bambini e ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Categorie

  • Arte, cinema e fotografia
  • Azione, avventura
  • Biografia, diari e memorie
  • Fantascienza, Horror e Fantasy
  • Gialli e Thriller
  • Letteratura Erotica
  • Letteratura Rosa
  • Letteratura non di genere
  • Bambini e Ragazzi
  • Società e Scienze sociali
  • Storia
  • Poesia

Calendari

  • Presentazione in Libreria
  • Concorso Letterario
  • Corso di scrittura
  • Altro
  • Evento del Writer's Dream

Trovato 150 risultati

  1. Io adoro il fantasy, ne ho letti a chili, e adoro anche scrivere trame fantasy. Ora però ho un dubbio da proporvi; il fantasy é un genere bellissimo perché con esso si possono affrontare in modo profondo tantissime tematiche, dal razzismo al dolore al coraggio (a questo proposito, mi ricordo che anni fa lessi un interessante articolo in cui si spiegava che uno studio aveva evidenziato come i lettori di fantasy, leggendo storie in cui l'eroe ha una crescita nel viaggio del libro con cui affronta le sue difficoltà e paure, aiutava a costruire ragazzi che sapessero affrontare attivamente la vita senza arrendersi alle prime difficoltà). Però é anche un genere che, poiché molto adatto alla vendita commerciale, é stato abusato tantissimo. Ora, la mia domanda é questa: secondo voi, quali sono le trame fantasy talmente scontate da essere ormai inutilizzabili? A me viene in mente la classica trama: eroe sfigato che abita in un impero dominato da un oscuro signore potentissimo che l'eroe può sconfiggere ricercando un potente talismano magico. Roba da richiamare l'inquisizione per far bruciare libro e autore nel rogo. E secondo voi?
  2. link al commento: Kaspar Premetto che si tratta di un possibile prologo più che di un racconto, ad uno dei volumi del libro fantasy che sto scrivendo. Ma è una scena a sé stante e non un capitolo, quindi credo che si possa considerare come racconto Maryam si avvicinò con cautela all’orlo frastagliato della scogliera. I suoi piedi erano umidi di rugiada nelle scarpe troppo sottili. Si strinse bene addosso il mantello indossato in fretta sopra alla camicia da notte. Era certa che nessuno l’avesse seguita, ma si guardò intorno comunque, nella fredda caligine dell’alba, perché così le era stato chiesto. Sopra di lei, il cielo cominciava a rischiararsi e la luna piena a sbiadire nel suo lento viaggio verso occidente. Il silenzio era rotto solo dal fruscio delle onde, diversi metri più in basso. Anche quella notte si era svegliata urlando, col sudore che le scendeva in rivoletti ghiacciati lungo la schiena. Di nuovo quel sogno spaventoso, stavolta però era stato diverso. Stavolta aveva intravisto un barlume di speranza oltre la tenebra incombente. Ed era per quella speranza che aveva lasciato il palazzo ancora addormentato, muovendosi di soppiatto nei corridoi di pietra deserti. E intanto pregava, contro ogni ragionevole aspettativa, che la voce che le aveva parlato in sogno, chiedendole di venire lì, in quel luogo e in quel momento, appartenesse ad un essere reale e non alla sua immaginazione inquieta. Nonostante l’angoscia che provava, osservò affascinata la luce nascente del sole espandersi nell’aria, facendo rilucere come perle i filamenti di nebbia che fluttuavano sul pelo dell’acqua. Fu in quel momento che, come trasportata dai primi raggi del sole, la voce che aveva udito in sogno risuonò sopra l’oceano di fronte a lei. « Sei venuta, figlia » . Maryam deglutì e strinse forte le mani poggiate in grembo. Quella voce non poteva appartenere ad un essere mortale. La foschia luminosa che aleggiava sull’acqua parve addensarsi e prendere forma dinanzi ai suoi occhi spalancati, assumendo sembianze vagamente umane, anche se gigantesche. All’interno di quella forma cangiante di foschia in perpetuo movimento, l’unico tratto stabile e chiaramente visibile, che distingueva la figura da un casuale seppur bizzarro accumulo di nebbia, erano gli occhi: grandi, spaventosi, di un azzurro che non era di questo mondo. L’essenza stessa del mare, del cielo e di ogni altra cosa al mondo che avesse un colore simile. Quegli occhi terribili erano fissi su di lei, molto, molto più in basso. Non si era mai sentita tanto piccola e vulnerabile in vita sua. Pensò che il più lieve soffio di quell’essere sarebbe stato sufficiente per farla volare via. Si strinse le braccia con le mani, strofinandole per scacciare il gelo improvviso e per evitare che il suo tremito fosse visibile. Si schiarì la voce e disse: « Sono venuta, come mi è stato chiesto. Chi siete voi? » La presenza parve sorridere. Forse del suo patetico tentativo di mostrarsi coraggiosa. « Tu chi pensi che io sia? » La domanda la colse alla sprovvista. « Dovete essere una divinità. Siete Nettuno, il mio Signore? » La presenza non confermò né smentì. Ciò che disse invece fu: « Conosco i sogni che ti angosciano, figlia. Per questo sono qui » . « Siete Voi a mandarmi quei sogni? » chiese lei, sconcertata. L’essere parve scuotere la testa. « Quei sogni ti vengono dal tuo grande dono di veggenza, che a sua volta è giunto a te attraverso innumerevoli generazioni umane, direttamente dalla prima donna nettuniana a possederlo, Alresha » Questo Maryam già lo sapeva, o almeno era quello che le aveva detto sua nonna, molto tempo prima. Tutti i nettuniani con doti di veggenza o guarigione discendevano da Alresha, anche se col tempo il sangue si era molto diluito. « Quel dono scorre particolarmente forte nella tua famiglia. In te e, soprattutto, nei discendenti che verranno » Fu colpita da un pensiero. « Mia figlia, Tethis... o mio figlio Salix... Ce l’hanno anche loro?» « No, però potranno trasmetterlo alle generazioni seguenti. Ma non è per questo che sei qui. Tu vuoi sapere come fermare gli eventi terribili che continui a vedere in sogno » . Maryam annuì, seria. « Se voi siete una divinità.... Forse voi potete... » disse, una timida speranza che iniziava a palpitare dentro di lei. La nebbia parve di nuovo fare un cenno negativo. « Ci sono altre forze in atto. Tu però hai il potere di fermare tutto questo. Insieme ad altri che ancora devono venire » . « Io? Com’è possibile? Fino ad ora non ho mai trovato un modo per impedire che le mie visioni si avverassero » . « Questo perché non puoi vedere abbastanza lontano. Io invece posso. E ho visto che tu, Regina Maryam, puoi fare qualcosa per cambiare il corso degli eventi » . Maryam strinse saldamente le mani davanti a sé. « Mio Signore, farei qualsiasi cosa... » « Bene. Tutto ciò che devi fare è morire » . Rimase impietrita. « Non... sono sicura di aver capito bene... » gracchiò, con la gola improvvisamente asciutta. « La tua morte innescherà una serie di eventi che porteranno al risultato voluto. Ma devi essere tu a farlo, qui in questo luogo, e in un momento che ti indicherò » . « In che modo questo cambierà le cose? » chiese, sentendo tutto il colore scivolare via dal suo volto già pallido. « Guarda tu stessa » Il mare, la scogliera e tutto ciò che la circondava scomparvero e una visione si impadronì della sua mente. Vide se stessa saltare da quella stessa scogliera in un mattino tempestoso, e poi il tempo scorrere avanti veloce, le stagioni che si avvicendavano una dopo l’altra. Un ciclo, due, dieci... Suo figlio, il suo bellissimo bambino, ormai adulto... Una ragazza sconosciuta dall’espressione fiera... due neonati. Vide il mondo avviarsi inesorabilmente verso la propria distruzione, la tenebra che si stendeva su ogni cosa vivente, minacciando di soffocarla. E infine, incredibilmente, la luce. Dapprima incerta, una fiammella tremante nell’occhio della tempesta. Ma poi più forte. Una luce dal cuore stesso della tenebra. Innumerevoli luoghi e persone, sfilavano nella sua mente ad una velocità inconcepibile, ma in qualche modo lei vide e comprese. La visione si dissolse e i suoi occhi si rimisero a fuoco sul promontorio nebbioso e sulla presenza inquietante di fronte a lei. Le lacrime ormai fredde le rigavano le guance, ma non fece nulla per asciugarle. Impiegò diversi istanti prima di riuscire a parlare. « Questo... Come posso essere certa che accadrà tutto esattamente come l’ho visto? E se ci fosse un altro modo? » « Tu hai già visto cosa accadrà se niente verrà cambiato. Le strade da percorrere potrebbero essere innumerevoli, e potrei anche mostrartele tutte, ma ognuna di quelle strade condurrebbe ad un risultato differente. Questa è la strada che porterà al risultato migliore per il vostro mondo e per tutti, alla fine » . Maryam abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore. Fermare la distruzione del suo mondo. E dipendeva solo da lei. Non avrebbe esitato un momento, se solo... Pensò ai suoi bambini: Tethis, così seria e piena di buon senso, che a 10 anni già assumeva un’aria da signora, facendola sorridere. E Salix.... Il suo cucciolo dagli occhi sognanti e dal sorriso disarmante. Le lacrime tornarono ad annebbiarle la vista, ma stavolta le asciugò con un gesto deciso. Tornò a fissare quell’entità, che le permetteva finalmente di impedire il realizzarsi di una delle sue visioni, la più orribile, ma in cambio pretendeva da lei così tanto... Lei per prima si sorprese del fatto che la sua voce non vacillasse, quando disse: « Lo farò » .
  3. Salve a tutti, ho deciso di aprire questo post perché potrebbe essere utile non solo a me, ma anche ad altri autori, specificatamente di fiabe e favole. Insomma agli autori di tutte quelle opere in cui l'aspetto visivo è fondamentale. Il mio deficit consiste nel non saper disegnare, tanto meno illustrare, quindi le mie fiabe potrebbero solamente essere pubblicate in antologie prive di illustrazioni, come è già successo. Alla luce di questo, chiedo se qualcuno conosca case editrici (ovviamente free) che abbiano anche illustratori loro. Voglio dire case editrici che, una volta aver accettato le fiabe, si occupino di tutto, anche di farle illustrare. Grazie della vostra cortese attenzione. Paola
  4. Cammino La porta si spalanca con un fragore metallico ma è la lama di luce che penetra nella cella, a svegliarmi. - Il verdetto è stato emesso, sei esiliata Priscilla.- una voce acuta, carica di soddisfazione arriva alle mie orecchie da un punto che sembra lontano. Faccio fatica ad alzarmi, le gambe mi tremano, nonostante mi sostenga alla parete con una mano. Con rabbia penso che non potrebbe essere altrimenti, dopo quello che i soldati mi hanno fatto durante la settimana di prigionia. So che è contrario ai miei voti, ma è così difficile perdonarli… Sollevo lo sguardo su Eve, Colomba Nera sin da quando eravamo bambine, e lei si affretta a distogliere il suo, senza però essere capace di reprimere la fiamma di cruda vittoria che le infiamma gli occhi. In quel momento so: la congrega di Sacerdotesse del Regno sapeva da tempo quale sarebbe stato il verdetto, si sono volute divertire a vedermi soffrire, sentirmi urlare nella notte in balia dei soldati per sette interminabili giorni. La carnagione pallida delle mani della donna sembra scintillare nella penombra quando mi getta un involto di abiti ai piedi. Mi volta immediatamente le spalle e sta attenta a non parlarmi più né a rivolgermi un’occhiata. È questo il destino degli esiliati: d’ora in avanti non sarò più nulla per loro, non avrò altro nome all’infuori di Ombra. Nessuno mi guarderà o mi rivolgerà più la parola. Non mi pesa l’idea che sarò invisibile, mi spaventa molto più ciò che verrà dopo… Chiudo gli occhi quando la guardia che l’accompagna si fa avanti e lacera i miei abiti con la spada per permettermi di indossare quelli appena ricevuti. Poi un cappuccio nero mi fa scivolare nel buio. *** il tessuto dei vestiti brucia come fuoco a contatto con le ferite ancora aperte. Il dolore sembra l’unica cosa su cui riesco a concentrarmi, impossibilitata a vedere, e sballottata qua e là dal dondolio di un carretto. È davvero difficile non cedere al desiderio di vendetta, visto quanto mi è stato fatto. Continuo a rincuorarmi sottovoce ricordandomi di rispettare i miei voti. Quando ho scelto di diventare Figlia della Madre, sapevo che era qualcosa che avrei dovuto tenere segreto, perché il popolo non avrebbe compreso. Non mi pento di aver intrapreso quel Cammino né di aver pregato e ballato alla luce della luna con le mie sorelle. Aver consacrato la mia vita allo Spirito della Natura mi ha fatto sentire viva, amata, in equilibrio con me stessa e con il mondo che mi circonda, ed è per questo che quando una delle Colombe Nere ci ha denunciate ai regnanti ho deciso di prendermi la colpa di tutto ciò di cui ci accusavano. Sto andando incontro ad una pena peggiore della morte: l’esilio significa soprattutto che sarò abbandonata alle porte della città e costretta a vivere nel Selvaticus per tutto il resto della mia esistenza. Lì la natura la fa da padrone perciò non dovrei essere spaventata, ma nessuno mette mai piede fuori dalla città, difesa alacremente dagli scudi energetici degli incantatori al servizio dei regnanti, i pochi che l’hanno fatto non sono tornati indietro per raccontare quanto avessero visto. Attorno a me si è radunata una piccola folla che non dice nulla ma sputa più e più volte ai miei piedi con disprezzo. Eve sciorina con voce altisonante di quali crimini mi sono macchiata per meritarmi l’esilio , poi, spingendomi sulla soglia della massiccia porta che divide la città dal Selvaticus lascia volare una colomba, la quale mi dice predirà il mio destino una volta che sarò sola. La guardo volar via e il nodo che scopro di avere allo stomaco si scioglie leggermente…finché l’animale dal piumaggio morbido non viene mangiato con un sonoro schiocco, da qualcosa che sfugge alla mia vista. *** Ho la morte nel cuore mentre tutto quello che è stato per me il mondo fino a quel momento si allontana sempre di più. Avrei voglia di voltarmi mentre mi allontano dal sentieri per addentrarmi in quella foresta senza fine, ma non voglio che le Colombe Nere radunate sul camminamento delle mura abbiano l’ultima soddisfazione di vedere le mie lacrime. Cerco di non calpestare nulla, mi sento come se avessi mille occhi, per guardare bene a dove metto i piedi e per capire quale sia la provenienza dei fruscii e dei versi che di tanto in tanto rispondono ai miei respiri: sento l’anima tanto pesante che penso che prima o poi sprofonderò in quel terreno disseminato di foglie ambrate e rossastre. Cammino per un tempo che sembra infinito, durante il quale la fatica viene amplificata dalla paura che mi fa portare tutti i sensi all’erta. Poi succede una cosa che non avevo mai visto: il crepuscolo viene squarciato da nuovi raggi solari. Mi ritrovo a pensare che forse dovrei trovarmi un posto riparato per dormire, se non dovesse mai scendere la notte, qui. Sento la bocca riarsa per la sete, e nel momento in cui penso che vorrei un po’ d’acqua una leggera pioggerella scende come a comando, le gocce d’acqua si raccolgono in tanti rivoli che scorrono sulle verdeggianti fronde degli alberi. Senza starmi troppo a curare del fatto che io sia un’ospite lì e dovrei dare meno nell’occhio possibile mi isso sulla solida corteccia dell’albero accanto a me e ne piego una foglia a coppetta, per poter bere. Come mai i miei concittadini si sono tanto affannati a credere che questo fosse un luogo pericoloso? Rinvigorita nel corpo e nello spirito mi viene la folle idea di cercare le persone che prima di me sono state esiliate in questo posto, magari hanno fondato una nuova comunità tutta per loro nella quale potrebbero accogliermi. - Non ci giurerei. Alcuni di loro hanno provato a domarmi, ad impossessarsi delle mie ricchezze e delle mie grazie- mi risponde in quel momento una voce baritonale e profonda come le viscere della terra. La paura mi fa rimanere paralizzata mentre davanti ai miei occhi un gigante fatto di corteccia, foglie ed una corona di bacche prende forma come risvegliandosi dall’albero. - Non avere paura…molti di quelli che tu cerchi non hanno voluto seguire il cammino che ho tracciato per loro ed hanno smarrito se stessi all’Albero delle Anime. Se trovare quelli che sono rimasti è il tuo desiderio sappi che si sono adattati a vivere in armonia con me, a cacciare per soddisfare la fame e non per divertimento. Traccerò per te un sentiero sicuro se avere una tua gente al di fuori di quella città è ciò che vuoi.- nonostante la voce ammaliante dell’anima antica che mi trovavo davanti mi persi ad osservare che i suoi capelli erano fatti di piume di corvo e gli occhi che battevano veloci come le ali di una farfalla non sembravano minacciosi. Se quell’essere era una manifestazione della Madre a cui avevo scelto di votare la mia vita, ero pronta a seguirlo. Ma perché non si tramandavano neanche leggende su questo genere di fenomeni? - Sei a casa, Priscilla, benvenuta.- così dicendo mosse alcuni eleganti e poderosi passi, al posto di quelle che erano le sue impronte sgorgavano piccole pozze d’acqua, fiori, germogli di quelli che sarebbero divenuti alberi da frutto. Con meraviglia realizzai che forse, anche se la scelta che avevo fatto in città era stata considerata come un errore, per la prima volta potevo intimamente sentirmi parte di qualcosa. Prompt di Mezzanotte Commento
  5. commento Traccia di mezzanotte: Il nuovo mondo Shimalya controllò lo zaino: abiti di ricambio, sacco a pelo, tenda, un piccolo kit di pronto soccorso, un paio di borracce per l’acqua. Doveva viaggiare leggera per coprire la maggior distanza possibile prima di essere scoperta. Perché sapeva che ciò sarebbe avvenuto e allora l’avrebbero inseguita per riportarla indietro, come facevano con chi tentava di andarsene. Diede un ultimo sguardo al piccolo monolocale: un letto, un tavolo, una sedia, un mobile per tenere l’indispensabile, un lavello e un cesso. Una casa come tutte le altre: essenziale e pratica. Ma completamente priva di bellezza. Non le sarebbe mancata. Uscì nel corridoio, passando davanti a porte identiche alla sua. Scese le strette scale, imboccando il marciapiede spoglio. Nessun albero o lampione costeggiava la via, solo palazzi squadrati: scatole dentro scatole, dove l’importante era farci stare più gente possibile. Avanzò nella notte, il cammino rischiarato da una luce malata e debole: nel cielo doveva esserci la luna, ma lo smog la celava completamente alla vista. Tutto era silenzio, tutto era immoto. Era una strana impressione essere sola in giro per la città: dava una sensazione di esultanza e libertà, ma anche di angoscia, come se fosse in una città fantasma oppure fosse l’ultimo essere vivente sul pianeta. E forse era davvero così: i suoi compagni non sembravano più esseri umani, ma macchine che eseguivano sempre le solite mansioni, senza ricercare nulla di nuovo. Raggiunse gli ultimi edifici della città e si voltò indietro per l’ultima volta. Un gesto inutile, perché sapeva che non c’era nulla che meritasse di essere ricordato, ma ugualmente necessario per renderla ancora più consapevole della scelta che stava facendo. Ci sono momenti in cui ci si deve fermare, in cui bisogna lasciare andare, arrendersi all’evidenza che il mondo in cui si vive non ha possibilità di cambiamento ed è privo di speranza. Strade, palazzi: tutto era grigio, come i vestiti che indossava. Qualsiasi cosa considerata superflua era stata eliminata. I libri e i dipinti lasciati dai loro antenati erano usati per accendere fuochi. Le statue ridotte in piccoli pezzi per essere usate nella copertura delle strade. Bellezza e cultura erano termini che non erano più usati, banditi come una malattia; il linguaggio era stato limitato all’indispensabile, usando solo ciò che serviva alle mansioni da eseguire. Arriva il tempo in cui la porta del nostro mondo va chiusa alle spalle, perché la casa che tanto ha ospitato non è più un rifugio, ma una fredda prigione, dove non c'è niente se non sbarre. Una casa fatta di assenza, abitata solo da fantasmi, che smorza la luce e toglie calore, facendo avvizzire la vita. Fantasmi dal tocco gelido che fermano il cuore. Fantasmi dalla voce di tomba, che chiamano a scendere con loro nel sepolcro. “Avevi ragione, Bardo: questa non è vita, ma un adagiarsi in una morte anticipata.” Il sepolcro è per i morti, non per i vivi. Per i vivi c’è la strada, anche se non si conosce dove porterà; ma dovunque essa conduca, sarà sempre vita. Shimalya si voltò: davanti a lei c’era la distesa di campi coltivati. Riprese il viaggio con maggiore lena. Era in cammino da sei giorni e l’ansia cominciava a farsi largo in lei. Non certo per l’acqua e il cibo: essendo ancora nelle aree coltivate, ne trovava in abbondanza. Temeva, anzi ne era convinta, che avessero capito che era fuggita e si fossero messi alla sua ricerca. “Indietro non ci torno: non voglio più fare la vita di prima.” Si guardò intorno con apprensione, maledicendosi per non aver seguito Bardo quando poteva farlo. “In che direzione ti sei diretto? Non so dove andare, so solo dove non voglio tornare.” Una colomba passò sopra il suo capo, volando lontano dalla strada; la seguì, mossa da un pensiero irrazionale ma che in un qualche modo sapeva essere giusto. Passò in mezzo ai campi, le spighe di grano che le carezzavano le gambe; la colomba era sempre davanti a lei, come se la stesse guidando. Shimalya arrivò sulla cima della collina e si fermò: il volatile si era diretto verso la foresta e vi si era addentrato. Bloccata da una forza invisibile, Shimalya fissò il verde delle chiome degli alberi e la fitta penombra che dominava sotto di esse: nessuno si avvicinava alla foresta. Era come se fosse un mondo alieno, un luogo da evitare a tutti i costi. Nessuno sapeva cosa si celava in essa, ma tutti ne avevano paura. Bardo le aveva detto che c’era stato un tempo in cui i loro antenati addirittura vi vivevano. “Magari è lì che ti sei diretto” pensò Shimalya mentre cercava di tenere a bada l’inquietudine. “E forse ci hai trovato la morte.” Il suo corpo cercò d’istinto di farla allontanare da essa, ma lei lo costrinse a obbedirle. “Meglio la morte, che la vita fatta finora.” Lentamente cominciò la discesa, la foresta che si faceva sempre più grande, finché non torreggiò su di lei. Alle volte occorre perdersi per trovare ciò che si cerca. Shimalya fece un profondo respiro. “Mi sono fidata di te fino adesso, Bardo, e continuerò a farlo.” S’inoltrò in mezzo agli alberi: la penombra non era così spaventosa come aveva temuto, anzi era qualcosa di piacevole e rilassante. Tutto intorno a lei c’erano profumi e rumori che la avvolgevano in maniera accogliente e piacevole. “Perché abbiamo avuto paura di un luogo simile?” continuava a chiedersi mentre si avventura in quel mondo nuovo. Spuntò in una radura e lì trovò qualcosa d’inaspettato ad attenderla: una porta. Si avvicinò e la guardò con stupore: se ne stava in piedi in mezzo al nulla, ed era sempre la stessa, che la guardasse da davanti o da dietro. Ci girò intorno, studiandola. “Magari se busso…”. Stava per mettere in atto il suo pensiero, quando una voce maschile la fermò. «Non verrà nessuno ad aprirla, perché non c’è nessuno dall’altra parte ad attendere. Questa è una porta che può essere vista e aperta da chi è capace di trovare.» Shimalya si voltò di scatto: ai bordi della radura, seduto su un sasso, un uomo la guardava sorridendo. “Da dove sbuca? Prima non c’era…” «Bardo mi ha detto che un giorno saresti arrivata, Shimalya.» «E come faceva a saperlo?» «Tu eri l’unica, di tutte le persone che conosceva, che non si sarebbe adattata alla vita in cui siete cresciuti, che avrebbe compreso che questo mondo non le sarebbe più bastato perché ormai conosceva tutto quello che aveva da dare. Sapeva che prima o poi avresti ricercato qualcosa di nuovo per continuare a essere viva.» Shimalya lo guardò titubante. «Anche lui è arrivato qua?» «Sì.» «Anche lui ha aperto la porta?» «Sì.» Shimalya tornò a fissare la porta. «Che cosa c’è dietro di essa?» «Quello che stai cercando: un nuovo mondo.» «Se la varco, potrò raggiungere Bardo?» «Potresti, ma non te lo consiglio.» «Perché?» «Non è ancora il tempo: Bardo è in un mondo cardine, impegnato in una dura lotta e tu non hai ancora l’esperienza per qualcosa del genere.» «Ma hai detto che dietro la porta c’è…» «Un nuovo mondo, uno degli infiniti esistenti.» L’uomo si alzò e si diresse verso di lei, aprendo la porta e facendo cenno di seguirla. Sbucarono in un campo dall’erba rosa. «Devi sapere che trovando la porta sei divenuta un’Osservatrice dei Mondi.» «E questo cosa significa?» «Che hai trovato quello che volevi. Scoprirai mondi nuovi, li conoscerai e apprenderai le sue storie, così da poterle raccontare nei tuoi viaggi.» «Perché dovrei farlo?» «Perché le storie danno la speranza di andare avanti.» Shimalya seguì l’uomo che si stava dirigendo verso un gruppo di alberi viola galleggianti diversi metri sopra il suolo; dai loro rami pendevano delle scale di corda e tra le fronde scorgeva delle piccole casupole fatte di liane. Non sapeva chi avrebbe incontrato, ma non vedeva l’ora di conoscerlo. Allungò il passo, superando l’uomo: per la prima volta nella sua esistenza si sentiva viva.
  6. commento Traccia mezzanotte Il dottor Spoiler scrutava sempre il cielo perché sapeva che era da lì, dalle profondità dello spazio, che piovevano pericoli e terrori. La folta barba malinconica, il corruccio fisso in volto di chi spende la propria vita a riflettere, aveva sempre ravvisato prima di chiunque altro l’arrivo degli astro orrori. Ma stavolta era diverso. L’attacco atomico nordcoreano era stato devastante e in Giappone aveva fatto affiorare una nuova isola. Non aveva ancora un nome, il mondo era troppo preso dalle conseguenze catastrofiche per battezzare quella massa informe di rocce e alghe smisurate. Ma dalle caverne dell’isola erano usciti dei terribili kaiju e i giapponesi chiedevano aiuto. Solo l’Italia poteva intervenire, solo il team Power Cosplayers del dottor Spoiler era in grado di arginare la forza distruttrice dei kaiju. Si rivolse al robottino Spam. «Li hai contattati? La tempestività del nostro intervento si sta trasformando in un imbarazzante ritardo.» Gli occhi a orologio di Spam erano luminosi, le lancette giravano frenetiche. Sul suo corpo di acciaio cromato di rosso erano accese cinque luci verdi. «Sì dottor Spoiler, sono connessi Stefan, Lucione, Marta e Gigi. Manca solo Mirko.» «Ti pareva, il solito stronzo. Chissà dove se ne è andato.» Mirko, in ciabatte, canottiera e ciuffo scompigliato, stava dando la caccia al nuovo record personale a Super Mario. Il power-braccialetto lampeggiava e trillava, ma lui faceva finta di niente, anche se l’avviso “Allarme, sei convocato! Allarme, sei convocato!” comparve in ogni angolo della sua visuale. «È domenica, non ci sono per nessuno» disse a denti stretti, preso dal videogioco. «Per me ci sei stato» gli rispose la voce di Marta appena uscita dalla doccia. Asciugamano bianco avvolto sulle forme obese, le mani che si adoperavano per pettinare i capelli rossi. «La nostra domenica romantica finisce qui, il dottor Spoiler ci chiama.» Mirko gettò il joystick sul divano. «Dobbiamo proprio? Che palle!» «Kaiju? Roba tosta allora» disse tetro Mirko mentre si pettinava il ciuffo e le sopracciglia ad ali di gabbiano. La tuta rossa aderiva come un guanto al suo fisico asciutto. Erano in volo verso il Giappone i cinque Power Cosplayers, insieme al Dottor Spoiler e a Spam. «Già. Orrendi esseri umanoidi vomitati da quella misteriosa isola, che razziano il Giappone e si ritirano nei loro antri. Spetta a noi combatterli, e cerchiamo di tenere alto il nome dell’Italia in mezzo a tutto lo sfacelo in cui versa il mondo» rispose il dottore. «Per il tricolore, ragazzi! Forza azzurri!» incitò il gruppo Lucione, due metri di ultrà per centocinquanta chili mal distribuiti e riversati nella tuta gialla. Era l’unico a pesare più di Marta. Stefan, abbreviativo di Stefano in onore delle sue origini ghanesi, era come sempre scuro in volto e si sistemava per la millesima volta la tuta blu sulle braccia pelle e ossa. «Tranquilli, ce li mangiamo per colazione quei mostriciattoli!» disse Marta mentre si sbafava le labbra con il rossetto viola. Teneva sempre a farsi bella prima di un combattimento, ma la drastica miopia finiva col darle come risultato una somiglianza inquietante con Pennywise. La sua tutina rosa sembrava un pallone sul punto di esplodere tanto contenevano a fatica i rotoli di grasso e il seno abnorme. Il piccolo Gigi, in tuta verde, dieci anni e una psicopatia già confermata dai migliori luminari d’Europa, passò invece tutto il tempo del volo facendo capriole al grido: «Kaiju nel culo ve lo metterò!» Il cielo dell’isola era un dissennato insieme di fumo nero, lampi squamosi e polveri di sostanze variopinte che sembravano briciole sospese in aria. «Là!» urlò il dottor Spoiler prima di svenire. Il suo indice saggio aveva indicato un monolite unto dei liquami abissali, e i kaiju ne sciamavano fuori dalle grotte frastagliate. «Spam, stai vicino al dottore» disse Mirko. «Ragazzi, mettete i caschi, pronti al lancio!» «Si perde sempre il meglio, il doc» rise Lucione. Cinque figure colorate piovvero verso la sagoma rocciosa dell’isola e atterrarono con pose plastiche da arti marziali sopra un costone, proprio davanti al monolite. Erano i primi uomini a metterci piede. «Che posto di merda» soffiò da sotto il casco Stefan. «E quelli fanno davvero schifo» disse Marta con una smorfia. Il suo grasso si stava ancora assestando dopo aver toccato terra e ondeggiava nella tuta. I mostri venivano giù tra grida stridule e salti, alcuni erano verdi, altri color sangue, altri marroni. Forme sbilenche che sommavano rettili, tartarughe, pesci e insetti. «Kaiju vi faccio il culo!» gridò il piccolo Gigi. «Uniamo i power-braccialetti» ordinò Mirko. Schiene dritte, gambe larghe, braccia in alto, i Power Cosplayers incrociarono i polsi – Gigi dovette saltare per incrociarlo con Stefan – e urlarono: «Power Cosplayers!» Una vibrazione energetica sotto forma di scariche elettriche avvampò bianca. Mirko si trasformò in Capitan Sherlock, un pirata con il ciuffo disteso sulla benda nera e berretto in testa, mantello al vento e la micidiale pipa laser pronta all’uso, mentre la lente d’ingrandimento avrebbe fatto da scudo contro qualsiasi raggio potessero sparare quei mostri. Marta divenne Spastica Rabbit, scosciata pin-up oversize dai fluenti capelli rossi armata di revolver a forma microfono agganciato all’asta. Stefan divenne Orcahontas. Il suo animo gay prendeva il sopravvento tramutandolo in una sexy donna-pesce di colore, coperta da un vestito indiano e con micidiali bocche di orca al posto delle mani. Lucione si trasformò in Super Sifone, uno Jaggernaut con la testa enorme a forma di radiatore di ghisa. Gigi infine divenne Mini-Dux, una miniatura di Mussolini in divisa la cui arma era uno scudiscio infuocato. Mirko indicò l’orda nemica e ordinò: «Come direbbe Gigi, facciamogli il culo!» Spastica Rabbit cantò suadente una raffica di proiettili fotonici che spaccarono scaglie e testuggini. La pipa laser folgorò e cosse carni che emisero un puzzo infernale. Le zanne di Orcahontas tranciarono in brandelli gli arti gelatinosi dei mostri. Le testate del Super Sifone sfondarono ossa e creparono musi mai visti. Mini-Dux seviziò e mutilò facendo salti e capriole e urlano “culo” per tutto il tempo. Lerci e ricoperti di resti viscidi, i cinque eroi uscirono trionfanti dalla battaglia. Il monolite dell’isola misteriosa era una distesa di kaiju schiantati. In volo verso casa, il dottor Spoiler, ripresosi dal solito mancamento, comunicò alle autorità giapponesi la riuscita delle operazioni, l’isola era adesso ospitale e abitabile da quanti avevano perduto la propria casa. «I Power Cosplayers sono i migliori!» esultò Lucione. «Ohi ohi ohi! I più forti siamo noi!» Tutti urlarono un liberatorio “sì!”. «Brutte bestie schifose, eh?» rise Marta intenta a sbafarsi con il trucco. Il dottor Spoiler affiancò Mirko. «Ottimo lavoro, abbiamo dato il nostro contributo per un mondo migliore.» «E che la colomba della pace non perda mai le piume» aggiunse Mirko. I due batterono il pugno in segno di fratellanza. Nel silenzio delle caverne, giù nell’isola misteriosa, grosse uova verdi pulsavano…
  7. Titolo: Oltre le onde del nord Autore: Gabriele Notte Casa editrice: Lettere Animate Blog: https://vuotoinquieto.wordpress.com/ ISBN: cartaceo: 9788871122427 digitale: 9788871122526 Data di pubblicazione (o di uscita): venerdì 17/11/17 (cosa può andar male?) Prezzo: 17€ per il cartaceo, 2.99€ per il digitale Genere: Fantasy Pagine: 306 Quarta di copertina o estratto del libro: Reidar vive a Mezza Quercia, un villaggio di tradizione odinista assoggettato dai cristiani. Un giorno viene costretto ad arruolarsi dagli occupanti per invadere le terre oltre le onde del nord, dove la religione norrena è ancora viva. Il luogo, tuttavia, si rivela dilaniato da una guerra civile e fortemente ostile a quanti non si siano opposti al cristianesimo. Nella capitale Reidar scopre di condividere la stessa fonte dei poteri delle divinità, il makt, e di esser sempre stato manipolato da essi. Improvvisamente deciderà di viaggiare verso est, nei suoi occhi solo rabbia e un obiettivo oscuro. Nel frattempo comincia il Fimbulvetr, una notte lunga 3 anni che anticipa la fine della vita… Link all'acquisto: youcanprint.it: https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-fantasy-generale/oltre-le-onde-del-nord-9788871122526.html Amazon: https://www.amazon.it/Oltre-onde-Nord-Gabriele-Notte-ebook/dp/B077KKBDK2/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1511227401&sr=1-1&keywords=oltre+le+onde+del+nord+gabriele+notte Note: parallelamente sto espandendo la lore sul mio blog. Per ora è un work in progress, ma se volete dargli un'occhiata di tanto in tanto sarei più che felice
  8. Diventare grandi “Mamma! Mamma, esco a giocare. Torno per la cena.” La mamma mi sorride. Si muove svelta davanti ai fornelli, intenta a preparare qualcuna delle sue prelibatezze. C’è profumo di cipolle fresche, nell’aria, e un vago sentore di funghi. Mi viene l’acquolina in bocca al solo pensiero di ciò che mi aspetterà a casa, questa sera, quando anche il papà sarà rientrato dal lavoro. Le schiocco un bacio veloce sulla guancia e corro fuori in giardino. C’è il sole, oggi. E’ la giornata perfetta per andare in esplorazione nel bosco in fondo alla strada. Ho iniziato ad andarci da poco, sarà qualche mese, perché prima la mamma non me lo permetteva. Diceva che ero troppo piccola, troppo piagnucolosa per affrontare i pericoli che vi si potevano celare. Ma da quando mio fratello Mirko è tornato dall’Australia, la mamma è più rilassata – dovreste vederla, sempre con quel sorriso! – e mi lascia fare tutto. Beh, forse non proprio tutto tutto… “Novantasette, novantotto, novantanove e… cento!” Con un balzo sono di fronte a Mamma Quercia. Non ne ho ancora avuto la conferma, ma è la più grande che ho trovato finora, quindi il titolo spetta a lei. Al papà, invece, ci devo ancora pensare. E’ difficile trovare qualcuno degno di Mamma Quercia, molto, molto difficile. Ho promesso alla mia, di mamma, di restare sul sentiero. Lo avrei fatto comunque, anche senza la promessa. Non ho intenzione di perdermi nel bosco: quando scende la sera, lo devo ammettere, mi fa ancora un po’ di paura. “Psst. Ci sei?” La mia voce si perde nella piacevole brezza settembrina. Mi sembra di udire un lieve sussurro, ma forse è solo la mia immaginazione. Forse sono soltanto le foglie delle querce, mosse piano dal vento. Il sussurro si ripete, e stavolta pronuncia il mio nome. “Tina, sono qui.” “Qui dove?” chiedo, piccata. Non vedo nulla. E’ così dannatamente timido! In tutta risposta, sento dei passi leggeri alla mia destra, e il cric croc dei rametti che si spezzano sotto i suoi piedi. A pochi metri da me, si ferma, in attesa. “Insomma, sono mesi, mesi ormai che giochiamo insieme. Perché non ti fai vedere? Non avrai paura di me, vero?” Silenzio. “Dai, ti prego, fallo per me! Prometto di non ridere.” Di solito non sono così insistente, ma questa volta proprio se lo merita. Avevamo stabilito che con l’arrivo dell’autunno si sarebbe mostrato, e invece… caspiterina, è iniziato da ben due giorni! “Me l’avevi promesso…” aggiungo, mettendo il broncio. Cric, croc. Alzo gli occhi, e per poco non mi ritrovo gambe all’aria. La prima cosa che vedo sono gli occhi, di un verde intenso quanto il bosco stesso. E i capelli, accipicchia! Sono neri come il carbone e li porta legati in tante treccine sottili, dalle quali sbucano due minuscole orecchie appuntite. Indossa soltanto un buffo gonnellino di foglie intrecciate, e quando me ne accorgo le guance mi diventano caldissime. “Ti si vedono le tettine” bisbiglio, vergognandomi un po’. Tommy alza gli occhi al cielo, sulle labbra un sorriso divertito. “E io che mi preoccupavo delle orecchie!” Passiamo il pomeriggio a giocare come matti. Ora che Tommy non è più invisibile, è tutto più semplice e divertente. E’ come avere un amico del cuore, è come un compagno di avventure. L’ora di cena arriva in fretta, e sono costretta a separarmi da lui. Non sono triste. So già che ci vedremo anche domani, e il giorno dopo, e quello dopo ancora. Tommy è la mia unica certezza, in questo mondo di grandi. “Mamma! Mamma, sono tornata!" Saltello da un piede all'altro, troppo agitata per restare ferma. "Tesoro, siamo in cucina. La cena è già pronta, sbrigati!" La raggiungo in un lampo. La mamma sta servendo il purè, insieme ai funghi che ho odorato questa mattina. Il papà è già a tavola, mentre Mirko non c’è. Non c’è nemmeno il suo piatto. “Dov’è Mirko?” chiedo, con un pizzico di dispiacere. “E’ uscito con i suoi amici, tornerà tardi” mi risponde la mamma. “Va bene… Che peccato, si perderà la mia storia.” Sciacquo per bene le mani nel lavello e mi siedo a tavola, un poco sconfitta. “Gliela racconterai domani, Tina. Che storia è?” mi chiede il papà, mentre controlla il cellulare. Cerco di riacquistare tutto il mio entusiasmo, e dichiaro con fare solenne: “Mamma, papà, ho fatto amicizia con un Ghignarello. Si chiama Tommy, ve lo farò conoscere.” “Un Ghignarello?” Il papà posa il cellulare e finalmente mi guarda negli occhi. Mi giro verso la mamma, che se ne sta lì con la forchettata di purè a mezz’aria. “Un Ghignarello… Non ricordate le storie della nonna Piera? Quelle che parlavano di folletti e alberi magici? Ecco. Sugli alberi magici non posso garantire – non ne ho mai visto uno – ma sui folletti sì. Almeno, su Tommy di sicuro” affermo. Silenzio. Di certo non era questa, la reazione che mi aspettavo. A dirla tutta, immaginavo avrebbero fatto i salti di gioia, e sarebbe venuti con me nel bosco per conoscere Tommy di persona. Io, al posto loro, avrei fatto così. Senza dubbio. “Ci mancava soltanto l’amico immaginario.” “Potevamo aspettarcelo, non ha amici veri!” “A scuola la prendono in giro…” “Perfino al parco la prendono in giro.” “Dovremmo portarla dallo psicologo.” “Il figlio di Betty fa due sedute a settimana, e paga uno sproposito!” “Sono solo dei dannatissimi mangiasoldi.” “Io la mia bambina non la porto, da quell’arpia della Dott.ssa Rossi!” “Dai, tanto crescendo le passa.” “Adesso vedo su Google.” Le voci di mamma e papà diventano un turbine di frasi concitate, frasi vorticose, e contorte, e cattive, e ingiuste. Mi tappo le orecchie per non sentire e corro su per le scale, verso la mia cameretta rosa. Un po’ mi dispiace, per il purè abbandonato nel piatto, ma adesso ci sono cose più importanti a cui pensare. Chiudo la porta e mi butto sul letto. Vorrei avere una tenda, in questo momento: una di quelle tende da indiano, con dentro tanti morbidi cuscini. Vorrei potermi riparare dalla cattiveria dei grandi, stare nascosta almeno per questa notte. E invece posso solo starmene sdraiata sul letto, sperando che non salga nessuno. Perché io sono piccola, e la mia cameretta non ha nemmeno la chiave. Fuori è buio. Non è salito nessuno. Chiudo gli occhi e penso a Tommy. Penso alla sua risata sincera e al suo bizzarro gonnellino, e il mio unico desiderio è quello di giocare ancora con lui. Domani. Quando mi sveglio, il sole non è ancora sorto. Devo fare piano; non voglio svegliare i miei genitori, e nemmeno Mirko, anche se lui non ha nessuna colpa e si meriterebbe un ultimo saluto. Decido di passare dalla sua stanza per un bacio, prima di uscire. Glielo devo. Mi infilo le mie scarpe preferite, quelle con la suola che si illumina a ogni passo. Le ammiro un istante, prima di rovesciare sul letto l’astuccio e i quaderni di scuola, e riempire lo zainetto ormai vuoto con tutto il necessario: la torcia, il cappellino, la felpa e il mio diario segreto. E una banana, se per caso ho fame. Sono pronta. Scendo i gradini lentamente, attenta a non fare rumore. Ho quasi raggiunto la porta d’ingresso, quando noto un luccichio invitante provenire dal salotto: sul tavolo ci sono tanti pacchetti colorati, dalle forme più disparate, con grandi nastri arcobaleno. Caspita, me n’ero proprio scordata! Oggi compio sette anni! La tentazione è forte, ma devo resistere. Ormai ho deciso. La chiave è già inserita, e in un attimo sono in giardino. “Novantasette, novantotto, novantanove e… cento!” Mamma Quercia mi guarda soddisfatta. “Tommy? Tommy, dove ti sei cacciato?” inizio a chiamare. Nessuna risposta. Forse sta ancora dormendo. Me ne sto seduta all’ombra di Mamma Quercia per quella che sembra un’eternità, finché il mio orologio con le orecchie da topo non inizia ad emettere il suo solito bip bip. E’ passata soltanto un’ora. “Tommy? Dai, Tommy, fatti vedere. Mi sto annoiando un sacco, qui da sola.” Nessuna risposta. Mi metto a mangiucchiare la banana, svogliata. Oggi l’aria è più fredda, e i brividi hanno iniziato a rincorrersi sulla mia schiena, sulle braccia, sul collo. Per fortuna ho preso la felpa. Sono le otto, quando sento la voce della mamma urlare il mio nome. Mi inoltro un poco nel bosco, non voglio farmi vedere. Speravo di andarmene con Tommy prima del suo risveglio, e invece lui non c’è. Lui mi ha abbandonata proprio oggi, proprio nel momento del bisogno. Alzo gli occhi verso Mamma Quercia, che all’improvviso non mi sembra più così alta. La osservo bene, cerco il suo solito sorriso, provo a immaginare i suoi rami come braccia protese verso il cielo. Ma non ci riesco. Quello che vedo è soltanto un albero; un albero come tutti gli altri. “Uno, due, tre, quattro…” Esco dal bosco, diretta verso casa. La mamma sta ancora gridando. Ha le mani tra i capelli, e indossa il suo pigiama a quadri. La mamma non esce mai in pigiama, mai. Nemmeno per prendere la posta. “Diciotto, diciannove, venti, ventuno…” La mamma mi ha visto, corre verso di me. Sembra felice. “Quarantadue, quarantatré, quarantaquattro, quarantacinque.” La mamma mi stringe forte; non mi ha mai stretto così. Sento quasi male alle costole, ma è un male che fa bene, un male che sa d’amore. “Piccola mia, dove ti eri cacciata? Eri andata a trovare il tuo amico folletto?” “Non ho nessun amico folletto, mamma. Sono grande, ormai.” Lancio un ultimo sguardo al boschetto di querce. I grandi, a volte, sono costretti a dire le bugie. Ma noi due conosciamo la verità, vero Tommy?
  9. Nome: Dark Zone Generi trattati: Urban Fantasy, Fantasy Epico, Horror, Thriller, Romance, Ragazzi Modalità di invio dei manoscritti: http://www.dark-zone.it/servizi-promozionali-per-autori/invio-manoscritti/ Distribuzione: Libro.Co Sito: http://www.dark-zone.it/ Facebook: Pagina, Gruppo Conosciuti al Salone di Torino: molto simpatici, motivati e disponbilili. Il catalogo esposto era prevalentemente fantasy, horror e thriller. La pagina FB è poco seguita ma il gruppo e vivacissimo, animato da loro stessi. Fanno contest, interviste agli scrittori emergenti eccetera. La prima impressione è ottima, il resto a voi
  10. Buongiorno a tutti, mi trovo nella posizione, come è capitato ad altri autori di questo forum, di dover pubblicare sotto pseudonimo. Non si tratta di un vezzo, ma di ragioni strettamente personali ed imprescindibili. Presa questa decisione, pur riconoscendo che si tratterebbe del famoso segreto di Pulcinella, mi domandavo: meglio sceglierne uno italiano o inglese? Credo che per alcuni generei non faccia molta differenza, visto che nella nostra letteratura abbiamo avuto vari autori di successo che hanno pubblicato gialli, thriller, romanzi rosa o storici ecc. Su altri invece ho l'impressione di pancia che da un lettore medio su generi tipo fantasy o horror sarebbe visto meglio un nome anglofono. Magari funziona anche, ovviamente in minimissima (issima!) parte, come leva marketing. Del tipo: "Boh non so chi sia questo tal Max Power (cit), ma se lo hanno tradotto proprio schifo non deve fare!" che ne pensate? Grazie, Marco
  11. Nome: La Ruota Edizioni Generi trattati: Casa editrice generalista, ha collane per: - Romanzi di narrativa; - Fantasy; - Horror; - Antologie; - Sillogi poetiche; - Narrativa per l'infanzia Modalità di invio dei manoscritti: Inviare proposte a: proposte@laruotaedizioni.it Distribuzione: Directbook Sito: http://www.laruotaedizioni.it/ Facebook: https://www.facebook.com/laruotaedizioni/
  12. Nome: Bakemono Lab Generi trattati: Modalità di invio dei manoscritti: progetti@bakemonolab.com Distribuzione: Non specificato. Sito: https://www.bakemonolab.com/ Facebook: https://www.facebook.com/bakemonolab/ Dal sito: "La collana Classic è indirizzata ai più piccoli. Attraverso storie musicali, filastrocche bilingue e racconti multiculturali i giovani lettori possono confrontare linguaggi diversi e chiavi di lettura non consuete per imparare ad esprimere la propria interiorità. La collana Deluxe è rivolta a un pubblico più adulto. In questi volumi sono le illustrazioni a parlare, a invadere le pagine e a suggestionare la fantasia dei lettori. I romanzi brevi che compongono la Collana di narrativa Tanabata raccontano quotidianità crude e spiazzanti ma, al contempo, sono ricchi di sfumature oniriche e surreali, di tinte noir e gotiche. La Collana Eiga è dedicata agli amanti del cinema. Attraverso saggi critici e monografici i lettori entrano nel mondo delle immagini in movimento, riscoprendo film classici, autori di nicchia e non. Potete spaziare dalla commedia al dramma, dal musical all'horror. Sul sito, scrivono: "La valutazione è gratuita, la pubblicazione anche". Passo la palla agli amministratori per i contatti di rito.
  13. Commento Non trascorse che qualche minuto prima della seconda stranezza. Ero nel cortile esterno, cellulare alla mano, vagamente consapevole che Massimo mi stesse chiamando alle spalle. Ascoltai rabbiosa gli squilli; e già pensato a quali cattiverie rivolgere a mamma. Rispose con un'innocenza snervante. «Pronto? Scusa, tesoro, oggi sono impegnato a lavo...» «COME HAI OSATO?» Tutti gli studenti si voltarono a guardarmi, come in classe e come al negozio ancora prima. Anche se i maschi lo stavano già facendo – per motivi piuttosto ovvi. «LA MIA POVERA MAGLIETTA... UNA PORNODIVA, ECCO CHE SONO DIVENTATA!» «Ma cosa...» «Posso rimorchiare Teo anche in altri modi, mamma. Non serviva che sferruzzassi con l'uncinetto nel cuore della notte.» Guardai la scollatura. Ero la classica persona che avrei additato con ripudio. Il vento si infilava malizioso tra le pieghe, svestendomi ulteriormente. «Solo perché tu... ti sei fatta lasciare da tuo marito, non significa che io debba ricorrere a simili stratagemmi!» «Ehi! Modera il linguaggio, signorina. Mi spieghi cosa diavolo sta succedendo?» Uscii sul marciapiede. Al mio passaggio, una madre coprì gli occhi al figlio, lo sguardo carico di rimprovero. Avrei voluto insultarla, dirle che anche la sua gonna non scherzava; ma ero troppo impegnata nella conversazione con mamma. "Non parlerà" conclusi. "Inutile insistere." Ma perché mentire così ostinatamente? In casa c'eravamo soltanto io e lei – senza considerare gli uomini che portava a letto, l'ultima cosa a cui volevo pensare. Quindi la responsabile di quella scollatura era sicuramente mamma. O forse io, appellandomi a tale deduzione, cercavo di cancellare tutte le altre? Come ad esempio quella che mi aveva tanto terrorizzato tra i banchi di scuola, appena rilevabile attraverso i densi strati di subconscio... «Senti, mamma, facciamo così: io adesso torno a casa perché devo parlarti di una co...» All'improvviso, una fitta al ventre mi bloccò. Un anello opprimente, che ben presto si estese alla schiena. Pensai di soffocare: mi fermai, riprendendo fiato, le auto che mi sfrecciavano davanti. Le spalle si schiacciarono a tal punto da raggiungere l'incavo del collo, le maniche divennero due lacci emostatici. "Ma cosa..." Subito dopo la scollatura, non più tale, si ripiegò su se stessa, come carta da parati ormai secca. La maglietta si era ristretta all'improvviso; e fu allora che credetti di morire soffocata, compressa dagli effetti a scoppio ritardato da un programma sbagliato in lavatrice. Caddi a terra. Con la coda dell'occhio vidi la madre e il bimbo darsela a gambe. Le macchine continuavano a sfrecciarmi davanti, ora in verticale. Provai a strapparmi la maglietta di dosso afferrando il colletto... «Arianna, cos'era quel rumore?» La vista si sdoppiò, la pelle era così tirata da percepire le costole, suoni e colori rotearono tutt'attorno. La voce del telefono era lontana, irraggiungibile. Provai a chiamare aiuto, ma non uscì che un suono rauco. Studenti e passanti si radunarono intorno al mio corpo. «Ragazza, tutto bene?» «Chiamate un'ambulanza!» «Arianna! Maledizione...» Fortunatamente, come intimorita da quella presenze, la maglietta iniziò a dilatarsi. Prima sulle spalle, poi sul petto e infine ancora oltre, tornando ad afflosciarsi nel suo rigonfio candore. Non sapevo che cosa dire o pensare – non che riuscissi a farlo. E prima ancora di rimettermi in piedi, prima ancora di afferrare una delle tante mani protese verso il marciapiede, accadde qualcos'altro: un'auto attraversò la strada a folle velocità. Sbandò, e per poco non investì tutte le persone raccolte davanti alla scuola. Si trattava palesemente di un ubriaco – avete presente le caricature con la bottiglia in mano? Ecco – di conseguenza, in tutte le sue manovre, ebbe modo di urtare un lampione, il veicolo che proveniva dal senso opposto e almeno altri tre parcheggiati sul lato opposto. Urla e strepiti risuonarono per tutto l'isolato. Poi, come se non fosse successo niente, l'auto svicolò nell'incrocio a destra, scomparendo alla vista. Pur lasciandosi alle spalle una cacofonica orchestra di antifurti. Senza accorgermene, ero di nuovo in piedi. Il rischio di finire investita da terra, favorendo il futuro lavoro dei RIS, mi aveva spaventata non poco. «Santo cielo!» esclamò un'anziana al mio fianco. «Che disastro. Ergastolo, lavori forzati, ecco cosa si merita!» «Davanti ad una scuola, per giunta!» «Almeno nessuno si è fatto male. O così sembra.» Il ragazzo che aveva parlato, il volto pallido ed affilato, guardava rapito la strada. Poi si voltò verso di me: i suoi occhi si dilatarono in un'espressione stupefatta. «Accidenti! Con tutto questo trambusto ci siamo dimenticati di te. Come ti senti, tutto bene?» Sbattei ripetutamente le palpebre. Era accaduto tutto troppo in fretta. La maglietta, il pazzo al volante... Ogni cosa rientrava in un vortice psichedelico e per un attimo pensai di cadere di nuovo a terra. Ma ormai era acqua passata: i capogiri terminarono, la stoffa riassunse la forma originaria. E nel caos della situazione, neanche mi accorsi della scollatura: era scomparsa, ricucita prodigiosamente durante la magica compressione. Passai i palmi sui jeans. «Sto bene.» Ai loro sguardi preoccupati, mi dissi di aggiungere qualcos'altro. «Sto... bene.» Sospiri di sollievo. «Sei scampata dal pericolo per ben due volte» notò una ragazza. «E nel giro di pochi secondi! Anzi, se quello che hai appena avuto non è niente di grave... per me è un dono dal cielo. Ti ha impedito di attraversare la strada; e chissà se saresti finita sotto l'auto di quell'ubriaco, in caso contrario.» «Ipotesi interessante.» Il tipo pallido di prima portò le dita alle labbra, assorto. «Pensare con la pancia: ora sì che comprendo il detto.» «Finitela con simili sciocchezze! Ragazza, fossi in te consulterei un medico.» «Arianna! Vuoi spiegarmi...?» Continuai a guardare la strada. Forse quei ragazzi stavano farneticando, ma dentro di me non ne ero del tutto convinta. Dove sarei, ora, se quel giorno la maglietta bianca non mi avesse fermata? Quell'ubriaco mi avrebbe veramente investito? Tastai la maglietta. Il tessuto era identico a prima, soffice e pulito. Ma c'era qualcosa di diverso... come un leggero luccichio, il vago indizio di una qualche complicità. Attribuii la colpa allo sconvolgimento interiore. Eppure credevo di percepire anche delle voci... Pensieri molto celati ma sicuramente – o così credevano le mie sinapsi agitate – provenienti dalla stoffa stessa. Rimbombavano nella mia mente in un eco gioviale: "Dovresti ringraziarmi, baby. Anche per la scuola: quella scollatura osé ha attratto chiunque, figuriamoci Teo. Niente di fatto, d'accordo... ma ci saranno altre occasioni. Anche grazie a questo mio intervento finale. Spassoso, non trovi?" Lo sguardo perso, le sopracciglia aggrottate, continuavo a stringere il cellulare in mano. Mamma non aveva smesso di parlare per tutto il tempo. «Tesoro, non tenermi sulle spine! Di chi erano quelle voci? E quei rumori? Dimmi: vuoi farmi sentire in colpa per averti portato a fare shopping? Arianna! Ho capito, andrò a comprarti nuovi deodoranti... ma parla, ti scongiuro! Riprenderò anche le magliette dal cestino. Che in realtà sono nel mio armadio, beh, sai, non volevo che indossassi roba simile... Arianna, mi senti? Arianna! ARIANNAAA!»
  14. Premessa: questo è uno stralcio del romanzo che sto scrivendo. - All'attacco! - all'unisono gridarono i comandanti, di sottofondo andò a innalzarsi il boato di incitamento alle bestie e il battere di zoccoli sul terreno. I due schieramenti estraevano le armi dai foderi, mentre cavalcavano verso gli avversari. Si unirono in un tutt'uno di battaglia, suono di lame che si scontravano in colpi sferrati con forza, scudi che si incrinavano sotto i fendenti. Un obbiettivo vi era nelle loro menti, la liberazione e la supremazia di una delle due stirpi. Tra una parata di scudo e un affondo tentavano di uscirne illesi, mentre carni e sangue annaffiavano il terreno arido della pianura. I comandati rimasero fermi, i cavalli nitrivano battendo gli zoccoli irrequieti, il cavaliere rosso diede un colpo deciso ai fianchi del cavallo "io e te, solo così giungeremo alla fine". Il cavaliere nero fece altrettanto, fermandosi entrambi al di sotto della rupe, scendendo dagli animali. Il cavaliere rosso tolse l'elmo rivelando i capelli castani e il viso, lineamenti squadrati con occhi smeraldini, attendendo al centro il suo sfidante. "Ma quello è..." Kirbo sgranò gli occhi incredulo, voltandosi a guardare Armoc. Confrontò la figura nella bolla con l'uomo "Non ci sono dubbi è lui". Le immagini proseguirono e Kirbo tornò a prestare attenzione. Il cavaliere nero si liberò anch'esso dell'elmo, occhi cristallini, capelli lunghi corvini in un viso armonioso e ovale perfetto. Si avvicinò sguainando la spada - Ma tu sei una donna! - il cavaliere rosso era sconcertato, mentre lei sorrideva - Si, hai rifiutato la mia offerta, ora pagherai -. "Non posso incrociare le armi con una donna, ne va del mio onore" era immobile, mentre lei alzando la spada attaccò dall'alto al basso, costringendolo a impugnare l'arma per parare. - Hai già incrociato le armi con me, ora ne hai paura? - attaccava con forza, un passo avanti e uno indietro con agilità e eleganza - Io non sapevo...- parava ogni fendente evitando l'affondo. - Ti avevo detto che era meglio una tua resa, ora è giunto il tempo della tua dipartita - tirò un abile affondo mentre l'uomo si scostava a sinistra per evitarlo "Non posso...", la lama della donna con un movimento rapido di ritorno gli sfiorò il volto. La pelle si aprì dallo zigomo fino alla fronte facendolo indietreggiare portandosi una mano sulla ferita, da cui il sangue iniziava a defluire - Maledizione! -. Lei lo guardò con sguardo severo, attendendo la reazione. "L'hai voluto tu, miei avi distogliete lo sguardo e abbiate la pietà di perdonare il mio atto" prese saldamente la spada andando di corsa alla carica. La donna si spostò a destra roteando e cercando un affondo sul petto, mentre con l'elsa lui fermava la lama, due passi indietro, parata. Si spostò a sinistra calcolando l'angolazione per l'attacco, una finta, un lieve spostamento del corpo a destra e un veloce ritorno di lama dall'alto al basso, ferendola in volto. La donna cadde perdendo l'equilibrio, mentre l'uomo riponeva la spada nel fodero - Basta così, ritira la tua armata. Non ho intenzione di proseguire -. I loro uomini lottavano tra la vita e la morte con impeto e coraggio senza arrestarsi, molti perivano sotto i colpi degli avversari, ma i compagni proseguivano senza indugiare. La donna sorrise pulendo il sangue che scendeva sul viso - Finalmente, ti sei deciso a reagire - si rialzò afferrando la spada caduta al suo fianco, attaccando l'uomo che gli dava le spalle. All'udire la punta della lama strisciare sul terreno estrasse nuovamente l'arma voltandosi, parando il colpo.
  15. Nome: Argento Vivo Edizioni Generi trattati: / Modalità di invio dei manoscritti: http://www.argentovivoedizioni.it/#manoscritti Distribuzione: per il momento ci autodistribuiamo Sito web: www.argentovivoedizioni.it Facebook:https://www.facebook.com/argentovivoedizioni/ Instagram:https://www.instagram.com/argentovivoedizioni/ Twitter:https://twitter.com/ArgentoVivoEdiz Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCy2PmAKXUJKVkZo5VdAAUDw Ciao a tutti! Sono il legale rappresentante di Argento Vivo Edizioni. La nostra è una casa editrice neonata (gennaio 2017, abbiamo il sito da pochi giorni) e... particolare: si affianca infatti a un'Academy che ha lo scopo di formare i talenti di domani attraverso corsi di scrittura creativa e giornalismo rivolti a giovani e a giovanissimi. I nostri corsi sono gratuiti e finalizzati all'esordio editoriale degli studenti dell'Academy, che seguiamo fino alla pubblicazione del loro primo romanzo o saggio. Pubblicazione a cura e a spese del marchio Argento Vivo Edizioni: siamo al 100% NO EAP, o "free" come dite su questo forum. Per informazioni sui corsi o di carattere generale potete scriverci a questo indirizzo: info@argentovivoedizioni.it. Cercheremo comunque di essere presenti sul forum per rispondere alle vostre eventuali domande. Grazie per l'attenzione e buon proseguimento.
  16. Buongiorno a tutti! Quando scrivo ho il timore si essere ovvio, banale, infantile. La domanda che mi assilla è: vorreste mai sapere come continua la mia storia? Grazie in anticipo a chi vorrà aiutarmi a migliorare! IL CACCIATORE CAPITOLO PRIMO PARTE PRIMA Alte foreste di pini neri circondavano l’Avamposto. Nel grigiore dell’alba autunnale un sottile filo di fumo si innalzava a fatica dai fuochi accesi nelle guardiole dietro le palizzate, unico segno di vita dentro le mura. Fra le erbe alte piccole volute di vapore ristagnavano fra le felci, ricamate dal sole nascente in rapidi merletti. In quell’ora dove i confini fra notte e giorno, fra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliano, era pericoloso percorrere le strade del mondo. Nonostante ciò, una figura ammantata scivolava fra le ultime pozze di buio destreggiandosi senza sforzo apparente fra i pini dalle lunghe ombre. I movimenti rapidi, come di animale braccato, ne avevano mascherato a lungo l’avanzata. Un lontano stormire di foglie, un movimento di cespugli avevano però messo in allarme i guerrieri della fortezza, abituati ad avere a che fare con i misteri dei boschi. Seguendo quella traccia sottile avevano pensato ad un daino o qualche altro animale così giovane e sventato da muoversi durante la notte ma ora, avvicinandosi al forte, il viaggiatore camminava ormai allo scoperto nell’ampia area tenuta libera dal sottobosco. La sentinella ne seguiva il movimento, la lunga freccia munita di barbigli incoccata all’arco. Sul volto teso si leggeva chiaro il sospetto. Lo straniero aveva scelto il momento migliore per avvicinare chi veglia: la fine del terzo turno di guardia, quando le palpebre di chi ha passato la notte cercando minacce nel buio cedono al sonno; ma avrebbe trovato qualcuno sveglio ad attenderlo. Fra quelle mura c’era il fior fiore delle truppe del Governatore, inviate ai confini occidentali per contenere le minacce delle Terre Selvagge. L’uomo, se tale era, si avvicinava ormai a grandi passi lungo il sentiero tortuoso rivelando all’occhio dell’arciere altri dettagli inquietanti. Ogni suo movimento sembrava sottolineato da un dissonante rumore metallico che si accompagnava ad un leggero zoppicare, come di animale ferito. La spalla sinistra era deformemente alta rispetto alla destra e, nella fredda ora che precede l’alba, il suo fiato non produceva alcuna condensa davanti al buco nero del cappuccio. Nel vedere ciò la mano che tratteneva la cocca della freccia ebbe un fremito mentre il cuore si stringeva in petto al giovane arroccato dietro alla feritoia. Un irragionevole timore gli scorreva come acqua gelata lungo il collo, strizzandogli le viscere. Inaspettatamente, l’occhio allenato dell’arciere scorse un movimento alle spalle dello straniero. Il lieve movimento d’una macchia di noccioli, ma sufficiente ad attirarne l’attenzione. Un brillio nel buio e il giovane presagì, con l’istinto più che con la ragione, una triste fine per l’incappucciato. Le fronde, a pochi passi di distanza da quest’ultimo, esplosero mentre una sagoma enorme si gettava, fischiando e sibilando, verso il collo indifeso dell’ignaro viaggiatore. Fiamme azzurre brillavano in fondo alle nari di un immenso animale alle movenze di rettile che, schiantando rami e turbinando foglie, si precipitava sulla preda. Istintivamente, il giovane scagliò la freccia e, nello stesso istante, capì che non sarebbe mai arrivata in tempo per salvare l’uomo, ancora ignaro del pericolo. La bestia era oramai prossima all’ultimo balzo, le mascelle spalancate, il sentore di morte che la precedeva. D’improvviso lo straniero si girò, facendo perno sul piede avanzato e allargando, con una rapida mossa, il mantello con la mano sinistra. Quando il mantello ricadde dietro la spalla dell’incappucciato, una buona spanna di un falcione dalla lama larga spuntava dal petto del mostro che già si contorceva negli spasmi dell’agonia. La spada nelle mani dell’uomo brillava di una fioca luce azzurra mentre il sangue vischioso del rettile vi scorreva sopra, gocciolando copiosamente a terra. In quell’istante, la freccia lo colpì alla spalla, trapassandone il mantello da parte a parte.
  17. Benvenuti nella mia libreria! Il mio blog nasce con lo scopo di creare un piccolo spazio sul web dedicato ai generi letterari che preferisco: giallo, noir, thriller, horror, fantasy, fantascienza, azione, avventura. Un'attenzione particolare è riservata agli autori indipendenti ed esordienti. La libreria è aperta a tutti, appassionati e non, autori ed editori: contattatemi per nuove uscite, promozioni, blog tour, concorsi letterari, eventi o qualsiasi altra iniziativa che riguardi questi generi. Link: https://libreriabeppe.blogspot.it/
  18. Commento Indossai la maglietta bianca il giorno dopo, per andare a scuola. Semplicemente mamma aveva gettato le altre, poiché «vecchie, stinte e preistoriche», ed io, per quanto non volessi apparire piatta, avevo ceduto, mantenendo il mio orgoglio – che mi impedì di frugare nel cestino, o di picchiare mia madre. Lei pensava che il pomeriggio precedente avessi fatto grandi acquisti, a giudicare dal mio sacchetto; senza sapere che questi vengono forniti anche per il singolo capo. Ma tal dinamica, per mia madre, era pura fantascienza. Fissai le operazioni alla lavagna e le trascrissi con svogliatezza. Stavo giusto per strappare la pagina – quelli non erano degli otto illeggibili, ma delle x – quando Massimo mi bussò sulla spalla. «Ehi.» Il suo sguardo alternava me e l'insegnante, me e l'insegnante. «Ci sei domani sera?» «Per cosa?» «La festa in discoteca! Andrà tutta la scuola.» «Silenzio!» La voce della professoressa Pacini risuonò per la classe. Riprese a scrivere. Massimo si avvicinò un'altra volta, circospetto, il volto sudato. Pensai sarcasticamente: "Cos'è più alto? L'amore che provi per me o il numero di note sul registro?" «Ho le prevendite.» Me ne passò una da sotto il banco. "FLUO PARTY" diceva in caratteri rosso acceso. Seguivano immagini di persone fosforescenti, a mio avviso molto inquietanti. Probabilmente lasciai trapelare il mio disprezzo, perché Massimo aggiunse: «Per te facciamo gratis. Ah, regalano braccialetti all'entrata.» «Quelli che userò per impiccarmi, se sarà la solita noia.» Parole che avrebbe potuto pronunciare benissimo la sottoscritta, ma che invece provenivano da destra, dove c'era il banco di Teo. Ci guardò con la sua solita espressione scocciata. «Vieni anche tu?» chiesi. «Certo, dolcezza. Non vedo l'ora di diventare una sexy lucciola.» «Grazie per la prevendita» dissi a Massimo, infilandola in tasca. «Ma dove...» «SILENZIO!» La professoressa Pacini era voltata verso di noi. E considerando che così stavano facendo anche tutti gli altri compagni di classe, anche da molto. I suoi occhi mandavano lampi – l'ultima volta che l'avevo vista così era stata durante la correzione del compito scorso, quando la media dei voti non aveva superato il tre e mezzo. Indicò la porta con un sorriso malizioso. «Voi tre: fuori di qui. Avrete modo di schiarirvi le idee. Oltre ad indossare qualcosa di più sobrio, signorina Funari.» Risate generali. Massimo arrossì, Teo ridacchiò con tutti gli altri, il volto teso. Non capivo cosa diamine stesse succedendo. Cos'aveva quella maglietta di sbagliato? Vestirsi di bianco era forse uno sfregio, un'ostentazione di purezza femminile? Lo capii un istante dopo. Chinando il capo, l'enorme scollatura si rivelò ai miei occhi con sciatta brutalità. Fissai impotente la lunga distesa di pelle – arrivava fino all'ombelico! – vittima di scherni e sguardi eccitati. Pensavo che si fosse strappata, scollata accidentalmente durante il viaggio in bicicletta; beh, non era così: quel ricamato pizzo sembrava di ottima fattura, disegnato e cucito con estrema dedizione. La maglietta si era semplicemente trasformata. E se anche in quell'occasione, mentre le mie guance assumevano gradualmente il colore della scritta "FLUO PARTY", attribuii la colpa a mamma – giudicando come indizi la sua passione per il cucito, le magliette nella spazzatura, le mie parole su Teo e l'espressione ebete e beffarda che lei perennemente aveva – dentro di me sapevo di sbagliarmi. Ad esempio, come avevo fatto a non accorgermene, quella mattina? Doveva esserci qualcos'altro. E questo altro, per me, non poteva che riguardare capacità intrinseche alla maglietta. Ma all'epoca non riuscivo a capacitarmene... seppur ancora per poco. I suoi magici poteri si palesarono per la prima volta in quella scena: un paio di tette al vento.
  19. Salve a tutti. Volevo porre una domanda tecnica ma anche in parte personale. Quali sono i vostri consigli o le vostre esperienze quando vi cimentate sull'inizio della stesura di un racconto fantasy? Io quando comincio immagino e idealizzo magari la prima parte della trama. Però mi ritrovo poi ad essere sempre indietro con la stesura del testo e ad aver già creato mentalmente tutta la storia con gli avvenimenti più importanti. Cioè, per essere più chiaro, la storia è come un film nella mia mente ma non riesco a tradurla in un testo prima che magari quella storia mi cominci ad annoiare ed a dimenticarla. Così quando arrivo verso la fine della stesura non mi esprimo come, inizialmente, avevo pensato e descrivo quindi in maniera più imprecisa e meno travolgente. Grazie a tutti del vostro tempo e della vostra disponibilità, buona giornata.
  20. Commento Sollevai un lembo del vestito, fissandolo con disprezzo. Strass e perline e paillettes brillarono nella luce del negozio. Dall'alto, i Bloc Party suonavano con Banquet, annunciando l'inizio della primavera. "Odio lo shopping." La sintomatologia tipica di quei momenti iniziava a manifestarsi: nausea generalizzata, insofferenza per i condizionatori, irrefrenabili impulsi di afferrare tutte quelle stoffe, strapparle e bruciarle in un grosso falò, intorno al quale avrei ballato. Quelle file di vestiti sembravano un labirinto, e lo shopping ne era il Minotauro. Ma io, per quanto mi chiamassi Arianna Funari, non avevo nessun filo. Eccetto quello che mi avrebbe stretto mamma intorno al collo. «Se non compri niente, ti ammazzo.» Dovevo uscire da quel negozio con una busta più alta di me. E come darle torto?, quell'inverno avevo alternato perennemente due felpe, consumando centoni in lavatrici e deodoranti. Era normale che mamma avesse detto al commesso di sorvegliarmi; altrimenti sarei già fuggita, tornando a casa e abbracciando amorevolmente le mie magliette stinte. Proprio in quel momento il commesso mi stava osservando, lo sguardo attento, a suo modo divertito. «Cosa guardi?» gli dissi. «Hai un lavoro e un buon reddito. Ringrazia quella sedia che hai sotto il culo, bello. Se nel mondo fossero tutte come me, vivresti sotto i ponti. E allora l'unico vestito sarebbe stato lo straccio consunto che nessuno ti avrebbe mai dato.» Per tutta risposta, si aprì in un sorriso imbarazzato. Odiavo anche lui, così come tutte le persone presenti lì dentro. Me compresa. Per essere debole, per non aver risposto a mamma. La stanchezza mi assalì: fiaccamente, svoltai dietro lo scaffale dei vestiti, superai la scritta "Sbocciano i saldi!" e raggiunsi il fondo del negozio. Lì c'erano i pezzi scontati. Magliette e pantaloni addirittura più brutti di quelli visti fino ad allora. Una felpa assomigliava a quella che avevo a casa (a una delle due, per intenderci) e mi chiesi quale pazzo l'avrebbe comprata nel mese di marzo; poco oltre, dei jeans con dei fiori cuciti, talmente orridi che le stesse api stavano fuggendo, distorte sfere gialle e nere in prossimità delle cuciture. Ripensai improvvisamente alle parole di mia madre: «Non troverai mai il vestito perfetto, tesoro. Sei sempre alla ricerca del meglio, tanto nell'abbigliamento quanto con i ragazzi. Ma a volte devi saperti accontentare. E no, non dire che lui dovrebbe giudicarti soltanto per il tuo carattere. Anche la migliore modella sfigurerebbe con degli stracci addosso. E poi... sei acida!» Se con quel discorso mamma aveva raggiunto un minimo di amorevolezza, le ultime parole distrussero ogni cosa. Iniziammo a litigare, a lanciarci cose addosso e prima che me ne rendessi conto ero finita in negozio. Non avrei mai dovuto parlarle di Teo. D'altronde era probabile che ce l'avesse già, una ragazza: una di quelle bambole patite per lo shopping e con abiti firmati fino al midollo. Mentre io ero lì, a giocherellare distrattamente con un paio di mutande. «Basta!» Le lanciai in aria. I presenti si voltarono a guardarmi, accrescendo il mio odio. Tornai ad esaminare i vestiti scontati; nel farlo, notai che le mani continuavano a tremarmi dal furore. Fu mentre stavo per andarmene che notai quella maglietta, tra i jeans delle api e un frac del Dopoguerra. Nessun disegno, nessuna scritta. Una semplice e banale maglietta bianca, a maniche corte e in sublime contrapposizione con tutto il resto. Mi rilassò istantaneamente: le persone continuavano a fissarmi, ma io ero come persa nei meandri di quel bianco, identificandomi con il Nulla che tanto volevo estendere all'ambiente circostante. Temi floreali, citazioni, bandiere, strass, pelli e pellicce, minuziose immagini nel futile tentativo di esprimere se stessi: niente di tutto questo. Soltanto quella distesa bianca, e il bianco della parete ancora oltre, generando una distorsione spazio-temporale in grado di accecare il Minotauro dello shopping. Riuscivo quasi a vederlo, i calzini al posto delle corna, la pelliccia ecologica spacciata per normale pelo, il vestito ripieno di borchie, che lo accecavano ulteriormente. E allora seppi cosa dovevo fare. Avanzai verso la cassa, la maglietta in mano – quand'è che l'avevo afferrata? – e, una volta raggiunta, la sbattei sul bancone. Il commesso mi fissò sbigottito. Ma lo notai appena, persa com'ero in quella luce divina – sì, iniziavo a delineare questo termine. Tutti gli affanni della giornata, e più in generale di un'intera esistenza passata a ripudiare lo shopping, sembravano culminare in quell'acquisto. "La mia salvezza" pensai. "Che gran beffa farò a mia madre. Voleva che comprassi una maglietta? Eccola qua. E chissà, magari passerò anche in cartoleria, comprerò un pennarello e ci scriverò sopra: 'Bianca come l'aceto'. Oppure: 'Il bianco non stanca mai, niente shopping per vent'anni'." Dovevo intuire già da quel ragionamento distorto che qualcosa non andava. Le dinamiche dell'acquisto erano state eccessivamente bizzarre e, tutt'ora, ho come la consapevolezza di aver tralasciato qualcosa; l'indicibile ed occulto istante in cui la maglietta bianca è entrata nella mia vita, per sempre, rivoluzionando un'adolescente controtendenza in qualcosa di addirittura peggiore. Il commesso me la strappò dalle mani – "Ridammela, stupida triglia!" – ma non voleva rubarla, semplicemente passarla sul lettore per verificarne il prezzo. Aspettai impaziente che l'operazione finisse. Ma non fu così: o meglio, l'operazione non era mai iniziata. Gli occhi dell'uomo si sgranarono, apatici. Proprio come quelli di un pesce. «Non si preoccupi, signorina, questa può prenderla gratuitamente.» Poi, con movimenti meccanici, mi porse la maglietta. Si aprì nel sorriso più finto che io avessi mai visto. «Grazie, e buona giornata.» Feci per rispondere, chiedergli cos'avesse in testa, ma mi trattenni. Quel bianco limpido era finalmente mio, scontato, gratuito o cosa diavolo fosse. Quindi ringraziai, uscii dal negozio e poi dall'ipermercato, aspettando mamma. Sopraggiunse dopo qualche minuto: a vederla così, vestita di verde e adorna di buste in plastica, sembrava un albero di Natale fuori stagione. Il bianco delle sue buste, però, non poteva competere con quello della mia maglietta. Ragionavo a questo quando mamma mi individuò. Rise eccitata, correndomi incontro senza staccare lo sguardo dal sacchetto "Wonder Wool". «Che figlia modello! Guardati, sembri quasi normale. Ma ora sbrighiamoci: un'amica nel reparto frutta mi ha avvisato di ottimi sconti in città.» «Mamma, rovineremo i surgelati.» «Che importa? Quelli non si vedono mica.» Entrammo in auto di gran fretta, senza che mamma avesse il tempo di giudicare il mio acquisto. Ne fui felice. Qualsiasi patto avessi stipulato con esso, lei non l'avrebbe rovinato in quel momento. I chilometri correvano veloci, il sole scaldava dai finestrini, Matthew Bellamy cantava alla radio con New Born. Ben presto mi scordai di tutta quell'esperienza al negozio. Mamma aveva pagato anticipatamente il commesso, tutto qui. E io avrei continuato ad indossare le magliette di sempre. Se è vero che scritte e figure riescono a nascondere il corpo sottostante, allora facevano proprio al caso mio, considerando quanto il bianco avrebbe evidenziato la mia piattezza. E con Teo non potevo permettermelo. O forse ero diventata leggermente più femminile, quel pomeriggio? Senza accorgermene, strinsi convulsamente le dita sulla scritta "Wonder Wool", fino ad accartocciarla.
  21. Fino a
    DOMENICA 15 OTTOBRE alle ore 17.00 presso il MONDADORI BOOKSTORE PAVIA Presentazione del libro DIARIO DI UN'AVVENTURA IMPROBABILE di Felix Madison. Opera vincitrice del concorso letterario "Romanzi in cerca d'autore" di Kobo, Mondadori e Passione scrittore. Conduce la presentazione Guja Mabellini ---------------------------------------------------------------------------------------------- Dall'editoriale MONDADORI di Maggio '17 Uno scrittore di libri per ragazzi si mette sulle tracce nientemeno che della fonte dell'eterna giovinezza. Sarà catapultato al centro di intrighi internazionali e costretto ad attraversare peripezie di ogni tipo. Un raffinato congegno narrativo che ricorda i grandi classici dell'avventura. --------------------------------------------------- “Un romanzo perfetto per ragazzi cresciuti o per adulti che di crescere non hanno poi tanta voglia.” Stefano Tura - European Merchandising Manager Rakuten Kobo
  22. Nome: Plesio Editore Sito: http://www.plesioeditore.it/ Generi valutati: fantasy, fantascienza Invio manoscritti: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=49 Distribuzione: http://www.plesioeditore.it/index.php?id0=0&id1=102 Facebook: https://www.facebook.com/Plesio-Editore-121575227944615/
  23. commento Meglio sole che accasate, era la massima di Delfina, l’unica monarca single di tutto l’universo: ventisette divorzi alle spalle, una lista infinita di amanti e scandali che le erano costati la corona, un’avversione profonda per i buoni sentimenti. Alla vigilia del ballo di fine anno i preparativi fervevano al castello. Le donne di famiglia, quelle fortunate a essersi già maritate, non vedevano l’ora di scatenarsi in un sensuale valzer. Delfina roteava gli occhi nauseata. Gli uomini erano di una noia mortale. Valevano solo se ben funzionanti a letto. Difatti, diceva sempre alle nipoti (a anche ai sudditi): giù il pollice per l’amore coniugale, viva il sesso senza impegno. Queste sue eresie sessuali facevano inorridire il figlio, Re Ercole, e la sua consorte bigotta, Regina Cavallina. Nemmeno le principessine, le due già sistemate, approvavano. L’unica che la rendeva orgogliosa era Cassiopea, la terzogenita del re: bassa, brutta, goffa e libera come il vento. Cassiopea gustava il tè delle cinque sfogliando una rivista di costume quando l’occhio le cadde su una pergamena dorata, vergata con la bella scrittura di sua madre. «C-o-s-a? Non ci posso credere! La principessina Cassiopea è stata esclusa dalla festa perché sola e triste. Non mi ha portato al mondo una cicogna bensì una vera strega!» Andò subito a protestare. «Sua maestà — fece un inchino profondo e sventolò la rivista davanti agli occhi della donna che stava recitando preghiere — ha forse qualcosa da farsi perdonare?» «Tesoro… ho solo inviato una lettera al giornale, non è la fine del mondo! Beh, aggiungi anche qualche centinaia di copie per le amiche. Ti sei arrabbiata?» Cassiopea urlò e prese la madre per i capelli: aveva voglia di strapparglieli tutti uno a uno. «Gioia mia, pensa a tutti quei draghi disoccupati delle poste reali che hanno trovato lavoro grazie alla mia iniziativa.» Cassiopea tirava più forte a ogni parola, sconcertata. «Ci saranno altre occasioni per ballare, quando ti sarai accasata.» La principessa mollò subito la presa, un ghigno soddisfatto illuminava il volto paonazzo. «Quindi, se io voglio partecipare al ballo, posso farlo solo se accasata? Prepari i confetti, maestà.» Dettò ciò corse a prendere il cappotto e lo scialle di seta rosso. All’imbrunire la principessa Cassiopea si incamminò in direzione del bosco incantato. Il cielo violaceo era colmo di prime stelle, la Luna sorridente le stava accendendo una a una. Il vento soffiava freddo e le accarezzava le guance arrossate. Affrettò il passo per scaldarsi. Appena si addentrò tra i rami degli alberi guardiani, che la salutarono con un leggero picchiettio sulla testa, sentì quella maledetta cantilena. Zi-te-lla… zi-te-lla. Alzò la testa furiosa. Zotto, il gufo reale le fece un occhiolino. «Principessina, buona sera.» Cassiopea, indignata, non rispose. Proseguì spedita sulla sua strada. «Che figuraccia!» Il tempo stava peggiorando, le sembrava persino di veder scendere una nebbiolina. Sapeva che in mezzo alla nebbia si nascondeva Nebuloso, colui che cercava: il mago più potente di tutto il regno, l’unico in grado di far scendere la Regina Cavallina dal piedistallo. Il re indiscusso di confusione, con un gusto così pessimo da scandalizzare ogni madre in cerca del genero perfetto. «Non voleva farmi accasare? Ebbene sì, così sia.» Cassiopea proseguiva guardinga, attenta ai rumori insoliti. Si diceva in giro che Nebuloso avesse un modo particolare di palesarsi alle persone e il bosco incantato era sprovvisto di una vera pista d’atterraggio. «Chi sei e che cosa ci fai nel mio regno? Identificati subito!» La principessa si fermò, la testa coperta dallo scialle rosso oscillò prima a sinistra poi a destra. Non c’era nessuno nei paraggi. O aveva le visioni, oppure quella voce burbera apparteneva proprio a Nebuloso. Continuò a camminare. Faceva fatica a orientarsi al buio. «Ti ho fatto una domanda e aspetto una risposta precisa» ripeté la voce di prima. Il corpo mingherlino della principessa fu scosso dai brividi. Proprio quando stava per rispondere, una nebbia fitta si alzò davanti ai suoi occhi, una luce giallastra esplose nell’aria. Ne venne fuori una creatura grande, nera e pelosa; due occhioni viola la stavano fissando con curiosità. Se ne innamorò a prima vista. È perfetto per la mia vendetta, pensò felice. «Sono la principessa Cassiopea, figlia del Re Ercole e della Regina Cavallina. Per te solo Cassi.» L’essere irsuto fece un inchino buffo e si girò a 365° alzando dietro di sé tanta di quella polvere che Cassiopea non riuscì a smettere di starnutire per una manciata di minuti. «Chiedo perdono, principessina, a volte mi perdo un po’ troppo nei convenevoli. Generale Nebuloso a suo servizio! Qui tutti mi chiamano il re della nebbia, almeno con le belle ragazze posso vantarmi di un titolo che non ho.» Sorrise e le porse una mano pelosa. «E cosa ci fa qui a quest’ora? Non ha paura?» La curiosità nella voce era palpabile mentre la guardava negli occhi schioccando le unghie lunghe una ventina di centimetri dalle cui estremità si levava una nuvoletta grigia che si librava nel cielo. La principessa fece di no con il capo. «Cercavo proprio te, pensa!» esclamò con gioia. Il re della nebbia fece un clap-clap con le mani e inclinò la testa da un lato. Di solito scappavano da lui, questa principessa era suonata peggio di una campana. «Hai piani per domani sera? Vorrei invitarti a una festa speciale.» Cassiopea allungò la mano e gli accarezzò il viso irsuto ammiccando come la nonna le aveva insegnato. «Festa? Cos’è una festa?» «Ora ti spiego cosa dovrai fare.» Parlarono tutta la notte. Al mattino gli occhioni viola di Nebuloso erano a forma di cuore. Cassiopea non poteva credere di averlo conquistato. Forse la nonna aveva ragione, gli uomini erano davvero noiosi. Si aspettava almeno un po’ di battaglia da uno che si definiva generale. Il giorno del ballo di fine anno, al castello tutto era pronto per il grande evento. La regina madre comandava tutti con una bacchetta di cristallo. Nulla poteva andare storto. Era così presa da se stessa e dal suo ruolo che non si chiese nemmeno una volta dove fosse finita Cassiopea. Il cielo era di un blu intenso, delle nuvole nemmeno l’ombra. Niente nevicate. Sarebbe stata una magnifica giornata soleggiata, perfetta per salutare il nuovo secolo. A metà pomeriggio apparvero le prime nubi. Poche. Insignificanti. Nessuno si allarmò. Poi si alzò il vento, all’inizio debole, che si rafforzò nel giro di tre quarti d’ora. Ululava. Gridava. Era così maleducato da far scappare persino il sole. Verso sera, quando i primi ospiti stavano per arrivare, scese una leggera nebbiolina. Poca. Insignificante. Nulla. La regina madre non perdeva ancora le speranze. Poi fu il caos. La pioggia. Una nebbia così fitta da rendere invisibile e irraggiungibile il castello. Delfina esultava. Cavallina si esasperava. Quando Nebuloso e Cassiopea atterrarono al centro del salotto, tutti impallidirono. «Maestà, le presento il mio consorte, il Re della nebbia.» La regina squadrò quella bestia di suo genero. «C-o-s-t-u-i sarebbe il mio genero?» «Sì, maestà. È un brav’uomo, ha solo un vizio… far sparire le suocere invadenti nella nebbia.» Delfina applaudì. «Touché!»
  24. Nome: GonZo Editore Sito web: https://gonzoeditore.com/ Distribuzione: non specificata Modalità di invio dei manoscritti: https://gonzoeditore.com/contatti/ Facebook: https://www.facebook.com/gonzoeditore/ Ho scritto per avere informazioni, mi ha risposto il direttore editoriale in persona, con simpatia e gentilezza. Sono un gruppo di giovani, mi pare di aver capito tutti under 35. Casa Editrice relativamente nuova, di Firenze. Unico genere non ammesso : romanzi rosa. Mi hanno fatto una splendida impressione e mi hanno assicurato che non chiedono contributi agli autori di nessun genere. Hanno appena aperto le iscrizioni per un concorso letterario gratuito. Riferimento Marco Michail.
  25. Prologo "Mamma,mamma per favore muoviti,voglio andare al parco tutti i miei amici mi aspettano!" incito mia mamma a sbrigarsi ad uscire,voglio giocare! "Eccomi tesoro,sono qui,dovresti essere più paziente non è carino mettere fretta alle persone" "Scusa mamma" le dico dispiaciuta "E più tardi ci prendiamo un bel gelato che ne dici Serena?" mi chiede mio papà.Gelato??? "Siiiii" rispondo,che bello "Prendo un cono alla fragola,tu Federico che gusto scegli?" "Lo prendo al pistacchio" mi risponde contento il mio fratellone. Finalmente sono al parco,che bello,vorrei andare sullo scivolo però bisogna fare la fila,nella casetta ci sono tanti bambini,non ho voglia di andare sull'altalena! Vado a fare castelli di sabbia! Saltello nel grande rettangolo,c'è solo un bambino di spalle che gioca da solo,non vedo ne Anna,ne Eric,forse arrivano più tardi. Prendo il secchiello rosa e faccio dei castelli,è divertente. Dopo un po' di tempo sento il bambino piangere mi avvicino a lui poverino,voglio aiutarlo "Scusa,perché piangi?" gli chiedo "Mi sono trasferito da poco,mi mancano i miei amici" mi dice guardandomi in faccia,ha dei occhi strani,sono di un verde scuro e anche dorati "Oh,mi spiace se vuoi diventiamo amici,mi chiamo Serena ho cinque anni compiuti,tu come ti chiami?"Gli dico fiera di me. "Mi chiamo Luca anch'io ho cinque anni" mi risponde sorridente,sono contenta che non piange più. "Vuoi giocare a prendersi?qui mi annoio..." "siiii è proprio un bel.." mi tocca il braccio "tocca a te prendermi" Ehi non si può barare... sta scappando. "Adesso ti prendo io" lo rincorro,è divertente rido tanto,lo sto inseguendo. Ora sto andando fuori dal parco vicino ad un bosco,ogni tanto gira la testa e mi guarda. Sono un po' stanca,mi fermo,anche lui lo fa. Ha ripreso a correre "Adesso ti prendo" Gli sorrido,mi sto divertendo tanto "Non credo proprio" fa un sorrisetto,non so perché,ma provo un po' di paura. Tira fuori le sue ali e si mette in volo,uffa c'ero quasi!spiego le mie e volo anch'io. Che aria fresca c'è in cielo,mi sta superando,volo più velocemente. Lo raggiungerò...Perché c'è della nebbia?Non vedo niente. Luca è scomparso...Scendo mi trovo in un posto strano. Sento del calore sotto i miei piedi,forse sono vicina all'inferno..Ho paura ma devo tornare indietro con Luca,non si abbandona un amico!Dov'é? "Luca dove sei?" lo cerco intorno a me. "Sono qui" mi risponde lui,seguo la voce giro in un vicolo buio,vedo una figura di una persona. Ha le ali di un pipistrello,un demone! "Cosa hai fatto a Luca?" Gli urlo,appena vedo la sua faccia,assomiglia tanto a Luca,non capisco . "Che angioletto coraggioso,che gran peccato" mi dice il demone cattivo,si avvicina,indietreggio. "Che cosa hai fatto al mio amico?"urlo,anche se sono spaventata "Sei proprio ingenua,ero io quel moccioso" sorride beffardo mi ha mentito,vuole farmi del male! Mi allontano velocemente,voglio tornare da mia mamma cerco di scappare. Mi sento prendere per i capelli "Aiia" Mi sta facendo male,mi divincolo "Voglio tornare a casa!" gli urlo "Che gran peccato...",mi guarda con cattiveria,i suoi occhi sono neri come il buio e dorati,mi fanno tanto paura. "Mamma aiuto,mamma" Urlo "sta zitta,preparati a morire"smetto di dimenarmi,sto tremando. Il demone cattivo con una mano fa un gesto e per magia mi trovo in un strano posto,dove siamo?Ho tanta paura. Vicino a me c'è un dirupo e sotto ci sono delle fiamme.Mi vuole buttare li,mi divincolo ancora,"Lasciami,ti prego,mamma"urlo,faccio comparire le mie ali,ma non riesco a liberarmi. "Bene ora possiamo regolare i conti" mi fissa sorridente,sto piangendo "Ti prego,Noo" grido forse proverà pietà per me. "Muori" allunga una mano chiusa a pugno si infiamma di un fuoco rosso sangue "Che gran peccato per le tue alluccie",che cosa.. appena la apre... Sento le mie ali sfrigolarsi e sciogliersi"Aaaaaaaaaha" urlo dal dolore,mi sta bruciando,è rovente. Vedo di sfocato il suo sorriso e suoi occhi,aspetta lui è... "Lucifero" dico a bassa voce,sto cadendo.. "Serenaa"sento una voce sconosciuta. Apro gli occhi,c'è molta luce,dove mi trovo?Sono sopra un letto,dentro in una stanza bianca,sono da sola,ho paura. "Mamma,mamma" la chiamo,subito entra con papà e mio fratello,ci abbracciamo forte,forte. "Tesoro...sta-i..stai bene"mi guarda mia mamma,cosa è successo?Poi mi ricordo di quei occhi. Scendo dal letto,mamma mi guarda preoccupata e confusa,mio papà ha uno strano sguardo.Mi guardo intorno ma non vedo nessun specchio. Mi avvicino a una finestra rettangolare,"vorrei uno specchio,per favore" dico,come per magia,la finestra si trasforma in esso. Indosso un vestito bianco,chiudo gli occhi penso intensamente ai quelli neri e dorati. Appena li riapro,vedo mie ali spezzate,molte piume sono nere,mi scende una lacrima. "Perché Lucifero mi ha spezzato le ali?" Chiedo,ma nessuno risponde.